Il partito dell’amore
Aprile 27th, 2010 in Reports by Massimiliano Leva
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Tags: 1967, beatles, keith richards, paul mccartney, rolling stones, their satanic majesties request
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Aprile 15th, 2010 in Reports by Massimiliano Leva
La notizia è di qualche giorno fa. Il Vaticano ha perdonato i Beatles. Caspita, verrebbe da dire, e chissà che papa Ratzinger ora non faccia pure lunghe passeggiate ascoltando “Revolution” sul suo iPod. Il fatto suscita in realtà un sorriso.
Tutto cominciò 44 anni fa, quando nel marzo 1966 l’Evening Standard pubblicò un’intervista in cui John Lennon, che in quel momento era immerso nella lettura di “Passover the plot” di HJ Schonfield, romanzo su tematiche religiose, dichiarava che il cristianesimo sarebbe sparito. “Non ho bisogno di discuterne: ho ragione e i fatti lo dimostreranno. In questo momento noi siamo più popolari di Gesù”. L’affermazione a effetto, non c’è che dire, sepolta tra le altre risposte di Lennon, passò inosservata in Inghilterra, dove il pubblico era abituato alle sue dichiarazioni provocatorie. Ma quando il 29 luglio Datebook, una rivista per adolescenti americana, comprò i diritti dell’articolo, pubblicandolo con un titolo inequivocabile, “Non so se finirà prima il rock’n’roll o il cristianesimo”, gli americani, e in particolare la cosiddetta Bible belt, ossia la regione degli Stati Uniti del sud abitata in gran parte da cristiani protestanti, reagirono in tutt’altro modo in vista dell’imminente terzo tour dei Beatles.
In Alabama ventidue stazioni radiofoniche bandirono la musica dei quattro e diedero vita a una crociata contro Lennon e i Beatles. Altre emittenti organizzarono roghi pubblici, incitando i fan a bruciare i dischi del gruppo. Membri del Ku Klux Klan parlarono di attentati e l’attenzione pubblica mise per la prima volta in discussione l’aura dei Favolosi di Liverpool, da tempo ormai lontani dallo stereotipo dei quattro ragazzi “yeah yeah”. Per i genitori americani che il venerdì sera giocavano a bowling e la domenica preparavano il barbecue era arrivato il momento di chiedersi dove avessero fallito con i loro figli, cedendo alle lusinghe della British Invasion e dei suoi sempre più debosciati adepti: non solo Beatles, ma anche altri cattivi esempi come Rolling Stones, Animals, Who, Yardbirds, Kinks.
La situazione era così drammatica e il timore che qualcuno, come successo a JFK, potesse nel catino di folla degli stadi addirittura sparare a uno dei quattro, che Brian Epstein, il loro manager, a un certo punto pensò di annullare la tournée. Ma troppi soldi erano in ballo. E così, quando alle 16 e 55 dell’11 agosto i Beatles atterrarono a Chicago, prima data del tour, c’era un’insolita folla di curiosi ad attenderli. Quello stesso giorno, al ventisettesimo piano dell’Astor Towers Hotel, a 25 anni, John Lennon visse forse una delle sue più traumatiche esperienze, dovendo scusarsi – tesissimo e ferito nell’orgoglio – davanti alle telecamere di tutta la nazione. La tournée, ultima tranche di una serie precedente di concerti in Germania, Giappone e Filippine, dove i Beatles vennero quasi linciati per aver snobbato un invito di Imelda e Ferdinando Marcos, virò inevitabilmente verso il peggio.
Pur guadagnando una barca di quattrini, in alcune città degli Stati Uniti gli stadi per la prima volta erano per metà vuoti. Il 19 agosto i quattro ricevettero una telefonata da un anonimo che annunciava la loro morte. A Memphis, durante il secondo concerto serale, scoppiò un petardo in sala e per un attimo si temette davvero il peggio. A Cleveland 2500 fans invasero il palco. A St. Louis furono costretti a suonare sotto la pioggia scrosciante solo con una copertura di plastica sulla testa installata all’ultimo minuto. A Los Angeles il furgone blindato su cui viaggiavano venne circondato dai fan impazziti e dovettero aspettare due ore chiusi lì dentro prima che la polizia riuscisse a liberarli. A Cincinnati furono obbligati a rinviare lo show, suonando il giorno dopo due concerti in due città differenti a più di 500 miglia di distanza.
Un anno fa ho avuto la fortuna di conoscere Robert Whitaker, il fotografo ufficiale dei quattro dal 1964 al 1966. Mi raccontò che quando il 24 giugno i Beatles partirono per la prima data in Baviera, a Monaco, l’atmosfera era rilassata e felice. Certo, per loro essere a Manila, Sydney, Madrid o New York era sempre la stessa trafila: aeroporti, limousine, alberghi, stadi, limousine, aeroporti. Essere un Beatles era una maledizione per una rockstar. Ma in fondo erano musicisti con i piedi per terra, un po’ mattacchioni, ma bravi ragazzi. Riuscivano sempre a ingannare il tempo nelle lunghe ore di noia delle loro stanze private: giocavano a carte, disegnavano, facevano arrivare mercanti con souvenir del luogo, scrivevano canzoni e chissà come, in quella paranoia, avevano sempre idee brillanti. “Fumavano anche erba che portavano in giro in una valigetta affidata al loro assistente Neil Aspinall, caso mai alla dogana qualcuno avesse voglia di controllare, anche se nessuno mai ebbe la sfrontatezza di aprire uno dei bagagli dei Favolosi – mi raccontò Whitaker. – A volte, quando arrivava il momento di lasciare l’albergo, si camuffavano da camerieri, con tanto di parrucche, o si nascondevano negli armadi o sotto il letto, giusto per farsi due risate vedendo sbiancare l’addetto di turno che andava a prelevarli, subito convinto che fossero stati rapiti”.
Ma questa aria spensierata era già svanita da tempo quando la sera del 29 agosto 1966 i Beatles salutarono i 25mila fan urlanti del Candlestick Park di San Francisco, ultima data del tour americano. Per varie ragioni, non ultimo il putiferio scatenato dalle dichiarazioni di Lennon, deciserò che quello sarebbe stato the last one, l’ultimo concerto per sempre. Per certi versi, quella sera, finì un’epoca. Meno male che oggi, quarant’anni e oltre più tardi, la Chiesa li ha perdonati.
Tags: 1966, beatles, bigger than jesus, brian epstein, british invasion, candlestick park, ku klux klan, robert whitaker, san francisco
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Aprile 12th, 2010 in Reports by Massimiliano Leva
Alan Wilder ha suonato in questi giorni in Italia per presentare “Selected”, il suo nuovo disco firmato con lo pseudonimo Recoil: il progetto che porta avanti dal 1986. Magari il suo nome non dice molto, eppure Alan Wilder è stato nei Depeche Mode dal 1982 al 1995, quando i Depeche erano ancora dei pionieri dell’elettronica.
Pianista classico dall’età di 8 anni, alto, allampanato, figlio di una famiglia borghese, Wilder entrò nel gruppo rispondendo a un annuncio sul New Musical Express in sostituzione di Vince Clarke, tra i fondatori della band e autore del primo hit “Just can’t get enough”, il brano che lanciò all’esordio i Depeche, che dopo l’abbandono di Clarke si trovarono improvvisamente nella difficile situazione di doversi ricostruire un sound e un’immagine lontani dallo stereotipo dell’electropop.
Mescolando le sonorità della trilogia berlinese di David Bowie, i suoni dell’elettronica industriale tedesca e atmosfere pop dark, con la complicità del fotografo Anton Corbjin, i Depeche Mode riuscirono alla fine degli anni Ottanta a conquistare le classifiche americane, diventando con “Violator” del 1989, ancora oggi un bestseller, uno dei gruppi sull’onda negli Stati Uniti. Alan Wilder in tutto questo, assieme alle canzoni firmate da Martin Gore, ebbe un ruolo fondamentale. Non tutti sanno per esempio che l’arrangiamento e il riff di “Enjoy the silence”, una delle canzoni più famose e amate del gruppo, fu una sua idea.
“Eravamo in Danimarca per registrare in uno studio in piena campagna – ha spiegato una volta Gore. – Ci mancavano delle idee, così Alan e Flood, il nostro produttore, chiesero a me, a Dave e a Fletch di andarcene a spasso per un paio di giorni. Fu un problema, perché così isolati dal resto del mondo, non sapevamo davvero come fare passare il tempo. Quando tornammo in studio, Alan e Flood avevano completamente rivoltato il brano, scrivendo il riff e dandogli una ritmica prettamente dance. Io avevo scritto il brano usando un harmonium e avendolo intitolato “goditi il silenzio”, non ero molto convinto del loro lavoro. Ma insieme mi convinsero e così registrammo tutto da capo”.
Quando i Depeche Mode pubblicarono nel 1993 il successivo “Songs of faith and devotion”, le cose, paradossalmente, cominciarono a peggiorare nel momento di maggior successo per il gruppo. La band cominciò le registrazioni del disco in Spagna. Ma lo studio, allestito in una villa a Madrid, non era come si aspettavano. David Gahan, sempre più insoddisfatto del suo ruolo come front-man, attratto dal grunge e da Kurt Cobain, trascorreva gran parte del tempo lontano dagli altri. I Depeche oziarono per settimane in attesa dell’ispirazione, trasferendo poi le registrazioni di nuovo in Danimarca. Pubblicato l’album, partirono per un tour di quindici mesi in Europa, Stati Uniti, Giappone, Australia, Sud America e Sud Africa. Denominato “Devotional tour”, fu una tournée spettacolare, tra le più seguite degli anni Novanta, ma anche la fine del gruppo nella sua formazione originale.
Con uno psicologo personale in ogni data del tour per sopportare lo stress, la leggenda del “Devotional tour” sopravvisse tra droga, sesso e liti. Alcuni giornalisti affermarono che durante il tour dei roadies erano stati incaricati di scegliere delle ragazze dalle prime file per dei party dopo i concerti. Gahan era ormai un eroinomane. Dopo ogni esibizione, si ritirava in un camerino a parte adornato solo con candele. A Los Angeles, Martin Gore collassò sul palco dopo tre giorni passati senza mangiare. Nel giugno 1994, in Sud America, Gahan assalì un reporter mordendolo al collo. A Indianapolis si buttò tra la folla rompendosi due costole. Andrew Fletcher abbandonò la tournée prima delle date australiane per collasso da stress. A quel punto, i quattro viaggiavano separatamente già da mesi. Il peggio arrivò nel giugno 1995, quando Gahan tentò per la prima volta il suicidio. Alan Wilder, che aveva già tentato di ottenere maggior riconoscimento del suo lavoro, lasciò la band.
Poche settimane fa, a Londra, Alan Wilder si è unito in un paio di brani per la prima volta da allora ai suoi vecchi compagni in concerto. Voci dicono che potrebbe essere il primo passo di un possibile suo ritorno nei Depeche Mode.
Tags: alan wilder, andrew fletcher, anni ottanta, anton corbijn, dave gahan, david bowie, depeche mode, devotional tour, electropop, enjoy the silence, flood, grunge, kurt cobain, martin gore, personal jesus, recoil, songs of faith and devotion, stati uniti, vince clarke, violator
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Aprile 8th, 2010 in Reports by Massimiliano Leva
“Tutti quelli che da qualche anno lavorano nei concerti sanno che un palco ha bisogno di una relazione tecnica di staticità. Per relazione tecnica di staticità si intende una cosa firmata da un ingegnere. Ora, immaginate il tecnico preposto, abituato ai palchi quelli rettangolari, una serie di assi inchiodati su pali innocenti, immaginate la sua faccia davanti al camioncino. Apriti cielo. In realtà come tutte le cose varrebbe il buon senso, e puntualmente noi a quello ci appelliamo. Un conto è il palco di un tour mondiale degli U2, un conto il nostro camioncino che sono quindici anni che fa il palco con onore e nessuno ci si è mai fatto male. Certa applicazione illuminata mi fa pensare alla scomparsa della sagra paesana del cavatello fatto in casa o la compromessa sopravvivenza del tomino della Val Varaita preparato dal pastore proprio con le sue mani… Esiste una specificità da salvaguardare all’interno di un tutto che livella e appiattisce”.
Sono parole dei Têtes de Bois. Leggetele come volete. Ma per capire a volte il particolare è meglio del tutto e queste parole aiutano già bene a comprendere l’immaginario dei Têtes, cantastorie di strada, Don Chisciotte della canzone italiana con nobili ascendenze: da Leo Ferré a Georges Brassens, da Paolo Pietrangeli a Ivan Della Mea. In un mondo al contrario, non aspettatevi di ascoltarli sovente tra le rovine delle playlist da onde FM.
Ma a loro, ad Andrea Satta, il leader delle Teste, e ai suoi cinque compagni, poco importa. Da anni, nuotano fieri come salmoni contro corrente, sin dalla loro prima pubblica “apparizione” diciotto anni fa, a Campo de’ Fiori a Roma, quando sotto l’austera statua di Giordano Bruno improvvisarono musica usando come palco il retro del loro camioncino, quello di cui sopra, un mitico Fiat 615 NI del ’56 che pare sbucato da un bianco e nero neorealista.
I Têtes lo hanno definito spesso “aria di scambio, zattera ambulante”, e con quello un paio di anni fa hanno pure deciso di girare l’Italia, portando parole-musica-emozioni in luoghi scomodi, piazze dove si sono consumate battaglie vere per il lavoro: da Mirafiori a Termini Imerese, dal porto di Genova a porto Marghera. Doveva essere un’idea, ma poi ci hanno trovato gusto e sempre più richieste sono pervenute in agenda, allungando il “tour” e spargendo la musica sino ai cancelli della cartiera dell’isola di Liri o alle cave abbandonate di Borgo Tossignano. Populisti in un’accezione vera.
Meno male però, perché la cosa più importante è che i Têtes sono bravi. Il 23 aprile esce un loro nuovo lavoro. Il disco si intitola “Goodbike” e questa volta al quattro ruote Fiat hanno preferito le gomme di una bicicletta, nel senso che tutto il disco è un inseguimento in sella, dal giro per l’Italia al Giro d’Italia. Undici canzoni che sono come una radiocronaca da una vecchia radio con la collaborazione di chi le cronache di uno sprint le ha fatte davvero: Gianni Mura che firma pure il testo di “Le bal des cols”, Marco Pastonesi della Gazzetta, Maurizio Crosetti di Repubblica, Claudio Ferretti, storica voce di “Tutto il calcio minuto per minuto”.
Alla fine, dopo una musica ricca di spunti, dal rap e surrealismo di “Alfonsina e la bici” a ballate malinconiche come “La canzone del ciclista”, c’è pure un extra: un’intervista all’antropologo Marc Augé che sa quasi di trattato giornalistico. Non pensate ad accostamenti bizzarri, perché forse la più bella particolarità dei Têtes de Bois sta nel mescolare parole serie con la leggerezza della musica, nel fare arte con il motto “nessuna associazione è vietata”.
Bello solo a pensarci.
Tags: avanti pop, cantastorie, canzone italiana, claudio ferretti, georges brassens, gianni mura, goodbike, ivan della mea, leo ferré, marc augé, marco pastonesi, maurizio crosetti, paolo pietrangeli, tetes de bois
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Aprile 6th, 2010 in Reports by Massimiliano Leva
Erano cinque ragazzi di LA, i Byrds. Cinque ragazzi con la testa piene di idee e la voglia i cambiare il mondo secondo il motto giovane della controcultura californiana dei loro anni. Amavano il folk e il rock, Dylan e i Beatles. Così, nell’estate 1964, quando sedettero in un cinema downtown per godersi “A hard day’s night”, il primo film in bianco e nero dei Fab di Liverpool, ebbero l’idea e capirono quale sarebbe stato il suono che li avrebbe portati dall’anonimato al successo.
Chiesero al loro manager di comprare una chitarra Rickenbacker 12 corde come quella che avevano visto tra le mani di George Harrison, e unendo il vibrato cristallino di quella con eleganti armonie e melodie visionarie, coniugarono, prima ancora della svolta elettrica di Bob Dylan, il folk all’energia del rock: Beatles + Dylan + Beach Boys + Chuck Berry. Questo narra la leggenda. Diventarono anche buoni amici dei Fantastici Quattro, che li stimavano e li accettarono alla loro corte durante il tour americano del 1965, tanto che quando i Beatles si presero un “day off” nell’agosto di quell’anno, Roger McGuinn e David Crosby furono tra gli invitati a un esclusivo party in una villa con piscina a Hollywood, assieme all’attore Peter Fonda, che ancora non era il famoso Capitan America di “Easy rider”.
Aneddoti che mi vengono in mente dopo aver rispolverato in questi giorni qualche disco dei Byrds. Non sono una band del XXI secolo e il loro sound, sentito con le orecchie di oggi, pare un po’ obsoleto. A volte, capita di ascoltare qualche loro storico brano in una nostalgica colonna sonora, come la romantica versione di “Turn! Turn! Turn!” di Peter Seeger. Ogni tanto esce un cofanetto celebrativo o una ristampa special di un loro album. Nulla di più. Conobbero luci e ombre nella loro carriera. Ma pubblicarono almeno tre/quattro album fondamentali: il primo, “Mr. Tambourine Man”, e poi “Fifth dimension”, “Younger than yestarday”, “Sweetheart of the rodeo”. Furono insomma un gran gruppo, sfortunatamente più volte dimenticati tra la lista delle leggende dei tempi. Il loro stile diede vita a un sound definito “jingle jungle”, con evidente omaggio al tintinnio della 12 corde. E con quel timbro hanno influenzato il suono del folk, del country e di decine di band a venire: grandi di ieri e di oggi, dagli Smiths ai R.E.M., giusto per citarne un paio diventati un culto per molti delle ultime generazioni.
Tags: a hard day's night, beach boys, beatles, bob dylan, byrds, california, country, david crosby, easy rider, fifth dimension, folk rock, jingle jungle, LA, lsd, mr tambourine man, peter fonda, peter seeger, rickenbacker, roger mcguinn, she sai she said, sweetheart of the rodeo, younger then yesterday
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Marzo 31st, 2010 in Reports by Massimiliano Leva
Non è mai stato troppo nelle mie corde. Troppo in là con gli anni della mia generazione. Però era un ottimo crooner e un simpatico personaggio, di una simpatia d’altri tempi, che metteva istantaneamente di buon umore, mentre ti raccontava aneddoti tra il serio e il faceto, come quello della sua dieta a base d’aglio.
La dieta non è stata sufficiente e Nicola Arigliano ci ha lasciato, con il piacere di aver ritrovato il successo negli ultimi anni della sua vita, per lui che la musica, oltre ad averla creata, ha sempre dichiarato di averla corteggiata come si fa con una bella donna. Galanteria e sense of humor di anni passati. Questa è un’intervista che feci qualche anno fa per Repubblica.
Ci vuole davvero una gran carica, un gran mestiere, un carisma speciale e una simpatia diretta per fare quello che fa Nicola Arigliano, classe 1923 ma sempre così vivo e vegeto con le sue immancabili peripezie swing e la sua voce inimitabile da crooner nostalgico. Per lui, che è stato uno dei pochi a dare un segno diverso alla canzone italiana, è sempre un divertimento. Dal vivo poi, gli piace soprattutto scherzare, giocare con il pubblico, cantare l’America e metterci un po’ di parodia all’italiana. Da qualche giorno è in concerto ma senza un nuovo disco da presentare in repertorio, accompagnato da un trio basso, chitarra e batteria («avrei voluto portare anche un pianoforte ma si doveva risparmiare e così ci siamo accontentati di aggiungerci solo una fisarmonica»), propone tutti i suoi vecchi successi, da “I sing amore” a “Marilù”, da “The lady is a tramp” a “Venti chilometri” al giorno, che suonò anche a Sanremo agli inizi degli anni Sessanta. E poi altri classici dai suoi dischi più recenti, quelli della riscoperta, del ritorno sulle scene di qualche anno fa: “My name is Pasquale” e “I Swing ancora!”. Arigliano, qual è il segreto di tanta forza alla sua età? «Perché, che età ho? Non voglio pensarci agli anni che passano». Ma un segreto dovrà pur averlo. Segue ancora la sua dieta aglio, peperoncino e cipolle? «Quella sempre, non la abbandono mai. Se mi manca l’aglio, mi manca tutto». A Milano si è esibito molte volte. «Sì, da quando ero poco più che ragazzino. Ero agli inizi, prima che mi trasferissi a Roma. Ma è passato così tanto tempo che non ricordo più». E di Milano ricorda qualcosa? «Soprattutto l’impressione che mi fece quando arrivai a sei anni con tutta la mia famiglia dal Sud. Che città: così grande, così moderna. Abitavamo in via Mameli al 33. E lì rimasi sin dopo il militare. Oggi, vivo in campagna, in provincia di Rieti. La città non fa più per me, ma ci torno sempre volentieri: ho tanti aneddoti legati a Milano». Uno in particolare? «Da giovane ero balbuziente. Era una cosa per cui soffrivo molto. A scuola, in giro, parlavo e tutti mi deridevano. Così, mia madre mi disse che appena trasferiti a Milano mi avrebbe portato da un medico, e lo fece davvero. Il medico mi visitò e mi disse di mettermi a leggere davanti allo specchio. Ci vollero tre anni di tentativi, ma alla fine guarii». Aveva anche qualche amico speciale qui in città? «Sì, Franco Cerri. Ci piaceva suonare assieme, passavamo tutti i palchi dei locali intorno alla città». E tra gli altri colleghi? «Ero molto amico anche di Claudio Villa. Lavoravamo assieme due o tre mesi all’ anno. Una brava persona, per carità. Ma a me non piaceva quel suo modo di cantare, troppo enfatizzato, troppo calcato: troppo, insomma. A me piaceva lo swing che avevo sentito e imparato attraverso i dischi americani e poi al Festival di Newport, nel ‘52. Lo swing è tutto: ritmo, calore, atmosfera». E sembra piacere ancora molto, a giudicare dai giovani che la seguono. «Penso di avere un pubblico giovane proprio per questo, per via della passione che lo swing emana». Ma lei ascolta musica giovane? «No, assolutamente». Cosa ascolta allora? «Bach, soprattutto. Giovanni Sebastiano per me è assolutamente il massimo». E cosa non ha mai sopportato? «L’ unica cosa che non ho mai voluto conoscere sono i Beatles: che me ne importa a me dei Beatles. Anche quando uscirono ed ebbero tutto quel successo io avevo già lo swing. A me bastava quello, e ancora oggi proprio non riesco a farne a meno».
Tags: franco cerri, la repubblica, nicola arigliano, swing
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Marzo 31st, 2010 in Reports by Massimiliano Leva
Qualche novità. I primi vengono da Akron, Ohio, si chiamano Black Keys e stanno per pubblicare un nuovo disco intitolato “Brothers”. Si è parlato a volte di loro come un duo garage. Forse esagerato, anche se suonano spesso rock blues sanguigno. “Brothers” uscirà il 17 maggio, prodotto da Danger Mouse. Questo il nuovo singolo, “Tighten up”.
Southern rock è la parola giusta per definire i Big To-Do. Da poco è uscito il loro decimo album, “Drive by-truckers”. Si viaggia su onde FM che ricordano Tom Petty, come in “Birthday boy”, o certe ballate malinconiche di Springsteen. Hanno registrato ad Athens, Georgia, la città dei R.E.M. Se siete fan di Micheal Stipe e soci, i Big To-Do potrebbero essere un’alternativa.
Tags: big to-do, black keys, danger mouse, r.e.m., tom petty
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Marzo 25th, 2010 in Reports by Massimiliano Leva
Quando si dice essere al posto giusto nel momento giusto. A Jim Marshall capitò almeno un paio di volte: a Monterey, nel 1967, quando Jimi Hendrix decise per la prima volta di dar fuoco alla sua chitarra; e a San Francisco, Candlestick Park, la sera del 29 agosto 1966, per l’ultimo concerto ufficiale dei Beatles. Fu l’unico a poter riprendere i quattro nei loro camerini dopo la serata, che divenne uno spartiacque nella storia dei Fab Four. Esclusiva che gli venne concessa anche nel 1972, per la trionfale tournée americana degli Stones, quella immortalata nel film “Cocksucker blues”.
Furono occasioni per lanciare la carriera. Accadevano cose così, negli anni Sessanta. Ma Marshall era indubbiamente anche un fotografo di talento, non solo fortunato. Nella sua vita ha lavorato un po’ con tutti, con i migliori: Miles Davis, Ray Charles, Carlos Santana, Grateful Dead, Janis Joplin, Ben Harper, Lenny Kravitz. Questo il suo sito dove potete vedere alcuni suoi scatti: http://www.marshallphoto.com/
Jim Marshall se ne è andato la scorsa notte, a 74 anni. Ha pubblicato vari libri e spesso raccontato un aneddoto piacevole, spiegando di aver cominciato un giorno sperando di ritrarre i divi del rock come Henry Cartier Bresson aveva fatto con i suoi amici. Per certi versi ci è riuscito.
Tags: candlestick park, carlos santana, cocksucker blues, fab four, garteful dead, henry cartier bresson, janis joplin, jim marshall, lenny kravitz, monterey, ray charles, rolling stones
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Marzo 23rd, 2010 in Reports by Massimiliano Leva
Ah, la mitopoiesi dei cantautori. “Questa canzone è stata sedotta e abbandonata, usata, abusata, a volte anche dalla politica, senza permesso ovviamente”, dice Francesco De Gregori, presentando il suo brano nella trasmissione di ieri sera su Rai 2 assieme a Lucio Dalla. “Ma questo non importa niente, voi prendetela per una canzone d’amore”. E attacca con “Viva l’Italia”.
Ecco, non è per nostalgia, né per faziosità, ideologie o scelte di campo, ma quelle parole, così semplici e spontanee, e dunque così sincere, emozionanti e poetiche – verrebbe da dire sull’onda della musica che le segue – fanno pensare al marasma di parole che i nostri politici, di questo o quel segno, rigurgitano invece da tempo su di noi, nel siparietto neppure troppo subliminale della tv.
Parole che dovrebbero convincerci del loro sedicente amore per il popolo, per la nazione, per la stabilità, per il progresso, per la storia di tutti, la nostra storia, e che invece finiscono, forse, per fare pendant più con l’etica del reality show.
Se non sincerità, almeno sobrietà. Che tanto a convincerci di più ci saranno per fortuna le parole di una canzone o del suo autore.
Tags: francesco de gregori, lucio dalla, viva l'italia
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Marzo 18th, 2010 in Reports by Massimiliano Leva
Si parla spesso di musica inglese. E invece c’è del nuovo che arriva soprattutto dagli Stati Uniti, di questi tempi. Qualche esempio, anche se il primo nome non è certo una novità, anzi, è ormai uno degli artisti più consolidati del panorama rock e non solo, con una sua energia, un suo piglio magico, un carisma che ne fanno quasi un musicista a sé.
Dico questo perché è uscito un nuovo disco live di Ben Harper, registrato durante il recente tour Usa, in cui si fa accompagnare dai Rentless 7, che non sono in sette ma in tre – classico trittico basso chitarra e batteria. Bravi, anzi bravissimi a sparare voluttuoso rock a volume distorto, sotto un cielo che fa tanto Hendrix.
Anche i Black Rebel Motorcycle Club non sono una novità. Esistono da una decina d’anni, hanno debuttato con un album molto forte che quasi faceva credere fossero inglesi anche se vengono da San Francisco. A metà hanno scelto strade acustiche, più folk blues e da allora hanno mantenuto la rotta stando nel mezzo. Domani esce il loro nuovo album, “Beat the devil’s tattoo”. Non brilla per novità, ma si fa ascoltare volentieri.
Arrivano invece da Montreal i Besnard Lakes. Il loro è un rock psichedelico, quasi ambient. Il loro ultimo disco si intitola “The Besnard Lake are the roaring night”.
Un’uscita inglese. Sono gli Archie Bronson Outfit. Sono di Wiltshire e fanno una musica che davvero si colloca in un limbo indefinibile. C’è chi come Pitchfork (http://pitchfork.com/reviews/tracks/11803-sharks-tooth/) li ha avvicinati ai New Order e chi invece ha scomodato Captain Beefheart.
Tags: archie bronson outfit, ben harper, besnard lakes, black rebel motorcycle club, captain beefheart, new order, rentless 7
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