Il folk di Andrew Vladeck
Venerdì, Marzo 5th, 2010I cantautori sono cantautori, dice chi se ne intende più di me. Fanno buona musica, scrivono belle canzoni e a loro la nobile arte di respirare l’aria e i nostri sentimenti&desideri più profondi per trasfonderli in musica, specchio dei tempi.
Così, mi capita sotto mano questo nuovo disco, “The wheel”, di Andrew Vladeck. Una musicista che sa farsi ascoltare, un album con un gusto retrò e una passione per certi grandi maestri americani – Johnny Cash, il Neil Young di “On the beach”, il vecchio Dylan di “Bringin’ it all back home”, Springsteen e le sue Seeger session – mescolati con altre finezze anni Settanta come gli Steely Dan. Insomma, un romantico abbecedario che non aggiunge o toglie nulla, ma che non è niente male.
Vladeck è un giovanotto cresciuto nella Grande Mela con la testa e le orecchie imbevute in sogni di musica folk country, che con l’imporsi verso l’esterno dell’odierna scena alternativa di laggiù è riuscito a trovare il modo di far sentire anche i suoi giri d’accordi e parole.
Questo è il suo terzo lavoro. Non conosco i precedenti. Mi limito quindi a ciò che ascolto, con generose chitarre acustiche, banjo, percussioni e poco altro (less is more) ad accompagnare un pugno di canzoni, con la voglia di tornare al passato senza troppa retorica né nostalgia. Il pezzo migliore del lotto è la finale “21st century”, dove il nostro si lascia andare a un fiotto di malinconia, voce strisciante e chitarre miagolanti, con l’ombra di Mister Dylan a un passo da lui.

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