La domenica di Bluto Blutarsky
Era quanto di meno raccomandabile. Per dirla con una definizione del leggendario Hunter S. Thompson, “era un po’ un mostro, ma era il nostro mostro”. John Belushi ha lasciato un vuoto e forse anche qualche “erede”: probabilmente il Jim Carrey di “Ace Ventura”, Quentin Tarantino e qualche suo personaggio, magari Robin Williams. Gente portata ad attirare catastrofi. Era un comico dell’assurdo. Un fuoriposto. Grottesco. Fantastico. Geniale. Mai allineato.
“Animal House” era un progetto modesto a Hollywood quando Sean Daniels mi chiese di svilupparlo. Lessi il copione e mi piacque, ma lo studio mi disse: ‘niente film se non c’è quel tipo di nome Belushi nella parte di Bluto Blutarsky’. Volai a New York e combinai un incontro con Belushi all’Hotel Drake. Venne nella mia camera, ordinò dieci cocktail di gamberetti, venti birre e dieci Perrier. Gli dissi che Bluto sarebbe stato sullo schermo meno tempo degli altri personaggi e che avrebbe avuto l’ultimo dialogo. Alla fin fine, il film sarebbe stato ideato per le entrate e le uscite di Bluto. John propose alcune idee. Io dissi di no a tutte, pensando in quel momento che stavo perdendo la mia star e il mio film.
‘No?’, disse.
‘No’, risposi.
‘Va bene’, mi disse. ‘Stavo solo mettendoti alla prova. Farò il film’.
Si alzò e se ne andò, e a quel punto, ovviamente, arrivò tutto quello che aveva ordinato da mangiare e da bere”.
John Landis

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