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Intervista a Pat Metheny

Pat Metheny è in giro per i nostri teatri – stasera è allo Smeraldo di Milano, domani al Saschall di Firenze, mercoledì all’Auditorium Parco della Musica di Roma, giovedì al PalaPartenope di Napoli, venerdì al Team di Bari, domenica al Politeama di Palermo e lunedì al Metropolitan di Catania.

 

Sa suonare la chitarra meglio di tutti da molti anni, ma non è in concerto per mostrare vorticosi giri di accordi accompagnato dal suo trio. Questa volta ha deciso di fare da solo, mettendosi a capo di un’orchestra – fiati, percussioni, tastiere – che dirigerà e suonerà attraverso comandi e software collegati alla sua sei corde e al suo plettro. Metheny one man band, insomma. Come nel suo ultimo disco “Orchestrion”, che di fatti dà il nome anche al tour.

 

Come è nata l’idea di questo disco?

“Da un sogno che mi porto dentro dall’infanzia. Quando facevo visita a mio nonno materno, Delmar Bjorn Hansen, un grande musicista, ero solito passare ore assieme ai miei cugini a giocare con un piano meccanico vecchio di cinquant’anni che il nonno teneva in cantina. Nel corso degli anni quel sogno non mi ha mai abbandonato. Ma l’ho tenuto in un angolo della mente perché la tecnologia non mi permetteva ancora di realizzarlo. Poi mi è capitato di conoscere degli ingegneri che facevano al caso mio, ho cercato gli strumenti che avrei voluto farmi costruire e scelto le persone giuste. Una di queste si chiama Eric Siger. E’ stato lui a realizzare la strumentazione che ho usato nel disco e che porterò anche sul palco”.

 

E’ meglio suonare solo o con una orchestra di veri musicisti?

“E’ semplicemente diverso e la differenza sostanziale sta nella possibilità di controllo di quello che succede sul palco. Paradossalmente è più facile mantenere il controllo quasi totale quando si interagisce con musicisti in carne e ossa – spesso basta un’occhiata per intendersi – che suonando delle macchine. Non puoi mai sapere come le macchine risponderanno ai tuoi comandi e possono anche guastarsi”.

 

Come riesce a suonare tutti gli strumenti contemporaneamente?

“Se lo dicessi toglierei al pubblico la sorpresa. Comunque durante il concerto farò anche alcune improvvisazioni o composizioni istantanee che mi permetteranno di far capire al pubblico come funziona “Orchestrion”. Gli strumenti sono davvero molti e con un suono fantastico: pianoforte, tastiera, vibrafono, marimba, glockenspiel, batteria, organi pneumatici, chitarre, basso e svariate percussioni”.

 

Cosa comprende la scaletta dal vivo?

“Alcuni mie classici, tutto il nuovo cd e alcune improvvisazioni”.

 

Con “Orchestrion” rinuncia al suo famoso trio?

“Questo progetto è solo una stanza in più nell’edificio musicale che ho cominciato a costruire quando ho iniziato a suonare. Penso che nessuno, aggiungendo una stanza alla propria casa, demolisca tutte le altre. Continuerò sia con il trio che con tutte le altre idee interessanti che mi si presenteranno”

 

Ha cominciato suonando la tromba. Perché è passato alla chitarra?

“Ho iniziato con la tromba perché è uno strumento meraviglioso e perché mio fratello maggiore è un ottimo trombettista. E poi uno dei musicisti che più amo è Miles Davis. Ma sono passato alla chitarra quando ho capito che non sarei mai diventato un buon trombettista. Suonavo davvero male”.

 

Qual è il fascino per lei della chitarra?

“Faccio parte della generazione cresciuta negli anni Settanta del rock. Allora la chitarra era lo strumento più in voga e anch’io, come la maggior parte dei ragazzini a quei tempi, ne ho subito il fascino. Ma quando ho cominciato a studiarla ho capito che oltre al rock la chitarra ha avuto un grande ruolo pure nel jazz. Così, mi sono ispirato a grandi maestri come Wes Montgomery e Jim Hall. Per il resto non sono un fanatico dello strumento e non ho, a differenza di quanto molti credono, una collezione di chitarre. Quelle che possiedo sono quelle che suono”.

 

Dopo oltre trent’anni di carriera, quali sono sempre i suoi idoli?

“Direi Louis Armstrong, Charlie Parker, Miles Davis, John Coltrane e i Beatles”.

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