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Archivio per Aprile, 2010

Il partito dell’amore

Martedì, Aprile 27th, 2010

Londra, 1967

Beatles: more than Jesus

Giovedì, Aprile 15th, 2010

La notizia è di qualche giorno fa. Il Vaticano ha perdonato i Beatles. Caspita, verrebbe da dire, e chissà che papa Ratzinger ora non faccia pure lunghe passeggiate ascoltando “Revolution” sul suo iPod. Il fatto suscita in realtà un sorriso.

Tutto cominciò 44 anni fa, quando nel marzo 1966 l’Evening Standard pubblicò un’intervista in cui John Lennon, che in quel momento era immerso nella lettura di “Passover the plot” di HJ Schonfield, romanzo su tematiche religiose, dichiarava che il cristianesimo sarebbe sparito. “Non ho bisogno di discuterne: ho ragione e i fatti lo dimostreranno. In questo momento noi siamo più popolari di Gesù”. L’affermazione a effetto, non c’è che dire, sepolta tra le altre risposte di Lennon, passò inosservata in Inghilterra, dove il pubblico era abituato alle sue dichiarazioni provocatorie. Ma quando il 29 luglio Datebook, una rivista per adolescenti americana, comprò i diritti dell’articolo, pubblicandolo con un titolo inequivocabile, “Non so se finirà prima il rock’n’roll o il cristianesimo”, gli americani, e in particolare la cosiddetta Bible belt, ossia la regione degli Stati Uniti del sud abitata in gran parte da cristiani protestanti, reagirono in tutt’altro modo in vista dell’imminente terzo tour dei Beatles. 

In Alabama ventidue stazioni radiofoniche bandirono la musica dei quattro e diedero vita a una crociata contro Lennon e i Beatles. Altre emittenti organizzarono roghi pubblici, incitando i fan a bruciare i dischi del gruppo. Membri del Ku Klux Klan parlarono di attentati e l’attenzione pubblica mise per la prima volta in discussione l’aura dei Favolosi di Liverpool, da tempo ormai lontani dallo stereotipo dei quattro ragazzi “yeah yeah”. Per i genitori americani che il venerdì sera giocavano a bowling e la domenica preparavano il barbecue era arrivato il momento di chiedersi dove avessero fallito con i loro figli, cedendo alle lusinghe della British Invasion e dei suoi sempre più debosciati adepti: non solo Beatles, ma anche altri cattivi esempi come Rolling Stones, Animals, Who, Yardbirds, Kinks.

La situazione era così drammatica e il timore che qualcuno, come successo a JFK, potesse nel catino di folla degli stadi addirittura sparare a uno dei quattro, che Brian Epstein, il loro manager, a un certo punto pensò di annullare la tournée. Ma troppi soldi erano in ballo. E così, quando alle 16 e 55 dell’11 agosto i Beatles atterrarono a Chicago, prima data del tour, c’era un’insolita folla di curiosi ad attenderli. Quello stesso giorno, al ventisettesimo piano dell’Astor Towers Hotel, a 25 anni, John Lennon visse forse una delle sue più traumatiche esperienze, dovendo scusarsi – tesissimo e ferito nell’orgoglio – davanti alle telecamere di tutta la nazione. La tournée, ultima tranche di una serie precedente di concerti in Germania, Giappone e Filippine, dove i Beatles vennero quasi linciati per aver snobbato un invito di Imelda e Ferdinando Marcos, virò inevitabilmente verso il peggio.  

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Pur guadagnando una barca di quattrini, in alcune città degli Stati Uniti gli stadi per la prima volta erano per metà vuoti. Il 19 agosto i quattro ricevettero una telefonata da un anonimo che annunciava la loro morte. A Memphis, durante il secondo concerto serale, scoppiò un petardo in sala e per un attimo si temette davvero il peggio. A Cleveland 2500 fans invasero il palco. A St. Louis furono costretti a suonare sotto la pioggia scrosciante solo con una copertura di plastica sulla testa installata all’ultimo minuto. A Los Angeles il furgone blindato su cui viaggiavano venne circondato dai fan impazziti e dovettero aspettare due ore chiusi lì dentro prima che la polizia riuscisse a liberarli. A Cincinnati furono obbligati a rinviare lo show, suonando il giorno dopo due concerti in due città differenti a più di 500 miglia di distanza.

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Un anno fa ho avuto la fortuna di conoscere Robert Whitaker, il fotografo ufficiale dei quattro dal 1964 al 1966. Mi raccontò che quando il 24 giugno i Beatles partirono per la prima data in Baviera, a Monaco, l’atmosfera era rilassata e felice. Certo, per loro essere a Manila, Sydney, Madrid o New York era sempre la stessa trafila: aeroporti, limousine, alberghi, stadi, limousine, aeroporti. Essere un Beatles era una maledizione per una rockstar. Ma in fondo erano musicisti con i piedi per terra, un po’ mattacchioni, ma bravi ragazzi. Riuscivano sempre a ingannare il tempo nelle lunghe ore di noia delle loro stanze private: giocavano a carte, disegnavano, facevano arrivare mercanti con souvenir del luogo, scrivevano canzoni e chissà come, in quella paranoia, avevano sempre idee brillanti. “Fumavano anche erba che portavano in giro in una valigetta affidata al loro assistente Neil Aspinall, caso mai alla dogana qualcuno avesse voglia di controllare, anche se nessuno mai ebbe la sfrontatezza di aprire uno dei bagagli dei Favolosi – mi raccontò Whitaker. – A volte, quando arrivava il momento di lasciare l’albergo, si camuffavano da camerieri, con tanto di parrucche, o si nascondevano negli armadi o sotto il letto, giusto per farsi due risate vedendo sbiancare l’addetto di turno che andava a prelevarli, subito convinto che fossero stati rapiti”.

Ma questa aria spensierata era già svanita da tempo quando la sera del 29 agosto 1966 i Beatles salutarono i 25mila fan urlanti del Candlestick Park di San Francisco, ultima data del tour americano. Per varie ragioni, non ultimo il putiferio scatenato dalle dichiarazioni di Lennon, deciserò che quello sarebbe stato the last one, l’ultimo concerto per sempre. Per certi versi, quella sera, finì un’epoca. Meno male che oggi, quarant’anni e oltre più tardi, la Chiesa li ha perdonati.

Depeche Mode, andata e ritorno

Lunedì, Aprile 12th, 2010

Alan Wilder ha suonato in questi giorni in Italia per presentare “Selected”, il suo nuovo disco firmato con lo pseudonimo Recoil: il progetto che porta avanti dal 1986. Magari il suo nome non dice molto, eppure Alan Wilder è stato nei Depeche Mode dal 1982 al 1995, quando i Depeche erano ancora dei pionieri dell’elettronica.

Pianista classico dall’età di 8 anni, alto, allampanato, figlio di una famiglia borghese, Wilder entrò nel gruppo rispondendo a un annuncio sul New Musical Express in sostituzione di Vince Clarke, tra i fondatori della band e autore del primo hit “Just can’t get enough”, il brano che lanciò all’esordio i Depeche, che dopo l’abbandono di Clarke si trovarono improvvisamente nella difficile situazione di doversi ricostruire un sound e un’immagine lontani dallo stereotipo dell’electropop.

Mescolando le sonorità della trilogia berlinese di David Bowie, i suoni dell’elettronica industriale tedesca e atmosfere pop dark, con la complicità del fotografo Anton Corbjin, i Depeche Mode riuscirono alla fine degli anni Ottanta a conquistare le classifiche americane, diventando con “Violator” del 1989, ancora oggi un bestseller, uno dei gruppi sull’onda negli Stati Uniti. Alan Wilder in tutto questo, assieme alle canzoni firmate da Martin Gore, ebbe un ruolo fondamentale. Non tutti sanno per esempio che l’arrangiamento e il riff di “Enjoy the silence”, una delle canzoni più famose e amate del gruppo, fu una sua idea.

“Eravamo in Danimarca per registrare in uno studio in piena campagna – ha spiegato una volta Gore. – Ci mancavano delle idee, così Alan e Flood, il nostro produttore, chiesero a me, a Dave e a Fletch di andarcene a spasso per un paio di giorni. Fu un problema, perché così isolati dal resto del mondo, non sapevamo davvero come fare passare il tempo. Quando tornammo in studio, Alan e Flood avevano completamente rivoltato il brano, scrivendo il riff e dandogli una ritmica prettamente dance. Io avevo scritto il brano usando un harmonium e avendolo intitolato “goditi il silenzio”, non ero molto convinto del loro lavoro. Ma insieme mi convinsero e così registrammo tutto da capo”.     

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Quando i Depeche Mode pubblicarono nel 1993 il successivo “Songs of faith and devotion”, le cose, paradossalmente, cominciarono a peggiorare nel momento di maggior successo per il gruppo. La band cominciò le registrazioni del disco in Spagna. Ma lo studio, allestito in una villa a Madrid, non era come si aspettavano. David Gahan, sempre più insoddisfatto del suo ruolo come front-man, attratto dal grunge e da Kurt Cobain, trascorreva gran parte del tempo lontano dagli altri. I Depeche oziarono per settimane in attesa dell’ispirazione, trasferendo poi le registrazioni di nuovo in Danimarca. Pubblicato l’album, partirono per un tour di quindici mesi in Europa, Stati Uniti, Giappone, Australia, Sud America e Sud Africa. Denominato “Devotional tour”, fu una tournée spettacolare, tra le più seguite degli anni Novanta, ma anche la fine del gruppo nella sua formazione originale.

Con uno psicologo personale in ogni data del tour per sopportare lo stress, la leggenda del “Devotional tour” sopravvisse tra droga, sesso e liti. Alcuni giornalisti affermarono che durante il tour dei roadies erano stati incaricati di scegliere delle ragazze dalle prime file per dei party dopo i concerti. Gahan era ormai un eroinomane. Dopo ogni esibizione, si ritirava in un camerino a parte adornato solo con candele. A Los Angeles, Martin Gore collassò sul palco dopo tre giorni passati senza mangiare. Nel giugno 1994, in Sud America, Gahan assalì un reporter mordendolo al collo. A Indianapolis si buttò tra la folla rompendosi due costole. Andrew Fletcher abbandonò la tournée prima delle date australiane per collasso da stress. A quel punto, i quattro viaggiavano separatamente già da mesi. Il peggio arrivò nel giugno 1995, quando Gahan tentò per la prima volta il suicidio. Alan Wilder, che aveva già tentato di ottenere maggior riconoscimento del suo lavoro, lasciò la band.

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Poche settimane fa, a Londra, Alan Wilder si è unito in un paio di brani per la prima volta da allora ai suoi vecchi compagni in concerto. Voci dicono che potrebbe essere il primo passo di un possibile suo ritorno nei Depeche Mode. 

  
 
 
 

 

I Têtes de Bois e le tette di Alfonsina

Giovedì, Aprile 8th, 2010

“Tutti quelli che da qualche anno lavorano nei concerti sanno che un palco ha bisogno di una relazione tecnica di staticità. Per relazione tecnica di staticità si intende una cosa firmata da un ingegnere. Ora, immaginate il tecnico preposto, abituato ai palchi quelli rettangolari, una serie di assi inchiodati su pali innocenti, immaginate la sua faccia davanti al camioncino. Apriti cielo. In realtà come tutte le cose varrebbe il buon senso, e puntualmente noi a quello ci appelliamo. Un conto è il palco di un tour mondiale degli U2, un conto il nostro camioncino che sono quindici anni che fa il palco con onore e nessuno ci si è mai fatto male. Certa applicazione illuminata mi fa pensare alla scomparsa della sagra paesana del cavatello fatto in casa o la compromessa sopravvivenza del tomino della Val Varaita preparato dal pastore proprio con le sue mani… Esiste una specificità da salvaguardare all’interno di un tutto che livella e appiattisce”.

Sono parole dei Têtes de Bois. Leggetele come volete. Ma per capire a volte il particolare è meglio del tutto e queste parole aiutano già bene a comprendere l’immaginario dei Têtes, cantastorie di strada, Don Chisciotte della canzone italiana con nobili ascendenze: da Leo Ferré a Georges Brassens, da Paolo Pietrangeli a Ivan Della Mea. In un mondo al contrario, non aspettatevi di ascoltarli sovente tra le rovine delle playlist da onde FM.

Ma a loro, ad Andrea Satta, il leader delle Teste, e ai suoi cinque compagni, poco importa. Da anni, nuotano fieri come salmoni contro corrente, sin dalla loro prima pubblica “apparizione” diciotto anni fa, a Campo de’ Fiori a Roma, quando sotto l’austera statua di Giordano Bruno improvvisarono musica usando come palco il retro del loro camioncino, quello di cui sopra, un mitico Fiat 615 NI del ’56 che pare sbucato da un bianco e nero neorealista.

I Têtes lo hanno definito spesso “aria di scambio, zattera ambulante”, e con quello un paio di anni fa hanno pure deciso di girare l’Italia, portando parole-musica-emozioni in luoghi scomodi, piazze dove si sono consumate battaglie vere per il lavoro: da Mirafiori a Termini Imerese, dal porto di Genova a porto Marghera. Doveva essere un’idea, ma poi ci hanno trovato gusto e sempre più richieste sono pervenute in agenda, allungando il “tour” e spargendo la musica sino ai cancelli della cartiera dell’isola di Liri o alle cave abbandonate di Borgo Tossignano. Populisti in un’accezione vera.

Meno male però, perché la cosa più importante è che i Têtes sono bravi. Il 23 aprile esce un loro nuovo lavoro. Il disco si intitola “Goodbike” e questa volta al quattro ruote Fiat hanno preferito le gomme di una bicicletta, nel senso che tutto il disco è un inseguimento in sella, dal giro per l’Italia al Giro d’Italia. Undici canzoni che sono come una radiocronaca da una vecchia radio con la collaborazione di chi le cronache di uno sprint le ha fatte davvero: Gianni Mura che firma pure il testo di “Le bal des cols”, Marco Pastonesi della Gazzetta, Maurizio Crosetti di Repubblica, Claudio Ferretti, storica voce di “Tutto il calcio minuto per minuto”.  

Alla fine, dopo una musica ricca di spunti, dal rap e surrealismo di “Alfonsina e la bici” a ballate malinconiche come “La canzone del ciclista”, c’è pure un extra: un’intervista all’antropologo Marc Augé che sa quasi di trattato giornalistico. Non pensate ad accostamenti bizzarri, perché forse la più bella particolarità dei Têtes de Bois sta nel mescolare parole serie con la leggerezza della musica, nel fare arte con il motto “nessuna associazione è vietata”.

Bello solo a pensarci.

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Byrds e giovani easy riders

Martedì, Aprile 6th, 2010

Erano cinque ragazzi di LA, i Byrds. Cinque ragazzi con la testa piene di idee e la voglia i cambiare il mondo secondo il motto giovane della controcultura californiana dei loro anni. Amavano il folk e il rock, Dylan e i Beatles. Così, nell’estate 1964, quando sedettero in un cinema downtown per godersi “A hard day’s night”, il primo film in bianco e nero dei Fab di Liverpool, ebbero l’idea e capirono quale sarebbe stato il suono che li avrebbe portati dall’anonimato al successo.

Chiesero al loro manager di comprare una chitarra Rickenbacker 12 corde come quella che avevano visto tra le mani di George Harrison, e unendo il vibrato cristallino di quella con eleganti armonie e melodie visionarie, coniugarono, prima ancora della svolta elettrica di Bob Dylan, il folk all’energia del rock: Beatles + Dylan + Beach Boys + Chuck Berry. Questo narra la leggenda. Diventarono anche buoni amici dei Fantastici Quattro, che li stimavano e li accettarono alla loro corte durante il tour americano del 1965, tanto che quando i Beatles si presero un “day off” nell’agosto di quell’anno, Roger McGuinn e David Crosby furono tra gli invitati a un esclusivo party in una villa con piscina a Hollywood, assieme all’attore Peter Fonda, che ancora non era il famoso Capitan America di “Easy rider”.

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Sempre leggenda narra che in quel pomeriggio di sole californiano e groupies, la cricca radunatasi ai bordi della piscina sperimentò con LSD: uno dei primi viaggi dei Beatles e il momento in cui Fonda diede l’ispirazione per “She said she said”, il brano che un anno dopo John Lennon scrisse per “Revolver”, prendendo spunto dalla frase “I know what is like to be dead” (“So cosa vuol dire essere morto”) che l’attore, prima di essere cacciato da un Lennon evidentemente irritato da quel discorso durante una sbornia acida, continuava a ripetere ricordando un incidente motociclistico.
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Aneddoti che mi vengono in mente dopo aver rispolverato in questi giorni qualche disco dei Byrds. Non sono una band del XXI secolo e il loro sound, sentito con le orecchie di oggi, pare un po’ obsoleto. A volte, capita di ascoltare qualche loro storico brano in una nostalgica colonna sonora, come la romantica versione di “Turn! Turn! Turn!” di Peter Seeger. Ogni tanto esce un cofanetto celebrativo o una ristampa special di un loro album. Nulla di più. Conobbero luci e ombre nella loro carriera. Ma pubblicarono almeno tre/quattro album fondamentali: il primo, “Mr. Tambourine Man”, e poi “Fifth dimension”, “Younger than yestarday”, “Sweetheart of the rodeo”. Furono insomma un gran gruppo, sfortunatamente più volte dimenticati tra la lista delle leggende dei tempi. Il loro stile diede vita a un sound definito “jingle jungle”, con evidente omaggio al tintinnio della 12 corde. E con quel timbro hanno influenzato il suono del folk, del country e di decine di band a venire: grandi di ieri e di oggi, dagli Smiths ai R.E.M., giusto per citarne un paio diventati un culto per molti delle ultime generazioni. 

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