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Byrds e giovani easy riders

Erano cinque ragazzi di LA, i Byrds. Cinque ragazzi con la testa piene di idee e la voglia i cambiare il mondo secondo il motto giovane della controcultura californiana dei loro anni. Amavano il folk e il rock, Dylan e i Beatles. Così, nell’estate 1964, quando sedettero in un cinema downtown per godersi “A hard day’s night”, il primo film in bianco e nero dei Fab di Liverpool, ebbero l’idea e capirono quale sarebbe stato il suono che li avrebbe portati dall’anonimato al successo.

Chiesero al loro manager di comprare una chitarra Rickenbacker 12 corde come quella che avevano visto tra le mani di George Harrison, e unendo il vibrato cristallino di quella con eleganti armonie e melodie visionarie, coniugarono, prima ancora della svolta elettrica di Bob Dylan, il folk all’energia del rock: Beatles + Dylan + Beach Boys + Chuck Berry. Questo narra la leggenda. Diventarono anche buoni amici dei Fantastici Quattro, che li stimavano e li accettarono alla loro corte durante il tour americano del 1965, tanto che quando i Beatles si presero un “day off” nell’agosto di quell’anno, Roger McGuinn e David Crosby furono tra gli invitati a un esclusivo party in una villa con piscina a Hollywood, assieme all’attore Peter Fonda, che ancora non era il famoso Capitan America di “Easy rider”.

Sempre leggenda narra che in quel pomeriggio di sole californiano e groupies, la cricca radunatasi ai bordi della piscina sperimentò con LSD: uno dei primi viaggi dei Beatles e il momento in cui Fonda diede l’ispirazione per “She said she said”, il brano che un anno dopo John Lennon scrisse per “Revolver”, prendendo spunto dalla frase “I know what is like to be dead” (“So cosa vuol dire essere morto”) che l’attore, prima di essere cacciato da un Lennon evidentemente irritato da quel discorso durante una sbornia acida, continuava a ripetere ricordando un incidente motociclistico.
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Aneddoti che mi vengono in mente dopo aver rispolverato in questi giorni qualche disco dei Byrds. Non sono una band del XXI secolo e il loro sound, sentito con le orecchie di oggi, pare un po’ obsoleto. A volte, capita di ascoltare qualche loro storico brano in una nostalgica colonna sonora, come la romantica versione di “Turn! Turn! Turn!” di Peter Seeger. Ogni tanto esce un cofanetto celebrativo o una ristampa special di un loro album. Nulla di più. Conobbero luci e ombre nella loro carriera. Ma pubblicarono almeno tre/quattro album fondamentali: il primo, “Mr. Tambourine Man”, e poi “Fifth dimension”, “Younger than yestarday”, “Sweetheart of the rodeo”. Furono insomma un gran gruppo, sfortunatamente più volte dimenticati tra la lista delle leggende dei tempi. Il loro stile diede vita a un sound definito “jingle jungle”, con evidente omaggio al tintinnio della 12 corde. E con quel timbro hanno influenzato il suono del folk, del country e di decine di band a venire: grandi di ieri e di oggi, dagli Smiths ai R.E.M., giusto per citarne un paio diventati un culto per molti delle ultime generazioni. 

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