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Bentornati Gorillaz

Marzo 2nd, 2010 in Reports by Massimiliano Leva

E’ tornato Damon Albarn con la sua migliore creatura, i Gorillaz. Lo ammetto, sono un fan di questa musica e del suo autore. Mi piacevano i primi Blur, imberbi e impertinenti. Ho trovato piacevoli anche alcune pagine del loro repertorio più paraculo e sdolcinato ai tempi della saga britpop; e mi sono innamorato di certi dischi tipo “13”, dove lampi e fantasia di Albarn cominciavano a prendere il sopravvento.

Sono stato fortunato. Ho speso bene il mio tempo e i miei soldi, dando fiducia a questo giovanotto. Quando i fratelli Gallagher giocavano a fare gli hooligans, scolandosi pinte di birra e scommettendo di essere sempre i migliori, Damon Albarn prendeva altre strade, investiva sul suo talento e sulla sua curiosità, guardava altrove, oltre le classifiche e il pub dietro l’angolo per andare a cercare ispirazione chissà dove.

“Think tank”, l’ultimo (per ora) capitolo dei Blur, con quel bellissimo singolo che era “Out of time”, e “Mali music”, l’album etnico del prode Albarn, giurerei che sono stati la scintilla per voltare pagina e trovare l’alter ego a cartoni animati dei Gorillaz.

“Mio padre era un tecnico dei Soft Machine”, mi ha raccontato una volta Albarn in persona, quando qualche anno fa lo incontrai in un hotel di Milano insieme a Paul Simonon dei Clash e Simon Tong dei Verve, in uno di quei giorni che per un appassionato mai si possono scordare.

All’epoca, Albarn maneggiava quell’altro suo strano progetto, The Good The Bad & The Queen, e con quell’aneddoto mi lasciò forse intendere che tanta sua imprevedibile creatività affondava probabilmente le radici nelle frequentazioni musicali paterne. Disse anche che i Gorillaz erano finiti. “No way!”. Ci ha ripensato, si è preso un po’ di nostalgia o magari Albarn è fatto così – in effetti quel pomeriggio pareva lo avessero preso di forza e messo lì, a parlare di sé e dei suoi progetti a suon di legnate.

Come per i dischi precedenti, è tutto un mondo fantastico e in technicolor quello di “Plastic beach”, con l’idea di partenza di questa isola persa tra le onde e fatta di plastica, monnezza, scarti, rifiuti, scorie dal pianeta terra, che conoscendo bene l’animo umano del nostro Albarn è pure una metafora per certe storture di questa nostra civiltà che a lui piacciono così poco.

Un rifugio (http://gorillaz.com/plasticbeach) dove bene & male, freak & alieni, virtuale & reale si fondono come in una nuova arca di Noé, dando vita ad altrettanti mostri, quasi ci trovassimo nel laboratorio di un novello dottor Frankestein.

Scrivo mentre ascolto e da invasato come sono mi aspetto sempre la scintilla dietro ogni disco che passo ai raggi X. Umilmente ringrazio. A caldo giurerei che non è un disco facile, ma nessun parto dei Gorillaz lo è mai stato. Sicuramente meno claustrofobico, inquieto e martellante di “Demon days”, che è il mio preferito.

Le uguaglianze con quel disco si vedono semmai nella pletora di ospiti: “with a little help from” Lou Reed, Mark E. Smith, Bobby Womack, De La Soul, il solito Simonon e Mick Jones, Snoop Dog e la Hypnotic Brass Ensemble, che per due terzi è formata da figli di Phil Cohran, che fu trombettista alla corte di Sun Ra. E poi ci sono altre similitudini nella girandola di hip hop, elettronica, pop, soul e riverberi di anni Ottanta/Novanta. Tutto levigato con quel piglio ludico che fa tanto divertente l’ascolto.

Anche se sotto la mano leggera si nasconde ogni tanto qualcosa di inquietante, come in “White flag”, registrata a Beirut, nel marzo 2009. Così spiega la genesi del brano Murdoc Nicalls, il bassista della combriccola, quello con zazzera nera e sigaretta sempre tra le labbra: “sopra di noi i caccia da guerra israeliani sorvolavano da almeno un mese e se riuscivano a volare davvero bassi e nello stesso tempo a essere veloci a sufficienza, l’effetto sonico dei jet faceva vibrare tutte le finestre della città”.

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Alta-Mente
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