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Intervista a Pat Metheny

Marzo 15th, 2010 in Reports by Massimiliano Leva

Pat Metheny è in giro per i nostri teatri – stasera è allo Smeraldo di Milano, domani al Saschall di Firenze, mercoledì all’Auditorium Parco della Musica di Roma, giovedì al PalaPartenope di Napoli, venerdì al Team di Bari, domenica al Politeama di Palermo e lunedì al Metropolitan di Catania.

 

Sa suonare la chitarra meglio di tutti da molti anni, ma non è in concerto per mostrare vorticosi giri di accordi accompagnato dal suo trio. Questa volta ha deciso di fare da solo, mettendosi a capo di un’orchestra – fiati, percussioni, tastiere – che dirigerà e suonerà attraverso comandi e software collegati alla sua sei corde e al suo plettro. Metheny one man band, insomma. Come nel suo ultimo disco “Orchestrion”, che di fatti dà il nome anche al tour.

 

Come è nata l’idea di questo disco?

“Da un sogno che mi porto dentro dall’infanzia. Quando facevo visita a mio nonno materno, Delmar Bjorn Hansen, un grande musicista, ero solito passare ore assieme ai miei cugini a giocare con un piano meccanico vecchio di cinquant’anni che il nonno teneva in cantina. Nel corso degli anni quel sogno non mi ha mai abbandonato. Ma l’ho tenuto in un angolo della mente perché la tecnologia non mi permetteva ancora di realizzarlo. Poi mi è capitato di conoscere degli ingegneri che facevano al caso mio, ho cercato gli strumenti che avrei voluto farmi costruire e scelto le persone giuste. Una di queste si chiama Eric Siger. E’ stato lui a realizzare la strumentazione che ho usato nel disco e che porterò anche sul palco”.

 

E’ meglio suonare solo o con una orchestra di veri musicisti?

“E’ semplicemente diverso e la differenza sostanziale sta nella possibilità di controllo di quello che succede sul palco. Paradossalmente è più facile mantenere il controllo quasi totale quando si interagisce con musicisti in carne e ossa – spesso basta un’occhiata per intendersi – che suonando delle macchine. Non puoi mai sapere come le macchine risponderanno ai tuoi comandi e possono anche guastarsi”.

 

Come riesce a suonare tutti gli strumenti contemporaneamente?

“Se lo dicessi toglierei al pubblico la sorpresa. Comunque durante il concerto farò anche alcune improvvisazioni o composizioni istantanee che mi permetteranno di far capire al pubblico come funziona “Orchestrion”. Gli strumenti sono davvero molti e con un suono fantastico: pianoforte, tastiera, vibrafono, marimba, glockenspiel, batteria, organi pneumatici, chitarre, basso e svariate percussioni”.

 

Cosa comprende la scaletta dal vivo?

“Alcuni mie classici, tutto il nuovo cd e alcune improvvisazioni”.

 

Con “Orchestrion” rinuncia al suo famoso trio?

“Questo progetto è solo una stanza in più nell’edificio musicale che ho cominciato a costruire quando ho iniziato a suonare. Penso che nessuno, aggiungendo una stanza alla propria casa, demolisca tutte le altre. Continuerò sia con il trio che con tutte le altre idee interessanti che mi si presenteranno”

 

Ha cominciato suonando la tromba. Perché è passato alla chitarra?

“Ho iniziato con la tromba perché è uno strumento meraviglioso e perché mio fratello maggiore è un ottimo trombettista. E poi uno dei musicisti che più amo è Miles Davis. Ma sono passato alla chitarra quando ho capito che non sarei mai diventato un buon trombettista. Suonavo davvero male”.

 

Qual è il fascino per lei della chitarra?

“Faccio parte della generazione cresciuta negli anni Settanta del rock. Allora la chitarra era lo strumento più in voga e anch’io, come la maggior parte dei ragazzini a quei tempi, ne ho subito il fascino. Ma quando ho cominciato a studiarla ho capito che oltre al rock la chitarra ha avuto un grande ruolo pure nel jazz. Così, mi sono ispirato a grandi maestri come Wes Montgomery e Jim Hall. Per il resto non sono un fanatico dello strumento e non ho, a differenza di quanto molti credono, una collezione di chitarre. Quelle che possiedo sono quelle che suono”.

 

Dopo oltre trent’anni di carriera, quali sono sempre i suoi idoli?

“Direi Louis Armstrong, Charlie Parker, Miles Davis, John Coltrane e i Beatles”.

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La domenica di Bluto Blutarsky

Marzo 14th, 2010 in Reports by Massimiliano Leva

Era quanto di meno raccomandabile. Per dirla con una definizione del leggendario Hunter S. Thompson, “era un po’ un mostro, ma era il nostro mostro”. John Belushi ha lasciato un vuoto e forse anche qualche “erede”: probabilmente il Jim Carrey di “Ace Ventura”, Quentin Tarantino e qualche suo personaggio, magari Robin Williams. Gente portata ad attirare catastrofi. Era un comico dell’assurdo. Un fuoriposto. Grottesco. Fantastico. Geniale. Mai allineato.

 

“Animal House” era un progetto modesto a Hollywood quando Sean Daniels mi chiese di svilupparlo. Lessi il copione e mi piacque, ma lo studio mi disse: ‘niente film se non c’è quel tipo di nome Belushi nella parte di Bluto Blutarsky’. Volai a New York e combinai un incontro con Belushi all’Hotel Drake. Venne nella mia camera, ordinò dieci cocktail di gamberetti, venti birre e dieci Perrier. Gli dissi che Bluto sarebbe stato sullo schermo meno tempo degli altri personaggi e che avrebbe avuto l’ultimo dialogo. Alla fin fine, il film sarebbe stato ideato per le entrate e le uscite di Bluto. John propose alcune idee. Io dissi di no a tutte, pensando in quel momento che stavo perdendo la mia star e il mio film.

‘No?’, disse.

‘No’, risposi.

‘Va bene’, mi disse. ‘Stavo solo mettendoti alla prova. Farò il film’.

Si alzò e se ne andò, e a quel punto, ovviamente, arrivò tutto quello che aveva ordinato da mangiare e da bere”.

 

John Landis

 

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Vietato mettere la retro

Marzo 11th, 2010 in Reports by Massimiliano Leva

Spiegazione di Yoko Ono: “l’ho fatto non per soldi, ma per tenere viva l’immagine di John”. Lennon si farà delle gran risate.

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Le scarpe di Bowie

Marzo 10th, 2010 in Reports by Massimiliano Leva

Ho rivisto di recente “Basquiat”, film del 1996 sulla vita di Jean Michel Basquiat, per la regia di Julian Schnabel. Un cast di attori famosi e David Bowie nella parte di Andy Warhol, che fu mentore di JMB. Bowie fu sempre ossessionato dalla figura di Warhol, al punto che nel 1971 gli ha dedicato un brano in “Hunky dory” e più volte ha citato il padre della Pop Art nei suoi testi. “Se volete sapere tutto di me, limitatevi a guardare la superficie dei miei quadri e dei miei film: io sono tutto lì. Non c’è niente altro dietro”, era la frase di Warhol che tanto piaceva a Bowie in quel periodo.

 

 
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Bowie e Warhol si incontrarono nel settembre 1971, mentre David era a New York con la moglie Angie per firmare un nuovo contratto con la CBS. Ne approfittò per fargli visita alla Factory e fargli ascoltare il brano appena scritto e a lui dedicato. Chi conobbe Warhol racconta che il maestro era di poche parole; preferiva che fossero gli altri a stupirlo. Pare che la canzone a lui dedicata non gli piacque. Bowie cominciò allora a improvvisare qualche scena a effetto, ma alla fine a colpire la fantasia di Warhol furono le scarpe che David indossava: un paio di zeppe giallo canarino con la punta arrotondata che gli erano state regalate da Marc Bolan. “Arrivederci David, hai delle scarpe bellissime”, gli disse Warhol, dopo aver scattato qualche foto.

 

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Il rapporto tra i due non ebbe mai modo di diventare profonda amicizia. Bowie rimase sempre affascinato da Warhol e con il ruolo nel film di Schnabel rese finalmente vero omaggio al suo idolo.    

Electric Jimi Land

Marzo 8th, 2010 in Reports by Massimiliano Leva

Jimi Hendrix mi ha fatto conoscere molta musica, dalla sua chitarra sono sempre arrivate buone vibrazioni e le sue canzoni sono tuttora un ottimo viatico. Mi pareva ingiusto non dedicargli qualche riga, visto che in questi giorni torna a galla il suo nome con un nuovo disco, “Valley of Neptune”, che non dice molto più di quello che già si sapeva, ma che è certamente manna per gli appassionati – semmai dovessi consigliare un disco di Hendrix direi ovviamente “Electric ladyland”, ascoltato quel capolavoro, ci si può immergere nelle sue note con la consapevolezza di aver conosciuto uno dei grandi del rock, in assoluto, un genio che tuttora non ha eguali.

C’e un brano in “Valley of Neptune” che vale forse più di altri. E’ “Hear my train a coming”, una delle rare occasioni con Hendrix alla chitarra acustica. Blues del Delta, selvatico, ispido, dolce, amaro: ossimoro per un genere che aveva in lui uno dei suoi migliori seguaci.

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E poi c’è “Voodoo chile (slight return)”, un classico di Hendrix da “Electric ladyland”, nell’originale e con una cover firmata da Stevie Ray Vaughan. Buon ascolto!

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Il folk di Andrew Vladeck

Marzo 5th, 2010 in Reports by Massimiliano Leva

I cantautori sono cantautori, dice chi se ne intende più di me. Fanno buona musica, scrivono belle canzoni e a loro la nobile arte di respirare l’aria e i nostri sentimenti&desideri più profondi per trasfonderli in musica, specchio dei tempi.

 

Così, mi capita sotto mano questo nuovo disco, “The wheel”, di Andrew Vladeck. Una musicista che sa farsi ascoltare, un album con un gusto retrò e una passione per certi grandi maestri americani – Johnny Cash, il Neil Young di “On the beach”, il vecchio Dylan di “Bringin’ it all back home”, Springsteen e le sue Seeger session – mescolati con altre finezze anni Settanta come gli Steely Dan. Insomma, un romantico abbecedario che non aggiunge o toglie nulla, ma che non è niente male.   

 

Vladeck è un giovanotto cresciuto nella Grande Mela con la testa e le orecchie imbevute in sogni di musica folk country, che con l’imporsi verso l’esterno dell’odierna scena alternativa di laggiù è riuscito a trovare il modo di far sentire anche i suoi giri d’accordi e parole.

 

Questo è il suo terzo lavoro. Non conosco i precedenti. Mi limito quindi a ciò che ascolto, con generose chitarre acustiche, banjo, percussioni e poco altro (less is more) ad accompagnare un pugno di canzoni, con la voglia di tornare al passato senza troppa retorica né nostalgia. Il pezzo migliore del lotto è la finale “21st century”, dove il nostro si lascia andare a un fiotto di malinconia, voce strisciante e chitarre miagolanti, con l’ombra di Mister Dylan a un passo da lui.

 

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Bentornati Gorillaz

Marzo 2nd, 2010 in Reports by Massimiliano Leva

E’ tornato Damon Albarn con la sua migliore creatura, i Gorillaz. Lo ammetto, sono un fan di questa musica e del suo autore. Mi piacevano i primi Blur, imberbi e impertinenti. Ho trovato piacevoli anche alcune pagine del loro repertorio più paraculo e sdolcinato ai tempi della saga britpop; e mi sono innamorato di certi dischi tipo “13”, dove lampi e fantasia di Albarn cominciavano a prendere il sopravvento.

Sono stato fortunato. Ho speso bene il mio tempo e i miei soldi, dando fiducia a questo giovanotto. Quando i fratelli Gallagher giocavano a fare gli hooligans, scolandosi pinte di birra e scommettendo di essere sempre i migliori, Damon Albarn prendeva altre strade, investiva sul suo talento e sulla sua curiosità, guardava altrove, oltre le classifiche e il pub dietro l’angolo per andare a cercare ispirazione chissà dove.

“Think tank”, l’ultimo (per ora) capitolo dei Blur, con quel bellissimo singolo che era “Out of time”, e “Mali music”, l’album etnico del prode Albarn, giurerei che sono stati la scintilla per voltare pagina e trovare l’alter ego a cartoni animati dei Gorillaz.

“Mio padre era un tecnico dei Soft Machine”, mi ha raccontato una volta Albarn in persona, quando qualche anno fa lo incontrai in un hotel di Milano insieme a Paul Simonon dei Clash e Simon Tong dei Verve, in uno di quei giorni che per un appassionato mai si possono scordare.

All’epoca, Albarn maneggiava quell’altro suo strano progetto, The Good The Bad & The Queen, e con quell’aneddoto mi lasciò forse intendere che tanta sua imprevedibile creatività affondava probabilmente le radici nelle frequentazioni musicali paterne. Disse anche che i Gorillaz erano finiti. “No way!”. Ci ha ripensato, si è preso un po’ di nostalgia o magari Albarn è fatto così – in effetti quel pomeriggio pareva lo avessero preso di forza e messo lì, a parlare di sé e dei suoi progetti a suon di legnate.

Come per i dischi precedenti, è tutto un mondo fantastico e in technicolor quello di “Plastic beach”, con l’idea di partenza di questa isola persa tra le onde e fatta di plastica, monnezza, scarti, rifiuti, scorie dal pianeta terra, che conoscendo bene l’animo umano del nostro Albarn è pure una metafora per certe storture di questa nostra civiltà che a lui piacciono così poco.

Un rifugio (http://gorillaz.com/plasticbeach) dove bene & male, freak & alieni, virtuale & reale si fondono come in una nuova arca di Noé, dando vita ad altrettanti mostri, quasi ci trovassimo nel laboratorio di un novello dottor Frankestein.

Scrivo mentre ascolto e da invasato come sono mi aspetto sempre la scintilla dietro ogni disco che passo ai raggi X. Umilmente ringrazio. A caldo giurerei che non è un disco facile, ma nessun parto dei Gorillaz lo è mai stato. Sicuramente meno claustrofobico, inquieto e martellante di “Demon days”, che è il mio preferito.

Le uguaglianze con quel disco si vedono semmai nella pletora di ospiti: “with a little help from” Lou Reed, Mark E. Smith, Bobby Womack, De La Soul, il solito Simonon e Mick Jones, Snoop Dog e la Hypnotic Brass Ensemble, che per due terzi è formata da figli di Phil Cohran, che fu trombettista alla corte di Sun Ra. E poi ci sono altre similitudini nella girandola di hip hop, elettronica, pop, soul e riverberi di anni Ottanta/Novanta. Tutto levigato con quel piglio ludico che fa tanto divertente l’ascolto.

Anche se sotto la mano leggera si nasconde ogni tanto qualcosa di inquietante, come in “White flag”, registrata a Beirut, nel marzo 2009. Così spiega la genesi del brano Murdoc Nicalls, il bassista della combriccola, quello con zazzera nera e sigaretta sempre tra le labbra: “sopra di noi i caccia da guerra israeliani sorvolavano da almeno un mese e se riuscivano a volare davvero bassi e nello stesso tempo a essere veloci a sufficienza, l’effetto sonico dei jet faceva vibrare tutte le finestre della città”.

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Visioni musicali

Marzo 1st, 2010 in Reports by Massimiliano Leva

Mi piace la musica psichedelica, le atmosfere, le sensazioni che spesso evoca. Ammetto che mi capita di ascoltare volentieri più volte lo stesso disco, come un infinito loop. E’ un vizio che ho da anni, da quando più giovane scoprii certe canzoni. Ricordo per esempio la prima volta che, tempo e tempo fa, a una festa estiva a casa di un’amica di Roma di cui ho perso tracce ed esistenza, ascoltai per la prima volta Syd Barrett; o quando sentii alla radio “Setting sun” dei Chemical Brothers, praticamente un omaggio alla batteria di “Tomorrow never knows”, uno dei capolavori del rock psichedelico scritto trent’anni prima. Una canzone che i “fratelli chimici” sceglievano come apripista per i loro concerti, quasi a dire: “ecco, la nostra musica è un flusso continuo, un viaggio sensazionale, un ponte tra ieri e oggi”. Fondamentalmente, l’accezione che intendo per musica psichedelica sta, più che in uno schema predefinito, in una continua ricerca di suoni e sensazioni fuori dai generi. Ciò che conta è il messaggio. Per questo è uno stile che più del rock, classico o in tutte le sue derivazioni, continua a rinnovarsi attraverso vari linguaggi: dalla psichedelia anni Sessanta all’ambient di Brian Eno al post rock dei Radiohead o Sigur Ros all’elettronica visionaria di Royksopp o Animal Collective.

Ci sarebbero tanti e tanti altri da citare. Ma il concetto è chiaro. Se provate ad ascoltare in sequenza i video qui sotto, scoprirete che nonostante le differenze sempre di musica visionaria si tratta.

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Scegli la strada giusta

Ffebbraio 25th, 2010 in Reports by Massimiliano Leva

Happy end. Un felice finale.

Abbey Road è la parolina magica che fa sussultare da oltre quarant’anni il cuore a tutti o quasi tutti gli appassionati rock: a ogni latitudine, di ogni lingua o religione. Per ciascun mattone di quell’edificio all’estremo nord di Londra, tutto sommato abbastanza anonimo, se non per i murales lasciati dal pellegrinaggio dei fan che ricordano anche al più smemorato dei londinesi ciò che lì puntualmente accade, si potrebbe raccontare una storia.

Tanti anni fa, il 12 novembre 1931, in questa casetta bianca, la Gramaphone Company Limited inaugurò i suoi studi di registrazione con una performance della London Symphony Orchestra diretta da Sir Edward Elgar. A quel tempo, ad Abbey Road non c’era nulla di quello che c’è oggi.

L’edificio che tuttora accoglie gli studi della Emi e che il governo britannico trasformerà in monumento nazionale (happy end…), venne costruito nel 1830. Il primo inquilino fu un certo Cook, un ciabattino arricchito, narra la leggenda. Vi abitò per 24 anni. Nel 1924, dopo vari passaggi di proprietà, la casa venne convertita in un condominio di tredici appartamenti. Il primo ad abitare, a quanto pare, fu un gentiluomo scozzese sordo quanto una campana.

Il 16 settembre 1944, Glenn Miller duettò con Dinah Shore. Dieci anni dopo, Eddie Calvert vi scrisse la sua prima canzone arrivata in classifica. Altri nove anni e con i Beatles l’edificio divenne la tana del beat inglese. In poco tempo, a varcare la soglia furono Gerry & The Pacemakers, Hollies, Manfred Mann, Billy J. Kramer, Bobby Shafto e un giovanissimo (e sconosciuto) Rod Stewart.

Nel marzo 1967, durante la registrazione di “Sgt Pepper”, il tecnico del suono Norman Smith accompagnò i suoi nuovi pupilli, che ad Abbey Road stavano incidendo il loro primo disco, a incontrare nella stanza accanto i Favolosi Quattro. Secondo Smith, l’incontro tra i Pink Floyd e i Beatles fu “piuttosto freddino” anche se tutti furono gentili con tutti.

Io visitai Abbey Road nell’estate 1996. D’estate Abbey Road si spopola. Aspettai settimane prima di “scegliere” il momento giusto. L’ora giusta cadde in un tardo pomeriggio di inizio settembre. Le macchine erano parcheggiate comodamente tra gli alberi. La strada taglia a nord, con una leggera curva. Regent’s Park non è molto lontano. E le case lungo la via parevano somigliarsi tutte. Tutte tranne quel piccolo edificio, con mille graffiti e una targa sopra una piccola porta per avvisare che quelli sono gli “studi Emi”, caso mai qualcuno se lo scordasse.

Cercai di oltrepassare la soglia, ma venni prontamente allontanato. Mi accontentai di attraversare le famose strisce. Adesso che gli studi non saranno più venduti e magari un giorno qualcuno ci farà un museo, forse potremo finalmente entrarci tutti sborsando solo un piccolo obolo.

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Alta-Mente
Sound needs vision