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Welcome to Tupelo, Piemonte

Aprile 21st, 2010 in recensioni by Andrea Valentini

Tupelo – Little by Little/Vortex (7″, Vinza, 1993)

C’è un posto, che non starò a nominare, dove con una mezz’ora di tempo fra le mani e una quindicina d’euro in tasca, è possibile assistere a minuscoli miracoli del rock’n'roll. Minuscoli perché sono piuttosto piccoli anche di dimensione (sette pollici di diametro), sottili, spesso contenuti in copertine di carta ingiallita e fotocopiata. E con 5 euro l’uno ci si toglie la paura, oltre che lo sfizio. Trovatemelo voi un miracolo a 5 euro, intanto, se siete capaci.

In uno dei miei raid settimanali mi sono trovato in mano, tra le altre cose, questo manufatto oramai quasi mistico. Già: la primissima prova dei Tupelo di Stiv Livraghi  (R.I.P.), in forma di 45 giri autoprodotto in edizione di 500 copie (la mia è la 356, stando al numero scritto in pennarello rosso sull’angolo sinistro del retro)  risalente al 1993 – che fino a un minuto fa mi pareva l’altro ieri, ma il 1993 era 17 anni orsono. Cazzo.
Un 7″ che solo a guardarlo ti racconta tantissimo; a partire dalla grafica, coi caratteri impressi da una stampante ad aghi, la cornicetta nera fatta inequivocabilmente con china e righello, il centrino del disco con due adesivi applicati successivamente. Già, erano “quei” tempi, in cui ci si arrangiava e – in media – si badava un po’ di più alla sostanza. E poco importava se la china aveva sbavato o se le scritte sembravano ritagliate da un modulo del Comune di Castellazzo Bormida, perché quello che contava era la musica. E basta.

Ok, finita la tirata da vecchio cretino, passiamo al disco.
Due brani due, nella tradizione classica del singolo vinilico, velocità 45 giri – già questo è un segnale preciso e forte, se contestualizzato nei Novanta, quando il 7″ era una succursale sfigata del 12″ e si tendeva a metterci dentro più pezzi possibile, facendo girare il tutto a 33 rpm.
Suoni spigolosi, ma nitidi e puliti: lucidi, taglienti, con appena un velo di noise e feedback – elementi che emergeranno maggiormente poco dopo, tanto da divenire una componente fondante del Tupelo-sound. Questi due brani sono, piuttosto, limpidi esempi di blues miasmatico che incontra la schizofrenia del punk e del rock maledetto, ma tende a mantenere orgogliosamente la propria personalità. Quello che ne scaturisce è un mix letale, ma nitido. Si respira più l’aria mortifera del deserto, chiara e secca, piuttosto che quella – che pur arriverà nei loro lavori – dei vicoli più vomitevoli dell’inferno.

Queste erano le Origini (maiuscolo). Da qui nacque tutto; peccato che sia durato poco e che qualcuno non sia più nemmeno qui a raccontarlo. Per citare Franco Lys Dimauro, questo era un gruppo “impastato nelle paludi dello swamp blues più blasfemo ed imbevuto nell’inchiostro che vergò le pagine più decadenti del rock australiano (Beasts of Bourbon, Scientists, Birthday Party, Bad Seeds, Crime and the City Solution), il suono dei Tupelo era pura vertigine NOIR”. Già…

Discografia:

Little by Little/Vortex (7″, Vinza, 1993)
Soundtrack for Liquors
(MCD, Vacation House, 1995)
You Doo Right (7″ allegato alla fanzine Urlo)
An Easy Truth (7″ split con Strawberry Park, Vinza, 1995)
In the Fog (CD, Vacation House, 1996)

[Chiedo venia a chi legge e alla band, per la foto indegna della copertina, presa col cellulare in una serata di scazzo]

[Originariamente su Black Milk]

Please meet the Astrophonix

Aprile 20th, 2010 in recensioni by Andrea Valentini

Astrophonix – Mental Interference (Area Pirata, 2010)

Che botta. Un po’ come quando stai giocando svogliatamente con il gatto – sì, ok, mordi il dito, ma non rompere le balle – e all’improvviso la bestiaccia satanica ti salta in faccia mollandoti un doppio ceffone con le zampe davanti e le unghie fuori. Tu resti lì imbambolato per un paio di secondi, poi senti il male e bestemmi… ma la svogliataggine t’è passata e ti metti anche a ridere di gusto.

Ecco, questo cd degli Astrophonix targato Area Pirata mi ha fatto un effetto molto simile. I primi tre brani mi dicevano poco, tipo rockabilly un po’ punk e un po’ hard rock melodico, ben fatto, ma con poca anima. E invece che errore… e che botta in piena faccia.

E’ vero, ci sono il rockabilly (tanto!), il punk e il rock duro in questo Mental Interference, ma sono miscelati in maniera molto personale, tanto da rendere freschi anche tre generi che – in un modo o nell’altro – sono tradizionalmente prigionieri dei propri stilemi. Meravigliosi stilemi, se dosati a puntino, ma pur sempre facili a cadere nel reame dell’autocitazione e del loop eterno.

Con gli Astrophonix (guidati dal chitarrista-prodigio Simone Di Maggio, che qualcuno avrà sentito anche nei Di Maggio Bros e/o in veste solista) il senso di dejà vu è sopraffatto, appunto, dall’impeto e dall’originalità dei brani. In particolare gli episodi più cupi e scuri (come “No reputation School Guy”, “Nobody” e “Sweet Cruelty”, tanto per citare qualche titolo) funzionano alla grandissima, regalando un feeling che evoca a tratti i Misfits più ispirati (periodo pre-Walk Among Us, piuttosto ben immortalato in Legacy of Brutality)… e solo per questo dovreste procurarvi il disco, senza se e senza ma.

Insomma, il gruppo viaggia – e benissimo – in tutti e 13 gli episodi (cover di “Back in Black” inclusa), anche se suona leggermente troppo standard nei pezzi più tradizionalmente rock’n'roll/rockabilly, dando invece il 110% in quelli con incursioni in altri lidi. Forse anche un filo di “zozzeria” in più nella registrazione avrebbe aiutato, ma son dettagli da rompipalle. Gli Astrophonix spaccano senza ombra di dubbio e voi vi farete un favore regalandovi il cd.

[Originariamente su Black Milk]

Testimoni di Giöbia

Aprile 18th, 2010 in recensioni by Andrea Valentini

Giöbia – Hard Stories (Jestrai/Area Pirata, 2010)

Durissimo trovare un attacco non troppo scontato per parlare di questi Giöbia, da Milano (zona Navigli, come tengono a precisare nel loro MySpace). Diciamo che sono, forse, una delle band più interessanti che io abbia sentito da anni, a livello di garage e derivati e insomma… scusate  se è poco.

I Giöbia sono di ispirazione indiscutibilmente Sixties-garage, ok. Quindi pensate a ciò che questo concetto vi fa immediatamente venire in mente: così avrete visualizzato l’esatto opposto di quanto potete aspettarvi da Hard Stories.
Esatto: niente organetti con le solite tre linee da Famiglia Addams, niente giri in la-sol-do-re, niente cantati da finto teenager del Midwest de noantri che per una copia di Le Ore ammazzerebbe la famiglia (nonna paralitica compresa), niente canzoni che sembrano cover ma sono solo scopiazzate o uguali ad altre di 40 anni fa… insomma, si è capita l’antifona?

Quello che troverete invece, in questo cd, è una massiccia dose di Sixties garage allucinato e minaccioso; l’immagine che mi sovviene, per tentare di descrivervi il sound, è una sorta di demenziale ibrido tra gli episodi più psichedelici degli Stones, i Count Five migliori, intermezzi che ricordano un album dei Morlocks suonato a 16 rpm anzichè a 33, una jam session tra Roky Erickson e Brian Jones e – vogliamo esagerare? Sì – sprazzi dei Brian Jonestown Massacre più vintage e drogati.

Grande band, grande disco. Spero di vederli presto dal vivo. Voi, intanto, comprate il cd… male non vi farà.

[Originariamente su Black Milk]

The Kill City Files

Aprile 17th, 2010 in Uncategorized by Andrea Valentini

[Originariamente pubblicato su Black Milk]
Immaginate di ficcare un braccio, giù fino al gomito, in una cassapanca zozza, polverosa e scura. Fa un po’ paura, in effetti, ma l’eccitazione di non sapere cosa si tirerà su ha il sopravvento. Stringete il pugno e alzate il braccio. Tra le dita serrate vedete spuntare degli oggetti familiari, che apparentemente non hanno moltissimo senso, messi assieme. C’è il 1977, il logo della Bomp! Records, un camice da degenza ingiallito, un Iggy Pop dallo sguardo vitreo e un James Williamson disintossicato.
Invece c’è una logica in tutto questo. Ed è quella che sta dietro alla genesi di uno degli album meno citati, ma forse più seminali, della storia del Rock – ovviamente il Rock come sappiamo noi: quello che ti segna come una stigmata infernale… mica Bon Jovi.

Per chi ancora non l’avesse intuito, questa è la storia di Kill City, un LP che molti non conoscono nemmeno per sentito dire e che – invece – andrebbe piazzato lassù, nell’Olimpo dei dischi fondamentali.
Come dicono i Turbonegro in “What is Rock” (da Retox): “What is rock? Historians keep nagging about Fun House but me? I think Kill City’s where it’s at” – un’affermazione di sicuro provocatoria, ma vicina alla realtà. Perché Kill City, nonostante le differenze, sta tranquillamente sullo stesso gradino dell’immenso Fun House. Sono solo due tipi diversi di dannazione. Ma la sostanza è la stessa. Quella di cui sono fatti i sogni più fottuti.

In the beginning…

Questa dunque è la storia di Kill City. E ancora una volta, come la regola vuole per ogni evento in cui Iggy Pop e i suoi compari sono stati coinvolti tra la fine degli anni Sessanta e la fine degli Ottanta, è una storia per stomaci forti e senza un briciolo di pietà.

Tutto inizia con lo scioglimento degli Stooges nel febbraio del 1974. La band si divide sostanzialmente in due nuclei: Ron Asheton da una parte, Iggy e James Williamson dall’altra. Tutti e tre restano a Los Angeles e tentano di rimettere in piedi nuovi progetti musicali, ma senza fortuna – gli altri si allontanano, occupati in altre faccende o semplicemente allo sbando.
Per Ron i New Order si risolvono in un’eterna promessa mai mantenuta , ma anche gli esperimenti di Iggy e James con Ray Manzarek dei Doors non si concludono meglio. In poche parole: tutto va male a tutti. Gli ex Stooges sono ridotti a mendicare cibo, droga, birra e concerti – il tutto in una Los Angeles ormai poco ospitale per dei rocker come loro.

Il colpo finale giunge con la notizia della scomparsa di Dave Alexander (detto Zander), il bassista originale degli Stooges, che muore il 10 febbraio 1975.
Ron Asheton: “[Zander] Beveva troppo e il suo pancreas si è infiammato. È andato all’ospedale con sintomi blandi, ma il suo sistema immunitario era a terra e così è morto di polmonite. In quel periodo stavo mettendo insieme i New Order e ho saputo la cosa da Jim [Iggy Pop]. Non sono riuscito ad andare al funerale perché ero completamente senza soldi. Eravamo inseparabili…”.

Nonostante Iggy accolga questo lutto con la celeberrima e strafottente frase “Zander è morto, ma non mi importa perché non è più mio amico”, il fatto lo turba e lo costringe a compiere alcune riflessioni sulla propria esistenza, in quei giorni all’insegna di povertà e completa insicurezza – il tutto condito da abbondanti dosi di eroina e quaalude.

Das Kabinett des Doktor Zucker

E’ così che l’Iguana da lì a poco entra in una clinica privata, per farsi curare da specialisti in psichiatria.
In realtà c’è un misunderstanding (alimentato da varie dichiarazioni fuorvianti di Iggy stesso) che si trascina da molti anni, a questo riguardo; è solo l’opera biografica di Paul Trynka ad avere recentemente fatto chiarezza in merito.
Iggy, infatti, non entra di sua spontanea volontà in clinica, ma si trova di fronte a un bivio, per cui questa scelta è il male minore a cui andare incontro.
Ecco come sono andate le cose. Danny Sugerman, il manager di Iggy, una sera d’inizio 1975 riceve una telefonata da un tale dottor Zucker, che molto pacatamente gli parla più o meno in questo modo: “Mi scusi: io lavoro all’ospedale neuropsichiatrico della UCLA, dove sono di turno stanotte. Fino a ora ho ricoverato due Gesù Cristo, un Napoleone Bonaparte e un tizio albino che dice di essere Babbo Natale; adesso la polizia mi ha portato qui una persona che dice di essere iggy Pop e che lei è il suo manager”.
Poche ore prima l’Iguana è stato trovato in stato confusionale, in una tavola calda: il proprietario ha chiamato la polizia che l’ha portato via sbavante – era sotto l’effetto di diverse pasticche di quaalude e aveva perso il controllo. Iggy è un viso noto al dipartimento di polizia di Los Angeles: è stato già arrestato per disturbo della quiete pubblica (oltre che per essersi vestito con abiti femminili, fatto evidentemente considerato un reato anche nella Los Angeles degli eccessi); questa volta le autorità decidono di dargli due opzioni: la galera oppure il ricovero in una struttura specializzata.  E Iggy sceglie la clinica: è un buon modo per evitare di finire in cella e per provare a rimettersi in sesto.

James Williamson: “Proprio verso la fine degli Stooges Iggy era davvero a pezzi. Mentalmente… non stava bene. Ed è finito in ospedale”.

Iggy accetta di buon grado tutte le regole della clinica, dove è costretto a restare per diverso tempo, anche perché i dottori non possono formulare una diagnosi chiara finché non hanno ripulito il suo organismo da tutte le droghe che ha assunto.
Il verdetto finale è ipomania, un disturbo dell’umore i cui sintomi sono emblematici: autostima  ipertrofica, logorrea, ridotto bisogno di sonno, fuga delle idee (che si rinnovano continuamente, tanto che nemmeno il paziente riesce a seguirne il corso), deficit dell’attenzione, agitazione psicomotoria, coinvolgimento in attività potenzialmente dannose o rischiose. Et voilà: il ritratto perfetto dell’Iguana è servito.

Mentre Iggy si gode il soggiorno in ospedale – dove affascina i dottori con la sua personalità istrionica e più volte gioca a manipolare (quasi mai con successo) le sedute di analisi – James Williamson si fa in quattro per restare aggrappato a una carriera musicale ridotta al lumicino. Nel cassetto ha vari brani risalenti agli ultimi mesi degli Stooges (“I Got nothing” e “Johanna”), più altro materiale.
I pezzi nuovi sono frutto di alcuni mesi in cui Iggy e James si trovavano e facevano lunghe jam chitarra e voce; Williamson ha anche contattato John Cale (già produttore dell’esordio degli Stooges) che si è detto eventualmente interessato a lavorare ancora con Iggy.
James Williamson: “Iggy ed io ci avevamo dato dentro pensando ai demo per Cale, perché ci producesse un album. Scrivemmo molti pezzi da mandargli, ma non se ne fece nulla, poi”.

La genesi

L’idea è di registrare un nastro dimostrativo senza spendere troppo e poi fare il giro delle etichette, aspettando l’offerta migliore per rimettersi in pista, incidere e ricominciare coi tour.
Il giornalista musicale Ben Edmonds offre una dritta per uno studio economico e Williamson, non avendo una band stabile, cerca nella scena locale racimolando una serie di collaborazioni più o meno sporadiche – che comprendono i fratelli Tony e Hunt Sales (alla sezione ritmica) e Scott Thurston alle tastiere, su tutti.

E’ così che iniziano le session per incidere gli 11 pezzi che compongono Kill City. Williamson e i musicisti reclutati lavorano sodo per qualche settimana nello home studio di Jimmy Webb, mentre l’Iguana è alle prese col suo espermento riabilitativo.
James ha anche fatto firmare un contratto a Iggy, per cercare di assicurarsi la sua collaborazione e tutelarsi da eventuali colpi di testa. Ne parla così: “Questa faccenda del contratto è sempre stata male interpretata e non era così come tutti dicono [...]. Non mi pare contenesse alcuna clausola che dicesse che solo lui ed io potevamo scrivere le canzoni, ma comunque il punto è un altro.  Quel contratto era soltanto un mezzo per tutelarmi e assicurarmi di non perdere tempo su un progetto fallimentare. In quel momento Iggy era troppo instabile e avevo bisogno di qualche sicurezza. Non sapevo cosa sarebbe accaduto, quindi – come in ogni relazione d’affari che si rispetti – ho semplicemente voluto mettere nero su bianco un documento che dicesse che valeva la pena essere coinvolti nel progetto. Dopotutto ero stato fregato più volte, in passato, in situazioni in cui c’entrava Iggy”.

Quando viene il momento di incidere le parti vocali, il problema diviene evidente: con Iggy chiuso in clinica c’è poco  margine per lavorare. Ma James Williamson, che ha preso le redini della situazione, non ha intenzione di mollare e fortunatamente l’Iguana può godere – vista la sua buona condotta – di alcuni brevi permessi d’uscita.
James Williamson: “Con Iggy in clinica era davvero un casino. Andavo a prenderlo quasi tutti i giorni, lui incideva un po’ di parti vocali e poi lo riportavo indietro” (nota: in realtà pare che Iggy potesse uscire solo nei weekend).

E’ in questa atmosfera – che definire frammentata è un gentile eufemismo – che maturano gli 11 pezzi dell’album.
I due unici punti saldi delle session sono Williamson e Iggy, presenti in tutti i brani; il resto è da accreditare a una nebulosa di almeno sette musicisti che si alternano in ruoli diversi. La produzione e il mixaggio vengono curati da Williamson stesso, che si fa carico di questo passaggio delicato, e a posteriori non è soddisfatto di quanto fatto: “E’ un disco fatto in condizioni estreme e i nastri non suonano affatto bene, se devo essere onesto. Penso ci fosse del materiale buono, ma non siamo riusciti a renderlo bene. I riff sono buoni, ne sono sicuro, ma se avessimo avuto l’opportunità di fare un disco vero le cose sarebbero state diverse”.

Williamson parla di “un disco vero” per il semplice fatto che il risultato di queste session doveva essere un demo, destinato a non essere mai pubblicato, ma da utilizzare come biglietto da visita. Se poi aggiungiamo il fatto che per Williamson c’era ancora del lavoro da fare in studio, il quadro si complica.
Già, perché Iggy esce dalla clinica proprio mentre James sta terminando un primo mixaggio dei brani; l’intento era di rifinire ulteriormente il tutto, ma l’Iguana non ha tempo per queste cose. Con un colpo di testa dei suoi inizia a diffondere delle copie su cassetta e a farle avere a tutte le etichette della zona, nell’intento di ricavarne un contratto. Williamson è molto contrariato da tutto ciò, ma ormai la frittata è fatta.

Aftermath

La vera mazzata giunge gradualmente e si concretizza sotto forma di consapevolezza; dopo qualche mese l’evidenza è crudele, ma indiscutibile: nessuno dimostra il minimo interesse per questo lavoro e tantomeno è disposto a investire denaro per pubblicarlo. Iggy, poi, è decisamente visto come un personaggio ingestibile e questo non giova, come lui stesso ricorda: “A L.A. avevo una pessima reputazione; e L.A. è davvero un pessimo posto per avere una pessima reputazione”.
In pratica di fronte al muro di gomma innalzato dall’industria discografica non resta che gettare la spugna; Iggy, oltretutto, nel frattempo sta nuovamente rinsaldando la propria amicizia con David Bowie e sta partendo per una tangente propria, un quadro in cui Williamson non è di certo contemplato. E’ così che il risultato delle session in studio viene messo in un cassetto, con buona pace dei sogni di chi ci aveva creduto.

E’ così che le strade di Iggy e di Williamson si separano; il frontman è pronto a iniziare la propria avventura europea (con la famosa parentesi berlinese) e a sfornare gli unici due album solisti per cui viene ricordato nella storia del rock – The Idiot e Lust For Life. Il chitarrista, invece, scopre una passione per l’elettronica e le prime applicazioni in campo musicale: si mette a studiare, inizia un corso da tecnico del suono e abbandona i palchi. Sembra la fine, ma paradossalmente è proprio da questa cesura che nasce l’opportunità di pubblicare Kill City.

Facciamo un salto in avanti di circa due anni: è il 1977 e Iggy è sulla cresta dell’onda, grazie alla collaborazione col Duca Bianco. Williamson ha proseguito con gli studi nell’elettronica, ma non ha ancora fattto pace con l’esperienza Stooges, né con il fatto di avere gettato alle ortiche i demo incisi nel 1975. E’ così che decide di prendersi qualche libertà, a titolo di rimborso per i burrascosi trascorsi: riprende in mano i demo di due anni prima, chiama John Harden per sovraincidere qualche parte di sax e va a bussare alla porta di Greg Shaw, il boss della storica Bomp! Records.

Shaw e la moglie Suzy non si lasciano certo sfuggire la ghiottissima occasione e acconsentono subito a pubblicare Kill City, che esce a novembre del 1977 con il numero di catalogo 4001. Alla vigilia della pubblicazione Williamson promuove il disco dicendo che si tratta del migliore lavoro mai fatto da lui e Iggy insieme; Iggy, invece, rinnega sprezzante quei brani dicendo che si tratta di un disco non finito. Una vera e propria inversione di tendenza per entrambi, del resto facilmente spiegabile: Iggy vuole scrollarsi di dosso il passato, Williamson tenta di ricavarne qualche beneficio.
Al solito l’Iguana dimostra una notevole doppiezza, visto che comunque non esita un istante a inserire qualche brano di Kill City nella propria scaletta live del 1978. Mossa astuta, perché nonostante lo status iconico di padrino del punk, i suoi ultimi lavori se ne distaccano notevolmente… Kill City è un’ottima occasione per dimostrare anche ai punk più giovani – che magari non conoscono gli Stooges – che l’Iguana effettivamente ha un’animo ribelle e rock.

Nel più classico stile Bomp!, ben presto nascono controversie legate al denaro – solo qualche anno dopo la morte di Greg Shaw (avvenuta nel 2004) la moglie Suzy è riuscita a ricucire lo strappo con Williamson – ma il disco, almeno inizialmente, circola piuttosto bene, spinto dal successo di The Idiot e Lust for Life.
Il problema è che la critica, ammaliata dal nuovo corso dell’Iguana, snobba l’album relegandolo allo status di semibootleg che fotografa una fase ormai da dimenticare.

I magnifici 11

Dopo tutto il panegirico interminabile qua sopra, il minimo è parlare – finalmente – della musica di Kill City. In generale, fin dal momento dell’uscita, è stata fatta notare una virata verso sonorità più commerciali rispetto agli ultimi exploit degli Stooges post Raw Power. In effetti i pezzi composti dal duo Williamson/Pop, in questo frangente, hanno un feeling che richiama da vicino gli Stones degli anni Settanta e certo hard rock metropolitano: è materiale sicuramente meno ossessivo e metallico rispetto al passato. La melodia, poi, ha un ruolo più determinante.

Concettualmente, Kill City rappresenta il rovescio della medaglia dell’etica “live fast, die young” e mostra ciò che rimane alla fine della cavalcata selvaggia se questa non si conclude con la morte, ma si resta vivi a confrontarsi coi casini e i problemi di tutti i giorni. E’ un disco in cui la rabbia e l’esuberanza ci sono, ma sono gravemente minate dal senso di sopraffazione e di disfatta; tant’è vero che anche la performance vocale di Iggy è molto diversa: se negli Stooges cantava come un animale inferocito, qui adotta timbriche più pacate, intrise di agonizzante melanconia.
James Williamson: “Era una situazione inusuale, ma quello che funziona davvero nel suo modo di cantare su quel disco è che anche se la sua voce non è buona come negli altri lavori, lui canta davvero come se gli uscisse l’anima dal culo, come dire… capisci? E’ un modo di cantare davvero valido, pieno di feeling”.
Williamson alla chitarra – poi – è sempre tagliente, ma non disdegna momenti più intimisti, rifugiandosi nei territori delle ballad sepolcrali e del cosiddetto “wasted rock”, il rock della devastazione che vive e si nutre di paesaggi interiori crepuscolari, disperati e pericolosi.

Il risultato è davvero un classico. Niente hit, produzione cruda e ruvida, critica schifata, vendite ridicole. Oro colato.

Immaginate un pugno di outtake da Exile on Main Street, riarrangiate dagli Stooges della zona del crepuscolo (il periodo tra Fun House e Raw Power, magari la formazione con Asheton e Williamson entrambi alle chitarre), con una coltre di tristezza tossica non dissimile da quella che impregna Third/Sisters Lovers dei Big Star (molto diverso come genere, ma forgiato nelle stesse officine dell’anima).

Le stampe di Kill City (according to Discogs.com)

Sono qui elencate le varie stampe di cui ho trovato traccia, secondo questo schema: label, numero di catalogo, stato, anno di uscita. Tra parentesi il formato (dove non è indicato si ratta di LP). Per i feticisti bisogna ricordare che il disco è uscito anche in formato Stereo 8 (foto più sopra) e molto probabilmente anche su nastro.

  • Bomp!, BLP 4001, USA, 1977
  • WEA, K 56467, Italia, 1977
  • WEA/Radar Records, 56467/RAD 2, Grecia, 1977
  • Bomp!/Import Records, BLP-4001/9356-1018, Canada, 1977
  • Radarscope Records/Radar Records, RAD 2, Australia & Nuova Zelanda, 1978
  • Visa Records/Bomp!, IMR 1018/BLP-4001, USA, 1978
  • Radar Records, RAD 2, UK, 1978
  • Bomp!, RAD 56/467 (RAD 2), Germania, 1978
  • Line Records, LLP 5171 AS, Germania, 1982
  • Line Records, LILP 4.00131 J, Germania, 1982
  • (CD) Line Records, LICD 9.00131 O, Germania, 1988
  • (2CD) Line Records, LICD 9.21175 S, Germania, 1992
  • (CD) Bomp!, BCD 4042, USA, 1992
  • (10″) Bomp!, BLP 4042/10, USA, 1995

Sono note due diverse copertine di Kill City. Quella in bianco e nero con Iggy e James che si abbracciano è la versione partorita dalla Bomp!, mentre quella con il disegno stile cartoon è la copertina della stampa europea del 1977.
Negli anni sono state utilizzate con una certa disinvoltura entrambe, senza tenere particolarmente conto della variante regionali.

[Se volete ascoltare l'album, potete scaricarlo in mp3 QUI. E' reperibile piuttosto facilmente e a prezzi normali, quindi il consiglio è di non privarvi dell'esperienza del vinile - o magari del cd, che esiste anche in versione con bonus track]

Weirdo collect-o-rama

Novembre 29th, 2009 in rocking web by Andrea Valentini

Endless Groove, la e-zine per i collezionisti di vinile.

Aggiornano poco, spesso sbarellano su cose un po’ ostiche, ma se avete LA Malattia anche voi, vi ci perderete:

http://www.endlessgroove.com/index.htm

Kernel mosh

Novembre 29th, 2009 in recensioni by Andrea Valentini

Kernel – Servant of God (Punishment 18, 2009)

Uhmmm… questa è una prima volta per Black Milk. Ovvero la prima volta che arriva un disco thrash metal senza essere nu-metal, hardcore metal, crossover metal o che-cosa-ne-so metal. E, dati i miei trascorsi da thrasher nell’era ormai preistorica di metà degli Ottanta, la faccenda mi intriga.

Certo, ancor prima di ascoltare una nota sono rimasto un po’ perplesso perché nel press kit – tra le influenze – si citano dei tali Stayer. Che però, vista la vicinanza ad Anthrax, Sodom, Overkill e Sepultura non possono altro che essere gli Slayer scritti sbagliati.
Gosh. Duh. Ohmygod. Fai thrash metal classico, ti ispiri alle band tipiche e topiche del genere e sbagli a scrivere il nome dei thrasher più venerandi e inossidabili? Figura barbina.

[Il resto su Black Milk, QUI]

Australian punk? Godi, gourmet…

Novembre 29th, 2009 in rocking web by Andrea Valentini

Il sottile piacere oscuro del punk australiano. Canguri, outback e Foster’s.

La cara, vecchia, bistrattata colonia penale ha sfornato talenti underground a camionate. E la maggior parte sono rimasti così underground che di più si muore. Appunto.

Ma qualche gourmet c’è ancora in giro, vero?

E allora godi, gourmet:

http://www.collectorscum.com/volume3/ozpunk.html

Wine, Women and Song

Novembre 27th, 2009 in rocking web by Andrea Valentini

..le uniche cose per cui vale la pena di vivere ancora qualche anno. O mese.

Enjoy:

Wine, Women and Song

3.7.69 – Brian Jones, morte di un Rolling Stone… ops, I did it again!

Novembre 27th, 2009 in carta stampata, news by Andrea Valentini

bjsmallL’anno scorso è accaduto per Iggy Pop, cuore di napalm. E ci risiamo: l’angolo dell’autopromozione senza pudore.

Il qui presente, in pratica, ha scritto e pubblicato un nuovo libro, uscito il mese scorso per Tsunami Edizioni di Milano (distribuito da NdA).

Il volume si intitola 3.7.69 – Brian Jones, morte di un Rolling Stone ed è una dettagliata analisi con taglio noir-true crime del mistero che da 40 anni ammanta la scomparsa di Jones.
Il caso è stato ufficialmente chiuso per morte accidentale, ma – come si sa da tempo – le cose andarono diversamente… Jones non morì per una fatalità e le indagini furono condotte frettolosamente e male.

In questo libro, quindi, ho raccolto tutte le informazioni reperibili dalle fonti più disparate (vecchi giornali, libri, Internet, vecchie audiointerviste, filmati, clip, documenti ufficiali della polizia dell’Essex, referti medico-legali, ma anche gossip e voci sussurrate…) per creare una fotografia il più completa possibile di ciò che circonda questo oscuro capitolo della storia del rock. Qualcuno sentirà odore di lucarellata in puro stile Blu Notte… beh, perché no. Il taglio è comunque quello: la tradizionale inchiesta ex post, su un interrogativo ancora aperto.

Ciliegiona sulla torta è una commovente prefazione di Luca Frazzi, che da sola – ve lo dico quasi contro il mio interesse – vale il libro intero. Per non parlare delle illustrazioni di Laura Chiara Colombo.

Se la cosa vi intriga, il libro è disponibile online presso i soliti noti (NdA, Ibs, Bol, Libreriauniversitaria…) e alcuni lo vendono anche con un po’ di sconto – però ci sono le spese postali.
Dovreste trovarlo senza troppe difficoltà presso le Fnac, Feltrinelli, Libraccio et similia. Potete anche ordinarlo direttamente a Tsunami.

Sto anche facendo un po’ di presentazioni in giro e queste sono le date in ballo:

- 15 novembre, domenica: Carugate (MI) @ Circolo Culturale Area
- 28 novembre, sabato: Milano @ Surfer’s Den
- 05 dicembre, sabato: Torino @ Da Giau (+ concerto dei Dirty Licks, in collaborazione con Rolling Stones Italia)
- 12 dicembre, sabato: Verona (luogo da definire, in collaborazione con Rolling Stones Italia)
- 9 gennaio 2010, sabato: Milano @ Blueshouse

E, nell’anno nuovo, ancora: Aosta (@ libreria Minerva), Genova e Ferrara. Poi basta!

(Originariamente pubblicato su Black Milk)

That’s all folks…

Superfuzz Bigmuff revisited

Novembre 27th, 2009 in recensioni by Andrea Valentini

superfuzz-bigmuff-deluxe-editionMudhoney – Superfuzz Bigmuff Deluxe Edition (Sub Pop, 2008)

Da un po’ mi titillavo con l’idea di parlare dell’ep vinilico Superfuzz Bigmuff, comprato nell’autunno 1989 dal defunto Onstage di Genova. Poi la senilità, le menate e il materiale da recensire mi hanno fatto scappare di mente la cosa. Ci è voluto il rinvenimento della stampa su doppio cd (usata e a prezzo ultra bargain) per farmene ricordare. Ed eccoci qua.

Mi ricordo la scena come fosse ieri. Era una mattina infrasettimanale dell’autunno ‘89 (forse fine ottobre); le lezioni all’università erano rare, corte e in media poco interessanti, salvo qualche materia, quindi solitamente ne approfittavo per gironzolare per i vicoli di Genova in attesa di andare alla stazione a prendere l’Intercity delle 12:20. Durante uno di questi giri mi ero imbattuto in un negozio di dischi che sembrava piuttosto figo (solo più tardi avrei saputo che era uno dei negozi storici della città – se non della penisola – per rock, wave, punk e derivati). Entrai.

Era tutto in penombra e dietro al bancone c’era uno alto mezzo pelato, sui 40, con la faccia antipatica (tipo vigile che ti vuol fare la multa); guardava un po’ schifato il mio chiodo con le scritte e i tappi di birra appesi alle spalline, i capelli lunghi e un po’ zozzi, i jeans stretti e sbrindellati, gli anfibi e il mio zainetto azzurro da montagna vecchio come il cucco, tutto coperto cazzate e spillette.
Era pieno – ma pieno – di vinile lì dentro. Il più degli scaffali era inconsultabile perché i dischi erano stipati troppo vicini. E poi, ammettiamolo, la maggior parte della roba che c’era lì io non la conoscevo proprio [a ripensare ora a quel ben di dio mi taglierei i mignoli con la mezzaluna per sminuzzare il prezzemolo, cazzo... e rivolgo una prece al negozio, visto che ha chiuso piuttosto recentemente - n.d.a.].
Per tagliar corto, uscii con Superfuzz Bigmuff in mano. I Mudhoney non li avevo mai ascoltati, ma ne avevo letto su qualche Rockerilla o similari e ricordavo che mi era sembrata roba interessante. Ero preparato anche alla delusione (accadeva spesso, pre-Internet, di fidarsi del giornalisti con gusti non affini, comprandosi cose che poi piacevano), ma fortunatamente appena arrivato a casa constatai che sì, avevo fato un bell’acquisto. Talmente bello che per mesi, nella disperata ricerca di mettere su una band, ogni volta che trovavo un disgraziato che diceva di voler suonare, mi immaginavo immediatamente la foto di copertina di Superfuzz Bigmuff e godevo.

Ma veniamo al presente. Per celebrare il ventennale (cristo se sono vecchio) del’uscita di Superfuzz Bigmuff, la Sub Pop l’ha riproposto in edizione deluxe, doppio cd. Mossa tipica, da astuti bottegai, ma insomma… non ho potuto resistere trovando il suddetto manufatto, usato, a nove dollarini. Certo, qualcuno dovrà spiegare a mia moglie perché in casa, ora, di Superfuzz Bigmuff abbiamo il vinile, la prima stampa su cd (con l’ep e i primi singoli) e questo doppio cd. Ma sono dettagli. Si è abituata alle chitarre e agli amplificatori sparsi in giro, nonché alle 16 copie di Fire of Love: questa sarà una passeggiata. Ne ha viste di peggiori, direi.

Cosa c’è in questo allettante paccotto? Tutto il 12″ originale – ovviamente – un po’ di gustosissime frattaglie provenienti da singoli, compilation, session volanti e outtakes.  Una goduria allo stato brado, se mi passate la frase tamarra. E siamo solo al primo dei due dischi. Nel secondo, invece, ben due live set fine anni Ottanta, uno in Germania e l’altro a Santa Barbara, California: due martellate in faccia che non dimenticherete tanto facilmente e che – anzi – rinnoveranno la fede nell’immortale potenza primordiale di Superfuzz Bigmuff.

L’unica perplessità – che affiora solo nei rari attimi in cui provo a mettermi nei panni dei poveretti che, per loro sfortuna, non hanno vissuto quell’età di prima mano – è che, forse, tutto questo ben di dio potrebbe essere troppo, come primo impatto. Nel senso che un blocco simile tutto in una volta può generare una sindrome perversa da rifiuto.
Per cui (la butto lì): se non conoscete questo disco avvicinatevi gradualmente, magari comprando la versione su vinile. E se non avete il piatto, c’è un comodo cd – solitamente un special price, con qualche bonus track. Quando avrete consumato uno dei suddetti manufatti – perché molto probabilmente non riuscirete a staccarvene per un bel po’ – allora procuratevi questo doppio cd.

(Originariamente pubbblicato su Black Milk)

Black Milk’s Broken Mirror
got any ROCK?