Blog

Welcome to Tupelo, Piemonte

Aprile 21st, 2010 in recensioni by Andrea Valentini

Tupelo – Little by Little/Vortex (7″, Vinza, 1993)

C’è un posto, che non starò a nominare, dove con una mezz’ora di tempo fra le mani e una quindicina d’euro in tasca, è possibile assistere a minuscoli miracoli del rock’n'roll. Minuscoli perché sono piuttosto piccoli anche di dimensione (sette pollici di diametro), sottili, spesso contenuti in copertine di carta ingiallita e fotocopiata. E con 5 euro l’uno ci si toglie la paura, oltre che lo sfizio. Trovatemelo voi un miracolo a 5 euro, intanto, se siete capaci.

In uno dei miei raid settimanali mi sono trovato in mano, tra le altre cose, questo manufatto oramai quasi mistico. Già: la primissima prova dei Tupelo di Stiv Livraghi  (R.I.P.), in forma di 45 giri autoprodotto in edizione di 500 copie (la mia è la 356, stando al numero scritto in pennarello rosso sull’angolo sinistro del retro)  risalente al 1993 – che fino a un minuto fa mi pareva l’altro ieri, ma il 1993 era 17 anni orsono. Cazzo.
Un 7″ che solo a guardarlo ti racconta tantissimo; a partire dalla grafica, coi caratteri impressi da una stampante ad aghi, la cornicetta nera fatta inequivocabilmente con china e righello, il centrino del disco con due adesivi applicati successivamente. Già, erano “quei” tempi, in cui ci si arrangiava e – in media – si badava un po’ di più alla sostanza. E poco importava se la china aveva sbavato o se le scritte sembravano ritagliate da un modulo del Comune di Castellazzo Bormida, perché quello che contava era la musica. E basta.

Ok, finita la tirata da vecchio cretino, passiamo al disco.
Due brani due, nella tradizione classica del singolo vinilico, velocità 45 giri – già questo è un segnale preciso e forte, se contestualizzato nei Novanta, quando il 7″ era una succursale sfigata del 12″ e si tendeva a metterci dentro più pezzi possibile, facendo girare il tutto a 33 rpm.
Suoni spigolosi, ma nitidi e puliti: lucidi, taglienti, con appena un velo di noise e feedback – elementi che emergeranno maggiormente poco dopo, tanto da divenire una componente fondante del Tupelo-sound. Questi due brani sono, piuttosto, limpidi esempi di blues miasmatico che incontra la schizofrenia del punk e del rock maledetto, ma tende a mantenere orgogliosamente la propria personalità. Quello che ne scaturisce è un mix letale, ma nitido. Si respira più l’aria mortifera del deserto, chiara e secca, piuttosto che quella – che pur arriverà nei loro lavori – dei vicoli più vomitevoli dell’inferno.

Queste erano le Origini (maiuscolo). Da qui nacque tutto; peccato che sia durato poco e che qualcuno non sia più nemmeno qui a raccontarlo. Per citare Franco Lys Dimauro, questo era un gruppo “impastato nelle paludi dello swamp blues più blasfemo ed imbevuto nell’inchiostro che vergò le pagine più decadenti del rock australiano (Beasts of Bourbon, Scientists, Birthday Party, Bad Seeds, Crime and the City Solution), il suono dei Tupelo era pura vertigine NOIR”. Già…

Discografia:

Little by Little/Vortex (7″, Vinza, 1993)
Soundtrack for Liquors
(MCD, Vacation House, 1995)
You Doo Right (7″ allegato alla fanzine Urlo)
An Easy Truth (7″ split con Strawberry Park, Vinza, 1995)
In the Fog (CD, Vacation House, 1996)

[Chiedo venia a chi legge e alla band, per la foto indegna della copertina, presa col cellulare in una serata di scazzo]

[Originariamente su Black Milk]

Please meet the Astrophonix

Aprile 20th, 2010 in recensioni by Andrea Valentini

Astrophonix – Mental Interference (Area Pirata, 2010)

Che botta. Un po’ come quando stai giocando svogliatamente con il gatto – sì, ok, mordi il dito, ma non rompere le balle – e all’improvviso la bestiaccia satanica ti salta in faccia mollandoti un doppio ceffone con le zampe davanti e le unghie fuori. Tu resti lì imbambolato per un paio di secondi, poi senti il male e bestemmi… ma la svogliataggine t’è passata e ti metti anche a ridere di gusto.

Ecco, questo cd degli Astrophonix targato Area Pirata mi ha fatto un effetto molto simile. I primi tre brani mi dicevano poco, tipo rockabilly un po’ punk e un po’ hard rock melodico, ben fatto, ma con poca anima. E invece che errore… e che botta in piena faccia.

E’ vero, ci sono il rockabilly (tanto!), il punk e il rock duro in questo Mental Interference, ma sono miscelati in maniera molto personale, tanto da rendere freschi anche tre generi che – in un modo o nell’altro – sono tradizionalmente prigionieri dei propri stilemi. Meravigliosi stilemi, se dosati a puntino, ma pur sempre facili a cadere nel reame dell’autocitazione e del loop eterno.

Con gli Astrophonix (guidati dal chitarrista-prodigio Simone Di Maggio, che qualcuno avrà sentito anche nei Di Maggio Bros e/o in veste solista) il senso di dejà vu è sopraffatto, appunto, dall’impeto e dall’originalità dei brani. In particolare gli episodi più cupi e scuri (come “No reputation School Guy”, “Nobody” e “Sweet Cruelty”, tanto per citare qualche titolo) funzionano alla grandissima, regalando un feeling che evoca a tratti i Misfits più ispirati (periodo pre-Walk Among Us, piuttosto ben immortalato in Legacy of Brutality)… e solo per questo dovreste procurarvi il disco, senza se e senza ma.

Insomma, il gruppo viaggia – e benissimo – in tutti e 13 gli episodi (cover di “Back in Black” inclusa), anche se suona leggermente troppo standard nei pezzi più tradizionalmente rock’n'roll/rockabilly, dando invece il 110% in quelli con incursioni in altri lidi. Forse anche un filo di “zozzeria” in più nella registrazione avrebbe aiutato, ma son dettagli da rompipalle. Gli Astrophonix spaccano senza ombra di dubbio e voi vi farete un favore regalandovi il cd.

[Originariamente su Black Milk]

Testimoni di Giöbia

Aprile 18th, 2010 in recensioni by Andrea Valentini

Giöbia – Hard Stories (Jestrai/Area Pirata, 2010)

Durissimo trovare un attacco non troppo scontato per parlare di questi Giöbia, da Milano (zona Navigli, come tengono a precisare nel loro MySpace). Diciamo che sono, forse, una delle band più interessanti che io abbia sentito da anni, a livello di garage e derivati e insomma… scusate  se è poco.

I Giöbia sono di ispirazione indiscutibilmente Sixties-garage, ok. Quindi pensate a ciò che questo concetto vi fa immediatamente venire in mente: così avrete visualizzato l’esatto opposto di quanto potete aspettarvi da Hard Stories.
Esatto: niente organetti con le solite tre linee da Famiglia Addams, niente giri in la-sol-do-re, niente cantati da finto teenager del Midwest de noantri che per una copia di Le Ore ammazzerebbe la famiglia (nonna paralitica compresa), niente canzoni che sembrano cover ma sono solo scopiazzate o uguali ad altre di 40 anni fa… insomma, si è capita l’antifona?

Quello che troverete invece, in questo cd, è una massiccia dose di Sixties garage allucinato e minaccioso; l’immagine che mi sovviene, per tentare di descrivervi il sound, è una sorta di demenziale ibrido tra gli episodi più psichedelici degli Stones, i Count Five migliori, intermezzi che ricordano un album dei Morlocks suonato a 16 rpm anzichè a 33, una jam session tra Roky Erickson e Brian Jones e – vogliamo esagerare? Sì – sprazzi dei Brian Jonestown Massacre più vintage e drogati.

Grande band, grande disco. Spero di vederli presto dal vivo. Voi, intanto, comprate il cd… male non vi farà.

[Originariamente su Black Milk]

Kernel mosh

Novembre 29th, 2009 in recensioni by Andrea Valentini

Kernel – Servant of God (Punishment 18, 2009)

Uhmmm… questa è una prima volta per Black Milk. Ovvero la prima volta che arriva un disco thrash metal senza essere nu-metal, hardcore metal, crossover metal o che-cosa-ne-so metal. E, dati i miei trascorsi da thrasher nell’era ormai preistorica di metà degli Ottanta, la faccenda mi intriga.

Certo, ancor prima di ascoltare una nota sono rimasto un po’ perplesso perché nel press kit – tra le influenze – si citano dei tali Stayer. Che però, vista la vicinanza ad Anthrax, Sodom, Overkill e Sepultura non possono altro che essere gli Slayer scritti sbagliati.
Gosh. Duh. Ohmygod. Fai thrash metal classico, ti ispiri alle band tipiche e topiche del genere e sbagli a scrivere il nome dei thrasher più venerandi e inossidabili? Figura barbina.

[Il resto su Black Milk, QUI]

Last to know, first to go!

Novembre 27th, 2009 in recensioni by Andrea Valentini

ltk-cover_a_ok4Last To Knows – Seven Men/Dig For The Heart (7″, Hey Baby It’s a Secret)

Caspita… una bella sorpresa davvero questo singoletto vinilico di una band made in Siena, ovvero gli italianissimi Last To Knows. Che saranno anche italiani anagraficamente, ma hanno anima e cuore interamente a stelle e strisce. Come dire… questo disco sprizza California, West Coast e tradizione rock americana da tutti i pori.

Due soli brani, come originariamente avevano i singoli: due pallottole da sparare, ci si gioca il tutto per tutto. E i nostri amici se lo giocano bene davvero.

Il pezzo d’apertura, “Seven Men”, è una ballata accorata in bilico tra la malinconia e la spensieratezza – con forti echi Dylaniani e di certe sonorità care al compianto Gram Parsons (nomi che, peraltro, la band cita tra i propri numi tutelari).
Il lato B è il mio preferito (“Dig For The Heart”): un pezzone lungo e robusto, dal sapore di prateria e cowboy solitari con qualche problema di cuore o di capoccia, con un fantastico assolo in bilico tra la filologia e la sguaiataggine più scassona. Da risentire almeno un paio di volte di fila. Facciamo anche tre.

Una sorpresa ancor più particolare, se pensiamo che nella band militano membri di band più strettamente punk rock (Highschool Dropouts, Proton Packs e Stricklands).

Compratevi questo singolo e non fate storie. Raus!

(Originariamente pubblicato su Black Milk)

Introducing the Devastator

Luglio 7th, 2009 in recensioni by Andrea Valentini

devDevastator – Underground’n'Roll (2009, Teorema)

Un promo pack patinatissimo, quello dei Devastator. Roba che richiama i fasti dei tempi in cui le label – anche quelle medio/piccole – investivano un casino in immagine e dettagli, nell’intento (illusione?) di dare un’idea di professionalità, serietà e music business.

Detto questo – visto che siamo qui per parlare di musica e non di packaging – veniamo al dunque. I Devastator sono in tre, ma nella foto della brochure sono in quattro e danno un colpo d’occhio interessante: immaginate una band composta da un metallaro/rocker, un normalissimo ragazzo in polo, un punk old school con cresta e un weirdo che non sfigurerebbe nelle vecchie foto dei Faith No More fine anni Ottanta. Devo confessare che tutto ciò me li ha resi immediatamente molto simpatici.

Dicono, nella bio, di suonare un mix di thrash metal, hardcore, punk, rock’n'roll e stoner. E in effetti è vero.
Anzi, utilizzando una categorizzazione dei “miei tempi” e un po’ mid-Eighties, direi che fanno un sanguigno metal punk. Quindi: velocità, suoni cristallini, riff punkizzati suonati con tecnica metallara, assoli, ghirigori (e qualche barocchismo francamente inutile) e voce abrasiva.

Non inventano nulla di sicuro, i Devastator, ma sanno il fatto loro. Paiono decisamente più a loro agio e convincenti nelle frazioni identificabli come thrash metal puro… in versione punk’n'roll, invece, sono davvero molto molto molto già sentiti. Sarà che il thrash metal old school, nonostante un po’ di revival, è decisamente meno inflazionato ormai (data l’età) di quanto non lo sia il punk-r’n'r vitaminizzato.

Quindi? Quindi una band che per certo si diverte e diverte (immagino che live la resa sia davvero ok), ma nella dimensione studio rischia di farsi subire dopo una mezza dozzina di pezzi, anziché entusiasmare e scatenare l’adrenalina nell’ascoltatore. Parere personalissimo, ovvio.

Dategli una chance, sicuramente. E magari andate a vederli dal vivo.

[Originariamente pubblicato QUI]

Made in Mod

Luglio 3rd, 2009 in recensioni by Andrea Valentini

Made – They don’t Understand (Area Pirata, 2009)

I Made sono sulla piazza da 13 anni circa. E non è poco per una band. Ci vuole costanza, voglia, passione e – diciamolo senza mezzi termini – le palle esagonali. Perché è un attimo che la vita ti arrota e ti pialla, tra sbattimenti di lavoro, straordinari, malattie, impegni di famiglia, gente che si riproduce e non ha più testa, conversioni sulla via di Damasco e tutto il campionario di situazioni/eventi che mandano egregiamente a puttane i gruppi nel lungo periodo.

I Made in questi 13 anni si sono guadagnati la fama di band di punta del giro mod italiano, ma hanno avuto relativamente poca fortuna a livello di uscite e materiale prodotto: solo due album, uno split ep, e un ep (più la manciata di brani d’ordinanza nelle compilation di turno). Come dire… poca roba.

[Il resto QUI]

Il più matto dei prìncipi punk-folk

Luglio 3rd, 2009 in recensioni by Andrea Valentini

Intervista a Paolo Toso con preview di L’uomo a una dimensione ep.
Ovvero: se De André avesse ascoltato rock negli anni Ottanta il mondo non sarebbe necessariamente peggiore

Ha un’anima rock, Paolo Toso. Anzi punk.
Certo, bisogna prestare attenzione ad alcuni dettagli precisi – macroscopici, ma al contempo sfuggenti – per afferrare questo concetto; ma è davvero così. Senza strafare, senza esagerare… non ci trovate il Rock esuberante e taurino, nei suoi brani. Niente assoli sincopati, niente ritmiche chugga-chugga, batterie rocciose o rasoiate ai timpani. Una voce e una chitarra, arrangiamenti minimali, suoni molto americani (oserei dire tra lo Springsteen intimista e il Cash su DGC).
Peccato, quindi? Ma per piacere, non scherziamo.

Qui si esplorano i sentieri un po’ più imboscati dell’entroterra umano. Per citare – approssimativamente – Ray Manzarek a proposito della sua breve esperienza con Iggy Pop nei primi Settanta e dei motivi del suo abbandono, siamo di fronte alla necessità di riflettere: “Un uomo prima o poi, crescendo, maturando, trova anche lo spazio per una dimensione musicale più intimista”. Ma non dimentica le sue radici, altrimenti che uomo sarebbe. E’ per questo che diciamo che Paolo Toso è punk-folk.
[Il resto QUI]

Dirty Boulevard – Radiodirty (Area Pirata, 2009)

Aprile 14th, 2009 in recensioni by Andrea Valentini

dbcoverAncora Area Pirata e ancora una band di Las Pezia (sì scritto così) che spacca decisamente. I Dirty Boulevard fanno un punk ‘77 che tenta di conciliare un’anima inglese con una statunitense – newyorkese, se vogliamo essere pignoli. A prevalere sembra essere quella d’oltreoceano, ma è una vittoria davvero risicata.

Immaginate una specie di Dead Boys che hanno ascoltato troppo i Damned, ma hanno anche tutta la discografia dei Social Distortion a casa (vedi “Cry Baby”); ed è proprio quando le radici punk’n'roll della band si fanno troppo presenti che i Dirty Boulevard convincono meno… voglio dire, La Spezia i suoi Peawees li ha sfornati. E direi che l’operazione può dirsi conclusa, per quanto riguarda queste sonorità.

I DB, invece, sono perfettamente a loro agio ed entusiasmanti nei brani più abrasivi e scuri, come i tre d’apertura, oppure “Fetish Queen” – con il suo riff portante ossessivo e molto English style. Ottima anche “Radiodirty”, deadboysiana al punto che quasi ci vedrei Stiv Bators a cantarla con disinvoltura, mentre si rotola per terra con un filo di vomito che scende dall’angolo della bocca.

Insomma, un bel disco di punk rock che raramente tradisce le sue origini italiane, in grado quindi di competere anche in territori extranazionali. Vogliamo anche aggiungere che è prodotto da Brian James (Lords of the New Church e Damned)? Aggiungiamolo.

Edizione limitata a 600 copie… io me lo procurerei se fossi in voi.

(Articolo originale QUI)

Fabulous Daddy – Do You Feel a Wanderer? (autoprodotto, 2009)

Aprile 10th, 2009 in recensioni by Andrea Valentini

fabcdCi sono generi che – per fortuna loro e nostra – sembrano impermeabili al trascorrere di tempo, mode e tendenze. Tra questi, indubbiamente, c’è l’inossidabile heavy metal. E, sebbene lontano anni luce per iconografia, attitudine e sonorità, il rockabilly/rock’n’roll. Già: stiamo parlando di chitarroni – preferibilmente – hollow body, distorsione inesistente, contrabbassi assatanati, batterie minimal e cantati alla Elvis come se piovesse.

I marchigiani Fabulous Daddy sono, per chi già non l’avesse intuito, proprio una band rockabilly, profondamente influenzata e plasmata da sonorità roots statunitensi. Riff caldi e “classici”, che appena iniziano già sai dove vanno a finire, ma ti danno qella sensazione di casa… sai già tutto o quasi e ti piace, perché alla fine hanno il gusto rassicurante della tua birra preferita di sempre o della tua marca di sigarette.

Manco a dirlo, qui nei Fabulous Daddy il più scarso suona bene – del resto un genere come il rockabilly non perdona: o sai quello che fai e lo fai con disinvoltura e bravura, oppure crolli miseramente. Quindi, in poche e senite parole: divertenti, filologici, rock’n’roll, familiari… che è un po’ tutto ciò a cui devono aspirare le band che si votano a questo sound. Non è il mio genere (credo che il mio ascolto più vicino siano i Blasters), ma tanto di cappello.

(Articolo originale QUI)

Black Milk’s Broken Mirror
got any ROCK?