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Live Report: One Direction @ Forum, Assago (Mi) 20/05/13

Maggio 21st, 2013 in Reports by Redazione Rockol

C’è un uomo, nelle file in fondo del concerto più atteso dell’anno. E’ in piedi.

Il 95% degli uomini e donne sopra i 16 anni è lì per lavoro o per accompagnare qualcuno. Sono seduti e quasi tutti hanno la faccia rassegnata e/o chinata su uno smartphone. Sembrano esausti: hanno probabilmente sudato sette camice per trovare un biglietto per le loro figlie/sorelline/nipoti.
Quell’uomo no. Balla. Ha una maglietta bianca con una scritta a mano: “Daddy directioner”.
Ha la faccia felice, quell’uomo. Ha capito tutto: l’evento è una festa anche per lui, non solo per la figlia.
Gli One Direction arrivano a Milano, per la seconda data italiana, dopo l’Arena di Verona. Ed è una festa davvero. Lo è per le ragazze che assediano il Forum di Assago, dentro e fuori: senti arrivare urla dall’interno fin dal parcheggio, a sua volta assediato da altre ragazze che cantano e da altri genitori che aspettano.
E il concerto dei One Direction è un bel concerto – fatevene una ragione, voi che vorreste che il gruppo inglese facesse schifo. Invece.
Solo che quasi non lo senti, il concerto.
Anche se sei dentro. Perché ogni mossa, ogni entrata, ogni parola dei cinque ragazzi viene accompagnata da urla, a livelli assordanti. La scena non è molto diversa da altre già viste in altre ere, con altri gruppi. Ma sembra tutto più forte, questa volta – perché gli One Direction sono una macchina da guerra.
Il concerto, dicevamo: senza fronzoli, un palco con un megaschermo sullo sfondo, una struttura con la band diligentemente messa ai lati e una pedana elevata sui cui gli One Direction ogni tanto salgono per cantare. Il resto del palco è vuoto, loro non fanno mossette o balletti (non sono una boy band anni ’90), ma semplicemente cantano e si muovono, mentre il megaschermo rimanda citazioni che non c’entrano nulla con i teenager ma ammiccano ai genitori: dai collage simil-Rotella, ad un lyric video su “One thing” fatto con la grafica bauhaus (che certo fa più “cool” su una copertina dei Franz Ferdinand, ma qua funziona benissimo), ai fumetti, agli Space Invaders degli anni ’80.
Ma per il resto è tutto qui: cinque ragazzi che cantano musica pop, lo fanno bene e si vede che divertono – e sono allenati benissimo.
Perché ovviamente c’è del metodo, nella costruzione dello spettacolo, e il metodo è la semplicità: l’unico effetto speciale è un’uscita dalle botole, e la passerella che si solleva e viaggia sospesa sopra la platea del Forum fino a portare i cinque ad una pedana in mezzo: in quel momento in cui cantano un po’ di cover: “One way or another” dei Blondie, “Teenage kicks” degli Undertones (su cui il vostro severo recensore si è lasciato andare ad un balletto), persino una improvvisata (?) versione di “I’ll be there for you” dei Rembrandts, ovvero la sigla di Friends, richiesta via Twitter sui megaschermi.
Nella seconda parte dello show i ragazzi imbracciano pure le chitarre, accennano qualche suonata. Tengono bene il palco, e si vede che non avranno problemi a cantare negli stadi l’anno prossimo quando sarà il momento – si parla già di San Siro.
Alternano brani lenti come “Summer love” (su cui intravedo due genitori che ballano abbracciati come fosse un lento Motown degli anni ’60) ad un finale più rock ed elettrico con “Teenage dirtbag” dei Wheatus, “Rock me” che cita “We will rock you” dei Queen e il primo bis “Live while you’re young” che plagia “Should I stay or should I go”.
Fuori dal Forum, alla fine, la festa sembra un po’ meno tale: ancora tante ragazzine che hanno atteso e ora vedono le facce felici delle coetanee che escono. E soprattutto macchine in seconda, terza fila che bloccano le rotonde: genitori che attendono. Loro, sicuramente, non si sono divertiti. Ma le figlie sì, e pure qualche genitore che era dentro.
Sicuramente il Daddy Directioner si è divertito un sacco.
(Gianni Sibilla)

“sPOSTati un po’ più In LA” – “Gran Torino”

Maggio 20th, 2013 in Reports by Carolina Piola


“Gran Torino” – Jamie Cullum, C. Eastwood (2008)

A soli 20 anni, grazie a un talento pianistico e interpretativo
di tutto rispetto, il giovane Jamie Cullum firma il suo debutto discografico facendosi da subito apprezzare da pubblico e critica.
Il primo album dal titolo “Heard it all before”, totalmente autoprodotto e uscito nel ‘99 sotto il nome di “Jamie Cullum Trio”, mostra una forte padronanza da parte del giovane di un genere complesso e composito come il jazz, nonché dello strumento a cui si affida per veicolare la propria musica e presto diventa un caso grazie all’immenso potere del passaparola.
In poco tempo, dopo un secondo album, quando il talento di Cullum è ormai qualcosa di certo, si scatena un’asta agguerrita tra le principali case discografiche per accaparrarselo; ad avere la meglio è la Universal che nel 2003, portando Cullum nella propria scuderia, pubblica “TwentySomething”.
Capace di dominare diversi stili in un continuo “crossover” tra jazz, power-pop, soul, pop-swing e altro ancora, Cullum fa dell’album uno strepitoso successo, assicurandogli addirittura la qualifica di “album inglese di jazz più venduto di tutti i tempi”.
La carriera, in continua ascesa, lo porta a collaborare nel 2005 con Allen Toussaint, e Guy Chambers – lo storico co-autore di Robbie Williams – in occasione dell’album “Catching Tales”, dove figurano anche interessanti e originali reinterpretazioni di alcuni standard di Gershwin.
Ma – e qui arriviamo al brano in questione – nel 2008 la musica di Cullum va ancora oltre. Il regista Clint Estawood, noto appassionato di jazz e soprattutto ottimo musicista, colpito e affascinato dalle capacità del ragazzo, decide di chiamarlo: prima per esibirsi a Monterey, poi per chiedergli di partecipare alla realizzazione della colonna sonora del suo nuovo film. Insieme a Eastwood, Cullum compone niente di meno che la title-track del film, intitolata proprio “Gran Torino”. Il brano davvero degno di nota, è accompagnato da un’interpretazione magistrale di Cullum e la colonna sonora degna al cento per cento di affiancare il film nella sua corsa al successo. Nomination per il Golden Globe e l’Oscar, travolgono Cullum in una nuova parentesi di popolarità e lo allontanano per un po’ dalle pubblicazioni. Nel 2009 però ritorna con “The Pursuit” dando spazio a tutto tondo alle proprie contaminazioni di matrice più contemporanea, sperimentando nuovi suoni e allo stesso tempo continuando a spaziare, come è solito soprattutto fare durante i live, tra più generi.
Ora, a distanza di quattro anni, l’artista ormai 34enne, sposato e con due figli, torna con “Momentum”, anticipato dal singolo “Everything we didn’t do”. L’album in uscita il 21 maggio nasce, secondo quanto racconta Cullum, da una presa di coscienza dettata dalla necessità di “tracciare una linea di demarcazione tra passato e futuro”, dall’esigenza di mettere per iscritto, in questo caso verrebbe da dire su pentagramma, “quel passaggio dal periodo della giovinezza a quello dell’età adulta”.
Chissà se il maturo e riflessivo Cullum sarà capace di stupire ancora una volta…Le premesse sembrerebbero esserci, ma in attesa di ascoltare i nuovi dieci inediti e scoprire se tra questi si nasconde una nuova “Gran Torino”, emozioniamoci ancora una volta riascoltando la sua bellissima storia.

Nota in più: “Gentle now/A tender breeze /Blows/ Whispers through The Gran Torino/ Whistling another/ Tired song/ Engines humm/ And better dreams/ Grow/ Heart locked/ In a Gran Torino/ It beats/ A lonely rhythm/ All night long/ It beats/ A lonely rhythm/ All night long/ It beats/ A lonely rhythm/ All night long”

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Live Report: Beyoncé @ Forum, Assago (Mi) 18/05/13

Maggio 20th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Si esce leggermente frastornati dal concerto di Beyoncé per il delirio di luci, bassi profondi, fuochi pirotecnici, visual sontuosi, spettacolari coreografie, grandi performance vocali ma anche tanto zucchero, inevitabile kitsch e pubblico in delirio.
Però usciamo anche con alcune certezze: Beyoncé con questo suo tour si vuole imporre come una regina del pop che vuol piacere a tutti. Il tema regale infatti è uno dei concept che ricorre più spesso nei video che inframezzano lo show, dove Beyonce indossa i panni di un’incipriata Maria Antonietta, un’oziosa Cleopatra e un’imperiosa Elisabetta I. Del resto se il marito Mr. Shawn “Jay Z” Carter, a cui è intestato il tour (scatenando in USA il solito vespaio femminista), intitola ironicamente il suo disco insieme a Kanye West “Watch the throne”, allora tutto torna.
Ma Mrs. Carter non è una regina altezzosa che guarda dall’alto i suoi sudditi o impone il suo stile: lo show si trasforma presto in una sorta di grande spettacolo ecumenico che soddisfa ogni gusto, sesso ed età. Si parte con la danza marziale di “Run the world” e “End of time” con un tripudio di luci strobo e fuochi artificiali, per poi passare alle ballad (“Flaws and all”, “1+1” forse la parte più debole dello show), passando dagli episodi più nigga (“Diva” e “Baby boy”) a quelli più scenografici dove i ledwall orizzontali si abbassano per permettere di giocare con le silhouette di Beyonce e del corpo di ballo, creando effetti di profondità e sdoppiamento piuttosto efficaci. Il tutto inframezzato dai video molto arty e decadenti che sembrano firmati da Floria Sigismondi, altri invece di stile pop-barocco, tutti orchestrati da una direzione artistica perfetta.
Lei si cambia d’abito, balla, sculonetta, sorride, canta con voce potente e sicura sempre con microfono in mano e ovunque si muova ha sempre il vento tra i capelli (questo è un mistero vero, come se sotto di lei ci fosse una macchina eolica che la segue).
Rispetto alle altre reginette del pop Lady Gaga e Rihanna o alla regina madre Madonna, lo show di Beyonce è certamente più vario ed energetico, edulcorato per il target famiglie ma musicalmente superiore. Basterebbe solo citare “Why don’t you love me” eseguita con piglio da moderno rhythm & blues da una band ben rodata e che mi ha ricordato il miglior Prince, come pure “Single Ladies” che, per chi scrive, rimane uno dei pezzi pop più innovativi degli ultimi vent’anni. Non mancano poi le hit come “Crazy in love” (spurgata dal rap di Jay-Z, ma accompagnata da un visual tra il bling-bling e lo stile art decò del Grande Gatsby di Luhrmann) e “Love on top” salutate con un boato, e pure un nuovo pezzo (“Grown Woman”) utilizzato per i nuovi spot Pepsi.
Come ogni regina che si rispetti sono tanti gli omaggi distribuiti durante il concerto ai passati regnanti della black music: dalla Donna Summer di “Love to love me baby” nell’originale “Naughty girl” a Michael Jackson (citazioni sparse di “Human nature” e “Off the Wall”), dal botta-e-risposta del Ray Charles di “What’d I said” fino al vero e proprio tributo a Whitney Houston prima del bis “Halo”. Come tutti gli spettacoli del genere ogni cosa è programmata al secondo, niente è lasciato al caso e la parola improvvisazione è praticamente bandita. La band – composta da 11 elementi, tutta al femminile – sta nelle retrovie, in un palco rialzato, disposto in linea orizzontale e spesso viene anche coperto dai videowall. I momenti forse più imbarazzanti sono quando Queen B. interagisce con il pubblico con un filo di voce, spesso roca, quasi a farla sembrare rotta dall’emozione e con le solite frasi molto ruffiane di circostanza, ma che scatena il delirio del pubblico adorante. Come quando la regina scende dal palco e si sposta nel cossiddetto “B Stage”, nel bel mezzo del forum dove esegue i brani più acustici come “Irreplaceable” e raccogli il calore del pubblico insieme ad asciugamani e bandiere italiane.
Per la cronaca il concerto è stato preceduto dal set minimale (solo basi e tastiera) di Luke James: morbido r&b ben eseguito con voce sicura e padronanza del palco. Se azzecca il singolo giusto sarà possibile vederlo nei piani alti delle charts (il nuovo disco “Made to love” uscirà il 16 luglio).

(Michele Boroni)

SETLIST
Who run the World
End of time
Flaws and all
If I were a boy
Get me bodied
Baby boy
Diva
Naughty girl
Party
Freak um
I care
I miss you
Schoolin life
Why don’t you love me
1+1
Irreplaceable
Resentement
Love on top
Survivor
Crazy in love
Single ladies
Grown woman
Halo

“sPOSTati un po’ più In LA” – “Quando sarò capace di amare”

Maggio 19th, 2013 in Reports by Carolina Piola

“Quando sarò capace di Amare” - Giorgio Gaber (1994)

Quando capiti di fronte a un testo del genere, a un artista unico e inimitabile quale è stato Giorgio Gaber, a una tale capacità di vedere, cogliere, comprendere, descrivere e raccontare, ogni parola aggiunta sarebbe superflua, ogni considerazione un maldestro tentativo.
Quando capiti di fronte a versi come questi, non puoi far altro che rimanere inerme e goderne fino in fondo.
Alle volte non c’è null’altro da dire; sono rare, non siamo abituati ad incontrarle, ma quando vi capiti di fronte, quelle volte le riconosci.
E quando accade, fermati. Poi riparti, ma non aggiungere altro.

“Quando sarò capace d’amare
probabilmente non avrò bisogno
di assassinare in segreto mio padre
né di far l’amore con mia madre in sogno.

Quando sarò capace d’amare
con la mia donna non avrò nemmeno
la prepotenza e la fragilità
di un uomo bambino.

Quando sarò capace d’amare
vorrò una donna che ci sia davvero
che non affolli la mia esistenza
ma non mi stia lontana neanche col pensiero.

Vorrò una donna che se io accarezzo
una poltrona, un libro o una rosa
lei avrebbe voglia di essere solo
quella cosa.

Quando sarò capace d’amare
vorrò una donna che non cambi mai
ma dalle grandi alle piccole cose
tutto avrà un senso perché esiste lei.

Potrò guardare dentro al suo cuore
e avvicinarmi al suo mistero
non come quando io ragiono
ma come quando respiro.

Quando sarò capace d’amare
farò l’amore come mi viene
senza la smania di dimostrare
senza chiedere mai se siamo stati bene.

E nel silenzio delle notti
con gli occhi stanchi e l’animo gioioso
percepire che anche il sonno è vita
e non riposo.

Quando sarò capace d’amare
mi piacerebbe un amore
che non avesse alcun appuntamento
col dovere

un amore senza sensi di colpa
senza alcun rimorso
egoista e naturale come un fiume
che fa il suo corso.

Senza cattive o buone azioni
senza altre strane deviazioni
che se anche il fiume le potesse avere
andrebbe sempre al mare.

Così vorrei amare.”

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Michael Jackson e Johnny Depp, sconto con video

Maggio 19th, 2013 in Libri, musica, personaggi by mike

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“sPOSTati un po’ più In LA” – “Have you ever seen the rain”

Maggio 18th, 2013 in Reports by Carolina Piola

“Have you ever seen the rain” - Creedence Clearwater Revival (1970)

“Qualcuno mi ha detto tempo fa, che prima della tempesta c’è la quiete…”
Così si apre uno dei più bei brani dei mitici Creedence, scritto nel 1970 da John Fogerty ed estrapolato l’anno successivo come singolo dall’album “Pendulum”.
Ma in questi giorni mentre la pioggia non sembra intenzionata ad arrendersi c’è da domandarsi se la calma oltre a precedere la tempesta prima o poi la segua e se sì, quanto tempo ci impiega ad arrivare?
“La pioggia” come metafora delle bombe che cadevano dal cielo durante la guerra del Vietnam; la pioggia che colpisce e percuote come certi eventi impregnati di idealismo che travolgono gli anni ‘60 e ancora gli anni ‘70, ma senza che la gente combatta più realmente; la pioggia e la tempesta in cui muta e si evolve come simbolo di qualcosa che scuote, poi disfa e distrugge.
Molteplici le interpretazioni date nel tempo a quella che è la protagonista della canzone; le prime, più grandi e profonde, provenienti dal pubblico e dalla critica l’ultima, forse la più vera, dal suo autore. A prescindere infatti da tutte le dietrologie emerse negli anni, Fogerty racconta che la canzone si ispira a quell’atmosfera di tensione che si respirava all’interno del gruppo nel momento in cui la scrisse e ai disagi che ne conseguirono, come l’uscita dalla band del fratello Tom. “Quando è finita, così dicono, pioverà una giornata di sole,
lo so, splendendo mentre scende come l’acqua”, così scivolano le parole di Fogerty, qualsiasi interpretazione racchiudano, mentre il suo strepitoso organo Hammond B3 le accompagna rendendo il messaggio ancora più forte ed incisivo, per poi abbandonarsi al quesito finale: “Voglio sapere, Hai mai visto la pioggia? Voglio sapere, Hai mai visto la pioggia
venire giù in un giorno di sole?”, ripetuto ostinatamente in uno sfogo mascherato da domanda, assetato di uno straccio di risposta, bisognoso di quiete e di conforto.

Nota in più: I know…

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Ad amici i blu iniziano con Michael Jackson

Maggio 18th, 2013 in cultura, spettacolo, personaggio, musica, cinema by mike

Ad amici la squadra dei blu capitanata da Eleonora Abbagnato inizia proponendo un brano di Michael Jackson, we are the world, il brano di squadra.

A grande richiesta Alanis e Leona Kory ritornano con una selezione di interviste rilasciate dal Re del Pop.

Volume 1 di una selezione di interviste con il Re del Pop.

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Una parte del ricavato andrà all’associazione www.cesvi.org/malaria.html

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Dedicato a tutti i fan di Michael Jackson di ieri, di oggi e di domani.

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Maggio 18th, 2013 in Spettacoli, musica, personaggio by mike

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“sPOSTati un po’ più In LA” – “Superstition”

Maggio 17th, 2013 in Reports by Carolina Piola

“Superstition” – Stevie Wonder (1972)

Siete così superstiziosi da aver optato per barricarvi in casa e non muovervi minimamente in questa splendida giornata di venerdì 17? Oppure appartenete alla schiera dei talmente indifferenti ai gatti neri che attraversano la strada e agli specchi che si frantumano, da non esservi neanche accorti della data nefasta?
Ad ogni modo, se prendiamo ad esempio il caso di Steve Wonder possiamo dire che il monito a non credere nelle superstizioni o nei detti popolari, da lui definiti “Things that you don’t understand” abbia portato una certa fortuna.
Il giovane Wonder, infatti, all’età di 22 anni, scrive, arrangia e produce per la Motown Record quello che diventerà il singolo di lancio dell’album “Talking Book”. Il pezzo, raggiunge presto la posizione numero uno negli Stati Uniti e allo stesso tempo la vetta di tutte le classifiche dei singoli soul, aggiudicandosi a pieno diritto la posizione numero #74 nella nota classifica de “500 Greatest Songs of All Times” redatta dal magazine Rolling Stone.
A conferire al pezzo quel tiro pazzesco è anche lo zampino di Jeff Beck, a cui si deve la scelta del mitico beat di batteria. Wonder chiese a Beck di essere lui stesso a registrarlo, ma dopo l’insistenza di Berry Gordy, alla fine fu Wonder a prendere in mano le bacchette. In seguito però Beck registrò ugualmente la sua versione del brano in occasione del progetto Beck, Bogert & Appice.
In questo pezzo e nell’intero album Wonder mostra uno stile nettamente più personale rispetto ai due dischi precedenti (“Where I’m coming from” e “Music of My Mind”) ed è proprio con questa nuova consapevolezza che si farà apprezzare definitivamente dal grande pubblico, conscio ormai che quel giovane ventiduenne avrebbe continuato a lungo a far parlare di sè.

Nota in più: Oggi vi consiglio vivamente di ascoltare… vedrete che il vostro umore, nero, nefasto o indifferente che sia, in ogni caso, cambierà piega!

“When you believe in things that you don’t understand,
Then you suffer,
Superstition ain’t the way”

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Live Report: Calibro 35 @ Teatro La Pergola, Firenze 15/05/13

Maggio 17th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

C’è stata un’epoca nel nostro paese in cui l’arte compositiva dei grandi musicisti italiani si metteva al servizio del grande schermo per dare vita ad opere che tutt’oggi fanno scuola nel mondo. Un periodo d’oro che vedeva registi come Mario Bava, Umberto Lenzi, Lucio Fulci, Dario Argento, Elio Petri chiedere collaborazione ai maestri Ennio Morricone, Giorgio Gaslini, Stelvio Cipriani o Riz Ortolani (solo per citarne alcuni) per creare dei vestiti sonori adatti ai propri film, come 4 Mosche di velluto grigio (1971), Casa dalle Finestre che ridono (1976), Una lucertola con la pelle di donna (1971), Il gatto a nove code (1975).

Oggi, grazie al lavoro dei Calibro 35, in “Indagine sul Cinema Italiano del brivido”, tale patrimonio vive una seconda giovinezza. Per la prima volta a Firenze, ad un anno e mezzo dalla precedente ed unica esibizione al Teatro dal Verme di Milano, è stata proposta, nella sontuosa cornice del Teatro della Pergola, una venue particolare, per veri e propri amanti del genere. Una sorta di progetto parallelo in cui vengono messe da parte le colonne sonore dei b-movie poliziotteschi anni 60 e 70, vero e proprio marchio di fabbrica della band milanese, per lasciare spazio e tributare il thriller, il giallo e l’horror. La miscela esplosiva di prog, funk e fusion normalmente riproposto nei normali concerti dei Calibro 35, viene sostituita da atmosfere strumentali inquiete, cupe e perennemente sospese.

Come se non bastasse, per riprodurre al meglio la dimensione orchestrale di quelle colonne sonore, la band sale sul palco accompagnata dalla tromba di Paolo Raineri, dal trombone di Francesco Bucci,dalle percussioni di Sebastiano De Gennaro, dal violino di Rodrigo D’Erasmo (Aftherhours) e dal violoncello di Daniela Savoldi. Due ospiti speciali della serata, provenienti sempre dalla scena indipendente italiana, sono stati la talentuosa Serena Altavilla (cantante dei Blue Willa) e l’eclettico del moog theremin, Vincenzo Vasi, direttamente dalla band di Vinicio Capossela.

Dopo la breve introduzione di Giuseppe Vigna (direttore artistico del Musicus Concentus) si apre il sipario su una esibizione di elevato livello. I Calibro 35 si divertono e fanno divertire per quasi un’ora e trenta minuti il gremito pubblico fiorentino, prendendolo per mano ed accompagnandolo in un suggestivo e coinvolgente viaggio sonoro e visivo (ottimo il gioco di luci sul palco che esalta la potenza delle esecuzioni). Come perfetti alchimisti del suono, giocano ed entusiasmano i presenti mantenendone sempre alta l’attenzione. Merito, oltre la qualità tecnica delle esecuzioni, di una intelligente scelta di 18 brani, prelevati da un vasto campionario cinematografico-musicale, dai ritmi e dalle sonorità variopinte e mai ridondanti che spaziano dall’inquietudine trasmessa dagli archi stridenti e dissonanti e dalle disarticolate sequenze di piano presenti inTrafelato (1971)brano di Morricone, alla psicotica irrequietezza generata da quell’insano giro di cembalo in Tentacoli (1971) di Stelvio Cipriani (traccia presene anche nel poliziottesco La polizia sta a guardare ripreso anche da Tarantino in Grindhouse), attraversando anche sessioni più ritmate come 5 Bambole per la luna d’agosto(1970) di Pietro Umiliani o Rhythm(1972) del grande Luis Bacalov, brani che grazie al loro groove caldo e trascinante hanno scaldato non poco il teatro. Il tutto colorato dalle esaltanti performance di Vincenzo Vasi e del suo theremin durante l’esecuzione di Un tranquillo posto di campagna (1968), eccentrica e sperimentale composizione Morriconiana, e dalle estensioni vocali di Serena Altavilla in Quei giorni insieme a te(1972) di Riz Ortolani che rende pienamente giustizia all’originale interpretazione della Vanoni. Una selezione sonora avvincente, quindi, che riesce a tenere sempre tirato il filo della tensione emotiva in ogni sua sfumatura e che trova il suo momento più alto durante l’esecuzione di Profondo Rosso (1975) della coppia Goblin/Gaslini, per poi terminare dopo una breve pausa con un fuori programma, La morte accarezza a mezzanotte(1972) di Gianni Ferrio.

Si conclude così un evento ben costruito e riuscito in ogni suo minimo dettaglio. Un professionale e appassionato omaggio ai protagonisti di un’era musicale cinematografica e culturale indimenticabile. In chiusura, colpisce l’età media dei presenti: ragazzi che, come il sottoscritto, quaranta anni fa non erano neanche nei pensieri dei propri genitori. Segnale questo, forse, che i Calibro 35 ci sanno fare davvero?

(Daniele Flamini)

SETLIST

Casa dalle finestre che ridono – Amedeo Tommasi

L’alba dei morti viventi Zombi – Goblin

5 Bambole per la luna d’Agosto – Pietro Umiliani

Cannibal Holocaust – Riz Ortolani

Cannibal Ferox – Budy Maglione

Shock – Libra

Tentacoli – Stelvio Cipriani

4 Mosche di velluto grigio- Ennio Morricone

Cosa avete fatto a Solange?- Ennio Morricone

Un tranquillo posto di campagna – Ennio Morricone

Una Lucertola con la pelle di donna – Ennio Morricone

Trafelato – Ennio Morricone

Rythm – Luis Bacalov

Quei giorni insieme a te – Riz Ortolani

Allegretto per signora – Ennio Morricone

Il gatto a nove code – Ennio Morricone

Profondo Rosso – Giorgio Gaslini

BIS

La morte accarezza a mezzanotte – Gianni Ferrio

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