Milano, 15 giugno 1989 (il mio primo concerto dei R.E.M.)
Martedì, Maggio 14th, 2013Questa settimana esce la ristampa di Green dei R.E.M. – ne ho parlato in maniera più o meno seria qua. La band ha fatto una sorta di concorso su Facebook chiedendo di postare ricordi del tour dell’89 – quello da cui è tratto il bonus CD della ristampa. ho avuto la fortuna di vederli a Milano, al Palatrussardi, nel 1989 – uno dei concerti più belli della mia vita – ed è stata l’occasione per rinvangare un po’ di ricordi, compresa la maglietta comprata al concerto, saltata fuori magicamente dall’armadio proprio in questi giorni….
il 1988 e 1989 sono gli anni in cui mi sono innamorato davvero dei R.E.M.
Ho iniziato ad ascoltarli nel 1986, ma “Green” e il Green World Tour li hanno resi la mia band preferita.
Ero al penultimo anno di liceo, al tempo, e vivevo a Cuneo. Quando vennero annunciate le date italiane, chiesi ad un amico che studiava a Milano -lo stesso che mi aveva fatto conoscere il gruppo - di prendermi i biglietti.
Quando portò il biglietto un sabato mattina all’uscita da scuola, ero felice come un bambino la mattina di Natale – provai anche a far vedere il mio trofeo a qualche amico, che non capiva l’entusiasmo: i R.E.M. non erano ancora molto famosi in Italia. Non ancora.
Comunque, il primo tour italiano venne programmato direttamente per i palazzetti – una buona partenza per l’amore reciproco tra i R.E.M. e l’Italia – che sarebbe diventata con gli anni uno dei posti preferiti del gruppo.

Presi il treno il giorno del concerto – poco dopo la fine della scuola. Incontrai il mio amico in Largo Gemelli, fuori dall’Università Cattolica – era la prima volta che vedevo quel posto – e fu un’altra prima volta importante. L’autunno dell’anno dopo avrei iniziato a frequentare quei chiostri come studente. 24 anni dopo li frequento ancora, come docente.
Il concerto, in realtà, non me lo ricordo in dettaglio. Mi ricordo le sensazioni. Mi ricordo di essere riuscito ad infilarmi in prima fila, alla sinistra del palco, sotto alla postazione di Mike Mills. Mi ricordo i Go-Betweens, che aprirono il concerto. E mi ricordo che all’uscita comprai tutto quello che potei al merchandising: una maglietta, una felpa, un cappellino, il programma.
Mi ricordo bene che suonarono praticamente tutte le canzoni che amavo, dalle prime alle più recenti, compresa “Turn you inside-out” ancora oggi la mia preferita da “Green” e una delle mie preferite in assoluto. Suonarono pure un po’ di cover: “Crazy” dei Pylon e “Ghost rider” dei Suicide, uscite solo su 12″. Stipe era spiritato e teatrale, Buck saltava tutto il tempo. Qualche tempo dopo, da quel tour sarebbe uscita una videocassetta che avrei consumato, “Tourfilm”.
Per tornare a casa dovetti farmi una notte in treno: 6 ore per poco più di 200 km, arrivando alle 6 di mattina a Cuneo – ma ne era valsa la pena: fu il primo dei miei 21 concerti dei R.E.M..
Amo praticamente tutto quello che hanno fatto (sono un fan, no?). Ma se dovessi scegliere il mio concerto preferito dovrei dire: Dublino, luglio 2007 all’Olympia Theatre. E Milano, 15 giugno, 1989 Palatrussardi.
Probabilmente non avete idea della quantità di pensiero, di progettazione e professionalità che c’è dietro un show come quelli del “Wrecking Ball Tour”. Che non sarà uno spettacolo iper-prodotto tipo quelli di Madonna, Rolling Stones & co, ma insomma. Tutta la produzione dello show è fatta per essere invisibile, per far dimenticare al pubblico le barriere che lo separano da Springsteen.

Scartabellando in rete ho trovato questa bella intervista a Prince fatta nei giorni scorsi via mail da un quotidiano australiano, il Melbourne Sunday Herald e
Emozione, tanta. Ma pochissima autocelebrazione – anche nel backstage dopo il concerto, in un piccolo aftershow party in cui Fossati ha una parola e un sorriso per tutti quelli che lo vengono a salutare: qualche collega, discografici, collaboratori, giornalisti. O semplici fan intrufolati (“Ivano, ti ricordi di me? Mi hai firmato un biglietto agli Arcimboldi!”, gli dice un ragazzotto che gli consegna il suo CD, mentre contestualmente si fruga il naso con le dita. Ivano abbozza, sorride, prende il CD e lo mette in una sacchetta che ha con sé).
Ma Baptista è un onnivoro musicale, fin dal nome della sua formazione e rigurgita tutto in maniera divertente, senza perdere niente in profondità, in pensiero. E’ un percussionista, uno che ha suonato con mezzo mondo. Ma è uno che ti entra in scena, accende una radio, prende un frammento di FM disturbato, lo mette in loop, lo fa diventare musica. Perché nelle sue mani, ogni cosa è musica: si mette a lato, circondato da ogni possibile aggeggio oltre e a quelli più tradizionali. E lo suona, con naturalezza, con divertimento, e con un gusto musicale che non ha pari.
Non una chiesa qualsiasi. E’ una chiesa piccola, bellissima e aggraziata nelle sue decorazioni. Ma rimane comunque una chiesa: “This place is intimidating”, dice Glen Hansard a inizio concerto. E’ in tour da solo, dopo la serie di date in apertura a Eddie Vedder in America. E’ sulla strada con un furgone, la sua solita chitarra scassata, un’altra elettrica, un road manager che sa cantare e un cantante che di volta in volta gli apre le serate (in questa c’è l’amico irlandese Oliver Cole). Glen sta provando le nuove canzoni, quelle che finiranno sul primo disco solista dopo anni con i Frames e dopo il periodo con la Swell Season, che gli è valso un Oscar e quella meritatissima fama che inseguiva da anni.

Ad un certo punto, Glen si fionda sull’organo, ma non funziona. Allora si dirige sul piano a coda in una delle navate laterali (che, per inciso, si trova a 1 metro da dove è seduto il Vostro…) e attacca un nuovo brano, incurante dei flash di cerca di scattargli una foto. Ogni tanto suona l’elettrica, ricordando il suono e la carica del suo allievo Jeff Buckley al Sin-é ( a cui Jeff arrivò grazie a Glen: al tempo era il suo roadie, e Glen – erano i primi anni ‘90- girava per i locali irlandesi grazie alla popolarità derivata dalla sua apparizione in “The committments”). Ogni tanto avanza nelle navate e canta senza amplificazione, divertendosi a fare cover, come suo solito (“Astral weeks”, “You ain’t going nowhere”: Van Morrison e Dylan..,).
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