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Archivio per la ‘Nuova musica’ Categoria

#NowListening – i postumi del Record Store Day

Martedì, Aprile 23rd, 2013

Nelle rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate in giro, questa settimana si parla di Record Store Day: alcune considerazioni a freddo, alcune delle cose che sono uscite per l’occasione

Sabato 20 era il Record Store Day, ne abbiamo parlato in abbondanza su Rockol (qua la bella intervista del mio collega Alfredo Marziano al fondatore dell’iniziativa, Michael Kurz). C’è chi ne parla come se fosse Natale: arriva una volta l’anno, e porta con sé dei bei regali, sotto forma di pubblicazioni inedite per l’occasione. E c’è chi lo bolla come l’ennesima giornata per qualcosa (ormai c’è una giornata per tutto), rimarcando che ormai la musica passa da altre parti, non dai negozi di dischi.

Il Record Store Day, per quello che mi riguarda, mette assieme due cose.

1)Il collezionismo. Facile fare ironia – ho letto battute della scrittrice Catlin Moran sul marito che esce la mattina per comprarsi il vinile n° 50.000. Ma il collezionismo è una cosa trasversale, che va dai dischi ai gadget (quelli che fanno le code per un iPhone) a quelli che fanno a botte ai primi giorni di saldi a quelle che hanno non so quante paia di scarpe in casa, religiosamente conservate in un armadio con un foto attaccata alla scatola. E’ il bello dell’amante di musica: il possesso dell’oggetto unico.

2)Il consumo. I negozi di dischi sono luoghi di cultura e di formazione del gusto. Quelli della mia generazione hanno un negozio in cui sono cresciuti musicalmente. Ma oggi la musica si ascolta altrove. Io stesso sabato sono uscito felice come un bambino a comprare i miei dischi (vedi sotto). Poi uno l’ho digitalizzato, l’altro l’ho ascoltato su Spotify in palestra.

Il fatto è che il Record Store Day esiste per le esclusive, e così deve essere per i negozi di dischi in generale, oggi: luoghi dovi trovi cose particolari.

Non ti può succedere, come mi è capitato sempre sabato, di fare un giro in un negozio e trovare una copia vecchia e usatissima di un famoso  album, venduta come se fosse nuova, a 20€ – in rete la trovi versione rimasterizzata  con inediti a 5€. Tutto il resto è troppo facile da recuperare e le esclusive sono quelle che gli appassionati vogliono: i lati B, gli inediti, i singoli, le outtakes, le cover, i dischi dal vivo.

Gli artisti, per anni prima del boom digitale, hanno nicchiato su questo terreno: solo qualche briciola sui singoli. Poi hanno iniziato a darle ad iTunes, a venderle sui propri siti (vedi i bootleg ufficiali). Da qualche tempo hanno deciso di stamparle per il Record Store Day. Ben arrivati. Quindi non diamo la colpa della crisi dei negozi di dischi solo ad iTunes, alla pirateria, al digitale etc. Lo scenario sta cambiando (è cambiato), e se davvero pure gli artisti tengono ai negozi di dischi, devono trattarli come trattano iTunes: un luogo dove vendere esclusive. Non solo per il Record Store Day.

R.E.M. – Live in Greensboro

Sabato entro da Psycho, a Milano. Vedo un po’ di 7″ esposti. Chiedo: “Cosa ti è arrivato, anche qualche CD?” “Solo quello dei R.E.M.” “Lo voglio!”, quasi urlo. 5 canzoni dal vivo, della mia band preferita, nel loro periodo più bello (1988-1989). 5 canzoni che anticipano la ristampa di “Green”, in uscita a metà maggio – (dove ci sarà il resto del concerto).

Pazienza che sono pezzi abbondantemente circolati (alcuni usati sui lati b del periodo Out Of Time, altri in “Tour Film”, film concerto del periodo). Pazienza che a “King of Birds” abbiano tagliato l’intro con “We the people”. Suonano da dio – sono stati rimasterizzati; l’oggetto in sé è bello, riprende la grafica del periodo, quella di “Green”. C’è pure una rara performance dal vivo di “Strange” dei Wire – che avevano inciso per “Document”. Sono pubblicazioni come queste che ti fanno amare il Record Store Day.

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Fuzztones – Oil Snake

Questo l’ho preso un po’ per senso di colpa: IL CD dei R.E.M, un 7″ di Dylan per mio padre, e poi mica volevi fermarti lì? Metto gli occhi su una raccolta di brani rari dei Fuzztones, con il loro garage-horror-rock, che se lo ami non smetteresti mai di ascoltare. Ho fatto bene e ho fatto male. Poi sono andato in palestra e l’ho ascoltato su Spotify: psicopatologia della vita digitale.

Ho fatto bene a comprarlo: nella versione fisica ci sono i dettagli delle canzoni e le copertine dei dischi da cui arrivano la canzoni – la grafica “pulp” dei Fuzztones è una delle loro cose più belle. Ho fatto male perché metti su certi dischi e ti incazzi, vorresti averli ascoltati prima di comprarli: in questo caso le 36 canzoni sono infarcite da spot radiofonici e spezzoni di interviste che non si possono saltare.  Un bene e un male che riassumo pregi e difetti del consumo fisico e del consumo digitale.

Big Country – The Journey

Questo l’ho preso per nostalgia. Non è una pubblicazione da Record Store Day, ma è una di quelle band che ho scoperto per caso nel negozio di dischi in cui sono cresciuto (Muzak, di Cuneo). Rock scozzese, chitarre usate come cornamuse: negli anno ‘80 erano tra i nomi grossi, assieme agli U2 (Irlanda), Alarm (Galles) e Simple Minds (ancora Scozia). Poi il loro leader ha fatto una brutta fine (si è suicidato nel 2001). La band si è riformata con Mike Peters degli Alarm alla voce. Una roba ipernostalgica e un po’ triste, così come questo disco, che sembra una parodia della band originale. Girare alla larga, pure per i nostalgici della mia generazione.

Infine ecco un po’ di cose belle uscite per il Record Store Day. Cose che avrei voluto comprare sabato, ma che non ho trovato e che adesso – contraddizioni del consumo digitale – si trovano tranquillamente in rete. BuzzFeed ha una lista con altre cose ancora.

Nick Cave, “Animal X” (inedito dalle sessioni di “Push the sky away”, uscito su 7″)

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I Pulp remixati dai Soulwax, com un tocco di Kraftwerk

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Sharon Van Etten con i Shearwater che rifanno Tom Petty & Stevie Nicks, “Stop draggin’ my heart around”

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Garbage & Screaming Females per una bella e intensa cover di Because The Night

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#NowListening: e alla fine si torna sempre a contare i corvi

Lunedì, Aprile 15th, 2013

La rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate in giro, oltre a quella di cui parlo di solito qua.

Al solito, i titoli sono link a spotify (o ad altre forme di streaming). Sempre su Spotify c’è una playlist a cui ci si può iscrivere, con il meglio della musica segnalata nella rubrichetta.


Counting Crows – Echoes from the Outlaw Roadshow

Tuttu noi ascoltatori compulsivi abbiamo qualche gruppo per cui perdiamo il senno. Però persino quei gruppi ti fanno cadere le braccia. E’ più o meno quello che ho pensato quando ho sentito che i Counting Crows – una delle mie band preferite stavano pubblicando un disco dal vivo. Il settimo della loro carriera, se ho contato bene. Dopo un disco di cover. Reazione: bah.

Poi il fan ha prevalso e pur pensando che fosse un “disco da Spotify”, l’ho comprato. Ho fatto bene. Una raccolta di diverse performance dello scorso tour, scelte non banali, con alcune gemme assolute: una cover da brividi di “Girl from the north country” (non compresa sull’album dell’anno scorso). L’ennesima stupenda versione di “Round here” (che questa volta cita Van Morrison). Un tiro e una passione che….

Alla fine si torna sempre a casa, dai nostri gruppi preferiti, e non è un male.

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Bill Janovitz – Walt Whitman mall

Una cosa che non mi sono mai spiegato è perché J. Mascis sì e Bill Janovitz no. Perché i Dinosaur JR e il loro leader sono – giustamente – icone dell’indie rock e i Buffalo Tom non se li fila quasi nessuno. Arrivano dalla stessa città (Boston), dallo stesso periodo. I Buffalo Tom hanno fatto dischi anche migliori… Comunque, il loro leader torna con un gran bel disco, dopo aver pubblicato negli ultimi anni oltre 100 cover al ritmo di una a settimana. “Walt Whitman Mall” è un disco di rock/folk melodico, scritto da dio (un viaggio nelle memorie suscitate dai luoghi: il titolo originario era “Long Island of the Mind) e cantato con quella voce un po’ roca… Persino meglio delle ultime cose dei Buffalo Tom, che si sono riformati nel 2007 (Janovitz, nel frattempo, fa l’agente immobiliare: “part time man of rock”, si definisce). (Il disco si trova solo su BandCamp o su Pledge Music: è stato finanziato con il crowdfunding)

Artisti Vari – Love for Levon

Levon Helm. La Band. Quella voce, quelle canzoni. Lo scorso ottobre un po’ di amici si sono ritrovati a cantarle, in sua memoria in New Jersey. C’erano Don Was e Kenny Aronoff a suonare, a cantare Roger Waters, i My Morning Jacket, John Hiatt, John Mayer,  Mavis Staples, Gregg Allman, Jakob Dylan. E poi appunto ci si sono quelle canzoni. La versione finale di “The night they drove ‘ol dixie down” d i Waters e My Morning Jacket fa venire il piangerone.

Californication Season 6 OST

Nei giorni scorsi, complici le lezioni allo IULM su Musica e serie TV, mi è ripartita la scimmia per Californication, di cui avevo un po’ di puntate in arretrato. Ho visto una puntata in cui usano “Strange religion” di Mark Lanegan. Niente, è una delle serie migliori, se non LA migliore, nello scegliere e/o commissionare canzoni e metterle in scena. La sesta serie, quella appena finita in America, ha una album/colonna sonora davvero notevole: cover e (Marilyn Manson che rifà “Personal Jesus”, Ryan Adams alle prese con gli Iron Maiden tra le altre) e brani inediti e scelte dal passato da intenditori. E nomi nuovi, come Lissie (cantautrice alle prese con una splendida versione minimale di “Nothing else matters”) e Beth Hart (la sua “My California” è il season finale).

Lo trovate solo su iTunes, su Spotify ci sono quelli delle passate stagioni – Qua invece ho raccolto un po’ di canzoni in una playlist su Spotify.

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#NowListening (13): dischi da Spotify e ritorni inaspettati

Venerdì, Marzo 22nd, 2013

La rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate in giro, oltre a quella di cui parlo di solito qua.

Al solito, i titoli sono link a spotify (o ad altre forme di streaming). Sempre su Spotify c’è una playlist a cui ci si può iscrivere, con il meglio ella musica segnalata nella rubrichetta.

Black Crowes – Wiser For The Time

Esiste la categoria “Dischi da Spotify”? Quelli che non vale la pena comprare e neanche scaricare, ma avere a portata di streaming? Eccone uno. Avevano detto che si sarebbero presi una pausa a tempo indeterminato, e dopo due anni son di nuovo qua. Per fortuna. E tornano con un album live, l’ennesimo, metà elettrico e metà acustico. Nulla toglie e nulla aggiunge, anzi ci sono dei live migliori. Bella la cover di “Willin’ ” dei Little Feat, criminale l’assenza di “Wiser time”, la canzone più bella della band (che dà il titolo album, peraltro).

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Replacements – Songs for Slim

Un colpo al cuore, a vedere riformati i Replacements, per chi è cresciuto con il loro rock ‘n’ roll sghembo e viscerale. Vabbé, ci sono solo Paul Westerberg e Tommy Stinson, che hanno inciso un po’ di cover per Slim Dunlap, il loro chitarrista che non sta bene. “I’m not sayin’” da sola vale l’EP.

Hey Marseilles – The line we trace

Uno dei miei pusher più fidati di musica dice che è il disco dell’anno. Arrivano da Seattle, “The lines we trace” è il loro secondo disco a quattro anni dal precedente. Pop-rock orchestrato e mai banale, che a tratti ricorda Midlake e Decemberists. “Bright hearts burning” è una delle canzoni più belle che ho sentito quest’anno. Da ascoltare, assolutamente.

Widower – Fool Moon

Un altro cantautore classico, anche questo scoperto grazie a Fuel/Friends come Tyler Lyle di cui parlavo al giro precedente: un gioiello di album di canzoni delicate, arrangiate benissimo con begli intrecci tra chitarre acustiche ed elettriche. Si trova solo su Bandcamp (cliccate sul titolo)

Jack Jaselli – I need the sea because it teaches me

Un nuovo EP per questo bravo cantautore italiano di cui su Rockol si è parlato già più volte, ai tempi di “It’s gonna be rude, funky, hard”. Una manciata di canzoni acustiche registrare in una caverna di fronte al mare, tra cui una spettacolare cover di “Closer” dei Nine Inch Nails. La soavità con cui Jack canta “I want to fuck you like an animal” da sola vale il disco.

Viva Lion – The Green Dot

Strani casi della vita: ti arriva un comunicato stampa di un EP. Incuriosito, lo ascolti perché c’è una cover di una canzone che ha segnato la tua adolescenza. “Footlose” di Kenny Loggins, colonna sonora dell’omonimo film, qua splendidamente trasformata in una cupa canzone giocata su chitarre e campionamenti. Poi indaghi un po’ e scopri che dietro lo pseudonimo si cela una persona che conosci bene e che non senti da tempo: manco sapevi neanche che cantasse. Daniele Cardinale, romano, che ha inciso questo EP per la Cose Comuni, etichetta dei Velvet, che partecipano al disco. 5 belle canzoni cantate in inglese, un cantautorato dalle scelte sonore mai banali.

#NowListening (pre-Sanremo edition)

Martedì, Ffebbraio 5th, 2013

La rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate da queste parti, questa volta in veste sanremese.

Dovevo andare  in riviera per la settimana. Mi ero scelto un po’ di musica di salvataggio, oltre a quella di cui parlo di solito qua.

Poi il menisco ha fatto crack (mentre andavo ad un concerto, per la cronaca). Così guarderò il Festival in TV (non sono normale, lo so: sono dispiaciuto di non poter passare una settimana in quella gabbia di matti che è la Sala Stampa dell’Ariston)

Ma il senso di queste cose non cambia: musica alternativa per la settimana più intasata di musica di tutto l’anno.

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Nick Cave – “Push the sky away”

Il disco esce il 19 febbraio, la recensione completa arriva su Rockol tra qualche giorno. Basti sapere che è uno dei dischi dell’anno: tagliente, inquietante, lirico. E con le due canzoni migliori di questi primi mesi del 2013: “Jubilee street” e soprattutto “Higgs Boson Blues”, che già solo il titolo…

Chris Stamey – “Lovesick Blues”

Metà dei Db’s, gruppo storico del power pop americano. L’altra metà è Peter Holsapple (che ha suonato nei R.E.M. dall’89 al ‘92). Assieme hanno fatto molte cose belle, ma da solo pure: un disco di pop-rock folkeggiante piacevole come solo i grandi autori di canzoni sanno essere. Il mondo è quello lì: R.E.M., Go-Beetweens, Teenage Fanclub. Anche la classe è quella.

Chiara Galiazzo – Un posto nel mondo

Ma non doveva essere musica di salvataggio, anti-Sanremo?  Beh, sapere che una che è appena uscita da X Factor fa subito un disco di inediti così presto, con autori di questo livello… Molti dei migliori nomi in gara quest’anno non avranno un album per qualche mese. Silvestri, gli Elii, gli Almamegretta usciranno tutti più in là. Nel frattempo Chiara c’è, le canzoni ci sono, la voce è fantastica. Devo ancora ascoltarlo bene, capire se ha trovato il suo genere oltre alle canzoni. E son curioso di sentirla sul palco.

Andrea Nardinocchi – Il momento perfetto

Uno che seguiami da tempi pre-sanremesi e non sospetti. Andrea fa qualcosa che non fa nessun altro, in Italia: soul elettronico, con incursioni nel pop e nel rap. E lo fa bene, benissimo. Il disco vale la pena – anche questo lo recensirò con calma, anche dopo avere visto cosa combinerà con le sue loop station sul palco dell’Ariston. Ottima musica, a prescindere dal Festival, ed è bello che ci sia anche lì.

Buckingham Nicks

Un disco che ho riscoperto grazie a “Sound City”, il documentario di Dave Grohl: fu uno dei primi album incisi in quegli studi e da lì nacquerò i Fleetwood Mac nella loro incarnazione più famosa. Il disco è del 1973, è da tempo fuori catalogo – non si trova ufficialmente da quasi nessuna parte, ne circolano versioni in MP3 rippate dai vinili originali (paradossi della vita digitale). Ma se lo trovate (non è difficile, dai) vale la pena: pop rock di altissima classe.

Grateful Dead – Dave’s Pick 5: 11/17/73, UCLA

Troppo tardi: l’ultimo “bootleg ufficiale” dei Grateful Dead, stampato in 13.000 copie numerate, è andato esaurito in un mese. Come tutti i dischi dal vivo dei Dead. Questo l’ho comprato soprattutto perché le note di copertina le ha scritte Bill Walton, leggenda del basket NBA (Blazers e Celtics nei ‘70-’80) e “deadhead” fino al midollo: ha visto più di 650 (seicentocinquanta!) concerti della band. Sul sito c’è ancora un estratto, una spettacolare jam su “Here come sunshine”. La musica dei Dead è terapeutica, almeno lo è stata per me in questi giorni. Andrebbe prescritta dai dottori. (Per la cronaca, io ho beccato un ortopedico fan dei Marlene Kuntz: “ma lei è di Cuneo? Conosce i Marlene Kuntz? Rilassi il muscolo, pensi a “Sonica” – come se “Sonica” fosse la canzone giusta per rilassarsi…)

Ah, poi se volete vedere un bel rockumentary, guardate quello qua sotto. E’ della serie “Classic albums” (sempre sia lodata) è dedicato ad “Anthem of the sun” e soprattutto ad “American beauty”, il miglior disco di studio dei Grateful Dead. Ma soprattutto, racconta la scena di San Francisco nella seconda metà degli anni ‘60 e le differenze/difficoltà nel fare musica dal vivo e in studio: “Fare musica in studio è come costruire una nave in una bottiglia. Suonare dal vivo è come remare su una zattera in mezzo all’oceano”.

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Buon festival!

#NowListening (9)

Giovedì, Ggennaio 10th, 2013

Dopo la pausa natalizia, ecco la rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate da queste parti, altri dischi oltre a quelli di cui si parla nello spazio canonico delle recensioni su Rockol.

(Il titolo è un link a spotify per ascoltare il disco, quando è disponibile. Qua una guida su come usare Spotify dall’Italia)


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James Maddock: Another Life

Di questo inglese trapiantato in America ho parlato parecchio nell’ultimo anno. Un po’ Springsteen, un po’ Rod Stewart, con grandi canzoni. Ha un nuovo disco in uscita a febbraio che si può finanziare tramite il sito di crowdfunding PledgeMusic – e ascoltare in streaming in anteprima. E’ un po’ più intimo e folkeggiante delle cose precedenti, e lui è davvero sempre bravo, se piace il genere.

Philip Glass Reworked

Una delle operazioni più fighette degli ultimi tempi. Prendi il compositore che ha rappresentato l’avanguardia minimalista newyorchese. Fallo remixare da Beck, Amon Tobin e altri nomi come si deve. E il risultato è esattamente quello ci si può immaginare. Fighettismo minimale elettronico di altissimo livello. C’è anche un’app per iPhone e iPad con belle visualizzazioni interattive delle singole tracce e la possibilità di remixare un po’ di musica: iperfighettismo multimediale. A dire la verità, ha un sacco di limiti: costa quanto il disco, che poi non si può ascoltere fuori dall’app. E l’interattività è limitata. Ma è gran un bel tentativo.

Toad The Wet Sprocket: 5 Live

Band iperminore californiana riformatasi qualche tempo fa, che ha il pregio di avere scritto una delle mie canzoni preferite di tutti i tempi, “Something’s always wrong”, gioellino di melodia remmiana, compreso anche in questo EP dal vivo che si può comprare su Bandcamp per pochi spiccioli. E “Something’s always wrong” si può scaricare gratis. Correre, se non l’avete mai sentita.

Low- Plays Nice Places

A marzo esce il loro nuovo album – che peraltro circola già in rete – prodotto da Jeff Tweedy. Nel frattempo sul si può scaricare gratuitamente questo bellissimo EP dal vivo che ha come ospite Benjamin Gibbard dei Death Cab For Cutie. Le loro ballate minimali dal vivo tolgono il fiato, in particolare “Sunflower”.

Mostly Other People Do The Killing – “The Coimbra Concert”

Questo album l’ho comprato per la copertina, che percula allegramente uno dei miei dischi preferiti di sempre, il “Koln Concert” di Keith Jarrett. Questo quartetto ha un dono raro nel jazz: l’ironia. Sono cattivi, dissacranti, come dovrebbe essere il jazz e come spesso non è. Mettono talmente tante cose nella loro musica che fanno venire il mal di testa. Usare con cautela.

Umphrey’s McGee – “Hall of fame – class of 2011″

Passano per “Jam band”, ma sono un po’ meno psichedelici dei soliti eredi dei Grateful Dead. In realtà, più che questo disco, il consiglio è di andare su livedownloads.com e scaricare un po’ delle cover/mashup che fanno dal vivo. Sono divertenti e suonate da dio, come quella che unisce “Another brick in the wall” a “Thriller” e quella qua sotto: “Life during exodus”, i Talking Heads mischiati con Bob Marley. Geniale.

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Le inevitabili classifiche del 2012

Martedì, Dicembre 18th, 2012

Fare classifiche di fine anno è bello. E’ bello farne diverse, riscriverle, ripensarle. Ne ho fatte anche un altro paio, sparse in giro:  e ho già cambiato idea altre 10 volte anche da quando ho scritto questa qua sotto (che uscirà in mezzo a quelle di Rockol, che pubblicheremo un po’ più avanti)

ITALIANI:
1. Cesare Cremonini, “La Teoria dei Colori”
2. Il Pan Del Diavolo, “Piombo Polvere e Carbone”
3. Afterhours, “Padania”
4. Numero6, “Dio C’è”

5. Arisa, “Amami”
STRANIERI:
1. Patti Smith, “Banga”

2. Chris Robinson Brotherhood ,“Big Moon Ritual”
3. Calexico, “Algiers”
4. Damien Jurado, “Maraqopa”
5. Frank Ocean, “Channel orange”
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E poi, i miei piccoli awards personali, per quello che possono valere. Categorie sparse a caso, che rappresentano la musica che ho ascoltato quest’anno.
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Concerto dell’anno: Inevitabilmente Bruce Springsteen, che gioca in un altro campionato (e a questo giro era in forma strepitosa). Ma anche i Gomez ai Magazzini Generali di Milano. I Wilco (sia a Torino che a Milano), Roger Daltrey che rifà “Tommy” (il concerto più divertente, di sicuro),  Bon Iver all’Alcatraz, Tom Petty a Lucca. E il concerto finale di Ivano Fossati allo Streheler, e  Cesare Cremonini al Forum.
Cosa più divertente dell’anno: I concerti in redazione, i “Live@Rockol”. Ne abbiamo fatti un bel po’, e avere gente come James Taylor, o i Calexico o Niccolò Fabi che suonano praticamente solo per te… Divertente ed emozionante.
Operazione WTF dell’anno: Il live di Ivano Fossati, “Dopo tutto”. Io gli voglio bene, a Ivanone. Il suo ultimo concerto, dicevo, è stato uno dei momenti più emozionanti dell’anno. Ma questo live non è né la registrazione integrale di quell’ultimo concerto, né rappresentativo del tour d’addio, avendo lasciato fuori buona parte dei (pochi) classiconi in scaletta. Si è ritirato. Non è il tipo da autocelebrazioni. Perl perché pubblicare un live così? Bah.
Delusione dell’anno: La biografia di Neil Young. Ok, sei Neil Young. Puoi fare un po’ quello che vuoi.  Ma, con tutte le cose che avresti da raccontare, passare il tempo a parlare  di trenini e macchine…
Frase dell’anno: “Oggi basta che uno faccia un paio di canzoni e si definisce ‘artista’, magari artista maledetto. Io mi ritengo un artigiano” – Francesco Guccini. Il Maestro si ritira – la sua saggezza mancherà, la sua musica resta. (Imparate, giovani artisti arrogantelli…)
Sorpresa dell’anno Il disco solista di Peter Buck. Da qualche parte i R.E.M. devo infilarli… Ma chi l’avrebbe mai detto, comunque? Così in fretta, con lui che canta pure. Il disco ha 4-5 momenti da pura nostalgia remmiana e una classe nei suoni che… E anche “King animal” dei Soundgarden. Mi aspettavo pochissimo, da loro, dopo le prove soliste e dopo aver visto un concerto gelido. Invece han fatto un gran disco.
Bootleg dell’anno . Urca, questa è tosta – vista la mia passione per la categoria. I bootleg ufficiali dei Wilco sono spettacolari. L’”Instant Classic” dei Pearl Jam registrato a Missoula a settembre è il loro miglior bootleg da tempo (e ne han fatti un po’, diciamo). Il “30 days of Grateful Dead” è fantastico. Ma il cuore di fan dice le raccolte di demo dei R.E.M. saltate fuori all’improvviso, dal nulla.
Ristampa dell’anno: Non è proprio una ristampa, ma il boxone del “Backup” di Jovanotti è uno di quelle operazioni e di quegli oggetti che ti fanno amare non solo la musica, ma persino le raccolte e i greatest hits.
Rivelazione dell’anno: Questa è facile, persino un po’ scontata: Frank Ocean. C’è aria di unanimità eccessiva nei suoi confronti. Ma “Channel orange” è un disco che ha saputo riportare la musica black fuori dal machismo e dalle iperproduzioni, rimettendo al centro la voce, la melodia, le parole.
Scoperta dell’anno: Un inglese che canta canzoni alla Springsteen con la voce di Rod Stewart: James Maddock. Me lo ha fatto  scoprire un amico l’anno scorso parlando proprio di dischi dell’anno, e mi sono innamorato della sua musica. Poi ha pubblicato un bellissimo album dal vivo in acustico con David Immergluck dei Counting Crows.
Ri-scoperta dell’anno: Se la giocano in due. I Gomez che ho consumato compulsivamente dopo un bellissimo concerto ai Magazzini Generali dopo averli ascoltati distrattamemte per anni (bel pirla, dirà qualcuno – giustamente). E i Grateful Dead. (Ancora più pirla, dirà qualcun altro). Ma quest’anno mi sono messo sul serio a studiarmi la loro musica, complici alcune uscite recenti molto belle, come la ristampa del mitico “Europe ‘72″ e quella fantastica raccolta di live regalatasul sito, “30 days of dead”.
Libro musicale dell’anno. “How Music Works”, David Byrne. Il tipo di libro che aspettavo da sempre. Un ragionamento dotto e piacevole sui meccanismi della musica fatto da un artista che non usa i soliti stereotipi romantici nel raccontare la sua arte. Un saggio che si legge come una biografia. Da studiare.
Film musicale dell’anno. Uno dovrebbe dire “Celebration day” dei Led Zeppelin – ma dal punto di vista visivo non è granché, anzi la regia è noiosetta. E allora dico una cosa minore: “Inventing David Geffen”, documentario della PBS (si può vedere in streaming qua). Semplice, costruito bene per raccontare non solo un grande discografico, ma di un pezzo di storia del rock.
Momento televisivo- musicale dell’anno: Il duetto tra i Marlene Kuntz e Patti Smith a Sanremo. Emozione pura.
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Infine, Le canzoni dell’anno. - ecco le più suonate di quest’anno sul mio iTunes (una sola per disco). Anche se questo è l’anno del passaggio dal possesso all’accesso. E un sacco di musica l’ho ascoltata su Spotify – che non ha il contatore. Per cui manca sicuramente un po’ di roba, tipo ”Aqualast” di Rover, “Jesus Etc” nella versione di Bill Fay, “Brazos” di Matthew E. White, “If I didn’t know better”, dalla colonna sonora di Nashville - che incidentalmente è la mia serie televisiva dell’anno (in termini di meriti musicali).
Mancano canzoni, qua sotto, dicevo. Ma tant’è. Mai come ora la musica è fluida, e sono fluide anche le classifiche di fine anno…

#NowListening (8)

Giovedì, Dicembre 6th, 2012

Rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate da queste parti, altri dischi oltre a quelli di cui si parla nello spazio canonico delle recensioni su Rockol.

(Il titolo è un link a spotify per ascoltare il disco, quando è disponibile. Qua una guida su come usare Spotify dall’Italia)


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Grateful Dead: 30 days of dead

Ancora loro. Ne avevo parlato qualche settimana fa, ma ci ritorno. Perché sul New Yorker è uscito uno stupendo articolo sui loro archivi e sulle “Deadheads”. Oggi l’engagement dei fan è una parolina magica, una legge non scritta nell’era della musica digitale, ma i Dead erano già avanti decenni fa nel coinvolgere e gratificare i loro seguaci. E continuano, anche ora non esistono più. Se ne volete una prova attuale: nel mese di novembre hanno regalato un MP3 al giorno. Roba inedita. Una stupenda compilation. con quasi tutti i classici: per i fan, ma non solo un ottimo posto da dove cominiciare per scoprire la magia di questo gruppo. Si possono scaricare qua.

Nashville

In questo caso dovrei dire #NowWatching: è una bella serie che mi ha consigliato l’amico EmmeBi ambientata nel mondo del country-rock. La storia gira attorno ai conflitti di  due cantanti, una in declino e una giovane rampante. La serie è assai godibile, molto ben scritta – un po’ soap opera (che per me è un pregio). E con ottima musica, supervisionata da quel genio di T-Bone Burnett. La prossima settimana esce un disco-raccolta, un po’ di canzoni sono già su Spotify. Le ho raccolta in una playlist, qua.

Ed Romanoff – “Ed Romanoff”

Rimanendo nello stesso campo: un cantautore non giovane, ma all’esordio discografico. E’ andato in tour con Rachel Yamagata, nel disco c’è Josh Ritter. Il mondo di riferimento è quello: sound pulitissimo, voce profonda, scrittura narrativa fantastica. “St Vincent De Paul” è un capolavoro. Poi ci tornerò, mi sa.

Macklemore & Ryan Lewis: “The heist”

Cambiando genere: un rapper bianco che ho scoperto grazie ad un “Tiny desk concert” (i concerti in redazione della NPR che abbiamo copiato per Live@Rockol). “Same love” vale il disco, da sola – sia per la passione dell’intepretazione, sia per il tema, l’omofobia: “It’s human rights for everybody/There is no difference”. L’amore è uguale per tutti.

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Finley Quaye – 28th february road

Una volta era “lo zio di Tricky” (ma il trip-hopper si incazzò per questa trovata pubblicitaria). Poi azzeccò una canzone, “Dice” (con Beth Orton), che ebbe successo grazie all’inclusione in una scena topica di “The O.C.” – e che generò una memorabile parodia in “Chuck”. Poi è scomparso. Da talmente tanto tempo che non ha neanche un sito, ora. Però ha pubblicato un disco nuovo e non è niente male. Pop un po’ elettronico, un po’ reggae. L’ho inserito come scusa per poter postare i due video, quello di “The O.C”. e soprattutto la parodia di “Chuck”…

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#NowListening (7)

Venerdì, Novembre 23rd, 2012

Rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate da queste parti, altri dischi oltre a quelli di cui si parla nello spazio canonico delle recensioni su Rockol.

(Il titolo è un link a spotify per ascoltare il disco, quando è disponibile. Qua una guida su come usare Spotify dall’Italia)

Ray Stinnett – A fire somewhere

La Light In The Attic è un’etichetta inglese un po’ fighetta ma molto brava nel ripescare musica dimenticata: quella di Rodriguez o quella di quello strano caso che è la compilation “Country funk”. “A fire somewhere”, dicono, è un gioiello che doveva uscire alla fine nel ‘71. Ma la A&M lo mise da parte. Ray Stinnett è  un frichettone che arriva della scena di Haight & Ahsbury, uno di quei modelli a cui si ispirano i vari Jonathan Wilson. Forse non è il tesoro dimenticato che ci raccontano, ma comunque un gran bel disco di musica psichedelica.

Jonathan Wilson – Pity Trials and tomorrow’s child

A proposito di Wilson, è uscito anche in digitale un 12″ pubblicato qualche mese fa per il record store day. Tre cover, tra cui una spettacolare versione di “Isn’t it a pity” di George Harrison (già pubblicata anche su un CD di Mojo).  Vedo che questa canzone la stanno riprendendo in molti (anche i My Morning Jacket, recentemente). Questa è la versione migliore.

My Morning Jacket – “It makes no difference”

Un altro EP per il Record Store Day, pubblicato per il Black Friday (il giorno dopo il Ringraziamento gli americani si danno allo shopping selvaggio scontato): i MMJ rendono omaggio a Levon Helm con una spettacolare cover della Band: l’avevano già incisa ai tempi di “I’m not there”, ma qua è dal vivo, con gli Alabama Shakes, assieme ad una versione altrettanto spettacolare di “Honest Man”.

Ferndando Saunders – Happiness

Lui è il bassista di Lou Reed, quello che ha sempre la banadana ai concerti. Ha fatto un disco niente male, pop-soul suonato come dio comanda, con ospiti. Lou Reed – che canta in “Jesus” , coprodotta dall’italiano Giovanni Pollastri, Suzanne Vega. Brutta copertina, posso dirlo? Ma gran bel disco.

Sacri Cuori – Rosario

Antonio Gramentieri,  Christian Ravaglioli e Francesco Giampaoli sono italianissimi. Ma incidono per la Decor (Mark Eitzel, Richmond Fontaine). E nei loro dischi c’è gente come John Convertino (Calexico), Isobel Cambpbell, David Hidalgo (Los Lobos), Marc Ribot. Un disco prevalentemente strumentale, atmosferico e desertico, spaghetti western music di grande fascino,

Demo-crazia (un post sull’amore per i bootleg)

Venerdì, Novembre 16th, 2012

Amo la pirateria musicale. Beninteso non la pirateria “cattiva”, quella dei dischi regolarmente in commercio – per quella non ci sono scuse; ci sono alternative legali per tutti i gusti e tutte le tasche.

Amo la pirateria che non danneggia nessuno, la pirateria che ci fa arrivare registrazioni da fan che rimarrebbero sepolte chissà dove.

In una parola: bootleg.

Ho sempre amato i bootleg, da quando mio padre mi portò in un negozio di Torino, “Rock & Folk” (esiste ancora, anche se non è più in via Viotti; ora vende soprattutto gadget). Ho sempre stimato gli artisti che incentivano la diffusione dei Bootleg, dai Grateful Dead in poi. E non ho mai capito quelli che invece si ostinano a combatterli. Ok, sì: vuoi mantenere il controllo totale sulla circolazione della tua musica. Ma se girano concerti live o versioni alternative di canzoni che sono già in commercio, non è che subisci chissà quale danno.

E nel magico mondo dei botoleg amo in particolare i dischi di demo, versioni e “outtake” trafugate dagli studi chiss.à I live dopo un po’ mi stufano (tranne forse i bootleg ufficiali, ma quella è un’altra storia)

Ho la fortuna di essere fan di un artista ha disseminato quantità impressionanti di queste registrazioni alternative (indovina chi?).

E ho la sfortuna che la mia band preferita, quella di cui ascolterei anche registrazioni di sessioni in bagno, invece ha lasciato in giro molto poco, a parte le inevitabili registrazioni dal vivo di dubbia qualità. Qualche inedito, qualche versione alternativa di studio è già saltata fuori nelle ristampe. Ne ho chiesto ragione al loro manager e – pur con la inevitabile diplomazia del caso – mi ha lasciato intendere che non c’è moltissimo materiale negli archivi.

I R.E.M. funzionavano così: Buck, Mills (e Berry, quando c’era) scrivevano basi strumentali, spesso per conto loro. Poi passavano i demo a Stipe che ci cantava sopra finché non trovava un’idea melodica – la leggenda vuole che le mettesse su un CD sullo stereo dell’auto e guidasse cantando fino a trovare la melodia. Solo a quel punto nascevano le canzoni vere e proprie.

Così di demo e outtake dei R.E.M. non ne circolano molti, proprio per questo particolare processo di scrittura. Roba come questa qua sotto: la prima è dalle sessioni di “Green”, la seconda da quelle di “Out of time”, la terza è una versione con il mandolino di “Falls to climb” che potrebbe venir fuori da “Out of time” (invece la canzone finì su “Up”).

Però in questi giorni stan venendo fuori cose interessanti, se sapete dove cercarle. Non chiedetemi dove, la caccia al botoleg è bella quanto l’ascolto, sia quando si trattava di cercare un vinile, sia quando insegui un download nei meandri della rete. Se siete fan, vale armarsi di pazienza ed esplorare. Potreste avere delle belle sorprese.

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#NowListening (6 – official bootleg edition)

Martedì, Novembre 13th, 2012

Rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate da queste parti, altri dischi oltre a quelli di cui si parla nello spazio canonico delle recensioni su Rockol.

A questo giro parliamo di bootleg ufficiali dal vivo. Ce n’è per tutti i gusti, a partire dal progenitore della specie


Grateful Dead: Live/Dead

Nel novembre del ‘69 usciva il primo disco dal vivo dei Dead. Poi Dio sa solo quanti ne hanno pubblicati, di live. Ma questo è uno dei live più belli della storia del rock, con quella fenomenale versione di “Dark star” che potete sentire  qua. E i Grateful Dead sono  i papà di tutti i bootleg ufficiali dal vivo, che ormai pubblicano con impressionante regolarità. Ma se non avete mai ascoltato questo, è da avere assolutamente.

Grateful Dead: “So glad you made it”

A tal proposito, ne è uscito uno nuovo, tratto dal tour del ‘90 (verso fine carriera,  poco prima che morisse Jerry Garcia, ed uno dei migliori della band, a detta di chi la conosce bene). Questa è una versione ridotta di due CD – sul sito dei Dead c’è un mega box di 18 CD. Ma già questa versione è ottima e abbondante.

Pearl Jam: “Instant Classic: Missoula”

Il problema con i bootleg ufficiali è che non sai mai quale scegliere. Così è ottima l’idea dei Pearl Jam di aprire una linea di concerti memorabili, “Instant classic”, li hanno chiamati. Il primo volume della serie è davvero un classico. Ne ho sentiti tanti, di bootleg ufficiali (in fin dei conti sono loro che hanno fatto partire la mania con la pubblicazione di ogni concerto del 2000). E questo è uno dei 4-5 migliori.. Suona fantastico, scaletta ottima, band in palla. Imperdibile. Costa 5 dollari…

Rolling Stones: “Roundhay Park (Live, 1982)”

Anche gli Stones hanno una linea di bootleg ufficiali: li ho riscoperti in questi giorni, complice il debutto italiano di Google Music, dove si possono acquistare più semplicemente che sul sito della band, scegliendo canzoni alla carta. Tranne questo del 1982 che è in esclusiva il negozio di musica digitale di Google e va acquistato per intero (8 euro). Ce n’è da tutti i periodi (anni ‘70, ‘80, ‘90 e zero) e di tutti i gusti (concerti negli stadi e nei club). Il mio preferito è “Brussel Affair ‘73″ con una strepitosa versione di “You can’t always get what you want” da 11 minuti.

Rolling Stones – “Live at the Tokyo Dome”

I veri eredi dei Grateful Dead sono Chris Robinson e compagni. Il primo disco post Black Crowes, “Big moon ritual” era un gioiello. “The magic door”, il secondo volume uscito a settembre, molto meno. Ma ci si può rifare con i bootleg ufficiali, zeppi di jam, cover, ospiti (Phil Lesh che suona in “Bertha”, guarda caso). Tutti comprabili alla carta.

Music Reporters by Rockol
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