Blog

Archivio per la ‘Reports’ Categoria

“sPOSTati un po’ più In LA” – “Have you ever seen the rain”

Sabato, Maggio 18th, 2013

“Have you ever seen the rain” - Creedence Clearwater Revival (1970)

“Qualcuno mi ha detto tempo fa, che prima della tempesta c’è la quiete…”
Così si apre uno dei più bei brani dei mitici Creedence, scritto nel 1970 da John Fogerty ed estrapolato l’anno successivo come singolo dall’album “Pendulum”.
Ma in questi giorni mentre la pioggia non sembra intenzionata ad arrendersi c’è da domandarsi se la calma oltre a precedere la tempesta prima o poi la segua e se sì, quanto tempo ci impiega ad arrivare?
“La pioggia” come metafora delle bombe che cadevano dal cielo durante la guerra del Vietnam; la pioggia che colpisce e percuote come certi eventi impregnati di idealismo che travolgono gli anni ‘60 e ancora gli anni ‘70, ma senza che la gente combatta più realmente; la pioggia e la tempesta in cui muta e si evolve come simbolo di qualcosa che scuote, poi disfa e distrugge.
Molteplici le interpretazioni date nel tempo a quella che è la protagonista della canzone; le prime, più grandi e profonde, provenienti dal pubblico e dalla critica l’ultima, forse la più vera, dal suo autore. A prescindere infatti da tutte le dietrologie emerse negli anni, Fogerty racconta che la canzone si ispira a quell’atmosfera di tensione che si respirava all’interno del gruppo nel momento in cui la scrisse e ai disagi che ne conseguirono, come l’uscita dalla band del fratello Tom. “Quando è finita, così dicono, pioverà una giornata di sole,
lo so, splendendo mentre scende come l’acqua”, così scivolano le parole di Fogerty, qualsiasi interpretazione racchiudano, mentre il suo strepitoso organo Hammond B3 le accompagna rendendo il messaggio ancora più forte ed incisivo, per poi abbandonarsi al quesito finale: “Voglio sapere, Hai mai visto la pioggia? Voglio sapere, Hai mai visto la pioggia
venire giù in un giorno di sole?”, ripetuto ostinatamente in uno sfogo mascherato da domanda, assetato di uno straccio di risposta, bisognoso di quiete e di conforto.

Nota in più: I know…

Immagine anteprima YouTube

“sPOSTati un po’ più In LA” – “Superstition”

Venerdì, Maggio 17th, 2013

“Superstition” – Stevie Wonder (1972)

Siete così superstiziosi da aver optato per barricarvi in casa e non muovervi minimamente in questa splendida giornata di venerdì 17? Oppure appartenete alla schiera dei talmente indifferenti ai gatti neri che attraversano la strada e agli specchi che si frantumano, da non esservi neanche accorti della data nefasta?
Ad ogni modo, se prendiamo ad esempio il caso di Steve Wonder possiamo dire che il monito a non credere nelle superstizioni o nei detti popolari, da lui definiti “Things that you don’t understand” abbia portato una certa fortuna.
Il giovane Wonder, infatti, all’età di 22 anni, scrive, arrangia e produce per la Motown Record quello che diventerà il singolo di lancio dell’album “Talking Book”. Il pezzo, raggiunge presto la posizione numero uno negli Stati Uniti e allo stesso tempo la vetta di tutte le classifiche dei singoli soul, aggiudicandosi a pieno diritto la posizione numero #74 nella nota classifica de “500 Greatest Songs of All Times” redatta dal magazine Rolling Stone.
A conferire al pezzo quel tiro pazzesco è anche lo zampino di Jeff Beck, a cui si deve la scelta del mitico beat di batteria. Wonder chiese a Beck di essere lui stesso a registrarlo, ma dopo l’insistenza di Berry Gordy, alla fine fu Wonder a prendere in mano le bacchette. In seguito però Beck registrò ugualmente la sua versione del brano in occasione del progetto Beck, Bogert & Appice.
In questo pezzo e nell’intero album Wonder mostra uno stile nettamente più personale rispetto ai due dischi precedenti (“Where I’m coming from” e “Music of My Mind”) ed è proprio con questa nuova consapevolezza che si farà apprezzare definitivamente dal grande pubblico, conscio ormai che quel giovane ventiduenne avrebbe continuato a lungo a far parlare di sè.

Nota in più: Oggi vi consiglio vivamente di ascoltare… vedrete che il vostro umore, nero, nefasto o indifferente che sia, in ogni caso, cambierà piega!

“When you believe in things that you don’t understand,
Then you suffer,
Superstition ain’t the way”

Immagine anteprima YouTube

“sPOSTati un po’ più In LA” – “Era de maggio”

Giovedì, Maggio 16th, 2013

“Era de maggio” - S. Di Giacomo, M. Pasquale Costa (1855)

Da queste parti non si direbbe affatto, ma dovrebbe essere maggio.
Forse un po’ più giù, sulla caviglia dello stivale, nella terra che vide sbocciare la romantica storia d’amore narrata in questa splendida canzone, la bella stagione e il caldo hanno già iniziato a farsi vedere e soprattutto sentire.
Di sicuro all’epoca in cui Salvatore Di Giacomo, in quel lontano 1855, scrisse i suoi versi, maggio era sbocciato e con lui le rose che inebriavano l’aria e profumavano il giardino.
Ad accorgersi del talento del giovane Di Giacomo fu il direttore del “Corriere del Mattino”. Leggendo per caso alcuni versi scritti dal suo nuovo redattore capì subito che, con la giusta melodia, sarebbero potuti diventare canzoni di successo, quelle che il tempo non dimentica, ma tramanda e custodisce. Inizialmente si rivolse al musicista pugliese Luigi Caracciolo che rifiutò e quindi a Mario Costa. Iniziò così una lunga e fruttuosa collaborazione tra i due, dalla quale ne uscì un capolavoro come “Era de maggio”.
Nella prima parte Di Giacomo, oltreché redattore soprattutto poeta, drammaturgo e saggista, racconta dell’addio, avvenuto durante il mese di maggio, tra due amanti, i quali si ripromettono di ritrovarsi negli stessi luoghi, nello stesso mese, per rinnovare il loro amore; promessa che diviene realtà nella seconda parte della canzone in cui trova piena voce la gioia del nuovo incontro, quello definitivo.
Tra i grandi classici della canzone napoletana “Era de maggio”, racchiusa in una raccolta di 33 poesie per canzoni insieme ad altri brani di successo come “Marechiaro”, “Lariulà” e “A testa Aruta”, sposa nel tempo la voce di moltissimi interpreti: Tito Schipa, Luciano Tajoli, Massimo Ranieri, Mina, Renzo Arbore e l’Orchestra italiana, Teresa De Sio e poi ancora Pavarotti, Carreras e Bocelli, fino a Lucio Dalla, Franco Battiato e altri ancora, tutti a loro modo emozionanti, ma verrebbe da pensare soprattutto emozionati, nel tramandare una storia d’altri tempi, capace attraverso melodia e versi unici, di ricondurre a quella dolce e malinconica atmosfera di maggio, in qualsiasi mese o stagione la si ascolti.

Nota in più: non me ne vogliano tutti gli altri citati, ma la versione scelta è quella di Battiato, qui live in una trasmissione di Rai due, ma contenuta nell’album “Fleurs” del 1999. Semplicemente una questione di debole. Vi lascio anche il testo, con tanto di “traduzione”, per una lettura pre ascolto.

« Era de maggio e te cadéano ‘nzino,
a schiocche a schiocche, li ccerase rosse.
Fresca era ll’aria, e tutto lu ciardino
addurava de rose a ciento passe.
Era de maggio; io no, nun mme ne scordo,
na canzone cantávemo a doje voce.
Cchiù tiempo passa e cchiù mme n’allicordo,
fresca era ll’aria e la canzona doce.
E diceva: “Core, core!
core mio, luntano vaje,
tu mme lasse e io conto ll’ore…
chisà quanno turnarraje?”
Rispunnev’io: “Turnarraggio
quanno tornano li rrose.
si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccá.
Si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccá.”
E so’ turnato e mo, comm’a ‘na vota,
cantammo ‘nzieme lu mutivo antico;
passa lu tiempo e lu munno s’avota,
ma ‘ammore vero no, nun vota vico.
De te, bellezza mia, mme ‘nnammuraje,
si t’allicuorde, ‘nnanze a la funtana:
Ll’acqua llá dinto, nun se sécca maje,
e ferita d’ammore nun se sana.
Nun se sana: ca sanata,
si se fosse, gioia mia,
‘mmiez’a st’aria ‘mbarzamata,
a guardarte io nun starría !
E te dico: “Core, core!
core mio, turnato io so’.
Torna maggio e torna ‘ammore:
fa’ de me chello che vuo’!
Torna maggio e torna ‘ammore:
fa’ de me chello che vuo’” »

« Era di maggio e ti cadevano in grembo
a ciocche a ciocche le ciliege rosse
fresca era l’aria e tutto il giardino
profumava di rose a cento passi.
Era di maggio, e io no, non me ne scordo
cantavamo una canzone a due voci
più tempo passa e più me ne ricordo,
fresca era l’aria e la canzone dolce.
E diceva, “Cuore, cuore!
cuore mio lontano vai,
tu mi lasci e io conto le ore.
chi sa quando tornerai?”
Rispondevo io “Tornerò
quando tornano le rose.
Se questo fiore torna a maggio
pure a maggio io sarò qui
Se questo fiore torna a maggio
pure a maggio io sarò qui”
E son tornato, ed ora, come una volta,
cantiamo insieme il motivo antico;
passa il tempo e il mondo si volge
ma l’amore vero, no, non volta strada.
Di te, bellezza mia, m’innamorai
se ti ricordi, dinanzi alla fontana:
l’acqua, là dentro, non si secca mai,
e ferita d’amore non si sana
Non si sana: perché se sanata
si fosse, o gioia mia
in mezzo a quest’aria profumata
a guardarti non starei!
E ti dico: “Cuore, cuore,
cuore mio tornato sono…
torna maggio e torna l’amore:
fa’ di me quello che vuoi!
torna maggio e torna l’amore:
fa’ di me quello che vuoi” »

Immagine anteprima YouTube

“sPOSTati un po’ più In LA” – “There will come a time”

Mercoledì, Maggio 15th, 2013

“There will come a time” - Noah and the Whale (2013)

Ancora largo ai giovani e spazio alle novità.
Se già conoscete, ma soprattutto seguite il gruppo britannico dei Noah and the Whale, saprete che proprio in questi giorni è uscito il loro nuovo album intitolato “Heart of anywhere” e forse avrete già anche avuto occasione di ascoltarlo.
Io l’ho fatto oggi e per questo ho deciso di dedicare qualche riga a questa formazione indie-folk che da qualche anno ormai occupa un posto nella scena musicale internazionale.
Per chi non avesse proprio idea di chi siano, giusto per inquadrarli a grandi linee, possiamo dire che il gruppo si forma nel 2006 a Twickenham e vede Charlie Fink alla voce e chitarre, Tom Hobden al violino e alle tastiere, Matt Owens al basso, Fred Abbott alla chitarra e alle tastiere e Michael Petulla alla batteria.
Il suo nome deriva dalla fusione tra il loro regista preferito ed il suo film di maggior successo (Noah Baumbach e “The squid and the whale”), uscito in Italia nel 2005 come “Il calamaro e la balena”.
Nel 2008 la splendida voce di Laura Marling entra a far parte dei Noah, registrando anche alcune voci nell’album di debutto, “Peaceful, the world lays me down”, seguito a “5 years time”, il singolo che li ha fatti conoscere al grande pubblico.
Ma come spesso accade, amore e lavoro non sono un’accoppiata vincente e nel 2009 il nuovo disco “First days of spring”, contraddistinto da sonorità più elettriche rispetto al precedente, vede scomparire la voce femminile della Marling che lascia il gruppo dopo aver chiuso la relazione con il front man Charlie Fink.
Il tema conduttore di questo album, infatti, è proprio la fine di una storia d’amore e insieme al disco Fink ne trae ispirazione anche per un lungometraggio.
Poco dopo un altro addio, ma questa volta ad abbandonare Fink è il fratello Doug che all’incerta carriera di “boy-bander” preferisce quella di medico.
Il terzo album arriva nel 2011 ed è il risultato di un lavoro molto tecnico, costruito principalmente in studio, facendo largo uso di software e computer e per questi motivi un po’ carente della parte emozionale.
Con “Heart of anywhere” le intenzioni cambiano e i Noah decidono di “tralasciare la perfezione tecnica per una maggiore intensità emotiva”, dice Fink, optando per una registrazione in presa diretta, limitando il più possibile le sovraincisioni a favore appunto di un sound il più naturale possibile.
Registrato ai British Grove Studios di Londra, fino ad ora l’album ha ricevuto pareri contrastanti dalla critica, alcuni anche parecchio duri; di sicuro si può dire che la band nel tempo sia maturata e abbia optato per scelte nuove e coraggiose che, come sempre accade, possono incontrare detrattori.
D’altronde da ogni album ci si aspetta sempre quel qualcosa in più rispetto al precedente, ma spesso quando quel “in più” non arriva, ecco che subentrano da parte del gruppo o dell’artista la “voglia di cambiare” o specularmente “quel desiderio di tornare alle origini” come giustificazioni da addurre a un mancato plauso diffuso. Così allo stesso modo fanno i fan o la critica, quando inciampano nella delusione di non trovare quello che speravano, sebbene, il più delle volte, non sappiano neanche loro cosa stessero cercando.
Non essendo un’estrema conoscitrice dei Noah evito di sbilanciarmi in sterili giudizi; inoltre, tutti sanno che il primo ascolto non fa mai realmente testo e soprattutto non è sufficiente per esprimersi. Ma posso dire che di sicuro ci sarà un secondo ascolto e questo è già un buon inizio!

Nota in più: oltre all’album, a breve nelle sale uscirà anche l’omonimo film firmato ancora una volta da Fink. A fare da videoclip al brano proposto sono infatti le immagini del trailer. O forse è il brano proposto – e il resto dell’album – a fare da colonna sonora al film. Insomma, bisognerebbe chiedere a Fink chi o cosa è nato da cosa, ma probabilmente risponderebbe che è come la storia dell’uovo e la gallina.

Immagine anteprima YouTube

“sPOSTati un po’ più In LA” – “Blue Velvet”

Martedì, Maggio 14th, 2013

“Blue Velvet” - Tony Bennet (1950)

Da un po’ di tempo circola in televisione uno spot che porta con sé questa dolce melodia. A molti sarà già capitato di sentirla anche se forse, come la sottoscritta, non ricordate quale sia il prodotto pubblicizzato.
Poco male. Più importante che rimangano impresse le belle musiche, spesso provenienti dal passato, che le pubblicità ogni tanto rispolverano facendole tornare alla memoria o addirittura conoscere a chi non le avesse mai sentite.
Nel caso di “Blue Velvet”, indietreggiamo di oltre mezzo secolo e veniamo catapultati direttamente negli anni ‘50.
Sebbene nel tempo siano stati in molti a conferire una nuova veste al brano, portandolo a collezionare una serie di cover, a cantare e registrarlo per primo fu Tony Bennet, la cui ultima versione – realizzata insieme a K.D. Lang – risale a soli due anni fa in occasione dell’album di duetti intitolato “Tony Bennet – Duets II”.
Scritta esattamente nel 1950 da Bernie Wayne e Lee Morris, la popolare “Blue Velvet” venne reinterpretata nel 1954 dal gruppo vocale americano dei The Clovers, quelli delle mitiche “Lovey Dovey” e “Love Potion N.9″ per capirci (se i titoli non vi dicessero nulla, andate ad ascoltarle e vedrete che non suoneranno nuove); fu poi Bobby Vinton, noto nell’ambiente musicale dell’epoca come “The Polish Prince” per le sue singolari influenze etnico-polacche, a riportarla in classifica negli anni ‘60, trasformandola nella sua hit principale.
Esattamente 23 anni dopo, nel 1986, il regista David Lynch ispirato proprio dalla versione di Vinton, intitolò il suo nuovo film “Blue Velvet” e ovviamente la inserì come colonna sonora portante, facendola cantare direttamente anche all’attrice Isabella Rossellini che nel film interpreta proprio il ruolo della cantante.
Senza perdersi neanche un’epoca, la canzone torna all’orecchio anche negli anni ‘90, quando una nota casa di prodotti per il corpo la adotta come musica per lo spot inglese, facendola giungere nuovamente in testa alle classifiche.
Definita dalla nota rivista Rolling Stone “inno da ballo di un fine anno dolente”, sposa la sua ultima versione ai giorni nostri nella voce della brava Lana Del Rey, la cui cover, anche in questo caso, entra nuovamente a far parte del magico mondo della pubblicità e, così facendo, porta altrettanto magicamente a chiudere il cerchio proprio da dove eravamo partiti.

Nota in più:

“She wore blue velvet
But in my heart there’ll always be
Precious and warm, a memory
Through the years
And I still can see blue velvet
Through my tears”

Immagine anteprima YouTube

“sPOSTati un po’ più In LA” – “Ocean”

Lunedì, Maggio 13th, 2013

“Ocean” – John Butler (1996)

Due continenti, Australia e America, si mescolano nel sangue del talentuoso John Butler. Nato in California, ma migrato nella terra dei canguri alla tenera età di un anno, il talentuoso musicista, cantautore e produttore dalla bionda chioma selvaggia, è il front man del John Butler Trio, una jam band nata nel 1998 a Fremantle e che a tutt’oggi ha collezionato 5 album, tre dei quali hanno raggiunto la posizione numero uno in tutte le classifiche australiane.
Noti per le loro ottime live performance, nel tempo Butler e i suoi hanno ricevuto quasi esclusivamente parole di apprezzamento dalla critica e svariati premi di riconoscimento.
La registrazione in questione risale al febbraio 2012 e fu realizzata nello studio personale di Butler, “The Compound”. Ma in realtà Butler scrisse questo pezzo molti anni prima e lo inserì sia nel suo primo album “Searching For Heritage”, venduto esclusivamente mentre suonava per la strada, sia nel primo album realizzato in studio due anni dopo, nel 1998 e intitolato semplicemente “John Butler”.
Con l’avvento della rete, negli anni, questo pezzo ha accumulato ben oltre 25 milioni di visualizzazioni in tutte le sue varie esecuzioni, quasi sempre dal vivo e
mentre Butler continua ad eseguirlo davanti a migliaia di persone in giro per il mondo, da qualche tempo è possibile scaricarlo gratuitamente in formato mp3 dal sito ufficialewww.johnbutlertrio.com, proprio come gesto di ringraziamento nei confronti del pubblico che negli anni non ha mai smesso di seguirlo e supportarlo, soprattutto in rete.
Da artista di strada per le vie di Fremantle a protagonista di manifestazioni di fama mondiale, Butler si è ritrovato in pochi anni a calcare palchi come quello del Montreal Jazz Festival o del Rothbury Music Festival in Michigan, a registrare il tutto esaurito negli spettacoli di tappe fulcro come Los Angeles e Toronto e ad oltrepassare l’oceano per sconfinare in Europa e suonare in posti come le Folies Bergère a Parigi o alla London’s Union Chapel.
Insomma non si può dire che il ragazzo misto sangue non ne abbia fatta di strada da quella cassetta registrata in casa nel lontano 1996 e venduta andando in giro con la sua chitarra e il resto dell’attrezzatura.
Sebbene quest’ultima sia lo strumento principe attraverso cui si esprime, con un occhio di particolare riguardo alla tecnica del “finger picking”, Butler non si fa mancare nulla: dalla armonica al banjo, passando per digeridoo e batteria, alle doti di compositore e cantautore affianca anche quella di ottimo polistrumentista, aggiudicandosi dunque meritatamente qualche ascolto in più da sommare a quell’oceano di visualizzazioni già accumulate.

Nota in più: “OCEAN is a very interesting aspect of my life. It is part of my DNA. It conveys all things I can’t put into words. Life, loss, love, spirit. As I evolve so too does Ocean”, J. Butler.

Immagine anteprima YouTube

“sPOSTati un po’ più In LA” – “Let it be”

Domenica, Maggio 12th, 2013

“Let it be” – Paul McCartney (1969)

“Una notte, in quel periodo nervoso e teso che stavo vivendo, mi apparve in sogno mia mamma, che era morta dieci anni prima, anzi di più. Fu molto confortante, perché nel sogno mi diceva: “Andrà tutto bene”. Non sono certo che abbia usato le parole “Let it be”, così sia, ma il senso del suo avvertimento era quello, e fu quel sogno a spingermi a scrivere la canzone, partendo dal suo nome “Mother Mary”, mamma Mary”.
A ispirare Paul quel capolavoro che porta il nome di “Let it be”, perché come avrete ben capito è Paul McCartney a raccontare, fu quella visita inaspettata di sua madre che, in una notte di autunno del 1968, mentre le registrazioni di “The Beatles” erano in via di completamento e gli animi della gente sulla via della rivoluzione, decise di andarlo a trovare per rassicurarlo, come solo le mamme sanno fare, qualsiasi età abbiano, ovunque siano: vicine, lontane o oltre.
Il caso volle poi che la madre di McCartney si chiamasse Mary, Maria e questo fece ritenere a molti che il testo si riferisse alla Madonna, conducendo inevitabilmente a far sì che la canzone assumesse risonanze religiose.
Sebbene ad ispirare Paul fosse stata “soltanto” sua madre e la canzone non avesse per lui un qualche collegamento con la figura cristiana di Maria, quando gli venne domandato se per caso così fosse, diede una risposta meravigliosa e soprattutto molto intelligente: “Se qualcuno vuole interpretarla così, io non ho niente in contrario. Se qualcuno vuole trovarci un modo per sostenere la propria fede, per me non è un problema. Penso che sia molto bello avere fede, in qualsiasi cosa, in questo mondo in cui viviamo”.
Ed è così, infatti, che dovrebbe essere. Ogni canzone ha una propria storia, quella che ci racconta chi l’ha scritta per farci sapere come è nata, perché, in quale occasione o per chi. Ma poi ogni canzone ha altri milioni di storie, tutte molto spesso altrettanto o ancor più vere, reali, sincere e profonde di quella che ci racconta l’autore. Sono le storie di coloro che, per un motivo o per l’altro hanno incrociato il proprio cammino con quella canzone e, in base al momento che stavano vivendo o semplicemente alla persona che sono, ne hanno dato una propria lettura e interpretazione facendola un po’ loro.
Ed è così che dovrebbe essere.
Lennon, da noto cinico-burlone quale era, si dilettò parecchio nel tempo a prendere in giro l’amico Paul per aver scritto questo brano, affermando che probabilmente voleva solo scrivere una canzone alla “Bridge Over Trouble Water” – sebbene quest’ultima uscì successivamente a “Let it be” e quindi Paul non poteva in alcun modo averla presa come riferimento – o arrivando addirittura a storpiarne i versi, intervenendo maliziosamente con suggerimenti di modifica (“And in my hour of darkness she is standing left in front of me, squeaking turds of whisky over me”), ma tutti sappiamo, compreso lo stesso John, che a farlo parlare così era solo quell’antica storia della sana competizione tra “Lennon e McCartney”, ormai diventata tradizione.
“Let it be”, infatti, racchiudeva e racchiude in sé qualcosa che va oltre, portando a pensare che non tutte le coincidenze siano semplicemente casualità e che forse quell’apparizione in sogno, in un periodo particolarmente tormentato, di una mamma che porta il nome di Maria che ti dice: “Andrà tutto bene”, poi tradotto in “Lascia che sia” – “Così sia” (dunque, anche Amen), volente o nolente, qualcosa di grande, superiore o mistico, ad ogni modo, lo conservi.

Nota in più: dedicata a tutte le mamme del mondo: alla mia, a cui dedicai questa canzone alcuni anni fa, regalandole il testo dopo aver sostituito il nome di Maria con il suo, Patrizia; ancor di più a quelle mamme che sono andate oltre, ma che sapranno sempre quando arrivare a trovarci in sogno per farsi sentire, per rassicurarci, per dirci: “Andrà tutto bene”.

…..

“And when the night is cloudy,
There is still a light that shines on me,
Shine on until tomorrow, let it be.
I wake up to the sound of music
Mother Mary comes to me
Speaking words of wisdom, let it be”

“E quando la notte è cupa
C’è ancora una luce che risplende su di me,
Splenderà fino a domani, lascia che sia
Mi sveglio al suono della musica
Madre Maria viene da me
Pronunciando parole di saggezza, lascia che sia”

Immagine anteprima YouTube

RadioItalia Live In Concerto @ Piazza Duomo, Milano, 11/5/2013

Sabato, Maggio 11th, 2013

L’anno scorso c’erano i 30 anni di RadioItalia da festeggiare, quest’anno è stato un concerto: quello con RadioItalia in Piazza Duomo sta diventando un appuntamento fisso. Il “patron” Mario Volanti, incontrando la stampa prima del concerto assieme all’assessore alla Cultura del comune milanese Filippo Dal Corno, non esclude il ritorno anche per il futuro: “L’anno scorso è stata una cosa così bella che non potevamo non riperterla. L’intenzione e la voglia di farla in futuro c’è. L’importante è mettere assieme un cartellone di questo livello. Abbiamo strappato gli artisti ai loro tour per farli venire qua, stasera”.

Il cast, appunto: 11 artisti che vanno da Ramazzotti a Fabri Fibra, da Mengoni agli Stadio a Nek. Tutti rigorosamente dal vivo, con le loro band e il supporto della Sanremo Festival Orchestra diretta da Bruno Santori: 4 ore di concerto serrate, senza sbavature anche del punto di vista della resa sonora. L’anno scorso, i 30 anni di storia della radio avevano dato il destro per chiedere ai cantanti di fare solo pezzi storici, senza i brani recenti da promuovere. Quest’anno, invece, le tre canzoni a testa sono un mix di singoli recenti e hit storici.

La piazza è colma, fin dal giorno prima: 50.000 persone sotto un cielo prima azzurro poi con nubi nere che si addensano (ma scenderanno solo due gocce). Si parte con Zucchero e si chiude con i Negramaro: ovvero due dei nomi più a loro agio sul  con la grande folla, così come Ramazzotti e Venditti. Qualcuno è parso un po’ impacciato (Raf), altri han dimostrato la loro presenza scenica anche in questa occasione (Alessandra Amoroso, tra le più applaudite e Cesare Cremonini, con la piazza che esplode su “50 Special”). Menzione d’onore per Luca e Paolo, bravi conduttori, con buon ritmo e buone battute, a loro agio anche nel tributo a Califano e Jannacci con un mix tra “Tutto il resto è noia” e “Vengo anch’io. No tu no”.

Per l’anno prossimo, RadioItalia dice di avere già la conferma di 4/5 artisti che non hanno potuto disdire impegni per questa sera: ma i nomi non vengono rivelati se non quello di Gianna Nannini (oggi impegnata in uno show in Austria).

“sPOSTati un po’ più In LA” – “Momento musicale in Fa minore n° 3 op. 94 D780″

Sabato, Maggio 11th, 2013

“Momento musicale in Fa minore n° 3 op. 94 D780″ – Franz Schubert

Quest’oggi solo note, niente parole.
Quest’oggi voglia di musica classica, musica colta, musica alta e altra.
Rispolverando qualche vecchio spartito di pianoforte, nel tentativo di un timido approccio, il romantico Schubert ha avuto la meglio e con lui uno dei sei Momenti musicali racchiusi nell’op. 94 D 780, precisamente il numero 3.
Influenzato nelle prime elaborazioni musicali da Beethoven e Mozart, ma esperto conoscitore anche dell’opera bachiana e dell’uso del contrappunto, nel tempo Schubert si dimostrò abile sperimentatore dedicandosi alla stesura e composizione di una gran varietà di forme e generi musicali differenti tra loro.
Dall’opera alla musica sinfonica, passando per i Quartetti per archi e altre composizioni da camera, non si sottrasse alla musica liturgica e vocale e alla stesura di sonate per pianoforte e altre composizioni per piano solo, tra le quali appunto rientra il Momento citato.
Sebbene influenzato dalla forme classiche e insieme dalle tendenze romantiche dell’epoca in cui è inserito, Schubert fu dunque al contempo innovativo, raggiungendo i massimi risultati nel genere canzone, il tedesco Lieder. Qui il compositore viennese lasciò il vero segno: firmando oltre seicento composizioni, molte delle quali destinate a sposare i versi di Goethe prima e di Heine poi, fu capace di scovare ed esprimere magnificamente le immense potenzialità possedute dal genere e fino a quel momento inesplorate.
La grandezza del geniale compositore fu riconosciuta però solo post mortem, in quanto il successo dell’opera italiana e le chiusure provinciali cui si avviava la vita concertistica a Vienna, nel periodo di attività schubertiana, non gli consentirono di affermarsi come avrebbe dovuto.
Alla sua fama postuma prosegue parallelamente quella delle sue opere: di un vastissimo catalogo infatti Schubert diede alle stampe solo un centinaio di composizioni e proprio i Momenti musicali, ad esempio, rientrano tra le composizioni di maggiore fortuna tardiva, più che le sonate.
Ad eseguire il Momento, è lo strepitoso pianista e compositore russo Vladimir Horowitz che nel concerto di Vienna del 1987, uno degli ultimi della sua carriera, lo inserisce tra i bis. Sebbene Schubert non sia annoverato tra i “cavalli di battaglia” di Horowitz, secondo il quale il più grande compositore della storia era Mozart, a cui dedicò molti anni di studio compresi gli ultimi delle propria vita, e lo si citi e ricordi in particolare per le sue straordinarie incisioni di Chopin, Listz, Rachmaninov e Profokiev, il suo stile, la sua immensa classe e le abilità eccelse consentono di fruire ugualmente di un’esecuzione straordinaria e soprattutto molto emozionante.
Tra le caratteristiche da cogliere, in particolare, la capacità di sottolineare le minime sfumature dinamiche, di fraseggio facendo un uso ridottissimo del pedale di risonanza.
Nato per la Musica, Horowitz si esibì fino a due anni prima di morire, ma c’è da scommetterci che continuò ad incidere e soprattutto a suonare fino a qualche minuto prima che il suo cuore, colpito da un infarto, cessasse di battere a tempo di valzer, notturno, sonata, preludio o concerto.

Nota in più: godetevi la bellezza di questi 2 minuti e 08. Niente altro.

Immagine anteprima YouTube

“sPOSTati un po’ più In LA” – “One of us”

Venerdì, Maggio 10th, 2013

“One of us” - Joan Osborne (1995)

Alcuni anni dopo aver scritto questo pezzo, l’autore Eric Bazilian raccontò di averlo buttato giù tutto di un fiato, in una sola notte, semplicemente per far colpo su una ragazza e poi aggiunse: “Direi che ha funzionato, dato che ora siamo sposati e abbiamo due figli!” Ma c’è di più…
In quel periodo Bazilian stava lavorando al nuovo album di Joan e così per caso fece sentire al resto del gruppo una demo del pezzo senza pensare che la Osborne avrebbe deciso di cantarlo, dato che i pezzi se li scriveva da sè. Invece piacque subito a tutti e si misero a registrare qualche traccia di chitarra per poi aggiungerci la voce, giusto per vedere come suonava.
Sempre Bazilian racconta che, terminate le prove, salito in macchina, infilò la cassetta nell’autoradio per ascoltare cosa fosse venuto fuori e non appena la traccia partì, con un gran sorriso stampato sulle labbra, iniziò a prepararsi il discorso che avrebbe tenuto alla consegna del Grammy Award.
Fu chiaro fin da subito che quello sarebbe stato un gran pezzo e che presto anche gli altri se ne sarebbero accorti.
La voce di Joan Osborne e il resto del gruppo contribuirono di certo a far sì che nel 1995 “One of us” raggiungesse i piani alti delle classifiche, ma credo che la Osborne sia ancora oggi molto riconoscente a Bazilian per averle consentito di farsi ricordare nel tempo. Infatti, senza nulla togliere alla cantautrice americana, oggettivamente parlando i più la conoscono o ricordano per questo brano e non per altri che riportano la sua firma e dunque, il plauso più grande, in questo specifico caso, va decisamente al suo autore.
Nella versione originale, quella realizzata per l’album “Relish” prodotto da Rick Chertoff, il brano inizia con quattro versi tratti da una canzone gospel intitolata “The Heavenly Airplane”; ho sempre adorato quella vocina fuori dal tempo che così dal nulla parte convinta a cantilenare:

“Oh, one of these nights at about twelve o’clock
This whole earth is gonna reel and rock
Saints will tremble and cry for pain
For the Lord’s gonna come in his heaven airplane”

Subito dopo l’attacco di chitarra apre realmente il brano. Lasciamo che a commentare siano le risposte di ciascuno, credente, agnostico o indifferente, al quesito che pone.
Per quanto mi riguarda l’unica cosa che posso dire con certezza è che quando sono su un bus e osservo le persone che mi circondano, senza neanche accorgermene, mi ritrovo spesso a canticchiare : “What if God was one fo us/ just a slob like one of us/ just a stranger on a bus/Trying to make His way home…”

Nota in più: prima di ascoltare il brano nella versione scelta, un acustic-live tratto dal programma televisivo tedesco Harald Schmidt Show del 19.3.1996, leggete il testo, senza pensare per un momento alla musica, solo come fosse una poesia.

“If God had a name what would it be?
And would you call it to His face?
If you were faced with Him in all His glory
What would you ask if you had just one question?

And yeah, yeah God is great
Yeah, yeah God is good
Yeah, yeah, yeah, yeah, yeah

What if God was one of us?
Just a slob like one of us
Just a stranger on the bus
trying to make His way home

If God had a face what would it look like?
And would you want to see?
If seeing meant that you would have to believe
In things like Heaven and in Jesus and the Saints
And all the Prophets

And yeah, yeah God is great
Yeah, yeah God is good
Yeah, yeah, yeah, yeah, yeah
What if God was one of us?
Just a slob like one of us
Just a stranger on the bus
Trying to make His way home
Tryin’ to make His way home

Back up to Heaven all alone
Nobody callin’ on the phone
‘Cept for the Pope maybe in Rome

Yeah, yeah God is great
Yeah, yeah God is good
Yeah, yeah, yeah, yeah, yeah

What if God was one of us?
Just a slob like one of us
Just a stranger on the bus
Trying to make His way home
Just tryin’ to make His way home
Like a holy rolling stone
Back up to Heaven all alone
Just tryin’ to make His way home
Nobody callin’ on the phone
‘Cept for the Pope maybe in Rome

Immagine anteprima YouTube

Music Reporters by Rockol
Freedom of the press belongs to the man who owns one