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Playlist marzo e aprile…

Aprile 30th, 2012 in Artisti Italia, Artisti UK, Artisti USA, Playlist by Laura Ciarly Passador

Con enorme ritardo, lo so, ma eccovi ben tre playlist! Buon ascolto! ;)

Playlist 1: in questa segnalo particolarmente “Wild One” di I Am Harlequin, un brano con un giro di piano ipnotizzante, e “Crystallize” di Lindsey Stirling, che questa volta mixa il suono del suo violino a ritmi dubstep.

1. Gotye – Somebody That I Used To Know (feat. Kimbra)
2. Lana Del Rey – Blue Jeans
3. Train – Drive By
4. Nina Zilli – Per Sempre
5. Florence + The Machine – Never Let Me Go
6. The Naked And The Famous – Young Blood
7. Death Cab for Cutie – Stay Young, Go Dancing
8. Arisa – La notte
9. I Am Harlequin – Wild One
10. Kasabian – Goodbye Kiss
11. The Black Keys – Gold On The Ceiling
12. Dolcenera – Ci vediamo a casa
13. Noemi – Sono solo parole
14. The Naked And The Famous – No Way
15. Fun. – We Are Young (feat. Janelle Monáe)
16. Young The Giant – Cough Syrup
17. Snow Patrol – This Isn’t Everything You Are
18. Lindsey Stirling – Crystallize

Playlist 2: “If I Don’t Belong” di Strike The Colours l’ho presa dalla colonna sonora del film inglese “You Instead”, filmato all’interno del festival T In The Park…se siete sia appassionati di musica che cinefili, vi piacerà! :) Altre tracce degne di nota sono “Youth” di Foxes e quelle dei cantautori Ben Howard e Damien Jurado.

1. Garbage – Blood For Poppies
2. Feist – Graveyard
3. Death Cab for Cutie – I Will Follow You Into The Dark
4. Strike The Colours – If I Don’t Belong
5. Foxes – Youth
6. Chairlift – I Belong In Your Arms
7. Labyrinth Ear – Humble Bones
8. Christopher Norman – Connect Me
9. No – Another Life
10. Camden – (Talking On The) Telephone
11. The Concept – Gimme Twice
12. Little Comets – Worry
13. Chinese Christmas Cards – Dreams
14. Princeton – Florida
15. Ben Howard – The Wolves
16. Bombay Bicycle Club – Leave It
17. Nada Surf – Waiting For Something
18. Damien Jurado – Museum of Flight

Playlist 3: di Marco Guazzone & STAG e del loro album parlerò ampiamente nel prossimo post su questo blog! ;) “Love Will Save Us (L’Amore Ci Salverà)” non è contenuta nel loro disco, ma merita di essere inserita in questa playlist. Poi segnalo “Home” di Foxes, altra gran bella canzone di questa artista londinese.

1. Marco Guazzone – Love Will Save Us (L’Amore Ci Salverà)
2. Foxes – Home
3. Of Monsters And Men – Lakehouse
4. Moonface – Teary Eyes and Bloody Lips
5. Walk The Moon – Tightrope
6. Beach Fossils – Lessons
7. So Many Wizards – Lose Your Mind
8. Gemini Club – By Surprise
9. Boxed Wine – Summer Wine
10. Mesita – Everything Is Burning
11. Skipping Girl Vinegar – Chase The Sun
12. Young Empires – Let You Sleep Tonight
13. Fort Lean – Sunsick
14. Little Comets – Waiting In the Shadows In the Dead of Night
15. Capybara – Neighbor Crimes
16. Lucy Rose – Red Face
17. Release The Sunbird – I Will Walk
18. Passenger – Feather On the Clyde

Dolcenera ai Magazzini Generali

Aprile 30th, 2012 in Reports by Micaela - MKZPHOTO.COM


☆ DOLCENERA ☆

Dolcenera in tour aMilano il 28 aprile, ai Magazzini Generali.
Il percorso artistico di DOLCENERA si apre ufficialmente nel 2002 quando partecipa al concorso “Destinazione Sanremo” e viene ammessa alla 53a edizione del Festival di Sanremo dove nel 2003 si classifica al primo posto tra i giovani con il brano “Siamo tutti là fuori”, aggiudicandosi anche il premio assegnato dalla Sala Stampa, Radio e Tv.

Dolcenera in tour aMilano il 28 aprile, precisamente ai Magazzini Generali.Il percorso artistico di DOLCENERA si apre ufficialmente nel 2002 quando partecipa al concorso “Destinazione Sanremo” e viene ammessa alla 53a edizione del Festival di Sanremo dove nel 2003 si classifica al primo posto tra i giovani con il brano “Siamo tutti là fuori”, aggiudicandosi anche il premio assegnato dalla Sala Stampa, Radio e Tv.

GUARDA TUTTE LE FOTO DEL CONCERTO DIRETTAMENTE SUL MIO SITO

Michael Jackson di nuovo sul palco

Aprile 28th, 2012 in Libri, attualità, gossip, musica by mike

Il re del Pop si esibirà sul palco con i Jackson Five sotto forma di ologramma digitale nel 2013.

Jackie Jackson, fratello di Michael Jackson, ha reso noto che anche il Re del Pop ritornerà sul palcoscenico grazie alla tecnologia digitale.

I fratelli Jackson torneranno  a esibirsi in cinque e potrebbe esserci Michael, veramente. Un evento da non perdere.

Il corso dell’operazione è altissimo e richiede mesi e mesi di preparazione, per questo motivo i fratelli Jackson non riusciranno a riportare la star di “Thriller” sul palco prima del 2013.

L’ologramma di Michael Jackson non sarà dunque realizzato in tempo per partecipare allo Unity Tour, in partenza a fine giugno, che vedrà Jackie, Jermaine, Tito e Marlon Jackson tornare a esibirsi dal vivo insieme a distanza di ben ventotto anni dall’ultima apparizione.

Nel frattempo, in attesa di rivedere Michael Jackson sul palcoscenico, è possibile leggere il libro Michael Jackson Una morte poco chiara , scritto da Mirjana Kovacic,  che in questo volume raccoglie i dubbi riguardo le notizie emerse dal 25 giugno 2009, data del decesso di Michael Jackson, coinvolgendo il lettore a porsi delle domande su una morte che ha lasciato il mondo sotto shock.

Nina Zilli – Alcatraz – Milano

Aprile 26th, 2012 in pop by Francesco Castaldo

Alcune foto del concerto di Nina Zilli all’Alcatraz di Milano il 26 aprile 2012

Nina Zilli

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Paolo Gianolio-Tribù di Note

Aprile 26th, 2012 in Reports by Athos Enrile



Tribù di Note” è il secondo album solo di Paolo Gianolio, chitarrista e musicista dal curriculum impressionante, presentato a fine post.
In genere, lo scambio di battute con il musicista acquiscente potrebbe essere esercizio noioso, non per me, ma per chi deve affrontare quesiti  a volte banali, magari già ascoltati in altre occasioni, ma che a ben vedere risulteranno
determinanti per capire al meglio un artista, il suo percorso, il contesto in cui ha vissuto e il suo pensiero oltre la musica.
Le considerazioni di Paolo mi appaiono fondamentali per carpirne il mondo, la filosofia di vita, la visione del sociale e, ovviamente, il reale contenuto del suo lavoro, nello specifico il disco appena citato.
Ogni esperienza di vita, ogni frammento di quotidiano si riversa nella musica, e quando a questa non si accompagna una lirica, il compito di parlare spetta agli strumenti, alle armonie accurate, alle trame, ad una sequenza di note posizionata in un certo ordine, alla tecnica messa al servizio del gusto e della ricerca.
Le linee guida di “Tribù di Note” sono raccontate nel corso dell’intervista direttamente da Gianolio, che presenta ad uno ad uno gli otto episodi che hanno il compito di descrivere, e al contempo comparare, otto differenti culture.
Diverse le cose che personalmente mi hanno affascinato. Innanzitutto la fase creativa, una miscela composta da ispirazione istintiva e concentrazione che può portare alla
trasformazione di un’immagine in suoni e successive emozioni. Guardare un quadro, pensare ad un attimo di vita o, come in questo caso, fare propria l’idea di un popolo, e poi riscrivere il tutto con l’aiuto di uno o più strumenti, credo sia l’essenza vitale a cui tutti, indistintamente, vorrebbero arrivare.
Esiste poi un aspetto, a mio giudizio molto complicato, che è quello del rendere il proprio lavoro accessibile a chiunque. Esprimo sempre il seguente concetto, che è quello che ogni essere umano, in fase di “onesta” creazione, lavori spinto da bisogni personali. Il passo successivo è la condivisione, la necessità di venire allo scoperto e la speranza di una sorta di interattività. Quando si parla di virtuosi dello strumento e di musica obbligatoriamente di nicchia la sfida diventa … riuscire ad essere “leggibili” dal mondo intero, senza distinzione alcuna, e in questo caso il  mio pensiero è riferito alla sola sfera artistica.
Paolo Gianolio trova con semplicità (apparente?)la via della globalizzazione dell’ascolto, e anche se il termine non è tra i più amati, in questo caso significa essere capaci di toccare il cuore – e la mente- di chi non nasce con la chitarra in mano e probabilmente anche di chi è un occasionale fruitore di musica.
Facile cadere nel tecnicismo esasperato, nell’esibizione ad effetto (che in fase live ha sempre la sua buona valenza). Molto meno facile invece –ed è questo a mio giudizio il più grande
successo di Gianolio- è utilizzare un importante know how, frutto del lavoro di lustri, per parlare alla gente, utilizzando un linguaggio che, seppur universale, diventa spesso “per pochi”, quando non esiste un testo di appoggio, o quando non si ha l’umiltà di  livellarsi all’ascoltatore medio.
Ma esiste anche una certa propensione alla didattica, al far apparire raggiungibile ogni tipo di traguardo-se c’è passione vera- dando suggerimenti, attraverso l’esempio, di cosa una chitarra, ma vale in genere per ogni strumento, possa esprimere se “trattata” come un’amante, da un amante … e a quel punto tutto appare possibile! Paolo analizza a seguire le sue otto tracce, ma vorrei sceglierne una che penso possa esemplificare le mie argomentazioni sulla sua musica.
Abraxas è un brano di assoluta atmosfera, capace di smuovere e stimolare reazioni interne, sentimenti forse di tipo differente, ma sollecitati da uno “spillo” che induce a sicura reazione.

Ascoltiamolo…

Immagine anteprima YouTube
La musica… meglio di mille parole e collocazioni in caselle prestabilite.
Jazz, classico, acustico, pop, le esperienze di una vita messe al servizio di chi possiede la giusta sensibilità … una vera fortuna incrociare Paolo Gianolio.


L’INTERVISTA

La  tua biografia inizia con un atto molto comune, un regalo tipico dei primi anni di vita, uno strumento musicale. Non sono però molti quelli che perseverano trasformando quel dono in una passione e, per i più fortunati, anche in  un lavoro. Come si è evoluto nel tempo il tuo amore per la chitarra?

Negli anni 60 e 70 si è sviluppata gran parte della musica rhythm & blues, pop e soprattutto rock, generi basati sulla chitarra che era uno strumento che permetteva di risuonare a “orecchio” brani dei Rolling e dei Beatles o di James Brown seguendo il proprio istinto. L’ispirazione arrivava dalla vita che allora era molto intensa e piena di opportunità, tra le quali imparare ascoltando, e in seguito, studiando su questa musica, una semplice attrazione si è piano piano trasformata in una vera e propria passione: ai primi rudimenti che si imparano con gli amici sono seguiti i primi accordi che mi hanno aperto la strada del mondo-chitarra, strumento che non avrei più lasciato, diventando anche “mezzo professionale” (allora mio padre, violinista mancato, avrebbe preferito per me qualche titolo di studio in più ma poi col tempo si è ricreduto e oggi è trova giusto ciò che ho fatto). Poi arrivarono gli studi seri e l’ascolto si è allargato a musica nuova per me, il jazz. Dalla chitarra elettrica del geniale Charlie Christian all’affascinante fraseggio Gipsy di Django Reinhard, dallo “swing” di Wes Montgomery che faceva ballare le sedie, all’anima di Jim Hall, dal modernissimo Pat Martino a John Abercrombie, ma anche Charlie Parker, John Coltrane, Miles Davis, Charlie Mingus, Gil Evans solo per citarne alcuni. La chitarra è uno strumento che dà molto, ma richiede moltissimo impegno con studi giornalieri di tecnica pura e un grande uso della propria personalità e immaginazione, tenendo conto della direzione dell’evoluzione che dipende dal gusto personale, ed è per questo che, ad un certo punto, anche lo strumento dovrebbe essere costruito ad hoc, e qui, nel mio caso, è intervenuta la Walden che mi ha costruito una bellissima chitarra acustica “signature”, assecondando tutte le mie richieste.


Tra i tanti musicisti che possono aver segnato la tua vita, ne esiste uno che ha rappresentato  e magari ancora rappresenta una linea guida, un esempio da seguire?

Lo strumentista che più mi ha segnato credo – dico credo

perché ne esistono tanti- sia Django Reinhard, per la sua travolgente passionalità e personalità che lo ha trasformato in un grande con il suo fraseggio all’avanguardia per i suoi tempi e, soprattutto, per la volontà di trasformare il suo dolore, dovuto alla disgrazia che lo colpì, in gioia di suonare. Un altro musicista che è entrato nella mia vita è Gil Evans, arrangiatore sopraffino e sofisticato che ha avuto il merito di allargare le sonorità orchestrali delle big band usando in modo ardito soluzioni armoniche
che ancor oggi mi colpiscono. Ma direi che nel corso della mia vita sono molteplici i musicisti che mi hanno segnato, ognuno dei quali mi ha dato l’opportunità di allargare il mio ingegno che ho poi trasformato in impegno.


Quando ero molto giovane era di moda compilare anno per anno le classifiche dei musicisti migliori. Le discussioni da bar  di noi adolescenti immaturi vertevano su tecnica, gusto  e timbrica, e ognuno
parteggiava per il suo mito. Che caratteristiche deve avere, secondo te, il grande chitarrista? Quando hai realizzato di aver fatto un importante salto di qualità?

Sono dell’opinione che esistano grandi musicisti ognuno con le sue caratteristiche; per quanto riguarda la chitarra potrei elencarti, come accenni nella domanda e a mio gusto personale, lo strumentista più tecnico o quello che ha più gusto, ma per me il grande chitarrista deve avere cuore e passione e con la propria personalità deve saper esternare e forgiare, tramite lo strumento, il suo gusto. In definitiva è la mano del musicista che fa il suono dello strumento e credo che la sua caratteristica sia poi valorizzata, man mano che ne acquisisce coscienza, dall’evoluzione del suo carattere e dal bagaglio musicale. Il salto di qualità non rientra nel programma di studio che un musicista intraprende, non credo si possa decidere quando farlo, ma per

rispondere alla tua domanda dico che quando ti ritrovi a suonare con musicisti di grosso calibro allora realizzi quantomeno che sei apprezzato.

Le tue collaborazioni sono importanti ma… esiste qualche rammarico per un treno passato e mai preso per eccesso di cautela?

No, nessun rammarico, certo se esistesse il treno della sapienza e della conoscenza, prenoterei subito un posto! La mia vita nel campo della musica è stata da me scelta con istinto e  passione, due caratteristiche che sono poi state, e sono tuttora, le mie guide spirituali. Nei primi anni del mio percorso musicale ho avuto il privilegio di svezzarmi con la famosa “gavetta”, facendo ballare la gente (allora non esistevano discoteche), e le orchestre lavoravano 4 o 5 giorni alla settimana tutto l’anno, con un repertorio che andava dal Valzer al R&B, dalla canzone italiana a quella americana, insomma un grande apprendistato che riaffiora sempre nel tempo, e che mi da molta sicurezza. Un rammarico l’avrei … avrei voluto imparare a suonare la chitarra! ( eh eh eh ). Col tempo e con gli anni la vita diventa più filosofica e studiare filosofia significa prendere coscienza del “poco che si sa”, in relazione all’assoluto, e quindi, facendo un’attenta riflessione, ho dedotto che non basterebbero due vite per imparare a suonare come dio comanda. Io ci provo.

Mi racconti un aneddoto significativo, positivo o negativo, legato alla tua vita musicale?

Un giorno, preso dalla disperazione per non comprendere i risultati dello studio assiduo che stavo facendo, decisi, per portare a casa la “pagnotta”, di cambiar mestiere e andai a lavorare prima come elettricista, poi come meccanico in seguito come libraio. E’ allora, dopo qualche tempo, che mi sono reso conto dell’importanza dello studio che avevo intrapreso, nel senso che era quello che serviva per il futuro. Ecco perché si dice che non si finisce mai di studiare, perché quello che studi nel presente ti sarà utile solo nel futuro.

Che cosa significa realizzare un album proprio? Può essere assimilabile alla necessità di effettuare un bilancio di spezzoni di vita, come per chi scrive un libro, ad esempio?

La soddisfazione di poter far arrivare lontano il proprio
pensiero, per questo cerco di impressionare i nastri magnetici con le mie note. Certo, è anche  raccontare la propria vita tramite i sentimenti e i sogni, inventando storie che facciano sognare, e credo che questo sia un grande privilegio; credo altrettanto che sia la musica che
chiama nel momento tu sia predisposto ad ascoltarla.


”Tribù di Note” è un album strumentale, ma immagino esista un filo conduttore che lega gli otto brani che lo compongono. Si può considerare un “concept”? Mi puoi descrivere “il cuore” di questo tuo lavoro?

Tribù di Note nasce ispirato dalle diverse etnie del mondo, otto racconti a sostegno di tribù, nel senso di culture diverse. Non amo molto la così detta globalizzazione che tende a non far pensare, sono affascinato invece delle differenti culture etniche che hanno creato il mondo in cui viviamo e che permettono di avere confronti costruttivi per potersi evolvere. Da qui l’ispirazione dei brani contenuti nell’album. Archimede come scienza e conoscenza o come ironia del fumetto di Walt Disney, Aura immaginata come energia pura che scaturisce dalla coscienza, Manusinti come la cultura zingara, Abraxas è la mediazione tra dei e umanità, tra il bene e il male, l’alternativa al tutto. Calypso è l’amore per la danza, arte figurata che valorizza la musica, Tribù di Note è il desiderio di intermediazione tra le culture e ricavarne beneficio per l’universo mondo. Ochethi Sakowin è una vera tribù di indiani d’America che simboleggia la saggezza di quei popoli spazzati via da stupidi potenti. Chiude l’album Pangea che è l’inizio delle culture, cioè da quando l’uomo ha cominciato a pensare. Espressione musicale vuol dire combattere per affermare il proprio pensiero io cerco di farlo abbinando un concetto di vita a un racconto di fantasia.

Come è nata la collaborazione con la Videoradio di Beppe Aleo?

Con la cosa che funziona da sempre al mondo, il tam-tam che esiste dall’era primordiale. Insomma, tramite un musicista che lo conosceva e che mi ha consigliato di rivolgermi a lui. E devo dire che mi ha fatto molto piacere conoscerlo perché è persona capace, precisa e educata (beh… al giorno d’oggi è già molto!). Dopo essermi informato curiosando nel suo sito, ho deciso di rivolgermi a lui per il mio nuovo album, e devo dire che l’incontro ad Alessandria, dove Beppe vive e lavora, è stato molto stimolante; direi che ci siamo trovati sulla stessa frequenza da subito. Poi mi ha fatto piacere appurare che il catalogo della Videoradio è in buona parte dedicato a miei colleghi.


Mi dai una tua visione generale dell’attuale business legato al mondo della musica?

Già la parola business non va d’accordo con la musica intesa come arte, anche se oggi è entrata a farne parte; l’arte e l’ingegno sono preziosi per gli artisti e dovrebbero essere stimolati, non comprati o “scaricati” trasformando qualsiasi opera a un trofeo o a un soprammobile. Io credo che nell’evoluzione della musica, pop in primis, si sia arrivati a un punto fermo, e le priorità dovrebbero essere a favore del nuovo. Una cosa importante sarebbe avere una base culturale musicale più evoluta quindi più scuole di musica, posti costruiti per la musica, scambi culturali e soprattutto serietà nell’insegnamento e nell’apprendimento, insomma, più stimoli per quest’arte impoverita dal suo consumo sfrenato. Altra cosa è attendere che succeda qualcosa… il motto delle case discografiche “non investo nulla se non succede nulla…”; ciò è disarmante per il povero musicante, che ha talento, ma deve aspettare magari vent’anni per potersi esprimere solo perché la sua opera non è stata capita o ancor peggio ascoltata. Io mi definisco contadino della musica perché per raccogliere bisogna seminare e mi pare che in questo momento siamo in netta controtendenza. I talenti ci sono, la voglia di farsi sentire c’è, diamo spazio al valore e non allo stupore. Ovviamente i tempi cambiano, la storia cambia e spero cambierà anche il futuro a favore delle anime che si vogliono distinguere, e questo potrà avvenire solo se cambierà la cultura e il “business” tornerà al suo posto come traino per l’ingegno musicale.

Esiste un chitarrista attuale, o comunque un musicista, che ti ha sorpreso, che è stato per te una rivelazione?

Ribadisco che per me esiste la musica in generale. Certo ci sono musicisti che mi hanno influenzato e stupito più di altri, ma io seguo il mio istinto che mi sussurra e mi guida all’ascolto di quello che colpisce la mia sensibilità, e questo non dipende da chi ma da cosa ascolto; ed ecco che riuscire a captare l’umore di una performance di un musicista, stupirsi per un inaspettato contrappunto anziché una sonorità dissonante, cogliere il messaggio di un assolo, muovere il piede a tempo per un impulso irrefrenabile, tutto ciò
diventa un privilegio un valore e tutto questo fa parte della musica e di ogni strumentista. Io amo l’umore di un musicista non lo stupore.


Apri il libro dei desideri. Cosa trovi alla voce “da realizzarsi  assolutamente entro il 2015”?

Ho in mente molte cose da realizzare, ma in effetti ci sarebbe un desiderio in particolare, un disco in quartetto con i musici miei preferiti:
Gavin Harrison, John Giblin, Danilo Rea e… Paolo Gianolio che arrangia, con interventi orchestrali e alcuni ospiti. Non so se riuscirò a realizzarlo ma ci proverò. Poi il sogno che gli uomini, prima di perdersi completamente, si accorgano del valore della natura che fin qui li  ha guidati, rendendosi conto che in futuro non
la si dovrà combattere, ma convivere con lei, ascoltando i messaggi che a tutti manda. Mi congedo aspettando che la natura e la musica mi chiamino.


Biografia tratta dal comunicato stampa.

Paolo Gianolio, musicista, nasce negli anni 60 ascoltando la musica dei Beatles e dei Rolling Stones. Comincia con una chitarra regalatagli da uno zio, la “strimpella” finché capisce che quello sarà il suo strumento. Da lì ad Hendrix il passo è breve e studia “a orecchio” i suoi soli come quelli di Santana e dei Led Zeppelin che segneranno la sua vita musicale.
In seguito la sua sete di musica lo porta a Django Reinhardt e Charlie Christian. La approfondisce frequentando corsi professionali come la “Scuola Jazz di Parma” negli anni 70” dove, con il grande chitarrista/insegnante Filippo Daccò, impara raffinate tecniche di armonia applicata allo strumento. Contemporaneamente frequenta la scuola di “Nino Donzelli di Cremona” che, con la didattica basata sul metodo Barkley, gli apre l’universo della armonia moderna e dell’orchestrazione per banda. Scopre i “Minus-One” e li utilizza, oltre che all’esercizio tecnico, a fare piccoli concerti. Forma poi un quartetto con il quale farà diverse esperienze in piccoli club con molti riscontri favorevoli. Per guadagnarsi da vivere, crea un’orchestra da ballo (negli anni 70 non esistevano discoteche e DJ) e gira l’Italia nelle balere. Il suo “tirocinio gli da un vantaggio altrimenti difficile da ottenere, cioè il riscontro diretto del pubblico: suonare e far ballare è un’esperienza impagabile. Dopo aver terminato studi al conservatorio, approfitta di un’occasione propostagli da alcuni amici musicisti che conoscono la sua vena compositiva, cioè di fare un disco insieme. Da quella proposta nasce negli anni 80 un gruppo che diverrà famoso soprattutto negli Usa: i Change. Un gruppo fantasma con musicisti veri: Luther Vandross voce solista, Davide Romani basso, Mauro Malavasi keyboard/piano, Paolo Gianolio chitarre, Rudy Trevisi sax. Il gruppo Change ottiene un disco d’oro con l’LP “The Glow of Love”.
La carriera discografica di Paolo con produttori importanti, lo porta a collaborare con artisti rilevanti nel panorama musicale italiano. Collabora con Eros Ramazzotti come session-man sin dal primo disco, “Cuori Agitati”, contenente il brano che lo ha lanciato “Terra promessa”; segue “Musica è”, continuando negli anni fino all’album “In ogni senso”. Conosce poi Massimiliano Pani e comincia una lunga collaborazione con Mina negli studi di Lugano in dischi come “Lochness”, “Canarino Mannaro”, “Mazzini canta Battisti”, “Cremona”, “Leggera”, “Dalla Terra” e tanti altri.
Nell’85 Claudio Baglioni lo “arruola” per il tour “La vita è adesso” e da lì nasce un rapporto di collaborazione e fiducia che lo vede tutt’oggi suo arrangiatore e produttore.
Vasco Rossi lo chiama per l’LP “Stupido Hotel” e “Liberi Liberi” dove si cimenta anche come bassista, e “Cosa succede in città”.
Ha collaborazioni importanti anche con Laura Pausini, Andrea Bocelli, Miguel Bosè, Fiorella Mannoia, Giorgia, Matia Bazar, Ornella Vanoni, Anna Oxa, Patty Pravo e tanti altri. Con questi grandi artisti gli lasciano in eredità un’esperienza impagabile e fondamentale per la sua vita sia musicale che umanistica.
Negli anni 2009 prende forma l’idea di un suo progetto come solista, compositore, bassista, pianista e tastierista, con la partecipazione di un grande musicista, Gavin Harrison, e nasce il suo primo lavoro: ”Pane e Nuvole” distribuito dalla Sony Music e molto apprezzato nell’ambito della musica strumentale e di atmosfera. Nel 2012 ecco il nuovo cd “Tribù
di Note
” pubblicato da Videoradio e Rai Trade Edizioni Musicali, che vuole protagonista la chitarra acustica, strumento che gli permette di esprimere, elaborare e ricercare, temi e armonie particolari e personalizzate.
Suona su alcuni brani l’immancabile  Gavin Harrison.
La sua ricerca continuerà nel tempo costruita sull’esperienza raccolta nella sua vita, che non lo vede mai appagato del proprio operato. Lo studio di strumenti classici d’orchestra, strumenti elettronici e software musicali, lo porteranno presto ad un lavoro che unirà varie sonorità di diverse etnie. Il suo motto è … arrivare dove si comincia.
Produzione e direzione artistica:
Paolo Gianolio www.paologianolio.com
Produzione discografica: Beppe
Aleo
www.videoradio.org

Live Report: Motorpsycho @ Bronson, Ravenna 23/04/12

Aprile 26th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

“The Death Defying Unicorn è una fiaba musicale progettata per essere suonata ed ascoltata in sequenza, e verrà eseguita nella sua interezza nella prima parte della performance di questa sera… Ci auguriamo che possiate apprezzare questo originale viaggio Motorpsichedelico tanto quanto noi”

Ståle Storløkken, che liberamente tradotto dal norvegese significa: individuo incappucciato che rovina i concerti dei tuoi artisti preferiti, accompagna i Motorpsycho nella fedele rappresentazione della loro ultima opera discografica, “The Death Defying Unicorn”, concept album dalla marcata atmosfera fiabesca capace di spaziare, con estrema naturalezza, dal progressive metal al jazz, fino ad assumere i tratti di una sorta di folk psichedelico.
Non è possibile, quindi, raccontare questo concerto senza analizzare i due aspetti fondamentali che lo caratterizzano; da una parte i Motorpsycho, gruppo icona del movimento hard rock psichedelico, una sorta di garanzia live, dall’altra The Death Defying Unicorn, disco (doppio disco, come ci hanno abituato nel corso della loro lunga carriera) che si differenzia fortemente dai precedenti lavori, chiamando in causa addirittura la Trondheim Jazz Orchestra e risultando, quindi, difficilmente riproducibile dal vivo (il fatto che lo reputi a tratti noioso è un giudizio puramente personale, condivisibile o meno).

I presentimenti diventano realtà all’ingresso del Bronson quando, insieme al biglietto, viene consegnato un opuscolo intitolato Motorpsycho & Ståle Storløkken perform The Death Defying Unicorn, in cui si racconta dettagliatamente la nascita del nuovo fantasioso progetto. L’unica certezza, a questo punto, rimane il bellissimo attacco del disco, in cui le orchestrali atmosfere “da camera” lasciano spazio ai più incisivi riff di chitarra, tipici della discografia dei Motorpsycho.

Ed infatti alle 21.45, con addirittura quindici minuti di ritardo (chi conosce il gruppo capirà la stranezza), i quattro norvegesi fanno ingresso sul palco accompagnati da una registrazione di “Out Of the Woods”, splendido intro strumentale di archi e fiati, dalla quale sviluppano “The Hollow Lands”, sette minuti di pura follia compositiva e ritmati crescendo di basso e batteria, conditi da acuti cori di stampo prog-metal. Il disco sarà forse un po’ noioso, ma la band sembra non essere cambiata affatto, riversando tutta la rabbia repressa dell’album sugli eccitati fan, accorsi numerosi al Bronson nonostante si trattasse di un lunedì sera. Lo storico trio diventa padrone del palco in pochi minuti, sovrastando in diverse occasioni l’incappucciato Storløkken che, scherzi a parte, ha il merito di reggere quasi da solo l’atmosfera ricercata dall’esibizione; la foresta sullo sfondo e gli abbigliamenti tipici della letteratura scandinava vengono, infatti, fortemente contrastati da una distesa di Hiwatt che nascondono quasi completamente la scenografia.

L’esibizione procede per circa un’ora e trenta, in cui la band ripercorre in ordine l’ultimo disco nella sua interezza, alternando gli onirici momenti di puro straniamento di brani come “Sharks” con le impetuose digressioni strumentali degli oltre quindici minuti di “Through the Veil”, degne dei bei tempi che furono. La prima parte del concerto finisce con la cavalcata progressive “Into the Mystic”, una sorta di ripresa di “The Hollow Lands”, come a chiudere la parentesi fiabesca prima del tanto atteso encore.

Dopo pochi minuti, infatti, i Motorpsycho si ripresentano sul palco privi di mantelli e cappucci pronti a far scuotere le teste degli affezionati fan (mi viene fatto notare, infatti, che in moltissimi indossano la maglietta del gruppo). “Cornucopia riapre le danze”, tratto dall’LP (doppio, guarda caso) celebrativo dei vent’anni di carriera sembra trasudare tutta l’esperienza che la band ha accumulato durante la lunga attività, coinvolgendo finalmente il pubblico con i suoi schizofrenici intrecci tra assolo di chitarra e organo (il buon Storløkken si guadagna la pagnotta, anche se a fine concerto verrà additato con i peggiori appellativi) e le cavalcate di basso e batteria; seguono, poi, due immortali successi come “Nothing to Say”, cantata a squarcia gola dal pubblico, e “Feel”, inno generazionale che benissimo si presta come chiusura di questo strano concerto.
I Motorpsycho salutano calorosamente la platea (sembrano davvero colpiti dall’accoglienza che ogni anno ricevono in Italia) ed escono di scena, lasciando il pubblico diviso sull’effettiva buona riuscita del concerto.

I tre norvegesi rimangono probabilmente una delle migliori rock band sulla piazza e l’ottima esecuzione dei pezzi rende ogni esibizione memorabile, ma la scelta di un concept album di questo tipo e del conseguente tour mi lascia tutt’ora stranito.
Due ore comunque godibilissime, in compagnia di artisti che hanno avuto il coraggio di reinventarsi continuamente, andando a ricercare sempre nuove forme per esprimere la loro arte in musica, scontentando a volte gli uni, a volte gli altri fan, ma restando sempre fedeli alle proprie idee.

(Edoardo Gandini)

Setlist:

1. Out of the Woods
2. The Hollow Lands
3. Through the Veil (parts I & II)
4. Doldrums
5. Into the Gyre
6. Flotsam
7. Oh, Proteus – A Prayer
8. Sculls in Limbo
9. La Lethe
10. Oh, Proteus – A Lament
11. Sharks
12. Mutiny!
13. Into the Mystic
–Bis—
14. Cornucopia
15. Nothing to Say
16. Feel

Nightwish – Mediolanum Forum – Assago

Aprile 26th, 2012 in metal by Francesco Castaldo

Alcune foto del concerto dei Nightwish, Battle Beast e Eklipse al Mediolanum Forum di Assago (Milano) il 25 aprile 2012

Anette Olzon

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Si balla con i SUBSONICA!

Aprile 24th, 2012 in Reports by Micaela - MKZPHOTO.COM

Molto coinvolgente il concerto dei subsonica al Forum di Assago.

Guarda le foto del concerto

Live Report: Subsonica @ MediolanumForum, Assago 23/04/12

Aprile 24th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Quando i Subsonica salgono sul palco del MediolanumForum di Assago poco dopo le nove, tutte le luci sono accese. “Negli anni ‘90 si entrava in scena così”, annuncia Samuel mentre si sistema al centro della scena e impugna il suo triplo microfono. La sua t-shirt “alla Star Trek” e il vecchio cappellino da baseball nero sono un altro omaggio al passato. E se tre indizi fanno una prova, quando inizia “Come se” non ci vuole molto a capire che questo “Istantanee Tour” è una vera “festa di compleanno”, come la definisce la stessa band. Un compleanno importante per la musica italiana, che è datato 1997 e coincide con l’uscita di “SubsOnica”, un album ancora oggi di grande lungimiranza artistica. Anche la scenografia è passatista: niente megaschermi né effetti speciali, solo un grande telone che richiama la copertina del disco.

Il tuffo nel passato continua e la scaletta pesca solo dal primo lavoro della band. Ecco le suggestioni reggae di “Cose che non ho”, alla quale il gruppo attacca una strofa di “Daitarn III”. Per ulteriori dettagli, chiedere agli Amici di Roland. “Istantanee” è dominata da basso e synth, mentre “Onde quadre” si esalta grazie al riff blueseggiato della chitarra di Max Casacci e alza il ritmo del concerto dopo un inizio sincopato. L’immersione nelle nebbie torinesi di fine ‘90, tra notti insonni ed echi delle posse, continua senza soste. “Giungla nord” suona felicemente anacronistica, con le sue basi drum’n'bass che sembrano rubate al primo Goldie. Poi arriva anche la prima concessione al “mainstream” con “Per un’ora d’amore”, brano registrato insieme ad Antonella Ruggiero per il suo esordio solista “Registrazioni moderne”.

Per suonare “Radioestensioni” i Subsonica richiamano Pierfunk, il primo bassista del gruppo che rimane sul palco per una manciata di pezzi. A chiudere la prima parte ci pensa una doppietta semi acustica: “Funck star”, una delle primissime canzoni composte da Samuel, Boosta e Max, funziona bene anche se le manca quell’organetto della versione originale. “Tutti i miei sbagli” invece, seppur spogliata del suo arrangiamento e affidata ai cori del pubblico, si conferma ogni volta come quello che è: semplicemente una grande canzone. Il gruppo sembra sinceramente divertito a riesplorare il suo vecchio repertorio, va a memoria e si vede. Del resto non scopriamo ora il loro essere “animali da palcoscenico”.

Archiviata la prima parte, il telone sparisce, le t-shirt anni Novanta e il repertorio cambiano: non più solo il disco d’esordio, ma un vero e proprio greatest hits del collettivo torinese. Arrivano dunque “Ratto” e soprattutto il meglio del secondo album “Microchip emozionale”. “Aurora sogna” fa sempre il suo dovere, mentre “Depre” è una felice sorpresa. “Liberi tutti”, anche e soprattutto dal vivo, è uno dei vertici di tutta la produzione della band così come “Colpo di pistola” e “Il cielo su Torino”. Compare timidamente anche qualche brano di “Eden”: “Istrice” è il singolo da classifica, “Il diluvio” quello che funziona di più live. In questo clima di revival però sembrano quasi fuori contesto. E peccato non aver sentito la titletrack, forse il brano più riuscito nell’ultima produzione di casa Subsonica.

Tra un omaggio ai CCCP (“Tu menti”) e le immancabili hit come “Discolabirinto” e “Nuova ossessione”, si esaurisce anche questa parte dello show. A chiuderla ci pensa una tripletta di pezzi: “Up patriots to arms” è firmata Franco Battiato ma sembra calzare a pennello a Samuel e soci, “Tutti i miei sbagli” viene riproposta, stavolta in chiave elettrica. “Preso blu” potrebbe sembrare l’atto finale, ma non lo è. Perché la band torna su, ancora a luci accese e suona la divertente “Benzina ogoshi”. A far calare il sipario, stavolta per davvero, è “Nicotina groove”, che non a caso chiudeva anche l’album di 15 anni fa. Il pubblico, che ha ballato praticamente finora senza pause, è soddisfatto ma anche stanco. Un buon segno. Vuol dire che Samuel e compagni hanno fatto il loro dovere. E si meritano anche gli auguri di buon compleanno.

(Giovanni Ansaldo)

Scaletta:

Come se

Cose che non ho + Daitarn III

Istantanee

Onde quadre

Radioestensioni

Giungla Nord

Per un’ora d’amore

Encore 1:

Funkstar (acustica)

Tutti I Miei Sbagli (Acustica)

Encore 2:

Ratto

Aurora sogna

Depre

Liberi tutti

Il diluvio

L’errore

Tu menti  (cover dei CCCP)

Colpo di pistola

Istrice

Il cielo su Torino

Encore 3:

La glaciazione

Discolabirinto

Nuvole rapide

Nuova ossessione

Up patriots to arms (cover di Franco Battiato)

Tutti i miei sbagli

Preso Blu

Encore 4:

Benzina Ogoshi

Nicotina Groove

Subsonica – Mediolanum Forum – Assago

Aprile 23rd, 2012 in pop by Francesco Castaldo

Alcune foto del concerto dei Subsonica al Mediolanum Forum di Assago (Milano) il 23 aprile 2012

Samuel Romano

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Music Reporters by Rockol
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