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Live Report: EELS @ Alcatraz, Milano 18/04/13

Aprile 21st, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Chi sono gli eels, una band o il progetto di una cantautore californiano un po’ pazzo? Non esiste un’unica risposta, tutto nasce da Mr.E (Mark Everett), genialoide songwriter barbuto, figlio di un altrettanto geniale padre arrivato ad un passo dal nobel e di una famiglia di artisti di cui è l’unico discendente. Da lui parte il progetto eels che dal 1996 ad oggi viene incarnato da musicististi sempre diversi. Ora qualcosa sembra essere cambiato, E ha trovato una nuova famiglia da cui farsi adottare, una famiglia formata da due chitarristi, The Chet e P-Boo, il bassista Honest Al (anche se nell’ultimo disco il basso è stato suonato da Kool G Murder) e il batterista Knuckles.

E’ grazie a loro se gli eels sono di nuovo una band e non solo l’emanazione dell’ego di E, e questa grande sintonia, che già traspariva nell’ultimo disco “Wonderful, glorious”, è apparsa ancora più evidente nel concerto che ha infiammato, la scorsa sera, l’Alcatraz di Milano.

Nonostante l’attesa per il ritorno dal vivo degli eels, si temeva di assistere ad una replica del tour di “Tomorrow morning” in cui la band aveva portato in scena uno spettacolo tanto rumoroso quanto confuso. Fortunatamente i tanti concerti insieme hanno affinato l’amalgama tra i musicisti che si sono presentati sul palco vestiti con la medesima “divisa”, una tuta nera della Adidas che ricordava quella indossata da Adam Sandler ne “I Tenenbaum” di Wes Anderson, occhiali scuri e barba incolta.

Se l’impianto luci è piuttosto scarno, a stupire un gremito Alcatraz ci ha pensato l’originale disposizione dei musicisti sul palco in due file una seconda fila rialzata dove stazionavano i due chitarristi e il bassista e la prima fila con, da un lato, la batteria di Knuckles e, dall’altro, quasi in disparte rispetto al resto della band, E.

L’onore di aprire la serata è spettata alla cantautrice Nicole Atkins che ha presentato una manciata di canzoni dai suoi due album che ne hanno fatto apprezzare il talento e le indubbie doti vocali, nonostante l’assenza di una band a suo supporto, alla lunga, ha un po’ pesato sulla sua esibizione. Dopo pochi minuti è iniziato lo spettacolo degli eels che hanno iniziato da subito a schiacciare l’acceleratore con un gruppo di brani tra rock e blues come “Bombs away”, “Kinda fuzzy”, “Tremendous Dynamite” e la cover di “Oh well” dei Fletwood Mac. Nonostante l’avvio al fulmicotone, gli eels mostrano subito di aver trovato finalmente un ottimo equilibrio rispetto al precedente tour, dosando energia e melodia andando a ripescare anche tra dischi più vecchi, come nel caso di “The sound of fear” presa da “Daisies of the galxy” del 2000.

Man mano che lo show procede Mr.E inizia a mostrare quanto sia cambiato rispetto agli esordi, quando dichiarava apertamente di trovare i concerti una vera noia: dialoga con il pubblico e con i suoi fidi compari a cui chiede lunghi abbracci, perché, non smetterà di ripeterlo fino alla fine, vuole troppo bene a questi ragazzi. Lo spettacolo si fa ancora più folle quando su uno dei momenti più rumorosi del concerto anche i roadie entrano in scena simulando una discussione sul palco. Il momento più divertente vede come protagonista The Chet, che E definisce il suo “bro”, il suo fratello, con cui, in una cerimonia solenne celebrata dal bassista Honest Al, si scambia la promessa reciproca di suonare assieme per almeno altri dieci anni, sugellando il tutto con la segreta stretta di mano degli eels.

Nonostante le gag la band continua a macinare rock proponendo brani come “New Alphabet”, “Peach blossom”, “Prizefighter”, ma anche canzoni più melodiche come “In my dreams” e “On the rope”.

La prima parte del concerto si conclude con due proiettili rock: uno dal passato, l’oscura “Souljacker Pt.1”, e la più recente “Wonderful glorious”, ma non c’è il tempo di respirare che la band torna tra il clamore della folla per due bis dove E inizia a suonare una delle prime canzoni scritte per gli eels, la malinconica e romantica “My beloved monster” che viene mescolata con un altro grande classico, la bellissima “Mr. E’s Beautiful Blues”.

Il concerto volge al termine, ma quando la maggior parte del pubblico è uscita dal locale, la band, come da sua tradizione, torna sul palco per le ultime due canzoni, “Dog faced boy” e “Go eels!” un brano molto semplice che permette ai singoli componenti di presentarsi con i loro assoli.

Una volta conclusa anche quest’ultima parte dello show lasciamo entusiasti il locale con la consapevolezza che Mr.E non è più solo, ha un nuova famiglia con cui è tornato a fare della grande musica.

(Giuseppe Fabris)

Live Report: Litfiba @ Alcatraz, Milano 30/01/13

Ggennaio 31st, 2013 in Reports by Redazione Rockol

L’escursione termica tra le strade di Milano e l’interno dell’Alcatraz è nell’ordine dei 30 gradi, forse più. Fuori siamo attorno allo zero, forse meno; dentro fa un caldo quasi soffocante. Ma entrando nella discoteca milanese le facce sono felici, prima ancora che cominci il concerto: si capisce subito che la serata è attesa come un evento.

“Se il mio gruppo preferito facesse una cosa come questa, impazzirei di gioia”, mi dirà un’amica a fine serata.
La “cosa come questa” è un tour dedicato ai primi tre album. In questo caso, la cosiddetta “Trilogia del potere” dei Litfiba: “Desaparecido” (’85), “17 re” (’86) “Litifiba 3” (’88). Per l’occasione, sono tornati in formazione Antonio Aiazzi e Gianni Maroccolo, membri della formazione originale. Al banco della regia sonora c’è persino Giorgio Canali, ora musicista di suo, ma che iniziò come fonico proprio dei Litfiba negli anni ’80.
Insomma: operazione nostalgia? Si e no. Perché il pubblico non è composto solo dai 40enni come il sottoscritto, gente cresciuta con quei dischi. Ci sono (e tanti) fan più giovani che hanno scoperto dopo i Litfiba: quegli album li hanno consumati in differita, e non vedevano l’ora di risentirli così.
Lo si capisce fin dalle prime note: il riff di “Eroi nel vento” viene accolto da un boato e immediatamente la platea inizia a cantare a memoria le parole, come farà per tutta la serata. Se possibile, la temperatura si alza ancora. Pelù è in grande forma: pizzetto, gilet d’ordinanza sul petto nudo (che rivelerà solo a fine concerto). Ghigo è nascosto sotto un cappellino. Maroccolo ha il basso sulle ginocchia e un microfono sopra la testa. Aiazzi è in alto, dietro le tastiere. Alla batteria c’è la new entry Luca Martelli.
Il sound è potente, frutto di una ricerca quasi filologica: è un sound che oggi appare fuori moda, radicato com’è negli anni ’80, con quell’intrecciarsi di tastiere e basso melodico a sostenere le schitarrate di Renzulli. Ma sentirlo ricorda l’importanza che i Litfiba ebbero in quel frangente, mostrando che era possibile una via italiana al rock e alla new wave. Così come le parole: allora erano poesia pura, ti aprivano un mondo, come quel “Voglio idee per sopravvivere, e mille mille mille non bastano” di “Apapaia”, uno dei momenti più intensi del concerto. Come la rabbia di “Guerra” e quella di “Santiago” (dedicata alla visita del Papa al dittatore Pinochet). Oggi forse suonano un po’ naif, soprattutto a noi 40enni disillusi. Ma Pelù dimostra sul palco la potenza di quel repertorio; indugia ogni tanto nei suoi proclami, ma dimostra ancora una volta di essere quello che è sempre stato: un animale da palcoscenico.
Perché questo tour è, certo, un’operazione industriale – peraltro di quelle che all’estero si fanno spesso (i Cure avevano portato in tour i primi tre album per intero, tempo fa). Da questi concerti verrà tratto un disco live in uscita a marzo. A metà scaletta si accendono le luci. Per un attimo l’audience borbotta, teme che sia già tutto finito. Invece bisogna solo scattare la foto di copertina.
E’ un’operazione industriale, dicevamo, ma anche un’operazione che risponde ad un bisogno dei fan, è altrettanto evidente.
E ad un bisogno dei musicisti: forse la fotografia più bella del concerto è la faccia di Gianni Maroccolo: felice come un bambino, spiritato, sorridente, goduto. E’ contento di essere lì sul palco a suonare quelle canzoni, con quella band. E il pubblico, quella felicità la percepisce tutta.
La scaletta procede per salti, non per album interi: 26 canzoni in scaletta, tra cui chicche come “Transea” ed “Elettrica danza”, uscite solo su un EP del periodo. Qualche omissione importante (“Come un dio”), ma per il resto c’è praticamente tutto l’indispensabile di quel periodo. C’è anche la dedica al compianto Ringo De Palma su “Amigo”. E c’è il finale con “Resta” e “Tex”, la canzone che avviò il salto dei Litfiba verso il successo di massa, chiudendo un’era, quell’era che questo concerto ha messo in scena perfettamente.
Stasera si ripete, poi il tour riparte a fine marzo – nel frattempo Pelù farà il giudice al talent The Voice (tra il pubblico c’era pure il collega Riccardo Cocciante).
Unica, piccola nota: i manifesti mostrano in grande le facce di Pelù e Renzulli, in centro. In basso, quelle più piccole, di Maroccolo e Aiazzi. Insomma: i Litfiba sono la storica coppia che si è riformata nel 2010. Il ritorno di Aiazzi e Maroccolo è solo per questo tour. Godetevelo finché dura.
(Gianni Sibilla)
SETLIST
Eroi nel vento
Tziganata
La Preda
Transea
Istanbul
Guerra
Versante Est
Apapaia
Pierrot e la Luna
Ballata
Elettrica danza
Re del silenzio
Gira nel mio cerchio
Cane
Ferito
Louisiana
Il Vento
Santiago
Paname
Ci Sei Solo Tu
Corri
Amigo
Rest

Tex

Live Report: Hives @ Alcatraz, Milano 04/12/12

Dicembre 5th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Ci sono band che pur suonando insieme da quasi vent’ anni sono capaci di andare oltre. Superano le difficoltà del music business, della vita, del tempo che passa, conservando intatto lo spirito che proprio anni addietro li fece incontrare e decidere di mettere su un gruppo. Gli Hives sono proprio una di queste band, divertenti e divertite, in grado di salire sul palco e portare con sé l’animo goliardico ed irriverente che li fece debuttare ad una festa del liceo nella loro Svezia, scanzonati e sopra le righe, proprio come ha raccontato Pelle in una intervista al nostro sito.

Divisa d’ordinanza, ovvero smoking con tuba, i cinque scandinavi hanno intrattenuto il pubblico dell’Alcatraz con musica e gag per diciotto canzoni, ben miscelate tra brani del passato e nuovi pezzi tratti dall’ultimo “Lex Hives”, già presentato in parte allo scorso “Rock in IdRho”. A riempire l’attesa per il live dei cinque svedesi ci hanno pensato i Bronx, hardcore band di Los Angeles, che scalda il pubblico con poderose schitarrate e melodie ad alto tasso di rock. Gli Hives fanno il loro ingresso trionfale, puntualissimi. Accompagnati da una sigletta e dalla luce ad intermittenza della scritta con il loro nome in fondo al palco, il gruppo attacca subito con “Come on”, seguita da “Try it again”, che insieme a “Take back the toys”, fanno carburare Pelle e soci.

“Questa sera ci siamo noi sul palco, gli Hives”, urla il cantante in italiano. “La città della Madonnina”, come la chiama l’artista, risponde con calore non solo a questo saluto, ma a tutti i siparietti del gruppo. Incalzano “1000 answers”, “Main offender” e “Walk idiot walk”, uno dei cavalli di battaglia della band, tra le più cantate della serata. Prodezze degne di nota sono quelle del chitarrista/solista Nicholaus Arson, che si avvicina spesso al pubblico, manda baci e lancia plettri con la bocca. Il ritmo comincia a farsi sempre più sostenuto, e iniziano a volare oggetti di vario tipo sul palco: rose, felpe, scarpe e persino un reggiseno. Un’atmosfera da concerto rock “vecchio stile”.

“Io sono il vostro re questa sera”, grida alla folla Pelle, sudatissimo, come tutti gli altri componenti della band. Ci vuole coraggio ed un certo fisico per suonare in camicia e doppio petto. La scaletta è davvero densa: “My time is coming”, “No fun intended”, “Wait a minute” e “Die alright” contribuiscono al pogo, calibrato e senza feriti, dei ragazzi sotto il palco, che il “tarantolato” chitarrista incita con smorfie e stage diving. Pelle sfoggia ancora un po’ di italiano: “Amate gli Hives?”, “Allora, fate casino” e coinvolge una fan come traduttrice improvvisata. “Hate to say I told you so”, tra le più cantate del live, “Abra cadaver” e “Patrolling days” chiudono la parte più corposa del concerto. Incitati, gli Hives ritornano per regalare al loro pubblico atri tre brani: “Go right ahead”, “Insane” e la chiusura “con il botto”: “Tick tick boom”, durante la quale Pelle riesce a far sedere la platea. Il frontman presenta i musicisti, che hanno suonato senza mai perdere vigore, dando prova che vent’ anni di musica alle spalle ci sono. Chitarre ben calibrate e una nota di merito al batterista, che con i suoi colpi ben assestati ha saputo tener testa a Pelle, vero showman. “Alla fine del concerto, anche chi non ama gli Hives li amerà, ho la sfera magica”, ha detto il cantante ad un certo punto del live. La palla di cristallo pare proprio aver funzionato.

(Rossella Romano)

SETLIST

Come on”

Try it again”

Take back the toys”

1000 answersz”

Main offender”

Walk idiot walk”

My time is coming”

No fun intended”

Wait a minute”

Die alright”

I want more”

Want be long”

Hate to say I told you so”

Abra cadaver”

Patrolling days”

Go right ahead”

Tick tick boom”

Live Report: XX @ Alcatraz, Milano 02/12/12

Dicembre 3rd, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Il variopinto e rauco popolo dei bagarini ciondola nervoso fuori dall’Alcatraz, seguendo un ipnotico movimento a pendola tra le due corpose file che ospitano ancora un centinaio di persone. Dentro, le luci si sarebbero già dovute spegnere, ma i lavori per gestire il flusso in entrata non stanno evidentemente procedendo come sperato. Anche perché il pubblico è numeroso, i biglietti esauriti da tempo e quindi ai bagarini di cui sopra non rimane che raschiare l’ultimo po’ di voce rimasto e messo in pericolo dal primo vero freddo (quasi) invernale meneghino: “compro biglietti!”. E li comprerebbero volentieri, se solo ce ne fossero… anche perché a chi chiede informazioni sui costi di “rivendita” hanno il sangue freddo e il piglio crudele a sufficienza per poter rispondere con un “100 Euro”.

In uno dei pochi baluardi rimasti a salvaguardia della musica dal vivo a Milano va in scena quello che è uno degli eventi dell’autunno, l’unico concerto in terra italiana dei XX, band che ha fatto dell’abusato motto “less is more” il proprio mantra. Mandandolo a memoria per due dischi, con risultati in entrambi i casi piuttosto clamorosi. Così c’è tutta l’intellighenzia hipster-universitaria e una significativa partecipazione di forestieri giunti dalla terra d’Albione per scoprire come si può tradurre dal vivo il suono romanticamente algido degli XX.
La risposta è: non si può. Sul palco Romy Madley Croft (voce e chitarra), Oliver Sim (basso e voce) e Jamie Smith (tastiere, batterie e rumori simpatici) dimostrano abilità e competenza, ma c’è qualcosa che non torna. L’impressione è simile a quella di chi cerca di tramutare in una sontuosa graphic novel un foglio Excel: non ce la si può fare. Troppo rigida l’impostazione della musica degli XX, che funziona splendidamente in studio, ma a cui manca la capacità di acquisire una dimensione live davvero interessante. L’esibizione è comunque di qualità, questo non può essere messo in dubbio: i suoni, la performance pura e semplice, è inattaccabile… ma è anche inadatta. Il pubblico, visibilmente estatico, batte le mani e canta sui pezzi più celebri (su tutte vincono “Crystalised”, “VCR” e “Angels”, fastidio e circospezione di fronte a “Missing”), ma una sorta di interferenza sembra frapporsi continuamente tra la voglia di potenza live e di festa di chi si stringe sotto al palco (e dietro allo smartphone) e la musica, che rimane splendida ma glaciale.
Se esiste l’equivalente di un codec per convertire il piccolo mondo perfetto della musica in studio degli XX in un suono capace di guadagnare in profondità e partecipazione quando portato di fronte a un pubblico, il gruppo non sembra averlo ancora scoperto. Se, poi, l’impianto cede sul finale, costringendo il trio a ritirarsi per qualche minuto, per poi tornare e chiudere un po’ frettolosamente dopo solo un’ora di show… be’, diciamo che non aiuta.
(Mattia Ravanelli)

Live Report: Bat For Lashes @ Alcatraz, Milano 19/11/12

Novembre 20th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

I prezzi delle spillette al banchetto del merchandising sono esposti in franchi svizzeri. Curioso. Poi ci sono i classici poster e maglietta, a dire la verità non esageratamente belli, ma per questi si parla di euro. Chissà con quale moneta ci ripagherà Bat For Lashes questa sera.

L’aspettativa è tanta, c’è un nuovo disco uscito da poco che pare essere stato molto gradito, abbastanza quantomeno da chiamare a raccolta una platea che, alla spicciolata, popola quasi in ogni ordine di posto il locale milanese, diviso a metà per l’occasione.

Intorno alle otto e un quarto salgono sul palco i Race Horses, quintetto originario di Cardiff che propone uno strano alternative pop, a tratti psichedelico, un po’ Swinging London tardo anni Sessanta, spesso e volentieri, ahimè, senza capo né coda. Non bastano i capelli a caschetto e la camicetta di raso con spalline a sbuffo del dinoccolato frontman, innegabilmente caratteristico: quando per l’ultimo pezzo i Nostri si accorgono di aver dimenticato il basso (!) nelle retrovie, il bonus “band d’apertura”, già compromesso con l’elogio al cibo italiano sfoggiato addirittura come saluto iniziale (Dio ce ne scampi e liberi), si spegne mestamente come una candela consumata fino in fondo. Per carità, quando la band si lascia prendere dal sound vintage di cui si parlava poco fa, le cose girano per il verso giusto. Le buone idee però sembrano proprio finire qui. Il palco viene quindi sgomberato poco prima delle nove, attrezzato per il main act e ripopolato intorno alle nove e quaranta. Il mare di sfondo, qualche lanterna e un paio di scogli piazzati qui e là sul palco a creare l’imboccatura di un piccolo golfo su cui si affaccia la platea a questo punto gremita. Il colpo d’occhio non è niente male.

Natasha guadagna il palco di bianco vestita, un abito che lascia intravedere il contorno sinuoso delle gambe messo ben in evidenza dal delicato controluce. Un’atmosfera raccolta, intima per quanto le dimensioni della location lo consentano. L’atmosfera giusta per godere della musica di Natasha che non tarda ad arrivare. “Lilies”, “What’s a Girl to Do?” e soprattutto “Glass”, aprono la serata dando la prima infarinatura di quello che a conti fatti sarà il mood dell’intero show. Uno spettacolo che vedrà nell’incredibile voce di Natasha, calda e cristallina, il suo vero punto di forza. Poche le parole spese, qualche ringraziamento e tanti sorrisi elargiti a piene mani. In platea si sta bene, la risposta è buona anche se non eccezionale. Tanto basta però a far filare tutto per il verso giusto senza cali di tensione. Il set procede spedito con “Travelling woman”, “Oh Yeah” e un’acclamata “All Your Gold”, segno che i singoli tratti dall’ultimo “The haunted man” hanno fatto centro. “Horses of the Sun” vince il ballottaggio con “Marilyn”(comunque segnata in scaletta), e ci consente di registrare il primo turning point della serata. La Kahn ha ormai preso confidenza con il palco e con i milanesi; saltella, si dimena a ritmo e s’inerpica sulla scenografia, evidentemente soddisfatta della piega presa. Di rimando la folla inizia finalmente a smuoversi, un mare che da piatto sembra incresparsi sempre di più. “Horse and I” e “Laura”, due dei pezzi migliori della serata, vengono quindi piazzate a metà del main set per sfruttare appieno questo slancio d’ispirazione e coinvolgimento. I due minuti e mezzo scarsi di “Lumen” poi, diventano presto l’emblema del live milanese dell’artista di origine pachistana: ispirati, delicati, eterei. Esattamente come su disco. Forse anche un pelino troppo… Perché per quanto Bat For Lashes dal vivo abbia un gran bell’impatto, ciò che viene proposto sembra sempre “nei canoni”. Meraviglioso, ma fin troppo semplice. Considerazione che nella maggior parte dei casi diventa pregio, eppure riferita ad un’artista dal sound così emotivo e ricercato non ne sono pienamente convinto. “Prescilla” (sporcata dall’immancabile applauso anticipato di chi non riesce mai una volta ad aspettare la fine di un pezzo, anche se questo dura meno di uno starnuto), e la doppietta “Sleep alone” / “Pearl’s dream” puntano a smentire immediatamente quanto appena detto, riuscendoci solamente in parte. Ottimo in questo senso il finale tirato di “Pearl’s dream”, chiamato a dare sostanza ad una chiusura di set nettamente in crescendo, trainata dall’entusiasmo di una Natasha a tratti incontenibile.

Al rientro i pezzi in scaletta sono solamente due, “The haunted man” e la sempre coinvolgente “Daniel”, il perfetto singolo pop. Un finale che riprende il discorso interrotto pochi minuti prima, regalandoci una parentesi tanto intensa quanto rapida. Natasha ringrazia a ripetizione, colpita da una platea che, arrivati a questo punto, trasuda palesemente gratitudine nel tentativo ultimo di posticipare l’ineluttabile: la fine del set.

Una sensazione palpabile che diventa il pretesto per il secondo appunto alla serata: molto bello, ma molto breve. Con tre album in archivio, un’ora e un quarto di concerto, sebbene molto densa, appare un pochino striminzita. Poche ma buone si dirà, però sempre poche. Va detto che i live di Bat for Lashes così sono e così si prendono: Milano non è stata un’eccezione. Però… Un paio di pezzi in più… Riflessioni queste che, a mente fredda, lasciano il tempo che trovano, e andrebbero prese più come un consiglio spassionato che come una critica vera a propria. Ad avercene.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Lilies”

“What’s a Girl to Do?”

“Glass”

“Travelling Woman”

“Oh Yeah”

“All Your Gold”

“Horses of the Sun”

“Horse and I”

“Laura”

“Lumen”

“Prescilla”

“Sleep Alone”

“Pearl’s Dream”

ENCORE

“The Haunted Man”

“Daniel”

Live Report: Calexico @ Alcatraz, Milano 13/11/12

Novembre 14th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Ci sono band che vanno sul palco e fanno quello che vogliono, anche se il palco è troppo stretto per la loro esperienza.
I Calexico arrivano a Milano nel bel mezzo di un tour de force di concerti e probabilmente pagano un po’ la data infelice: Alcatraz diviso a metà da un telo, e palco di fronte al bar, come per i Gaslight Anthem. E come per quella band, lo spazio agibile del locale è pieno, stasera anche di più: 1000 persone abbondanti (non poche, anzi. Ma meno di quelle che facevano in passato)
Quel pubblico, però, si rivelerà uno dei migliori possibili. “Ma cosa avete fatto a quella gente? Non la smettevano di cantare”, ci racconterà Joey Burns dopo il concerto con il sorriso stampato sulle labbra e con la consueta gentilezza e simpatia.
I Calexico sul palco sono in sette. Burns, pettinatura da americano anni ’50, è al centro. Convertino è in prima linea alla sua sinistra. Nel corso della serata verrà acclamato con cori da stadio (“Mio nonno sarà contento”, dice pensando alle sue lontane origini pugliesi. “Se non avesse preso quella barca e conosciuto sua moglie li sopra, non saremmo qua”, ci dice). Attorno alle loro camicie a quadri, sono in 5: tastiere, fiati e cori, chitarre.
L’attacco è con “Epic”. Ma già dalla seconda canzone inizia la festa: “Across the wire” mette subito in luce la tromba: comincia la festa mariachi, che va avanti per tutta la prima parte della serata, alternando ballate e intermezzi strumentali (“Minas de cobre”) o cantanti in spagnolo. Ma è nella seconda parte che il concerto decolla: la coda rock di “All system red” mette in luce le chitarre, che rimangono in primo piano sulla cover di “Alone again or” dei Love – uno dei loro cavalli di battaglia e il perfetto equilibrio di quella “Crystal frontier” tra Nogales, Mexico e Tucson, Arizona, su cui la band ha vissuto.
Ridono e sorridono, i Calexico: Burns dirige la banda raccolta in pochi metri quadrati, Convertino la sostiene ritmicamente con una classe e un groove di un’eleganza che ha pochi pari. I bis partono con una sorpresa: chiamano sul palco i supporter Blind Pilot e attaccano “For your love” degli Yarbirds, in una stupenda versione che parte e cambia tempo infinite volte, ancora di più dell’originale.
Dopo un paio di bis finisce con “The vanishing mind”, ultimo brano di “Algiers”: c’è stato tutto, nel concerto, dal rock a queste ballate, passando per i suoni messicani, ovviamente. Hanno fatto davvero quello che volevano, su quel piccolo palco.
Finisce il concerto, gli altoparlanti diffondono non a caso “Barstool blues” di Neil Young: “Ha compiuto 67 anni quell’uomo, incredibile”, ci racconta Burns nel backstage, dopo averci accolto come amici di vecchia data – e ci eravamo visti una volta sola, quando erano venuti a suonare in redazione. Poi ci chiede – a noi, davvero, per due volte – “Ma se dovessimo fare una cover di Neil Young, quale ci consigliate di fare?”
Cosa abbiamo risposto non ve lo diciamo – vedremo se la faranno stasera a Bologna. Ma cover o no, andate a vederli. I Calexico sono una band da non perdere.
(Gianni Sibilla)
SETLIST
Epic
Across the wire
Splitter
ROka
Dead moon
Para
Minas de cobre
Inspiracion
Sunken waltz
Fortune teller
Maybe on monday
No te vayas
Corona
All systems red
Alone again or
Puerto
Crystal frontier
Bis 1
For your love
Sinner in the sea
Guero canelo

Bis 2

The vanishing mind

Live Report: Gaslight Anthem @ Alcatraz, Milano 06/11/12

Novembre 7th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

di Gianni Sibilla

Il concerto giusto per una serata importante. I Gaslight Anthem arrivano a Milano nella “election night”, per raccontare la loro America. Un’America romantica che forse non c’è più, mi fa notare un amico.
L’Alcatraz è gremito da 1000 persone: il palco è messo non in fondo ma di fronte al bar, sul lato lungo, con la platea delimiata su un lato da un telo. Stessa quantità dei Band Of Horses, più o meno, ma effetto da locale più intimo. La dimensione perfetta per un concerto di rock sanguigno.
E che pubblico: dalle prime note di “Mae” a quelle finali di “Great expectations” c’è un bel manipolo di gente che canta tutto a memoria, dalla prima parola all’ultima. Le braccia, lì nel centro, sono sempre alzate, si muovono a ritmo, indici alzati verso Brian Fallon. Uno spettacolo nello spettacolo.
Sarà un’America che non c’è più, ma è un’America che piace. Un’America sulle cui note sono cresciute generazioni di ascoltatori indifferenti al fighettismo di generi che vanno e vengono. E’ un suono che continua a suscitare forti passioni, quello di un paese segnato dalla distanza tra la realtà e il sogno americano (copyright di quell’artista che aleggia nell’aria, nelle magliette e nei pensieri del pubblico, ma che è banale nominare).
Quel paese, dicevamo, i Gaslight lo sanno raccontare bene ed è il motivo di tanta passione.
Poi, certo, ci sono la carica, le chitarre, gli “oooohh” e “uooohh” che sono perfetti da cantare in coro – in fin dei conti hanno la parola “Anthem” nel nome. Ma quello che emergere del concerto è quanto i Gaslight Anthem sono cresciuti. L’inizio della serata è una fucilata, nello stile classico della band, con “The ’59 sound” piazzata subito in apertura. Poi, più si va avanti più si capisce come il suono è più pieno, rotondo: sempre diretto ma meno semplice del passato. Si divertono a improvvisare (una versione punkettona di “Mr. Jones” dei Counting Crows piazzata in apertura di “Angry Johnny and the Radio”, che fa il pari con la citazione di “Just like heaven” dei Cure alla fine di “The backseat”), e soprattutto danno profondità alle canzoni nuovo disco, “Handwritten” (che riascoltate su disco sono buone, ma a tratti un po’ già sentite).
Fallon è un frontman perfetto per il genere: comunicativo, caldo, ma mai sopra le righe. E il repertorio, dopo 4 dischi, è bello vario, tanto che si possono permettere di lasciare fuori un po’ di canzoni senza che la scaletta ne risenta.
Il suono rock ‘n’ roll ritorna nel finale, con l’1-2 di “American slang” e “Great expectations”. Le grandi aspettative di dickensiana memoria ce le portiamo a casa pure noi, che andiamo a vedere cosa succede nella notte americana.
Il giorno dopo ci si sveglia rendendosi conto che invece quell’America romantica esiste ancora, se manda a casa un candidato miliardario e  vota un presidente che – pur con tutte quelle difficoltà del periodo – incarna ancora quel sogno di cui i Gaslight Anthem sono bravi testimoni.

SETLIST
Mae
The ‘59 Sound
Handwritten
Old White Lincoln
45
Here Comes My Man
I’da Called You Woody, Joe
Angry Johnny and the Radio
Film Noir
Howl
Casanova, Baby!
Miles Davis and the Cool
Keepsake
Blue Dahlia
The Queen of Lower Chelsea
Drive
Too Much Blood
Here’s Looking at You, Kid
The Backseat
Encore:
She Loves You
Mulholland Drive
1930
American Slang
Great Expectations

Live Report: Ultravox @ Alcatraz, Milano 05/11/12

Novembre 6th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Programmazione intensa quella dell’Alcatraz di Milano in questo periodo. Come sempre, verrebbe da aggiungere. Nei giorni scorsi ci sono passati gli Europe, Bon Iver e i Band of Horses. L’immediato futuro prevede Gaslight Anthem e Bloc Party. In tutto questo più o meno vitaminico sferragliare di chitarre ieri sera si sono ricavati uno spazio gli Ultravox. Campioni di una musica elettronica che a un giovanotto del giorno d’oggi potrebbe far sorridere tanto quanto la tecnologia di un film di James Bond interpretato da Sean Connery ma che non era assolutamente così banale una trentina e più di anni fa quando questi inglesi esploravano le fascinazioni del suono artefatto. E come loro molti altri attratti da questa nuova frontiera della musica.

Puntualissimo alle 21.00 il concerto prende il via ed è lo stesso Midge Ure ad introdurci (come non lo sapessimo) a quanto si andrà ad ascoltare “Siete pronti per un concerto di rock elettronico?”. Il manipolo di fans assiepati sotto il palco non chiede di più, non chiede di meglio. Un pubblico non numerosissimo, va detto, ma molto partecipe. Un pubblico che proprio perché non numeroso, come una curva in una partita in trasferta moltiplica il calore e l’entusiasmo. Un pubblico nella quasi totalità maschile. Un pubblico che inevitabilmente il mezzo di cammin di nostra vita l’ha già superato: tanti i capelli bianchi, per chi ha ancora i capelli.<br> I quattro sul palco hanno esperienza e mestiere da vendere e la voce del cantante ha ancora buona potenza. La band non viaggia al risparmio e il set proposto pesca soprattutto dal passato. Come dichiarato da Midge Ure in un’intervista: “Sono pienamente consapevole che il nostro pubblico viene ai nostri concerti per ascoltare le nostre hit. Io ho molto rispetto per loro, io non li voglio deludere”. E le hit vengono sciorinate una ad una senza soluzione di continuità, proposte con la stessa ispirazione e profondità del tempo che fu. Anche senza avere un minimo uso d’immaginazione è inevitabile partire per un viaggio a ritroso nel tempo e tornare alle atmosfere cupe e mitteleuropee che tanta fascinazione ebbero a cavallo tra i settanta e gli ottanta. Riaprendo gli occhi e tornando al presente, intenerisce il cuore – vi prego, non siate cinici – vedere alcuni ragazzi di ieri aprire le ali in modalità gabbiano Jonathan e volare alti con il sorriso stampato in volto sulle note di “Reap the wild wind” o fare sforzo di tonsilla per accompagnare il ritornello di “Dancing with tears in my eyes”.

Inevitabile un certo effetto nostalgia, ma vissuto con la dignità di chi è pienamente consapevole che alcune di quelle canzoni fanno parte della colonna sonora della propria vita. E con il conforto della scelta di non avere sbagliato a recarsi qui questa sera. Alle 23.00, due ore esatte dopo l’inizio, la band si allinea a bordo palco per salutare e raccogliere il giusto tributo, anch’essa consapevole di aver fatto un buon lavoro e non aver tradito la propria storia. E questo è molto importante.

(Paolo Panzeri)

Setlist:

Brilliant

New europeans

Mr. X

Reap the wild wind

Change

White China

Rise

Rage in Eden

Sleepwalk

Lament

I remember

Lie

Live Report: Band Of Horses @ Alcatraz, Milano 04/11/12

Novembre 5th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Potevano essere il vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro. Invece è stato uno dei migliori concerti rock dell’anno.
La band arriva a Milano in un periodo zeppo, pure troppo, di concerti di “nuovo rock”: Bon Iver, Gaslight Anthem, Calexico – solo per citare i nomi più grossi di una lunga sfilza di questi giorni. E poi loro, i Band Of Horses. La serata è sonnacchiosa, di quelle da divano e copertina: freddo, pioggia battente, strade allagate e fine di un ponte, con il ritorno al lavoro che incombe.
Entrando all’Alcatraz la vista sembra sconsolante, soprattutto pensando al tutto esaurito di Justin Vernon qualche giorno fa. Invece saranno 1000 e passa persone – quel tipo di numeri per cui Milano non ha locali se non l’enorme Alcatraz che sembra semivuoto anche se non lo è. Di fatto, è la migliore condizione possibile per vedere un concerto: spazi per girare, per vedere la band senza soffocare.
Bastano pochi secondi di  per capire che sarà una grande serata, le prime schitarrate di “The Great Salt Lake”. I BoH ono in 5, e alzano un muro che fa impallidire il pur ottimo suono su disco. Perché questo è il punto, che la serata dimostra in pieno: su album i BoH sono una buona band, molto “media”; riassumono tante cose di “classic rock” prese qua e là, e piacciono proprio per questo. Ma dal vivo si trasformano, tirano fuori una carica che è raro vedere in giro.
E si divertono. E’ la prima data del tour europeo, c’è qualche problema tecnico, le prime canzoni sono un parlottio con i tecnici. “Laredo” – una delle migliori canzoni-canzoni rock degli ultimi anni – esce un poco indebolita da questi problemi. Ma il sorriso non va mai via dalla faccia di Ben Bridwell e soci. Che trasferiscono l’allegria nelle canzoni, verso il pubblico.
Il fondo del palco è un enorme telo su cui passano ora immagini, soprattutto di paesaggi americani: è un semplice accorgimento visuale che rende più suggestiva la musica. Ma non ce n’é bisogno: a metà concerto arriva una strepitosa versione di “Powderfinger”, canzone “minore” di Neil Young. I Band Of Horses la suonano come e – eresia – meglio del suo autore. Poi Bridwell specifica “That’s a Neil Young song, by the way”. E probabilmente fa bene, perché il pubblico è giovane, e probabilmente non ha masticato alla nausea buona parte dei classici a a cui i  BoH si rifanno. Poco male: è bello, che li apprenda attraverso questa band.
A tratti, vedendoli, sembra di essere trasportati un concerto degli anni ’70: camicione di flanella, barbe lunghe. Bridwell ha il look da “blue collar” del midwest- tipo benzinaio o camionista, fate voi – con un cappellino di baseball che si mette e si toglie in continuazione. Ogni tanto ti aspetti qualcuno che urli “freeebiiiird” dalle retrovie. Le urla ci sono, sono quelle di un gruppetto di ubriachi in fondo alla sala – avvistato un ragazzo in minigonna verde lamé e camicia aperta su ventre prominente, per dire – che sporcano l’inizio di “The funeral”. Ma basta lasciar passare l’inizio sussurrato: la canzone parte e le chitarre, e un sorriso di Bridwell coprono tutto.
C’è ancora tempo per un paio di bis, un finale quasi soul con un’altra cover, “Am I a Good Man” (Them Two). Tutti a casa, sotto la pioggia, verso la nuova settimana. Chi è rimasto a casa ha fatto  male, perché l’energia di concerti così te la porti addosso per giorni.

(Gianni Sibilla)

SETLIST
The Great Salt Lake
Islands on the Coast
(On setlist as “Too Soon”)
NW Apt.
Laredo
Dilly
(On setlist as “Motor”)
On My Way Back Home
A Little Biblical
Powderfinger

Long Vows
Infinite Arms
Is There a Ghost
Weed Party
Everything’s Gonna Be Undone
Knock Knock
Ain’t no good
No One’s Gonna Love You
The General Specific
Ode to LRC
The Funeral

Encore:
Heartbreak on the 101
Cigarettes, Wedding Bands

Am I a Good Man

Live Report: Bon Iver @ Alcatraz, Milano 30/10/12

Ottobre 31st, 2012 in Reports by Redazione Rockol

“Music is my saviour”, spiega Justin Vernon in una delle poche chiacchiere del suo concerto milanese, citando Jeff Tweedy, “Uno dei più grandi songwriter che abbiamo”. La musica dei Bon Iver magari non salverà le quasi 3.000 persone accorse a vederli all’Alcatraz, ma di certo rende tutti molto, ma molto più felici.
La serata milanese ha dimostrato che Vernon è lì, ad un’incollatura da quel livello. Uno dei più grandi autori contemporanei, accompagnato da uno delle migliori rock band in circolazione.
La data è esaurita da due settimane. Fuori dall’Alcatraz i bagarini sono in assetto di guerra: arrivano a chiedere 100, 120€ per un biglietto. Poco prima delle 9 la coda per entrare è ancora lunga, e si riconosce già fuori il pubblico: molto eterogeneo in larga parte giovane – finalmente un concerto rock dove non sono tutti 40-50enni…
Si entra che stanno terminando le Staves, trio acustico di sorelle che ha firmato per la Warner. Poi si aspetta. La band sale sul palco, adornato da tele strappate e candelabri elettrici un po’ funerei, solo alle 10 meno un quarto. Ma lava via l’attesa in un attimo.
L’attacco è con “Perth”, che spiega già come funzionerà il concerto. Un delicato arpeggio, la voce di Vernon, strumenti e voci che tessono una trama e poi un’esplosione di chitarre.
Quello dei Bon Iver è un concerto della perduta arte della dinamica: pieni e vuoti, spazi sonori riempiti da una tessitura sonora complessa e ricca.
Sono in 9 sul palco. E bisogna essere davvero bravi a gestire così tanti strumenti e così tante persone, senza eccedere nel rumore o nel caos. Più va avanti il concerto ci si rende conto che l’unicità dei Bon Iver sta nell’unire classe e potenza. Quest’ultima è rappresentata da una monumentale versione di “Blood bank”, trasformata in una cavalcata rock alla Wilco, appunto. A cui, guarda caso segue la citazione di Jeff Tweedy, e poi un’altrettanto intensa ma decisamente minimale versione per voce e chitarra elettrica di “re: Stacks”. L’Alcatraz si zittisce di colpo, incantata di fronte a quell’uomo barbuto in camiciola e bandana – tranne qualche solito idiota che che è venuto all’Evento e riesce pure a parlare a voce alta in queste circostanze.
Vernon invece, parla poco, si sposta dalla chitarra alla tastiera e agli effetti. E’ un frontman improbabile, un po’ come Tweedy, ma ha carisma grazie alle sue canzoni e grazie a chi lo spalleggia (tra cui un monumentale Colin Stetson) nelle canzoni.
In questo sì, i Bon Iver ricordano i Wilco: puntano tutto sulla musica, non scelgono necessariamente la strada più dritta e l’arrangiamento più semplice per le canzoni, ma non cercano di fare i fenomeni e non perdono mai il bandolo della matassa del suono. E dal vivo guadagnano in impatto, rispetto al dischi. Anche se probabilmente hanno bisogno di ampliare ancora un po’ il repertorio – cosa difficile, visto che Vernon ha dichiarato di volersi prendere una pausa dal progetto.
Alla fine, mi fa notare un collega, i Bon Iver fanno “adult rock” per chi non è già 40enne o per chi non è cresciuto con il “classic rock”.  Lo si capisce nel finale, trionfale, con i bis di “Skinny love” cantata a sguarciagola da quelle che sono duemilla persone ma sembra una generazione intera di 20-30enni che ha trovato uno dei suoi punti di riferimento: “I told you to be patient, I told you to be fine, And I told you to be balanced, And I told you to be kind”…

Ancora una canzone, “For Emma”, e il pubblico sciama all’uscita sulle note di “Jesus, etc.” dei Wilco diffuse dagli altoparlanti – le generazioni di ascoltatori si uniscono, ed è giusto così.

(Gianni Sibilla)

SETLIST
Perth
Minnesota, WI
Creature Fear
Hinnom, TX
Wash.
Brackett, WI
Holocene
Towers
Blood Bank
re: Stacks
Flume
Calgary
Beth/Rest

Skinny Love
For Emma

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