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Live Report: Wombats @ Alcatraz, Milano 26/05/11

Maggio 27th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Era prevedibile che gli Wombats avrebbero attirato un pubblico di giovanissimi, dato che molto giovani lo sono anche loro. Ma andiamo con ordine. Alcatraz, ore 21. Una discreta folla di indie-lovers è disposta ordinantamente sotto al palco: c’è chi si fa foto, chi sorseggia una birra e chi scruta curioso i vicini di concerto. Camicie a quadri come se piovesse: ce ne sono di ogni tipo e sorta. In attesa dei tre inglesini arrivano sul palco gli Orange, gruppo capitanato da Francesco “Nongiovane” Mandelli, acclamatissimi dal pubblico. Tre quarti d’ora di indie rock sbarazzino ma ben suonato, un paio di battute tratte da “i soliti Idioti”(programma culto di MTV) e gli Orange lasciano il posto ai Wombats. La scaletta del concerto è ben strutturata, brani nuovi si mescolano ai pezzi che hanno portato “gloria e fama” ai tre musicisti. Si inizia con “Our perfect disease” e “Kill the director”, in “very school style”, dato che i nostri eroi si sono conosciuti sui banchi della Performing Art School fondata nientepopodimenoche da Sir Paul McCartney. Il concerto è un crescendo ritmico ed emotivo. I ragazzi sotto al palco sono davvero elettrizzati e cantano i brani senza sbagliare una parola, ricevendo i complimenti dagli stessi Wombats che esclamano:” Vorremmo farvi un applauso perchè siete preparatissimi, sapete tutte le parole delle canzoni, siamo super contenti”. E lo sono davvero. Tanto sudore, tanta energia e Dan Haggies che fa roteare se stesso e la chitarra, è talmente adrenalinico che nn riesce a smettere di saltellare da una parte all’altra del palco. Ben dosata anche la presenza della batteria, niente sbavature, e questo è da elogiare. “Jump into the fog” e “Techno fun” sono di certo i brani più apprezzati del nuovo “This modern glitch”, ultima fatica in studio dei Wombats. Ovazione generale per pezzi “storici” come “Moving to New York”, “Backfire at the disco” e “Let’s dance to Joy Division”, uno dei brani del bis insieme ad “Anti-D”, prossimo singolo in uscita. Il live si chiude con “Tokyo (Vampires e Wolves)”, dedicata, come dicono gli stessi Wombats, ad una città che rimmarrà sempre nel loro cuore (è la metropoli dove tutto ha avuto inizio). Insomma, un concerto sicuramente da ballare, musica ben suonata e “humour inglese”, a volte un po’ troppo tirato per le orecchie. Un plauso va sicuramente allo stoico Matthew Murphy: con i quaranta gradi presenti all’interno dell’Alcatraz ha resistito con la sua giacca bianca addosso per tutta la durata dello show, nonostante i capelli bagnati. Questo si che è stile.
(Rossella Romano)

Setlist

Our Perfect Disease
Kill The Director
Party In A Forest (Where’s Laura?)
Jump Into The Fog
Patricia The Stripper
How I Miss Sally Bray
Here Comes The Anxiety
Techno Fan
Schumacher The Champagne
Backfire At The Disco
1996
Moving To New York
My First Wedding
Tokyo (Vampires & Wolves)

Bis
Anti-D
Let’s Dance To Joy Division

Live Report: Animal Collective @ Alcatraz, Milano 25/05/11

Maggio 26th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Sono le nove e un quarto circa: la gabbia si apre e gli animali scappano. Basta un attimo e prendono il possesso del palco dell’Alcatraz dando inizio alla loro giostra psichedelica di musica e colori. Eccoli gli Animal Collective, hipster newyorchesi che hanno illuminato questi anni 2000 con una musica folle, sperimentale ma dal fascino indiscutibile. I loro nomi d’arte sono tutto un programma: Avey Tare, Panda Bear, Geologist e Deakin.

Senza dire una parola, ognuno chino sul proprio strumento, spiazzano subito e presentano al pubblico milanese l’inedito “Change”, cantato da Deakin, mentre alle loro spalle uno schermo proietta immagini lisergiche. Poi tocca a “Stop thinking”, altro nuovo brano (vittima di una falsa partenza dovuta a qualche problema alla chitarra di Deakin, risolto senza l’ausilio di roadie), una specie di motivo tzigano intriso di elettronica acida e guidato dall’eclettica voce di Avey Tare sempre più “capo della cricca”. Questo è il succo degli Animal Collective: quando entrano in gioco, tutto diventa sogno, meraviglia, quasi un trip ad occhi aperti, e il tentativo di classificare i suoni del quartetto è tutt’altro che banale. Sarebbe un po’ come scrivere un articolo di cronaca partendo da un libro di Lewis Carroll.

Alla terza canzone ecco il primo pezzo conosciuto, accolto da una piccola ovazione: “Did you see the words”, tratto dall’album del 2005 “Feels”, dove fa capolino la splendida e più delicata voce di Panda Bear e il pubblico comincia a scaldarsi per bene. Come la band del resto, dopo un inizio con il freno a mano leggermente tirato. Forse, complice la complessità della loro musica e il fatto che la scaletta è composta quasi solo da canzoni nuove, serve solo un pochino di tempo per sintonizzarsi sulle giuste frequenze. Un discorso ugualmente valido anche per chi ascolta: superato il primo impatto, è più semplice (e piacevole) lasciarsi trascinare fino in fondo. Fatto che sta che il crescendo è innegabile e, lanciato dalla doppietta “A long time ago” / “Take this weight”, si manifesta alla grande con “Knock you down”, altro pezzo cantato da un Avey Tare in grande serata, che mette letteralmente al tappeto grazie ad una spirale di suoni elettronici fantastici. Il gruppo si conferma impeccabile anche dal punto di vista dell’esecuzione: Tare si destreggia tra synth e chitarra, Panda si occupa di percussioni e drum machine, Geologist pensa alla “regia” anche lui con i synth e Deakin suona la sua chitarra. E, da vero hippie moderno, balla ogni brano contento come un bambino, saltellando in lungo e in largo sul palco.

A conferma del fatto che ci troviamo nel momento migliore del concerto, arriva “Brothersport”, la prima delle (solo) due canzoni estratte dal quel piccolo capolavoro del 2009 che si chiama “Merriweather post pavillion”. Ora balla davvero tutto l’Alcatraz (per quanto possano far ballare gli Animal Collective, ovviamente).

Da qui in poi, con una scelta curiosa ma rispettabile, gli animaletti decidono però di stoppare il climax e mantengono un ritmo piuttosto basso: dopo le inedite “Mercury”, “Your choice” e “Frights”, spuntano altri due brani vecchi, “We tigers” e “Summertime clothes”, ma per il resto l’overdose di novità continua perfino nei bis, lasciandoci, dopo quasi un’ora e quaranta filata, con il duo stralunato “I’d rather”/”Little kid” a pensare e ripensare come sarebbe stato un finale diverso. Ma in realtà sbagliamo: la musica degli Animal Collective va presa così. È materiale sopraffino per creduloni sofisticati, per ascoltatori che non si fanno (e non devono farsi) troppe domande. Qui sta la magia di questi hipster newyorchesi: basta lasciarsi andare, abbassare la guardia e concedere le nostre orecchie. Al resto ci penseranno loro.

(Giovanni Ansaldo / Marco Jeannin)

SETLIST

“Change”

“Stop thinking”

“Did you see the words”

“A long time ago”

“Take this weight”

“Knock you down”

“Brothersport”

“Mercury”

“Your choice”

“Frights”

“We tigers”

“Summertimes clothes”

Encore

“I’d rather”

“Little kid”

Live Report: Belle & Sebastian @ Alcatraz, Milano 14/04/11

Aprile 15th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Poco prima delle nove salgono sul palco dell’Alcatraz gli Schwervon, duo americano (Major Matt Mason e Nan Turne rispettivamente a chitarra e batteria) classe 1999 di stanza a New York. A loro tocca aprire la data milanese dei Belle and Sebastian con una mezz’ora scarsa di indie abbastanza annoiato e fin troppo poco convinto, che permette però alla location di guadagnare tempo e riempirsi per circa tre quarti. Ci sono vecchi affezionati e nuovi seguaci della band scozzese, la vecchia e la nuova scuola riunite in assemblea sotto lo stesso tetto. I più giovani davanti, attaccati diligentemente alle transenne in attesa del set, i più vecchiotti quieti nelle retrovie a ricordare quando a fianco di Stuart Murdoch trovavano posto Isobel Campbell e Stuart David. Altri tempi, altri album. I Belle and Sebastian di oggi, in tour per promuovere l’ultimo “Write about love”, non sono più la band timida e riservata del passato: Murdoch balla disinvolto in giacca e foularino alla “Austin Powers”, scherza con la platea più giovane (talmente giovane da non potersi ricordare i tempi di “My wondering days are over”, suonata per la seconda volta in assoluto in questo tour), chiede brillantemente un gin tonic al bar e raccoglie persone dalle prime file invitandole a farsi quattro passi sul palco e premiandole infine con la consegna di una medaglia “al merito”. Un vero padrone di casa (legato all’Italia in modo particolare dopo aver trovato moglie nel nostro paese) che non disdegna però di lasciare il palco ai suoi compagni, Stevie Jackson e Sara Martin in primis, lungo tutta la durata del set: diciannove pezzi pescati bene o male dall’intera discografia dei B&S per un’ora e quaranta di musica.

E se si esclude qualche problema di acustica, amplificato da uno spiacevole rimbombo ben udibile specialmente dalla zona mixer in poi, i Belle and Sebastian hanno offerto un ottimo spettacolo. Partenza lanciata con la nuova e divertente “I didn’t see it coming” giusto per scaldare l’ambiente, seguita a ruota da “I’m a cuckoo” e “Step into my office, baby” (due pezzi molto ben accolti presi direttamente da “Dear catastrophe waitress” del 2003), e dalla già citata “My wandering days are over”. Una scaletta costruita ad arte per amalgamare il vecchio e il nuovo nel modo meno traumatico possibile (solo tre pezzi di “Write about love” nel conto finale), giusto per cercare di accontentare un po’ tutti. Operazione sostanzialmente riuscita: da un lato riempie di gioia veder risplendere ancora dopo tanti anni pezzi come “Piazza, New York catcher”, “Dear catastrophe waitress”, “The fox in the snow” e l’inarrivabile “Sleep the clock around” (posta strategicamente in chiusura di set). Dall’altro è incoraggiante vedere come i nuovi arrivi, “I want the world to stop”, “I’m not living in the real world” (cantata in collaborazione con la platea dell’Alcatraz) e i comunque recenti “Sukie in the graveyard” e “The blues are still blue” (primo pezzo dell’encore), siano in grado di reggere il confronto con un così sfavillante passato.

Serata chiusa sulle note incalzanti di “Me and the major”: l’anno era il 1996, l’album “If you’re feeling sinister” e tutti noi, ahimè, avevamo quindici anni di meno.

In definitiva un’esperienza piacevole, senza dubbio divertente e a tratti affettuosamente malinconica, gestita e orchestrata al meglio da uno Stuart Murdoch particolarmente ispirato e di buon umore.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“I didn’t see it coming”

“I’m a cuckoo”

“Step into my office, baby”

“My wandering days are over”

“I’m not living in the real world”

“Piazza, New York catcher”

“I want the world to stop”

“Lord Anthony”

“Sukie in the graveyard”

“The fox in the snow”

“Dear catastrophe waitress”

“I’m waking up to us”

“There’s too much love”

“The boy with the arab strap”

“If you find yourself caught in love”

“Simple things”

“Sleep the clock around”

“The blues are still blue”

“Me and the major”

Live Report: Adele @ Alcatraz, Milano 30/03/11

Marzo 31st, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Per quei pochi che ancora non lo sapessero Adele è quel giovane fenomeno nativo di Londra che sta dominando e strapazzando in maniera alquanto imbarazzante le classifiche di vendita inglesi e statunitensi. Il suo pop-soul che si spinge dal migliore cantautorato femminile fino ai desolati territori del nero blues sembra essere, qui ed ora, la musica giusta al posto giusto nel momento giusto e Milano ha risposto presente all’appuntamento mandando sold out l’Alcatraz. La portata dell’evento mi si è materializzata in tutta la sua importanza ancora prima di varcare l’ingresso del locale: già a qualche centinaio di metri dal botteghino sono stato avvicinato da un ragazzo con un eloquente cartello I NEED TICKETS mentre anime disperate e vaganti alla ricerca del prezioso tagliando si sentivano sparare prezzi a tre cifre – sentito un 120 euro da far venire la pelle del cappone – da quei veri e propri barracuda chiamati bagarini che sentivano forte forte, per una notte, l’odore del sangue.

Alle 21.20 si chetano le luci e un pianista solitario introduce “Hometown glory”, nascosta dalle quinte la voce di Adele (veramente impressionante) intona “I’ve been walking in the same way as i did…” per poi raggiungere, circa un minuto più tardi, il centro del palco e portare a termine la canzone: piano e voce, una partenza da brividi, un piano da brividi, una voce da brividi. “Don’t you remember” e “Set the fire to the rain” mettono in risalto le capacità di una band che asseconda al meglio le mille sfumature vocali della ragazza. Le luci si attenuano nuovamente, Adele imbraccia una chitarra, si accuccia su uno sgabello e, rimasta sola, propone “Daydreamer”. Mi ritrovo a pensare che questa ventiduenne abbia classe da vendere e che ogni canzone sin qui proposta sarebbe un potenziale singolo, ne ho un’impressione ancora migliore di quanto già non mi avesse colpito su disco. “Rumour has it”, a mio parere è uno dei momenti migliori e più coinvolgenti della serata quando, mollati gli ormeggi, band e vocalist dispiegano tutta la loro grinta. Le rispettose cover di Cure (“Lovesong”) e Bob Dylan (“Make you feel my love”) vengono intervallate dal suo primo successo “Chasing pavements”. Un minuto appena di fuori scena per tornare là dove si era iniziati e chiudere idealmente il cerchio con i soli piano e voce per una stupefacente “Someone like you”, prima del gran finale con la superhit “Rolling in the deep”. Sono trascorsi 75 minuti, Adele saluta sorridente, soddisfatta e, pare, anche un poco emozionata. La prova è superata a pieni voti. Per essere perfetta manca un pizzico di presenza scenica – ma giusto un pizzichino -, ma comunque gran concerto!

(Paolo Panzeri)

SETLIST

Hometown glory

I’ll be waiting

Don’t you remember

Turning tables

Set the fire to the rain

Daydreamer

Steel drivers

My same

Take it all

Rumour has it

Right as rain

One and only

Love song

Chasing pavements

Make you feel my love

ENCORE<br>

Someone like you

Rolling in the deep

Live Report: Beady Eye @ Alcatraz, Milano 16/03/11

Marzo 17th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

“Liam Liam”, urla il pubblico dell’Alcatraz verso le nove, appena prima che i Beady Eye salgano sul palco. Dopotutto, si sa, sono tutti qui per lui: Liam Gallagher, classe 1972, nato e cresciuto a Manchester. Oggi, volente o nolente, il cantante inglese è il simbolo di tante cose: del Britpop, della New British Invasion degli anni Novanta e soprattutto degli Oasis, una delle band più importanti e popolari di fine secolo. Un gruppo che in quegli anni per un momento è sembrato in grado di sollevare il mondo con un pugno di canzoni. Dopo lo scioglimento della band nel 2009, orfano del fratello Noel, il più giovane dei fratelli Gallagher ha deciso da subito di raccogliere i cocci di quella formazione e di andare avanti con una nuova/vecchia line-up, accompagnato dai compagni di ventura Gem Archer, Andy Bell e Chris Sharrock.
La sua voglia di far vedere a tutti che può farcela, anche senza il sangue del suo sangue, è stata lampante sin dall’inizio. E anche stasera ce l’ha messa davvero tutta. Anzitutto nella coraggiosa scelta della scaletta: nessuna canzone degli Oasis, nessuna concessione a chi è venuto qui sperando di sentire “Wonderwall” o “Live forever”. Solo brani estratti dall’unico (al momento) disco dei Beady Eye, “Different gear, stil speeding”.
Sono le nove e dieci circa quando il gruppo fa la sua comparsa, sulle note di un’intro strumentale. Il cantante si presenta avvolto nella bandiera italiana, giusto per ricordare che ai fan nostrani – forse i più calorosi dopo quelli inglesi – ci tiene in modo particolare. Il caschetto alla Beatles è sempre quello di un tempo, così come la posa di fronte al microfono. L’apertura è saggiamente affidata ad uno dei pezzi migliori del gruppo, “Four letter word”, una cavalcata rock scritta da Andy Bell che nel testo guarda caso sembra alludere proprio allo scioglimento degli Oasis. Poi tocca a “Beatles and Stones”, che ricorda molto da vicino il classico degli Who “My generation”. Un inizio di puro rock’n'roll dunque, dove la band dimostra di avere un ottimo affiatamento e impatto sonoro. Buono il lavoro di Archer e Bell, che si alternano alla chitarra solista. Al basso c’è Jeff Wootton,  ex-Gorillaz, mentre alla tastiera c’è Matt Jones. La voce di Liam è in forma, molto di più rispetto alle apparizioni live degli anni scorsi. Il suo ruolo di frontman e catalizzatore dell’attenzione, neanche a dirlo, è ormai più che fondamentale.
A portare avanti l’esibizione ci pensa poi “Millionaire”, che sarà il prossimo singolo: un pezzo che dal vivo rende di meno rispetto alla versione in studio, orfana delle apprezzabili chitarre acustiche. Va meglio con il singolo “The roller”, più cantata da tutti e lennoniana fino al midollo. Stesso discorso per “Bring the light”, la più divertente e ballabile della setlist, e “Three ring circus”, un rock-blues davvero efficace. Gli spettatori sembrano coinvolti: spiccano qua e là veri e propri sosia del cantante di Manchester, vestiti in tutto e per tutto come lui. In generale, l’impressione è proprio quella di trovarsi davanti ad un pubblico di ex-fan degli Oasis. Nella seconda metà del concerto parte perfino qualche coro “blasfemo” dedicato al fuggiasco Noel Gallagher, piuttosto isolato ma che comunque deve far riflettere.
I Beady Eye nel frattempo vanno avanti, sfoderando anche qualche lento da lacrimuccia come “Kill for a dream”, una specie di “Champagne Supernova” in miniatura, e la meno riuscita “The beat goes on”, troppo affogata nelle distorsioni e nei riverberi. Nonostante la buona volontà però, in generale il gruppo fatica a mantenere l’intensità dell’inizio, complice anche il repertorio un po’ monocorde. Dopo la chiusura del set regolare con “The morning son”, una suite psichedelica molto semplice ma affascinante scritta da Liam, tocca alla cover degli World Of Twist “Sons of the stage” dare la botta finale e far rialzare il livello di adrenalina e di coinvolgimento. Liam scende perfino in mezzo al pubblico, cosa impensabile fino a poco tempo fa. Totale dell’esibizione? Poco più di un’ora. Non molto a dir la verità, ma non era lecito aspettarsi molto di più.
Quello che colpisce però, al di là della resa delle singole canzoni, è vedere davvero tanta gente con la maglietta degli Oasis, o sentire altri invocare a gran voce “Don’t look back in anger”. Insomma non sarà facile per Liam convivere con il fantasma degli Oasis: lui ci sta provando con tutte le forze, bisogna vedere se riuscirà a farlo con più convinzione di quella dimostrata stasera. Per ora è impossibile non dargli una seconda possibilità, quindi gliela concediamo con piacere.

(Giovanni Ansaldo)

Scaletta:

Four Letter Word

Beatles and Stones

Millionare

For Anyone

The Roller

Wind Up Dream

Bring the Light

Standing on the Edge of the Noise

Kill For A Dream

Three Ring Circus

The Beat Goes On

Man of Misery

The Morning Son

Encore:

Sons of the Stage

Live report: Katy Perry @ Forum, Assago, 23/02/11

Ffebbraio 24th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Il colpo d’occhio, appena entrati al Forum, propone bambini in quantità, ragazzine con parucche blu, a gruppi o accompagnate dai loro boy-friend. E poi molti adulti, di cui una parte sono presumibilmente gli accompagnatori della prima categoria. Un banchetto del merchandising vende ogni sorta di gadget, dalle mutandine in su. Un enorme drappo rosa  nasconde il palco. Il tutto assume un tono surreale quando gli altoparlanti passano i Pixies, “Here comes your man”.

E’ solo un momento, perché poi la musica in diffusione torna “normale”. L’attenzione torna al variopinto pubblico della variopinta cantante, che di lì a poco arriva sul palco: il drappo va giù, rivela una scenografia fatta di lecca lecca, marshmallows giganti e nuvole rosa che incorniciano dei megaschermi. Inizia un video, che racconta una incomprensibile storia di un macellaio, e poi arriva lei, e canta subito “Teenage dream”. Il forum inizia a ballare, saltare, cantare, e ti fa capire ancora una volta la magia del pop, di quell’universalità musicale che mette d’accordo un sacco di gente diversa, di ogni età.

Lo show, come ogni show di questo genere, è inevitabilmente un po’ baraccone: molti interventi video, che avrebbero la funzione di raccordare la storia di Katy e del macellaio cattivo (ad un certo punto, sul palco compaiono anche delle bistecche e delle salsiccie giganti) e hanno anche la solita funzione di permettere il cambio d’abito. Specialità in cui la Perry è bravissima, peraltro:  durante lo spettacolo ne cambia una decina (almeno 5 solo durante “Hot ‘n’ Cold”), passando da abiti fumettosi a mise decisamente più sexy. Ci sono effetti speciali, come i laser che vedete nella foto, installazioni video, e tutte quelle cose che ci devono essere in uno spettacolone.

Però, la baracconata è compensata dal fatto che musicalmente Katy Perry c’è: ha una vocalità potente ma un po’ sguaiata, ma non usa le coriste per nascondere debolezze canore, come fanno alcune sue colleghe. Oltre al suo pop, arrischia anche delle finezze, come un’intro jazzata a “I kissed a girl” e una parte unplugged in cui imbraccia una chitarra e suona. Ci piazza anche un paio di cover, introdotte come “canzoni importanti, da suonare al mio funerale o alla nascita del mio bambino, fate un po’ voi”: una bella versione acustica di “Only girl in the world” di Rihanna e una di “Whip my hair” (idea non nuovissima, quest’ultima, dopo la spettacolare versione di Jimmy Fallon con Springsteen). Poi si torna a ballare e si finisce ballando.

Alla fine, lo spettacolo di Katy Perry è davvero divertente, probabilmente anche meglio di quello di Lady Gaga, che metteva assieme tante, troppe cose senza un vero e proprio filo conduttore. La Perry fa pop, magari senza troppo spessore ma anche senza troppe velleità intellettuali: si definisce la “Queen of dorks”, la regina degli strani e la scelta di “dorks”  – al posto dei più saccenti “nerd” o “geek” – la dice lunga. Certo, a tratti può apparire stucchevole, ma lo spettacolo fila via liscio, ed è solo la seconda data del tour. Magari un giorno Katy Perry dovrà scegliere cosa fare, tra la fatina che piace ai bambini e la bomba sexy che piace ai papà (ad occhio, decisamente più numerosi delle mamme). Per il momento, riesce a fare entrambe le cose, divertendo la gente: it’s only pop, but we like it.

(Gianni Sibilla)

Setlist:

Act 1
Intro video
Teenage dream
Humming bird heartbeat
Waking up in vegas

Act 2
Video
Ur so gay
Peacock
I kissed a girl

Act 3
Video butcher shoppe
Circle the drain
Et
Who am I living for
Pearl
Act4 unplugged
Video
Not like the movies
The ones that go away
The only girl in the world/Whip my hair
Thinking of you

Act5
Video
Mj dance break
Hotncold
Last friday night
Firework
Video

Encore
California gurls
Dance with somebody

Live Report: Verdena @ Alcatraz, Milano, 19/2/2011

Ffebbraio 21st, 2011 in Reports by Redazione Rockol

“Wow” è l’unica esclamazione possibile dopo aver visto il concerto dei Verdena. A Milano sono stati grandiosi e il palindromo scelto da Luca come titolo del nuovo album calza a pennello all’esibizione dei nostri prodi.

Ma partiamo da principio: quando arriviamo l’Alcatraz è gremito, il pubblico freme in attesa del concerto. Molti sono rimasti fuori a causa del sold out, cercano disperatamente un biglietto per entrare o acquistano una magliettina-ricordo, per non tornare a casa a mani vuote. Tantissimi tra i presenti sono cresciuti con i tre musicisti di Albino nelle orecchie e nel 1999, anno di pubblicazione del loro primo album eponimo, hanno letteralmente consumato quel nastro, ascoltando ripetutamente “Valovonauta”, “Ultranoia” o “Dentro Sharon”. Da quel dì sono passati dodici anni: Alberto, Roberta e Luca sono diventati adulti, com’è diventato altrettanto maturo il loro sound, lasciando però invariato quello spirito che ti fa suonare per passione e per provare ad evadere da una provincia un po’ troppo claustrofobica. A sorpresa è presente una folta schiera di giovanissimi. L’attesa è smorzata dal gruppo spalla, che picchia davvero duro. Sono gli Spread, da Bergamo con furore. Vivissimi complimenti per la versione hardcore di “Finchè la barca va” della Berti e per il testo del brano “Succo di cazzo in bicchieri di cristallo”. Altra pausa, poi il live dei Verdena comincia. Alberto, Roberta, di viola vestita, e Luca salgono sul palco accompagnati da Omid Jazi, tastierista, vocalist e chitarrista voluto fortemente dal gruppo. Il concerto si apre con “Scegli me” seguita dalla pazzesca “Rossella roll over”. In questo tour i brani di “Wow” sono in prevalenza. I suoni sono davvero pieni ed Alberto ci sa proprio fare al piano, strumento-ossessione dell’ultimo lavoro. Si susseguono una dopo l’altra le canzoni, senza poter riprendere fiato. Brani potentissimi come “Loniterp”, “Lui gareggia e “Attonito”,  sono addolciti da pezzi come ”E’ solo lunedì”, ”, “Castelli in aria”, “Sorriso in spiaggia Pt1 e Pt2” e “Razzi arpia inferno e fiamme”, primo singolo estratto dal nuovo disco. Parte un pogo feroce, che ricorda quasi i bei tempi del Rolling Stone. Il pubblico più giovane si dimena e conosce tutti i nuovi testi a memoria, ma “lo zoccolo duro” di trentenni o giù di li canta a squarcia gola “Spaceman”, “Viba” e la splendida  “Luna”. Alberto ha una voce che migliora nel tempo, regala sempre emozioni, due ore piene e dense di concerto non lo fanno vacillare un attimo. Parla poco e passa dal piano alla chitarra e viceversa con gran scioltezza. Roberta si destreggia al basso con maestria e, durante il live viene acclamata a gran voce. In qualche brano, si dedica anche alla tastiera. Luca si conferma uno dei migliori batteristi in circolazione, polso fermo, capelli davanti agli occhi come al solito ed energia allo stato puro. Bravo anche Omid, che ha saputo muoversi bene sul palco. La curiosità e le aspettative su questo live erano davvero moltissime, soprattutto c’era tanta attesa per la resa dal vivo di “Wow”. Beh, non c’è che dire, il risultato è pazzesco. “Il passato rimane e conta parecchio, ma non si vive di ricordi”, ha detto Alberto in un’intervista. Ha proprio ragione, questo concerto ha contribuito ad arricchire i ricordi di chi ha amato i Verdena dagli albori e ha creato un nuovo presente per tutti coloro che erano concerto.

(Rossella Romano)

Live Report: MGMT @ Alcatraz, Milano 12/12/2010

Dicembre 13th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

C’è spesso un confine molto sottile tra l’indie e il cosiddetto “clubbing”. Un margine davvero labile che si sgretola facilmente e nel caso del gruppo in questione si può assolutamente dire che la linea si è frantumata in mille pezzettini, dando vita ad un genere quasi unico. Alcatraz, ore 21. Il concerto degli MGMT comincia puntualissimo: è uno dei live più attesi dell’anno, dato il sold out da mesi e la disperata ricerca di un biglietto da parte dei molti che sono rimasti fuori dai cancelli. La fila è lunghissima per entrare nel locale, ma scorrevole. Il pubblico è composto, per la maggior parte, da giovanissimi indie: maglietta a righe o camicia a quadri più jeans skinny per lui. Maglietta oversize, leggins e laccetto di tessuto sulla fronte di svariati colori per lei. La curiosità è davvero tanta per chi vede Ben Goldwasser e Andrew VanWyngarden per la prima volta, anche se i ragazzi non sono novizi dei palchi italici: già nel 2008 si esibirono al Rocket, club della capitale meneghina. Ma erano altri tempi e un’altra atmosfera. Soprattutto l’allure fashion che si è creato attorno ai due newyorkesi in questi anni era pressoché inesistente, rendendo gli MGMT un gruppo di “nicchia”. L’esibizione si apre con “Time to pretend” e il pubblico è in visibilio. Qualche saluto frettoloso, il tempo di notare che la band è stilosa come al solito (non a caso sono stati scelti per la campagna pubblicitaria di Petit Bateau qualche anno fa), che incalzano alcuni pezzi dell’ultimo album, “Congratulations”, uscito questa primavera. I brani si alternano in modo equilibrato, è un giusto mix tra vecchio e nuovo: tra le canzoni più conosciute, suscitano clamore generale “Electric feel” e “Kids”, le cui maschere del video sono state copiate da un gruppetto di giovani indie presenti tra la folla. Apprezzati anche i nuovi brani, tra cui “Flash delirium” e “It’s working”. I ragazzi della “grande mela” regalano ai fan milanesi anche una sofisticatissima cover di “Only shadow” dei Cleaners from Venus. Finita la prima parte del concerto, la band si regala qualche minuto di pausa e torna per un bis, che si conclude con la title track del disco pubblicato negli scorsi mesi. Tanti applausi, tanti sorrisi, sudore quanto basta e spazio sufficiente per uscire senza essere calpestati. Un’ora e mezza piacevole, ben suonata e ben cantata, sia dalle “menti” degli MGMT che dai musicisti che li accompagnano . La scenografia è super scarna, con dei video psichedelici, alle spalle del gruppo, che accompagnano i brani: accostamento davvero ben riuscito. Menzione d’onore al gruppo di ragazzi che ballava come se fosse ad un djset house: fa davvero piacere quando si vede del divertimento sincero. Un unico consiglio da “zia” ai giovani presenti al live: meno foto da facebook e più attenzione alla musica, fa figo dire “sono stato al concerto di” ma è di certo più stiloso chi ai live va per godersi della buona musica.

(Rossella Romano)

Live Report: Fistful Of Mercy @ Alcatraz Milano 09/12/2010

Dicembre 10th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

E’ una serata da manuale, per certi versi, quella che ha visto protagonisti i Fistful Of Mercy all’Alcatraz di Milano. Arriva in città un supergruppo, suona in un locale più piccolo di quello che LA star riempirebbe da solo; la gente è lì per lui, ma il supergruppo fa poche concessioni, e sostanzialmente fa la sua musica. “E’ come essere in una band con Jimi Hendrix”, dice ad un certo punto Joseph Arthur dopo un assolo infuocato di Ben Harper. L’Alcatraz di Milano è mezzo pieno (o mezzo vuoto, a seconda dei punti di vista), e quella metà di gente è principalmente lì per lui. Ben Harper se ne sta a lato, sotto un cappellaccio e con una camicia a quadri, e cerca di non rubare troppo la scena ai compagni: suona la chitarra e canta in armonia con Arthur e Dhani Harrison. Il primo vocalizzo solista arriva alla terza canzone, viene accolto da un boato. Non ha bisogno di questo supergruppo, anche se per i Fistful Of Mercy ha persino rimandato l’uscita del disco solista, previsto per ottobre e in arrivo la prossima primavera. Probabilmente non ne ha bisogno neanche il figlio di George, che sta sul lato opposto: è il jolly musicale della situazione, quello che passa da uno strumento all’altro. Al centro c’è Arthur, una carriera iniziata bene, sotto l’ala protettiva di Peter Gabriel e della sua Real World, che poi un po’ si è persa per strada. E’ quello che è più motivato e si vede. Ma i tre non si prendono troppo sul serio, e hanno stabilito delle regole chiare: tutto il disco inciso assieme (“As I lay you down”, da poco uscito anche in Italia), un brano proprio a testa, e diverse  cover. Le canzoni del disco funzionano a tratti, sono inevitabilmente più scarne (la formazione sul palco, oltre ai tre comprende solo una violinista), e il plauso va a “Fistful of mercy”  , quella in cui il songwriting e le tre voci si armonizzano meglio. Le canzoni soliste funzionano per modo di dire: Ben Harper sceglie una “Please me like you want me to” dal suo vasto canzoniere, e fa la sua figura. Arthur infila la sua canzone migliore, “In the sun”; gran pezzo, ma è impietoso il confronto con la versione-omaggio che qualche  tempo fa incise Michael Stipe con la collaborazione di Chris Martin: Arthur ha una voce espressiva, ma non paragonibile a quella dei cantanti di R.E.M. e Coldplay. Il pezzo di Harrison, “Another John Doe”, è anonimo. Nelle cover i tre si lasciano andare un po’ di più: “Buckets of rain” (dal Dylan di “Blood on the tracks”) rivela le origini folk del trio. Un’improvvisata versione di “Stayin alive” messa in coda a Things go ’round è cazzeggio puro. “To bring you my love” di PJ Harvey è lato più rock ed oscuro. Ma “Pale blue eyes” dei Velvet Underground grida vendetta: la versione dei FoM è disarmonizzata, e con diverse imprecisioni nell’esecuzione; va bene il cazzeggio, ma così…

In sostanza, i FoM si divertono, ma non sempre divertono. Anzi, la sensazione è che il non prendersi troppo sul serio abbia preso un po’ troppo la mano al trio, che ha messo in scena un concerto con qualche raro momento di intensità e molta musica un po’ raffazzonata. L’altra sensazione è che ai tre, in fin dei conti, dei FoM non importi poi granché. Un progetto che non andrà lontano, se l’impegno dei tre è di questo tipo.

(Gianni Sibilla)

Setlist

I don’t want to waste your time

In vain or true

As I call you down

Buckets of rain

30 bones

Fistful of mercy

Please me like you want to

Restore me

In the sun

Another John Doe

Things go ’round

Father’s son

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To bring you my love

Pale blue eyes

Scandalous

With whom You belong

Live Report: The National @ Alcatraz Milano 16/11/2010

Novembre 17th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Dopo averli visti dal vivo, ci si può concedere perfino un azzardo: i National sono una delle band più importanti di questo decennio. Lo dicono i loro album, su tutti lo splendido “Boxer”. Ma soprattutto lo dicono i loro concerti, dove la cupa sobrietà di Matt Berninger e compagni, così evidente nelle loro prove in studio, viene scardinata, fatta a pezzi. La stessa voce del cantante è diversa: a tratti diventa un urlo rauco, quasi disturbante. A volte sembra imprecisa, fuori luogo. Ma è solo un’impressione, perché in realtà questo è uno dei veri punti di forza dei National dal vivo, è quello che li rende più viscerali e coinvolgenti. Perfino quando sono lontani da Brooklyn, il luogo che li ha adottati e che ormai è la loro nuova casa. Perfino quando sono in Europa, dall’altra parte del mondo.

La data di Milano, unica del loro tour italiano, ne è stata la conferma ulteriore. Sono quasi le dieci quando la band sale sul palco, accolta da un Alcatraz tutto esaurito. L’inizio è affidato alla soffice ballata “Runaway”. Matt è vestito di scuro, con tanto di giacca, panciotto e cravatta. La barba, come al solito, è lunga e incolta. Poi ad aumentare il ritmo ci pensa “Anyone’s ghost”, forse il pezzo più pop mai scritto dai National. La scaletta è principalmente costruita su “High violet”, l’ultimo album in studio del quintetto, ma le incursioni nel passato per fortuna ci sono eccome. Ecco che non potevano mancare i pezzi di “Boxer” come “Mistaken for strangers”, questa sera non brillantissima, la splendida “Slow show” ma soprattutto “Squalor victoria”, uno dei momenti migliori della serata, che dal vivo è ancora più scura e marziale che su disco. Già qui sul finale Berninger sfodera i primi urli, rompendo per la prima volta la compostezza iniziale. Il gruppo ogni tanto torna ancora più indietro nel tempo, rispolverando addirittura le canzoni di “Alligator”, disco bellissimo e molto sottovalutato. Ecco allora “Abel”, che il frontman introduce come “Una canzone ispirata dalla Bibbia” e la delicata “Daughters of the Soho riots”. A chiudere la prima parte dello show ci pensa un trittico niente male: la band suona di seguito “England”, impreziosita da un bel finale con i fiati, l’inno anti-Bush “Fake empire”, accolta calorosamente dal pubblico, e una sorprendente “About today”, ripresa addirittura dal “Cherry tree Ep” del 2004 e costruita su un dolce arpeggio di chitarra. La vera chicca della serata.

Il suono dei National dal vivo è davvero compatto: le chitarre restano spesso sottotraccia, mentre sugli scudi c’è sempre la sezione ritmica che è il vero cuore pulsante della loro musica, soprattutto grazie ad un grande batterista come Bryan Devendorf. Peccato per qualche piccolo intoppo tecnico, che costringe prima a cinque minuti di pausa, ed esecutivo, che rovina poi “Conversation 16″ per un errore del cantante. Il pubblico sembra comunque soddisfatto e segue il concerto con grande attenzione più che con vero e proprio trasporto.

Finita la setlist regolare il gruppo si rintana nel backstage, sono circa le undici. Sembra finita, ma la parte migliore deve ancora arrivare. I bis si aprono con un altro pezzo inaspettato. “Non la suoniamo da un sacco di tempo, speriamo di non rovinarla”, dice il chitarrista Bryce Dessner prima di attaccare “Lucky you”, un pezzo lento e malinconico di grande impatto. Poi tocca a “Mr.November”, scelta da Barack Obama per la sua campagna elettorale alle ultime primarie democratiche, e soprattutto a “Terrible love” concludere il concerto con l’ultima e fortissima scarica emotiva, così bella da togliere il fiato. Sull’ultimo pezzo Matt Berninger scende in mezzo al pubblico portandosi dietro il filo del microfono, arrivando persino ad arrampicarsi su una tribuna laterale per cantare le ultime strofe. E poi mentre il resto della band finisce il pezzo, sparisce dal retro dell’Alcatraz. Fuori piove, ma c’è il tour bus pronto ad aspettarlo. La strada del ritorno verso casa, verso New York, è ancora lunga. Nel frattempo, per fortuna, i National sono passati da Milano.

(Giovanni Ansaldo)

Setlist:

“Runaway”

“Anyone’s Ghost”

“Mistaken For Strangers”

“Bloodbuzz Ohio”

“Slow Show”

“Squalor Victoria”

“Afraid Of Everyone”

“Available / Cardinal Song”

“Conversation 16″

“Sorrow”

“Apartment Story”

“Abel”

“Daughters Of The Soho Riots”

“England”

“Fake Empire”

“About Today”

Encore:

“Lucky You”

“Mr. November”

“Terrible Love”

Music Reporters by Rockol
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