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Un mese dopo: l’iPhone 4 alla prova

Settembre 1st, 2010 in Apple, iPhone by Gianni Sibilla

Il 30 luglio usciva l’iPhone4. Prima di quella data e dopo si è detto di tutto sul telefonino, forse come mai era successo prima. Si è detto troppo, e a sproposito. I giornalisti/blogger di tecnologia sono come i bambini che giocano a calcio, ho sentito dire: la palla rotola da qualche parte, e tutti ci si buttano sopra, senza criterio. Ultimo esempio? Oggi tutti scrivono che dopo il 30 settembre verrà messa in commercio una nuova versione, con hardware e antenna rivisiti. La fonte? Il “si dice” di un dirigente di una TelCo messicana…

Manie tecnologiche e deviazioni pseudo giornalistiche a parte, l’iPhone 4 vale la pena?

Ecco alcune riflessioni dopo un mese d’uso, con un occhio particolare agli utilizzi musicali, che si presume siano quelli che interessano i lettori di Rockol. Quella che segue non è una recensione completa: se volete una disamina precisa, il consiglio è di leggere iLounge

Musica: partiamo da qua: l’iPhone4 è una micro-console multimediale, non un semplice iPod. E in questo campo non è cambiato granché. Alcuni miglioramenti sono stati introdotti  con l’iOS4, che gira anche sui modelli precedenti, come la possibilità di sincronizzare le cartelle delle playlist da iTunes: una comodità non da poco per tenere la musica organizzata anche sul telefono, se avete tante liste di canzoni.
Un problema dell’iPhone4 rispetto alla musica è la capienza, che nominalmente è di 32gb (o di 16) come nei modelli precedenti, ma in realtà è minore. Nel mio caso, le stesse canzoni (circa 4200) sull’iPhone 4 occupano 20gb e rotti, sul mio vecchio 3gs ne occupavano 18 e rotti. Pare che questo si verifichi attivando la conversione automatica della musica 128kbs, una funzione studiata per risparmiare spazio nell’iPod  shuffle e disponbile per iPhone dalla versione 9.1 di iTunes. Ho fatto qualche verifica in giro: il problema sembra diffuso, ma non universale – o almeno non in molti se ne sono accorti. Se ne parla qua, nei forum della Apple. UPDATE: La nuova versione di iTunes, la 10, risolve pazialmente la questione: quando si sincronizza l’iPhone, si libera lo spazio fantasma; quando finisce la sincronizzazione lo spazio risulta di nuovo ridotto.

Registrare video/fare foto: il vero salto lo si fa qua, anche per gli appassionati di musica. Ora l’iPhone ha una fotocamera bella, e i video girati in alta definizione sono spettacolari. Riprendere (amatorialmente, si intende) i concerti darà finalmente ottimi risultati: ecco un esempio (l’audio, in questo caso, non è granché perché ero messo male rispetto alle casse; guardatelo a 720p.). Manca ancora lo zoom video, però.

Lo schermo: spettacolare, davvero. Il Retina Display rende tutto più nitido, dalle scritte alle immagini, alle foto. Anche se l’uso principale di tanta definizione è destinato soprattutto ai giochi (quelli che lo supportano sono pochini, ma altrettanto spettacolari).

L’antenna. Davvero toccando il telefono in basso a sinistra sul bordo perde campo? Si. Ha qualche effetto sulle telefonate? No, a meno che non si sia in zona di bassa copertura.

L’oggetto: l’iPhone4 è contemporaneamente più solido – grazie al bordo di metallo dove stanno le antenne, che dà una sensazione meno da giocattolino del 3gs – e fragile. Già lo schermo in vetro e a rischio graffi, adesso anche il retro è dello stesso materiale. Una cover, una pellicola protettiva o un bustina è quasi obbligatoria.

Insomma, ne vale la pena? Se siete Apple-fanatici, la risposta è scontata, a differenza del prezzo dell’iPhone4. Proprio quest’ultimo “dettaglio” spinge a qualche ragionamento: Per chi ha l’iPhone 3g (e/o magari può abbattere il prezzo sottoscrivendo un abbonamento), il gioco può valere la candela, vista la quantità di migliorie dall’uno all’altro. Per chi ha preso l’anno scorso un 3gs, magari non può sottoscrivere abbonamenti e non rientra negli Apple-fanatici, allora è meglio riflettere bene.  L’iPhone4 è un gran bell’oggetto. Un oggetto “segmentante”, come direbbero quelli del marketing: chi ama l’iPhone, lo amerà ancora di più. Chi sta su altre sponde telefoniche, continuerà a restarci, con ogni probabilità.

Ad supported music: un’equazione di terzo grado

Agosto 26th, 2010 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Un bollettino di guerra.

Spotify arenata. Playlist.com in bancarotta. Lala fagocitata da Apple. Imeem e iLike svendute. Ruckus e SpiralFrog fallite.

L’idea di fornire musica gratuita e supportata dalla pubblicità non nasce come iniziativa, ma come reazione alla letale combinazione tra software peer to peer, processi di digitalizzazione e pirateria, il mix che ha cambiato le modalità di fruizione, accesso e archiviazione dei brani e delle opere di ingegno.

Una mossa in difesa che avrebbe senso solo se associabile a un modello di business sostenibile ma che, alla prova dei fatti, parrebbe non esserlo.

Le variabili in campo sono il catalogo, il pubblico e le inserzioni pubblicitarie. I protagonisti, pertanto, sono la discografia e i publisher (in grado di licenziare le canzoni), i content provider o editori digitali (i cui siti e servizi generano un traffico di utenti ricorrente) e il comparto della comunicazione (che raggruppa marchi, inserzionisti, centri media e concessionarie). Una situazione che vede editori e startup fungere da interpreti tra due mondi che, storicamente, non sanno parlarsi, pur riuscendo a fare affari insieme quando, pur senza capirsi bene, si imbattono in situazioni win-win. Antitetici i loro codici di linguaggio e le loro consuetudini. I discografici sono informali, improvvisati, creativi e scavezzacollo perché abituati a rischiare in investimenti che già sanno che daranno ritorni incerti e redemption basse (gli artisti: il successo di uno sostiene la ricerca e sviluppo per i 1000 che resteranno ai margini). I rappresentanti del settore media & communication, invece, sono irreggimentati dai parametri, imprescindibili da report e analisi e dipendenti da una spaventosa catena di commissioni a cascata che gonfia i fatturati dei clienti.

Provano attrazione, gli uni per la grisaglia e la rispettabilità degli altri, o gli uni per la visibilità, celebrità e la libertà degli altri. Ma stentano.

Far funzionare la macchina è come risolvere un’equazione di terzo grado. O di quarto…?

Quando si parla di ad-supported music, per sedersi al tavolo un imprenditore terzo si accredita solo portando marchio e audience – ma spesso il progetto non va comunque in porto e, anche a fronte di un’iniziativa interessante e originale e di un pubblico smisurato, il business continua a non succedere.

Perché?

Perché la quarta variabile è quella più indipendente di tutte. E’ il tempo.

Il tempo che intercorre tra la generazione di un pubblico consistente e la generazione di un fatturato pubblicitario che lo premi. Il tempo che intercorre tra la fatturazione e la capacità di remunerare il catalogo licenziato. Il tempo che intercorre tra il pagamento delle royalties e la scadenza della licenza.

In questi intervalli, durante i quali il mercato non riconosce ancora all’iniziativa l’effettivo successo di pubblico, i publisher non accettano lo sfasamento tra fatturazione e cash flow, e l’editore non capisce la logica della trimestrale che strozza i tempi dell’industria musicale, si consumano tragedie e fallimenti.

Eppure, come accade fin dall’antichità (=Napster), rimbomba nella testa un dubbio: come è possibile che l’industria musicale non sappia riconoscere e quindi valorizzare quarantacinque milioni di iscritti e venti milioni di utenti unici mensili, e il mondo della comunicazione non li riconosca…?

Rockol recensito sull’iPad

Giugno 11th, 2010 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Ci siamo presi il nostro tempo. Abbiamo deciso di non recensire l’oggetto tal quale, di non aggiungere quasi nulla alle osservazioni tecniche uscite a profusione.  Ed abbiamo concluso che ci interessava soprattutto capire come l’iPad poteva valorizzare il nostro lavoro. Così ho chiesto al nostro Giovanni Ansaldo di scrivere una breve recensione su Rockol sfogliato sull’iPad.  Eccola.

***

“Sembra Minority Report”, dice una delle mie colleghe mentre le mostro il sito di Rockol sull’iPad.

Rockol sull'iPad

Rockol sull'iPad

Non c’è che dire, il nostro portale funziona alla grande sul nuovo tablet computer creato da Steve Jobs. E la prima cosa che colpisce chiunque lo provi è proprio questo aspetto “touch”, lo stesso che nel celebre film di Spielberg permetteva a Tom Cruise di toccare le immagini su schermo come se fossero cose reali. Navigare zoomando con le dita su uno schermo finalmente leggibile, sia per le dimensioni che per la retroilluminazione, regala una sensazione molto piacevole. Senza parlare del design dell’oggetto che, come sempre quando si tratta dell’azienda di Cupertino, unisce estetica e ergonomia.

Problemi? Alcuni. Per esempio quello del multitasking, che mi impedisce di ascoltarmi una canzone appena comprata dal Musicstore di Rockol sul mio iTunes mentre continuo tranquillamente a navigare; o la già tanto discussa questione dei video flash, che non sono supportati dal gioiellino Apple: questo sicuramente non giova alla stragrande maggioranza dei contenuti video del sito, oltre che a molti banner pubblicitari. Insomma, momentanei difetti di compatibilità che probabilmente saranno risolti nelle prossime versioni del prodotto.

Ma navigare su Rockol con l’iPad è davvero comodo: leggere le news è facile e veloce e la navigazione tra le diverse sezioni del sito diventa molto più agile e immediata. E le fotogallery, con uno schermo del genere, acquistano tutto un altro spessore.

Insomma la possibilità di “sfogliare” un sito apre nuove prospettive e l’iPad è forse il primo prodotto veramente in grado di aprire la strada ai portali multimediali, sia tematici che generalisti. Se questa prima generazione di tablet farà breccia, come pare stia già accadendo, a tendere potrebbe delinearsi uno standard, un supporto diffuso e solido in grado di ridare ossigeno ai vecchi media, che sulla carta faticano sempre di più a trovare la loro dimensione, e ai nuovi, che possono finalmente trovare un terreno fertile per le proprie caratteristiche.

E Minority Report, forse, potrebbe non essere più solo un film.

La nuvola può attendere

Giugno 8th, 2010 in Apple, iPhone, industria musicale, music cloud by Gianni Sibilla

Ieri Steve Jobs ha presentato il nuovo iPhone. Un’ora e mezza di “keynote”, dedicato solo al nuovo telefono “reinventato”, dice lui. Ma anche pieno di cose vecchie come la videochiamata…

Nessun cenno agli altri progetti che i futurologi attribuivano alla Apple. Non si è parlato, per esempio, del servizio di streaming musicale, di cui si era discusso parecchio fino ad un mese fa, dopo l’acquisizione (e la successiva chiusura) di Lala.

Non voglio entrare nel gioco delle previsioni su ciò che farà Apple (uno sport che vanta fin troppi campioni), ma è probabile che, se mai verrà lanciato, avverà a settembre, mese tradizionalmente riservato ai “keynote” musicali.

Detto questo, nutro molti dubbi sui progetti di music cloud. L’idea stessa della nuvola – spostare su server remoti servizi e documenti da condividere, per alleggerire i nostri computer – è molto di moda, e con alcune cose funziona molto bene, per carità.

Però è la sua applicazione alla musica che mi lascia perplesso. Un’applicazione che viene da lontano, dall’idea di un”celestial jukebox” che contenga tutta la musica del mondo. Un’idea a cui si sono ispirati diversi servizi: Pandora, Last.Fm…

Sostanzialmente, l’idea della Music Cloud è: pago un abbonamento, in cambio posso accedere alla musica che il servizio mi offre, da remoto. E, in contemporanea, carico la mia musica su un server remoto, e vi accedo quando voglio, dal computer, dal telefonino, all’iPad.

Il prezzo che paghiamo non è solo quello della connessione all’accesso (altri soldi che lasciamo agli ISP?).

Il prezzo che paghiamo è la rinuncia definitiva al possesso fisico della musica. Il nostro rapporto fisico con la musica ha iniziato a deteriorarsi da tempo, dal passaggio al vinile (oggetto caldo, bello) al CD (oggetto piccolo, freddo). Poi ci si è messa la pirateria (che ci ha abituato ad oggetti ancora più brutti – i cd masterizzati – o inesistenti, come i file). E tutti gli eventi successivi che ben si conoscon.

Personalmente non sono ancora pronto a rinunciare alla presenza fisica della musica, sia anche solo in forma di mp3 sul mio hard disk. Non voglio dipendere da una connessione per ascoltare un disco.

Un servizio del genere può essere un’integrazione, non la soluzione. Bello per ascoltare quella canzone o quel disco che hai sentito per caso. Non abbastanza se quel disco ti piace davvero, e lo vuoi avere.

Ora, capisco che l’idea di una Music Cloud serva all’industria per regolarizzare e monetizzare il sommerso, convincendo la gente che ascolta la musica gratis (su YouTube o scaricandola per provarla) a pagare qualcosa, in cambio di un servizio rapido ed funzionale. Ma siamo sicuri che anche per la discografia non sia rischioso? Si rischia di dare il colpo finale al CD, che è comunque ancora la fonte di introito principale, per un po’ di soldi.

Solo tempo, e la partenza di servizi di MusicCloud fatti con tutti i crismi, potranno dare risposta a dubbi che immagino non siano soltanto miei.

L’iPad, la musica e tutto il resto

Aprile 8th, 2010 in Apple, iPhone, ipad by Gianni Sibilla

In mezzo alla quantità di recensioni dell’iPad uscite in questi giorni, ce n’è una che merita di essere letta, ed è quella di Rolling Stone, che lo ha testato come eventuale sostituto dell’iPod, valutandone le prestazioni per la musica. Le parole conclusive mi sembrano tra le più equilibrate lette in questi giorni:

The iPad just launched two days ago. Like the iPhone at launch, it needs some time to grow into its own, but you can see the big, responsive touchscreen’s potential, particularly with virtual-instrument/music-making apps, and we expect much of the innovation to come out of this space. Imagine Yamaha’s Tenori-on transported to the iPad screen, for example. We’re thinking entirely new instrument on this thing.

So, is the iPad better than the iPod or iPhone? In some ways, yes, but it’s no replacement. If you have the money, the iPad is a fun upscale toy and conversation starter. That said, its full potential won’t be realized for a year or two, at least. For now, it’s not an essential buy by any means, but keep watching this space, because there’s definitely a tablet in your future.

Per il resto, c’è chi lo ama o lo odia, solitamente senza riserve. E il motivo sta nella bellissima metafora usata da Cory Doctorow di Boing Boing: le viti e la colla. Ovvero oggetti e tecnologie aperte, smontabili e manipolabili e rimontabili (fatti appunto con le viti) versus oggetti “chiusi” (sigillati con la colla), come sono quelli della Apple. Doctorow usa questa metafora per spiegare perché non comprerà l’iPad: a chi interessa, consiglio questa riflessione di ManteBlog.

In attesa di vedere cosa riserva la presentazione del nuovo firmware iPhone, prevista per questa sera: sarà pieno di colla anche questo, come al solito. Ma non c’è dubbio che anche questa volta ci sarà un sacco di gente pronta a farsi appiccicare le mani…

Sneakernet, la nuova ‘media diet’ e il futuro delle app

Marzo 11th, 2010 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Gli acquirenti di musica (fisica e/o digitale) sono calati di 24 milioni di unità nel biennio 2007-2009 (fonte: NPD Group), numero che sale a 33 milioni se si prende in considerazione la sola voce CD.  Durante lo stesso periodo  la spesa musicale pro-capite è aumentata del 2% complessivo (incremento dovuto in massima parte alla crescita del 52% nella spesa musicale digitale), mentre è diminuito del 6% il numero di download da P2P.

Altri numeri, fonte Nielsen/Soundscan: le vendite musicali U.S.A. in termini di unità sono aumentate in un anno del 2,1% (mentre la crescita tra il 2007 e il 2008 era stata del 10,5%); un incremento digitale a fronte di un crollo fisico. Sul primo fronte, infatti, sono stati venduti 1,16 miliardi di singoli e 76,4 milioni di album (aumenti rispettivi dell’8,3% e del 16,1%).  Sul secondo, si registra l’ormai arcinoto decremento dei CD del 17,4% (imputabile alle novità per il 20,7% e al catalogo per il 14,1%). A margine, si annoti che la forbice in termini di fatturato resta ampiamente negativa, con un grafico che continua da anni a puntare in basso a destra. E poco può l’eroico e risorto vinile (+ 33%, sì, ma di quasi nulla).

Apple ha sfondato la soglia del decimiliardesimo singolo scaricato su iTunes poche settimane dopo avere indicato al mercato un futuro diverso dal ‘pay per’ e simile alla ‘cloud’ (acquisizione di Lala).  Ma quale cloud, però, se Rhapsody è a rischio, Spotify tutti la vogliono ma nessuno la piglia?

Sembrerebbe, quindi, che:

- la scarsa qualità e la musica nella nuvola (leggi accesso via streaming: Pandora, YouTube…) siano i veri avversari di pirateria e sharing

- la fruizione contemporanea sia molto condizionata dalla funzione ’search’, come testimoniano la quota di album digitali rispetto ai singoli brani scaricati a pagamento (i primi sono circa il 6% dei secondi) e la consolidata abitudine al ‘cherry picking’ – scelgo una canzone  per volta, spesso di impulso dopo un ascolto digitale che mi offre un link per un download – e la resurrezione del catalogo.

Ma se il P2P cala e il ‘premium’ non ingrana, deve esserci molto movimento offline: eccomi con il mio HD esterno, scambiamoci i brani. Deja vu. Oggi lo chiamano sneakernet, che bel nome funky.

Ancora più bella, però, l’osservazione di James McQuivey di Forrester Research che – apparentemente ovvia – ha il pregio di collegare  le mutate abitudini di fruizione della musica con la trasformata relazione tra consumatore e media:  ”Oggi chiunque controlli l’accesso reclama la fetta di ricavi più ampia”, dice il Prof puntando il dito su telco e ISP, e porta cifre a supporto: la spesa mensile per contenuti di una famiglia media americana ammonta a $228.54, di cui il 70% se ne va in costi per l’accesso (resta poco per l’acquisto diretto di contenuti). Nel 1975 quella spesa era poco più di un decimo e in quei 29.58 ci stava anche l’acquisto occasionale di un album.

Che scena curiosa. L’ecosistema delle applicazioni ha disintermediato i mobile carrier, svincolando i proprietari di contenuti dal pedaggio che pagavano nei primi anni Duemila per promuoversi, disintegrando la logica dei servizi ‘recintati’ nell’offerta del singolo provider e ponendo quest’ultimo nella posizione di chi rischia di diventare un mero trasportatore di bit.  E l’industria musicale, intanto, si ostina a far passare il business dalla cruna dell’ago, pregando da un lato che la ‘music cloud’ diventi una realtà (con il suo mix di ricavi da pubblicità e da abbonamenti in un regime a buffet), dall’altro parametrando le licenze dei cataloghi alla vecchia logica ‘pay per’, che rende insostenibile l’operazione (almeno per ora).  

E se, invece di farsi accusare di irragionevolezza da chi macina ricavi con la musica gratis decidesse all’improvviso che gli album sono apps?

 

Tanto tuonò che piovve

Ggennaio 27th, 2010 in Apple, Gadget, iPhone, itunes by Gianni Sibilla

Non è l’iPhone (célo), non è il MacBook (célo), è qualcosa di mezzo: l’iPad (manca?).

ipad-launchAlla fine, è stato presentato il famigerato tablet della Apple: un media player che conferma in larga parte quanto era trapelato nella frenetica corsa allo scoop degli ultimi giorni.

I dettagli si trovano ovunque, ma si può partire dal solito iLounge: per ora si sa quando arriverà in America (fine marzo-aprile), da noi la data è incerta, si parla dell’estate.

E’ presto per dire se questa scommessa verrà vinta. al di là dei soliti toni retorici di Steve Jobs, non mancano gli scettici: non sembra esattamente economico, per dirne una; e anche Wired nota diverse mancanze nelle caratteristiche.

E, una cosa che mi pare nessuno abbia notato: i filmati che legge sono solo quicktime. Tradotto: è pensato per riprodurre i film comprati su iTunes (che peraltro in Italia non sono disponibili); quindi scordatevi di usarlo per vederci divx et similia, a meno di lunghe conversioni su un computer “normale”.

Sia quel che sia, siamo tutti qua a parlarne e ci cascheranno (ci cascheremo?) in molti, mi sa.

Febbre da M&A nell’industria musicale?

Ggennaio 27th, 2010 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Una nuova frenesia da acquisizioni sembra avere coinvolto l’industria musicale. Dopo che nel biennio 2008-2009 gli IPO americani hanno raschiato il fondo del barile quanto a numerosità, il venture capital è nuovamente in azione. Il ritorno di Frank Quattrone c’entra nulla, beninteso.  Oggi come allora,  invece, il venture capital concentra le proprie attenzioni sul mondo IT e sui suoi immediati confini, entro i quali la musica è tornata ad essere importante: non centrale come la bio-ingegneria e il ‘green’, ma degna di grande attenzione sì.

La causa delle frequenti fusioni e acquisizioni nel settore musicale negli anni ‘90 era squisitamente tecnologica: allora molte startup innovative che tracciavano la strada per creare nuovi business (che oggi sono diventati così maturi da essere diventati componenti o applicazioni) venivano frequentemente assorbite da ‘incumbent’ incapaci di internalizzare altrimenti cultura e innovazione. Oggi a quella ragione se ne aggiunge anche una strategica che si riassume nel tema del ‘cloud computing’.

Nel cloud computing la musica individua il viatico per passare gradualmente e forse definitivamente dalla fruizione legata al possesso a quella legata all’accesso.  Ed allora basta buttare un occhio sugli annunci di M&A ed affini degli ultimi novanta giorni per rendersi conto che l’aria è frizzantina dalle nostre parti…

Il primo botto lo fa MySpace, che dopo avere acquisito iLike, finisce con integrare anche iMeem. Interessante, anche se denuncia scarsa focalizzazione: l’etichetta di MySpace Music praticamente evapora quando pareva fosse centrale nella strategia di News Corp.  Il 7 dicembre, in una pausa tra una causa e l’altra contro Nokia, Apple acquista Lala, integrando il vincente ‘pay per’ con uno streaming 3.0 di qualità e implicitamente ammettendo che il modello che ha fatto da cash cow per un lustro potrebbe essere a fine corsa. Il 9 dicembre Russell Simmons acquisisce CelebrityTweet: un mogul musicale punta forte su una nuova frontiera dei media.  Prima di Natale Friis e Zennstrom lanciano Rdio, sfidando Spotify , e due ex dirigenti di Yahoo Music danno vita a DashBox.

A inizio gennaio 2010, Melodeo si mette ufficialmente in vendita: è sexy, funziona, tanti la vogliono (qualcuno la prenderà?).  Non è diversa la situazione di Jamendo che testimonia come, a volte, pure  in un modello interessante qualche attrito di troppo esaurisce il carburante prima di arrivare da soli alla meta…

Nel frattempo Echo Nest ottiene una piccola ma significativa iniezione di capitale con un round di finanziamento. Pochi giorni dopo fa molto meglio Guvera, che porta a casa 20 milioni di dollari e desta sorpresa sia perchè è australiana, sia perchè possiamo per ora giudicarla solo per sentito dire sia perchè, anch’essa, parrebbe correggere in meglio il tiro di Spotify.  Sul fronte del marketing, vecchi lupi dell’ambiente danno vita a Entertainment 3Sixty, mentre OurStage conclude positivamente un round e Ticket Text lancia ‘Ticket ABC’.

I movimenti intorno a EMI sono notissimi ma, a proposito della ricerca dei way out, è da monitorare anche la situazione che vede eMusic in procinto di acquisire The Orchard per fare massa critica e passare poi all’incasso. Sono invece ormai parte dell’arredamento le questioni riguardanti  TicketMaster-Live Nation e il debutto di Zune per Microsoft:  ineluttabili, non collaterali come potrebbero sembrare e destinate a causare effetto domino sull’indotto di settore.

Il 2010 sarà l’anno delle startup musicali, quindi? I segnali sono concreti e positivi se anche uno come Warren Buffett, a proposito di quanto siamo vicini alla fine di una crisi che ha bloccato l’espansione nell’ultimo biennio, ha dichiarato:  ”Il dopo sbornia è sempre proporzionale alla baldoria fatta…”. Come dire:  visto che l’ultima baldoria nemmeno ce la ricordiamo…

Guvera o Spotify, dopo tutto…?

Ggennaio 20th, 2010 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

L’advertising-funded music model, che prevede che gli utenti scarichino e/o ascoltino brani (e/o vedano clip) gratuitamente e legalmente grazie al supporto della pubblicità, è indicato da circa 30 mesi come l’Eldorado dell’industria musicale.

La ragione è da ricercarsi nel progressivo passaggio dal possesso all’accesso, nell’inarrestabile affermazione del cloud computing e nella spinta fornita a quest’ultimo dal comparto mobile (che, sinonimo di portatilità e ubiquità, è congenitamente legato all’accesso).

Poi, nel modello, la fantasia e la creatività si scatenano. We7 per prima, Spotify con più clamore, situazioni miste tra “get per” e subscription, jingle anzichè spot e così via. Nel dubbio, purtroppo, che la pubblicità potrebbe benissimo non farcela a cantare e portare la croce per tutti (v. SpiralFrog, r.i.p. …). E nel dubbio che,  tra equo compenso SIAE applicato agli ISP e cluod music (anche Apple compra Lala dopo tutto), la pubblicità possa diventare collaterale prima di affermarsi come necessaria e risolutiva.

ok.

E se in questo bailamme la proposta più funky fosse quella di Guvera…?

2010 e dintorni, music in the cloud

Ggennaio 18th, 2010 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Con una recessione meno pungente di quella degli ultimi 18 mesi e una fruizione della musica mai così penetrante e diffusa, oltre che profondamente mutata rispetto soltanto all’ultimo lustro, il 2010 e il nuovo decennio presentano all’industria musicale uno scenario interessante e, tante sono le tematiche, le opportunità e le criticità, che verrebbe meglio esprimerlo con i tags.  O quasi.

Certezze: pochissime. Tra queste: i download a pagamento, che spingono la quota di musica digitale prevalere su quella ‘fisica’ entro i prossimi 12 mesi, non compenseranno mai la perdita di ricavi da vendita di supporti fisici.  E allora:

- gli ISP sono convocati d’urgenza: non più convitati di pietra, e/o parassiti della filiera, ma potenziali esattorie (v. normativa sull’equo compenso, SIAE ed affini);

- il modello di business è dettato dal ‘cloud computing’: dal possesso (download ‘a la carte’) all’accesso (streaming, portatilità, apps);

- lo streaming diventa terreno di upselling (tickets, merchandise…) e humus sia per sviluppare nuovi business, sia e  soprattutto per monetizzare le più grandi campagne di marketing che rendono ritorni ancora discutibili (i talent shows).

Convergenza di modelli e funzioni solo temporaneamente separati e distinguibili:  si va verso servizi di offerta digitale globale, dove i brani sono commodities disponibili per tutti e dove il singolo ecosistema di contenuti e editorialità, oltre che il marketing, faranno la differenza. Servizi globali: stream, share, download, lyrics, news, tickets, search, recommend. Un’offerta a 360° nella quale convergono linee di fatturato da advertising, licenza, revenue sharing, e-commerce, e nella quale convergono esperienze e beni diversi.

E non solo Lala e imeem e iLike: una nuova era di M&A pare richiamata da servizi e specializzazioni destinati/e a diventare ingredienti di base (ancora: recommendation, streaming, mobile apps come propellenti e/o corredi di piattaforme/ambienti estese/i dove potere vendere la musica in modi diversi).

Qualche declino? Gli MP3 tenderanno a divenire meno importanti: la maggiore disponibilità di banda larga li rende via via obsoleti.  I lettori musicali migreranno da versioni ‘non connesse’ a device interattivi con le clouds. I “walled garden” dei mobile carrier scompariranno a causa delle apps che li disintermediano, trasformandoli in trasportatori di bit e rendendo autonomi i content owners.  Ma le nuove normative in sede comunitaria hanno anche avvicinato il ruolo dei carrier telefonici a quello delle banche, trasformando i cellulari in potenziali wallet e reintroducendo l’odiato balzello sulle ricariche. E allora le ricariche diventeranno un vecchio-nuovo grande business, anche per la musica (v. tickets…).

Qualche nome, per concludere? Amazon, Apple, BlipFM, Echo Next, Guvera, Jambase, LastFM, Melodeo, MOG, Microsoft, MySpace, Nokia, Pandora, Pledge Music, Project Playlist, Sound Exchange, Shazam, Slacker, Slicethepie, Spotify, TuneWiki, We7, Vevo, Zune…

Music Reporters by Rockol
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