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Live Report: Litfiba @ Forum Assago 22/11/2010

Novembre 23rd, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Il Forum di Assago non è pieno a tappo però l’affluenza è più che buona. Del resto i Litfiba – freschi di reunion dopo una decina di anni trascorsi a cercare altri stimoli musicali o forse solo a far tornare la voglia a Ghigo e Piero di frequentarsi nuovamente – hanno inaugurato proprio in questa arena la loro nuova vita non più tardi del 13 aprile, poco più di sette mesi fa.

La prima occhiata verso il palco denota la mancanza di schermi, passerelle e ammennicoli di vario genere, una produzione senza fuochi d’artificio, mirata, forse, a mettere in primo piano la musica. I giochi di luce si riveleranno veramente suggestivi e impeccabili. Sono trascorse le nove da appena qualche minuto, batteria basso e tastiere prendono il loro posto, qualche secondo più tardi il centro della scena è tutto per i due eroi fiorentini. Pantalone nero, gilet nero chiuso sul petto e bicipiti bene in vista per entrambi, un cinque alto e che la festa cominci!

Piero saluta il pubblico e tiene, sin da subito, il primo dei suoi mini sermoni a base di uguaglianza, diritti, mala politica, antirazzismo, ingiustizia, religione. Per iniziare ricorda a tutti che nulla è PRO-PRO-PROIBITO e la sala accende subito i motori al massimo dei giri, la seguente e nuova “Barcollo” non molla la presa e il pubblico del Forum canta ogni singola strofa. Pelù è in grande forma fisica e vocale, Renzulli preferisce lasciare le luci della ribalta alla sua chitarra: puntuale e in gran forma pure lei. Il resto della band è gregario e totalmente al servizio dei maestri di cerimonia. La riunione dei Litfiba è ancora fresca, hanno pubblicato il solo doppio album live “Stato libero di Litfiba”, quindi il concerto pesca per intero dal vecchio catalogo, quello che viene inevitabilmente sacrificato in buona parte quando si hanno nuove canzoni da proporre al pubblico. Per i fans è una goduria ascoltare “Apapaia”, “Fata Morgana”, “Sotto il vulcano”, “Louisiana”, “Soldi” e introdotta da “…ora facciamo un po’ di casino…” una indiavolata “Ritmo#2”.

Piero inforca un cappello rosso da cowboy in onore di “Tex”, una delle canzoni più amate di sempre dal popolo dello stato di Litfiba. Una canzone dietro l’altra senza perdere colpi si vola verso la chiusura del concerto, Piero slaccia i bottoni del gilet ed arriva “El diablo”. La band saluta e prende la via del retropalco, nessuno crede neppure per un attimo che la festa sia finita, le luci rimangono spente, si battono le mani e si attende il gran finale. E gran finale sarà, un trio di gioielli da rimanere abbagliati: dapprima “Spirito” poi una spettacolare versione di “Lacio drom” e infine “Cangaceiro” non fanno sconti. Piero ha abbandonato il gilet e ora folleggia per il palco a torso nudo. Non facendosi mancare due tuffi a volo d’angelo verso il suo pubblico che lo accoglie, lo sorregge e lo restituisce sano, salvo e purificato al proscenio per i saluti finali in compagnia del suo pard di, quasi, sempre. La messa è finita, se siete credenti non perdetevi le restanti date del tour.

(Paolo Panzeri)

Live Report: Los Lobos @ Latinoamericando Assago 04/07/2010

Luglio 6th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

C’era da immaginarlo: tra un ristorante argentino e un bar messicano, i Los Lobos si trovano perfettamente a loro agio (David Hidalgo ne approfitta, e si vede..). Il festival LatinoAmericando al Forum di Assago ospita la loro prima esibizione in Lombardia da cinque anni a questa parte, una fetta consistente del pubblico è di madrelingua spagnola  e per i “lupi” di East L.A. è un po’ come giocare in casa. Hanno un disco nuovo, “Tin can trust”, in uscita ai primi di agosto, ma lo snobbano completamente. Attaccano con “Evangeline”, “Don’t worry baby” e l’epica “Will the wolf survive”,  e per chi è abbastanza vecchio da ricordarlo è come fare un salto  indietro nel tempo, a quel primo concerto al Rolling Stone datato 1984 o giù di lì. I Lobos sono così: una macchina da musica poderosa che si muove d’istinto e se ne frega della promozione, e pazienza se ogni tanto affiora un senso di déjà vu. “Chuco’s cumbia”, l’unico pezzo estratto dal “The town and the city” di quattro anni fa, testimonia una volta ancora l’amore che i chicanos, e in particolare il cantante e chitarrista Cesar Rosas (quello con gli occhiali scuri e pizzetto d’ordinanza), nutrono per un genere musicale  morbido, danzabile e sensuale nato in Colombia ma che in Messico e nei quartieri spagnoli di Los Angeles ha trovato una seconda patria. Siamo a un festival latino, normale che nel melting pot sonoro dei Lupi stasera la musica tradizionale, la cumbia e il tex mex prevalgano sul blues, sull’r&b e sul rock’n’roll: ecco “Luz de mi vida” (con un bell’assolo di flauto di Steve Berlin, sempre devastante e spettacolare quando imbraccia i suoi sax ), ecco “La pistola y el corazon” (che al gruppo nel 1989 fruttò un Grammy) e  “Los ojos de pancha”, ecco “Maricela” e “Mexico americano” (praticamente la carta d’identità della band), ecco “Cumbia raza”, una “Aj te dejo en San Antonio” d’antan e la struggente, appassionata “Volver volver” sdoganata al pubblico occidentale da Ry Cooder e Flaco Jimenez. Hidalgo imbraccia la sua fisarmonica a pulsanti, Conrad Lozano àncora il suono con le sue fluide e solidissime scale di basso, Louie Perez lascia la chitarra elettrica per strimpellare le corde della piccola jarana o sistemarsi, come ai vecchi tempi, alla batteria al posto dell’agile e muscolare Cougar Estrada (ormai promosso Lobo onorario).  Il pubblico balla e si diverte, le vuvuzelas sono troppo isolate per dare fastidio e anche le zanzare concedono una tregua. Gli intenditori e gli aficionados apprezzano soprattutto le raffinate atmosfere  cinematografiche di “Kiko and the lavender moon”, mentre “Teresa” è  l’unica gradita sorpresa della set list: un brano dimenticato, ripescato dal repertorio degli effimeri Los Superseven che qui si trasforma in una eccitante jam latina. Lo schieramento a tre punte (le chitarre elettriche di Rosas, Perez e Hidalgo, solista sopraffino) si esibisce negli omaggi al rocker chicano Richie Valens, “Come on let’s go” e l’immancabile “La bamba” che chiude le danze prima dei bis: “I got loaded”, drink song decisamente in tema con l’umore alticcio di Hidalgo (quanti bicchierini di tequila avrà tracannato?), e una aggressiva “Mas y mas” dal finale rumoroso e psichedelico. Tanto per ribadire che non è proprio il caso di scambiare i Lobos per un gruppo di mariachi da cartolina. Sempre grandi, peccato non ci abbiano regalato qualche primizia o qualche sorpresa in più.

(Alfredo Marziano)

La scaletta:

“Evangeline”

“Dont’ worry baby”

“Will the wolf survive”

“Chuco’s cumbia”

“Come on let’s go”

“Luz de mi vida”

“La pistola y el corazon”

“Los ojos de pancha”

“Teresa”

“Maricela”

“Kiko and the lavender moon”

“Aj te dejo en San Antonio“

“Mexico americano”

“Volver, volver”

“Cumbia raza”

“La bamba”

“I’ve got loaded”

“Mas y mas”

Live Report: Elisa @ Forum Assago 14/05/10

Maggio 15th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Basta la parola “Heart”, titolo dell’ultimo album e dell’omonimo tour di Elisa, a far capire quello che l’artista di Monfalcone cerca di offrire al pubblico: un viaggio nella propria intimità, attraverso la sua musica ma anche con l’aiuto della danza e delle immagini virtuali. Il Mediolanum Forum di Assago, teatro dell’undicesima tappa del suo tour italiano, è pienissimo in ogni ordine di posto. Il palco, creato insieme alle coreografie da Luca Tommasini, è davvero imponente. Quando la cantante appare per la prima volta è solo un’immagine virtuale, una proiezione sul megaschermo, sotto le note introduttive di “Vortexes”. Poi piano piano esce da dietro un telone irrorato di luci rosa e inizia a cantare. E già all’inizio cominciano le sorprese: sul palco Elisa è circondata da quattro ballerini e accenna perfino qualche passo di danza. Ormai l’artista goriziana infatti non si accontenta semplicemente di cantare. Il suo tentativo di evolversi, di scrollarsi di dosso quell’immagine da ragazzina timida e introversa, è lampante.

Dopo l’inizio in inglese, si passa all’italiano con la ballata “Anche se non trovi le parole”. Poi tocca alla cover di “Eleanor Rigby” dei Beatles e a “Stay”. Il pubblico partecipa con grande entusiasmo, soprattutto nei passaggi più melodici come “Gli ostacoli del cuore” e “Ti vorrei sollevare”, cantata con il frontman dei Negramaro Giuliano Sangiorgi. Un duetto da cui era lecito aspettarsi di più, che soffre forse l’eccessivo pathos del momento. Ma in realtà è altrove che Elisa riesce davvero a colpire nel segno, quando alza il ritmo: l’energica rivisitazione del classico “Mad World” – di questi tempi va molto di moda, visto dal vivo la esegue spesso anche Marco Mengoni – la cavalcata di “Lisert” e l’ormai classico “Labyrinth” lo dimostrano. E sono forse proprio questi i momenti migliori del concerto, se si esclude la versione per piano e voce di “Broken”, tanto bella quanto inaspettata. In altre occasioni, il tentativo forzato di coinvolgere il pubblico penalizza un po’ alcuni pezzi come “Heaven out of hell”, troppo pasticciata per assecondare i cori delle prime file. Capita addirittura di vedere Elisa alla prese con “Beat it” di Michael Jackson, con tanto di balletto. Apprezzabile lo sforzo, ma non è il suo territorio ideale. La scaletta spazia per tutto il repertorio, fino a superare le due ore di concerto, anche se prevalgono i brani dell’ultimo album “Heart”. Il viaggio nell’intimità di Elisa continua: sugli schermi scorrono ricordi, compaiono persino Paola Cortellesi e Fiorello. A volte però il rischio è che lo show si appesantisca, quasi perda coerenza. Fortuna che Elisa risolve sempre tutto grazie alla sua voce, impeccabile collante tra una canzone e l’altra. E di fronte a brani come “Luce”, sicuramente la vittoria sanremese più meritata degli ultimi anni, e la conclusiva “Together” non si può che rimanere soddisfatti.

(Giovanni Ansaldo)

Live Report: Litfiba @ Forum Assago 13/04/10

Aprile 14th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Tanto tuonò che piovve: le voci di reunion dei Litfiba giravano da tempo, c’era chi la sognava, c’erano gli Elii che hanno scritto una canzone al proposito, “Litfiba tornate insieme”. Alla fine la reunion è arrivata: dopo l’annuncio dello scorso dicembre, dopo tre date di riscaldamento in Svizzera e Germania lo scorso marzo, Ghigo Renzulli e Piero Pelù si sono ritrovati ufficialmente ieri sera sul palco del Forum di Assago, prima delle cinque date di aprile, a cui ne seguiranno altre 13 in estate, a partire da Nori (Bari), il 17 di luglio.
Poche dichiarazioni, una sola intervista ad un mensile (in cui smentivano la classica tesi del ritorno per questioni monetarie), alcuni pensieri affidati ad un comunicato stampa, e molta voce alla musica: questa la strategia del ritrovato duo. “Non ce lo aspettavamo, poi è andata come è andata e continueremo a far concerti per tutta l’estate. Sul palco ci sarà la classica formazione Litfiba, voce, chitarra, basso tastiere e batteria per un concerto tutto suonato, un live suonato al 100%. Può apparire controcorrente questa scelta, ma pensiamo che si possa dare un segnale in controtendentza e avere uno stile”, dicono nel comunicato.
Scenografia volutamente scarna, in cui troneggiano molti amplificatori e qualche luce, nessun effetto tecnologico, nessun megaschermo. L’entrata sul palco è tutta tesa a dimostrare che i Litfiba sono quelli di una volta: Pelù, lungocrinuto come ai tempi d’oro, anticipa l’attacco di “Proibito” con un un po’ di slogan (“Benvenuti al concerto di chi va controcorrente”), e durante la serata continua indirizzandone altri al Papa (a cui viene dedicata “Bambino” “perché una volta era bambino anche lui”). Il pubblico, che già rumoreggiava per l’attesa, apprezza entusiasta, tributando un’ovazione al primo assolo di Ghigo. L’attaccamento al marchio Litfiba è ancora altissimo, nonostante dalla separazione tra i due siano passati dieci anni, e le prove della band guidata dal solo chitarrista non abbiano ottenuto lo stesso successo.
Il suono del gruppo è decisamente rock, volutamente un po’ sporco, anche in brani originariamente più puliti come “Spirito”. L’acustica del Forum non aiuta, enfatizzando molto la sezione ritmica, in cui spicca soprattutto la batteria, persino troppo presente nell’impasto. “Abbiamo lavorato con i musicisti con i quali ultimamente abbiamo avuto più feeling”, dicono i due, e infatti in formazione ci sono Piero Fidanza alla batteria, già nelle ultime uscite con Renzulli, Daniele “Barni” Bagni al basso, in formazione nella seconda metà degli anni ‘90, e Federico “Sago” Sagona alle tastiere, al lavoro con Pelù negli ultimi tempi. Non sono stati coinvolti nella reunion membri storici come Antonio Aiazzi (che pure era rientrato nel 2003, rimanendo fino al 2006), e Gianni Maroccolo, uno dei fondatori, uscito nel 1989, ma che pure aveva proposto in passato l’ipotesi di celebrare in qualche modo “17 re”, il doppio album dell’86 considerato il capolavoro della band.
Insomma, la reunion è una questione a due, e lo si capisce anche dalla scaletta, che lascia completamente fuori “Infinito”, l’ultimo disco della vecchia formazione, quello della discordia e della separazione con Pelù, e i dischi prodotti dopo l’uscita di quest’ultimo nel 1999. Un vero e proprio “best of”, che parte in quarta: dopo “Proibito” arriva subito “Resta” seguito da “Cangaceiro”, e così via. “Lulù e Marlene”, “Come un dio”, “Fata morgana”, “Gioconda”, “Ritmo 2″, “Maudit”, “El diablo”, “Lacio Drom”, per un totale 24 canzoni, più di due ore di spettacolo. L’intesa tra i due sembra ritrovata, al di là delle speculazioni: Pelù gigioneggia come se il tempo non fosse mai passato, Ghigo fa altrettanto con la chitarra, sbizzarendosi nella parte centrale di uno dei pezzi più apprezzati della serata, “Tex”, introdotto dal famoso urletto di Pelù. In scaletta nessun inedito, neanche quel “Sole nero” che andrà in radio tra poco e che anticiperà un best of discografico, con un’altra nuova canzone. Si parla anche di un DVD dalle date di questi giorni, ma non ci sono ancora conferme ufficiali.

Live Report: Spandau Ballet @ Forum Assago 01/03/10

Marzo 3rd, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Impossibile separare gli Spandau Ballet dagli anni ottanta, almeno per me. Impossibile perché nacquero, prosperarono e perirono in quel decennio. Mai stato un loro gran tifoso, una leggera simpatia per il loro primo singolo di successo “To cut a long story short”, quella sì. Poi una colata di miele, ciuffi mechati e sax li portò in vetta alle classifiche di mezzo mondo ma io vagavo da un’altra parte. Difficile comunque ignorarli in quegli anni perchè una bella fetta della mia generazione li aveva eletti assieme ai Duran Duran ad oggetto di fanatismo, radio e tv programmavano incessantemente i loro successi.
Il primo marzo 2010 dopo vicissitudini di vario genere e un lungo silenzio i recentemente riformatisi Spandau Ballet suonano in concerto a Milano per la prima delle loro tre date italiane. Il Mediolanum Forum è molto pieno ma non esaurito.
Alle 21.20 sul telo bianco che ostruisce la vista del palco vengono proiettate immagini provenienti da un’altra epoca di cinque giovanotti di belle speranze che conquistano le prime pagine dei giornali, poi il telo cade e ci si ritrova faccia a faccia con gli stessi ragazzi ma con trenta anni in più sulle spalle mentre le elettroniche note di “To cut a long story short” danno il via alla corsa. Il palazzetto risponde entusiasta con urla, canti, frenetici battiti di mani e da quel momento non si fermerà più per tutta l’ora e cinquanta minuti seguente. I cinque hanno qualche fisiologico chilo in più e capello in meno ma, tutto sommato, una volta che li si è messi a fuoco, reggono alla grande.
Insomma, non sono ancora in età da pensione, hanno solamente una cinquantina di anni…per dire, Ligabue è un loro coetaneo. Per non dire del pubblico, coetaneo pure quello. Tony sprizza sudore come una fontana nel suo completo scuro con tanto di elegante – per i canoni britannici – cravatta ma la voce rimane sempre di tutto rispetto, Martin al basso sembra quello messo meglio ma deve essere perché è quello che si muove meno, Steve salta con estrema disinvoltura dalle percussioni al sax (un mare, un oceano di sax) strizzando spesso l’occhio alla telecamera che rimanda le immagini sul mega schermo, John alla batteria tiene il tempo con grande dignità e Gary con la sua chitarra detta i tempi e tesse la ragnatela sonora. I ragazzi stanno bene, sorridono spesso, sembra che siano felici di essere lì in quel preciso momento e riescono a comunicarlo, dando un’occhiata intorno sembra che siano molto felici anche quelle facce accorse per tornare anche solo per un paio di ore a rivivere l’età della loro innocenza. Prima della disillusione, prima dei figli, prima del lavoro, prima delle responsabilità, prima di tutto quello che a quei tempi lì sapevamo che sarebbe arrivato ma che magari a noi non sarebbe capitato. Tony si scusa più di una volta a nome del gruppo per questi venti anni di silenzio…non pensarlo neppure Tony, non pensarlo…intanto la loro compilation di successi si dipana lenta e inesorabile fino a “One more Milano, one more…the last one”. Siamo pronti, ne manca una, ne manca solo una: è il momento di “Gold”. Un lungo, sentito e gioioso applauso chiude la serata e una fetta della mia generazione guadagna l’uscita sorridente con molta calma, questa è una di quelle sere in cui la fretta è bandita.

(Paolo Panzeri)

SETLIST

To cut a long story short
The freeze
Highly strung
Only when you leave
I’ll fly for you
Virgin
She loved like diamond
Once more
Round and round
Always in the back of my mind
With the pride
Through the barricades
Instinction
Communication
Lifeline
Chant no.1
True

Fight for ourselves
Gold

Live Report: Renato Zero @ Forum Assago 11/12/09

Dicembre 14th, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Lettera a un sorcino mai nato.

Mi spiace proprio che ti sia perso in questo fresco milanese venerdì di dicembre una data dello zeronove tour, un tour al quale Renato tiene moltissimo perchè è il tour nel quale presenta al suo pubblico il suo ultimo figlio, discograficamente parlando, “Presente”. Un cd al quale tiene veramente molto perchè devi sapere che Renato si è messo in proprio ed ha abbandonato la discografia delle major e ha deciso tutto lui. A sentire il disco ha fatto proprio bene, il disco è bello e mi spiace che tu non l’abbia mai potuto ascoltare. Il palco del Forum è agghindato come nelle grandi occasioni, con tanto di orchestra e un sacco di luci, proprio belle…sia l’orchestra che le luci. L’orchestra è la stessa che ha inciso il disco con Renato, è diretta dal maestro Renato Serio…ahò, un altro Renato !!! E davanti all’orchestra, proprio in mezzo alle luci Lui. Il concerto ha inizio con “Vivo” – http://www.youtube.com/watch?v=NVW1ukfMmF8 – una canzone vecchia vecchia, di quelle che ci piacciono sempre di più non perchè siano più belle – tutte le canzoni di Renato sono belle – ma perchè stanno con noi da più tempo e ci siamo affezionati di più. Renato dopo tutti questi anni canta ancora proprio bene, ha una bella voce, magari, ecco!; non balla più come un tempo ma ancora si muove e quando si muove il pubblico si illumina e urla di gioia. Dopo una canzone vecchia subito ce ne canta una nuova, la più nuova di tutte “Ancora qui”. Dopo una manciata di altre canzoni, tutto vestito di bianco Renato intona “Non smetterei più”, sul disco la canta assieme a Mario Biondi, un’omone grande e grosso con una vociona calda che ricorda un cantante nero di nome Barry White, e qui c’è la sorpresa, Mario Biondi tutto vestito di nero con tanto di bombetta nera esce sul palco e la cantano assieme, proprio come nel disco. Dopo questa canzone Renato ci tiene uno di quei discorsi sull’amore, sui sogni, sul volersi bene, sul non arrendersi mai e credere in se stessi, che è solito fare durante i suoi concerti, e non sarà l’unico di questi discorsi in questa bella serata. A noi piace quando Renato ci parla, ci ha sempre parlato in questi anni, ci ha sempre sostenuto e non ha mai lasciato indietro nessuno di noi. Mi spiace sorcino mai nato che tu non possa essere qui con noi, mi spiace proprio tanto. Il concerto tra un discorso e una canzone fila via veloce veloce. Quasi tutto l’ultimo album ci viene proposto e rende proprio bene dal vivo. Il mio momento preferito, quello dove ho cantato a squarciagola è stato “Morire qui”, un’altra canzone vecchia vecchia. Renato si è cambiato spesso di abito: prima tutto in nero, poi in bianco, poi in rosso, addirittura una canzone l’ha cantata con un poncho messicano, da non credere. Ora che guardo l’orologio è quasi mezzanotte, e sono quasi tre ore che è sul palco. Canta “I migliori anni della nostra vita” e poi le luci si accendono, lo spettacolo è finito. Renato ci saluta tutti con la mano, proprio uno a uno indicandoci con il dito, dice che è fiero di noi, dice che siamo il suo orgoglio, dice che siamo GRANDI. E lo dice con un urlo, poi ci saluta definitivamente con tre parole che sono il suo marchio di fabbrica: NON DIMENTICATEMI EH!!! Proprio un bel concerto, e anche se a me spiace non aver sentito almeno uno dei suoi cavalli di battaglia come “Il carrozzone”, “Amico”, “Il cielo” va bene così. E sono sicuro che sarebbe andato bene anche a te.

(Paolo Panzeri)

Live Report: Bob Dylan @ Forum Assago 15/04/09

Aprile 16th, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Ho cercato di presentarmi al Mediolanum Forum di Assago (Milano) senza alcuna aspettativa e senza lasciarmi condizionare da tutto ciò che si dice sul conto di Bob Dylan e dei suoi concerti.
Non l’avevo, ahimé, mai visto prima dal vivo, per cui un po’ emozionata ho preso posto e ho aspettato.
L’attesa poco è durata visto che alle 21.00 in punto il palco si è illuminato e la band è magicamente comparsa, tutti ai loro posti, Dylan compreso.
Pensavo facesse molti brani dell’ultimo disco, invece la carrellata di canzoni è stata quella delle più conosciute (poi bisognava identificarle sotto arrangiamenti stralunati, ma questo è un altro discorso).
Si parte con “Wicked messenger” di “John Wesley Harding” del ‘67, ma è nel mezzo del concerto, tra classici (“Desolation row”) e pezzi rockabilly (“Thunder on the mountain”) che il pubblico si scalda un po’. Un pubblico un po’ ridotto, con un parterre pieno per un terzo.
Qualcuno balla, qualcuno applaude, qualcuno non sta fermo e continua avanti e indietro tra il bar e il sottopalco, dove ognuno è libero di saltellare, muoversi e danzare a piacimento, specie verso fine concerto su brani come “Memphis blues” e “Honest with me”.
Dylan non dice una parola, non saluta, non fa cenni. La band (cinque elementi), sembra più attenta a guardare e a cercare approvazione dal buon vecchio Bob piuttosto che interagire, per come si può, con il pubblico e con i propri strumenti.
Sembrerebbe un po’ tutto dispersivo, un po’ tutto fermo. Sembrerebbe, dico, perché poi sulla mitica “Like a rolling stone”, poco c’è da fare, l’emozione balza alle stelle e a Bob perdoni un po’ tutto.
Riusciresti a perdonargli anche il resto, se a fine concerto, al terzo bis, tenesse fede alla scaletta e improvvisasse “Blowing in the wind”, ma invece niente.
Oppure l’ha fatta e non l’ho riconosciuta, chi lo sa.

La scaletta del concerto:
1. The Wicked Messenger
2. Just Like Tom Thumb’s Blues
3. Just Like A Woman
4. Rollin’ And Tumblin’
5. A Hard Rain’s A-Gonna Fall
6. High Water (For Charley Patton)
7. Sugar Baby
8. Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again
(Bob on keyboard)
9. Blind Willie McTell
10. Desolation Row
11. Honest With Me
12. Ballad Of A Thin Man
13. When The Deal Goes Down
14. Thunder On The Mountain
15. Like A Rolling Stone

(encore)
16. All Along The Watchtower
17. Spirit On The Water
18. Blowin’ In The Wind

(Daniela Calvi)

Live Report: Roger Waters @ Datchforum Milano 23/04/2007

Aprile 24th, 2007 in Archivio by Redazione Rockol

Un maiale volante e pacifista, tappezzato di slogan anti Bush e anti Cheney, sorvolava lunedì sera (23 aprile) lo spazio aereo del DatchForum di Milano mentre nell’aria rimbombavano le note incalzanti di “Sheep” (da “Animals”): è tornata in grande stile una icona del rock da stadio anni Settanta, e dopo essersi ripreso “The dark side of the moon” Roger Waters si è riappropriato così, legittimamente, di un’altra fetta dell’eredità Pink Floyd. E’ una voglia rinata, la sua, che oggi lo spinge inopinatamente, dopo il Live 8, a ricercare un dialogo con gli ex compagni di band (ma intanto David Gilmour ha già bocciato la sua proposta di una nuova reunion per il “Live Earth” di Al Gore). Lui, che dei quattro è sempre stato il più umorale, creativo, paranoico e pasionario, ce la mette tutta per regalare al pubblico un megashow indimenticabile, nostalgico (nei suoni, nelle canzoni) e attualissimo (nella tecnologia allo stato dell’arte, nei messaggi e nelle invettive politiche), ancora potenziato rispetto a quello che era approdato l’anno scorso in Italia. Suono quadrifonico e surround (che però si era apprezzato meglio, per dire, nello spazio aperto dell’Arena di Verona), fiamme ed esplosioni pirotecniche, oggetti volanti (oltre al maiale, un astronauta che galleggia sulla folla durante l’esecuzione di “Perfect sense”: una delle pochissime concessioni al repertorio solista post Floyd), vecchi filmati in bianco e nero e montaggi acrobatici di immagini, fumetti e materiale floydiano d’archivio, giochi di luce e di colore inseriti nello straordinario stage set concepito e disegnato dal Mark Fisher (quello di “The wall”): delizioso il prologo, a luci ancora accese, con l’immagine ad alta definizione di uno scorcio di salotto anni Cinquanta, vecchia radio a manopole, modellino d’aeroplano, portacenere, bicchiere di whisky e una mano che ogni tanto si intrufola a cambiare la sintonia delle canzoni old fashioned diffuse dagli altoparlanti. Waters non ha mai avuto una gran voce e qui, se ne sono accorti in molti, si arrangia ogni tanto con le basi preregistrate e gli aiutini degli altri musicisti. Ma supplisce con il carisma (quello che difetta al più tecnicamente dotato Gilmour), con l’ego smisurato e generoso che lo spinge a cercare continuamente l’interazione con il pubblico: bassista al centro della scena, come Paul McCartney e Sting, in perenne deambulazione da una parte all’altra del palco, agitatore di folle e capopopolo. Strimpella anche la chitarra acustica, racconta del suo viaggio giovanile in Medio Oriente per testimoniare della gentilezza del popolo arabo e mandare all’inferno Bush e Blair (è la ormai nota “Leaving Beirut”, con le illustrazioni da fumetto e i testi che diventano l’occasione per un mega-karaoke) mentre il chitarrista Snowy White indossa un cappellaccio da cowboy. Accanto a lui Dave Kilminster (già collaboratore di Keith Emerson) si piglia quasi tutti gli assoli e riproduce nota per nota, con un pizzico di aggressività in più, i fraseggi di Gilmour, mentre Andy Fairweather-Low, elegante e compassato, resta sempre un po’ in disparte. Alle tastiere ci sono il solito Jon Carin e il figlio di Waters, Harry, sui tamburi batte con ferocia Graham Broad, il sax di Ian Ritchie accarezza “Shine on you crazy diamond” e “Us and them” mentre la potenza di fuoco vocale è amplificata dalle ugole nere, soul e inossidabili di Katie Kissoon, P.P. Arnold e Carol Kenyon (applauditissima dopo il tour de force di “The great gig in the sky”).
Il pubblico è qui soprattutto per “Dark side”, che occupa tutto il secondo set del concerto, una quarantina di minuti che passano in un soffio tra canti corali, teste ciondolanti e qualche lacrimuccia a testimonianza di una qualità magica e irripetibile, Waters un passo più indietro a dimostrazione del fatto che quell’album fu uno straordinario lavoro di equipe (e sono Carin e Kilminster a dividersi le parti vocali che furono di Gilmour). Ma lo show offre altri momenti di intensa emozione: bombardieri e navi da guerra in bianco e nero a evocare un’attualità altrettanto sanguinosa (“Bring the boys back home”), i ritratti di Bush e Reagan, Stalin e Mao, Bin Laden e Saddam appesi alle pareti della lugubre “Fletcher memorial home”, le immagini ingenue e tenere dei vecchi Floyd che camminano sulla spiaggia e giocano intorno a uno spaventapasseri mentre si srotola la melodia ipnotica e orientaleggiante della antica “Set the controls for the heart of the sun”, il volto, i riccioli, gli occhi scuri e sperduti di Syd Barrett che invadono il maxischermo durante l’esecuzione di “Shine on you crazy diamond”, brividi e nostalgia per chi ha a cuore il vecchio diamante pazzo e i Floyd delle origini. Appassionato e populista, debordante e trascinante, Waters riaccende l’anima in un repertorio storico e di pubblico dominio evitando l’effetto juke box. Molte bocche spalancate per i colpi di teatro e gli strabilianti effetti speciali, ma alla fine è la forza naturale di parole e musica a restarti dentro.

(Alfredo Marziano)

Live Report: George Michael @ Datchforum Assago 06/10/2006

Ottobre 9th, 2006 in Archivio by Redazione Rockol

15 anni di assenza dai palcoscenici internazionali e ben 19 da quelli italiani bastavano da soli a garantire il botto all’insperato ritorno di George Michael sulla scena live. La mobilitazione di massa è infatti scattata puntuale (doppio sold-out consecutivo a Milano, unica città italiana toccata dal “25 Live Tour”), nonostante la cattiva pubblicità che il nostro va guadagnando da diverso tempo a questa parte, grazie agli scandali, quasi sempre tragicomici e autolesionistici (pane per paparazzi e gossipari di tutto il mondo), che funestano la sua vita privata. Diviso fra la devozione incondizionata, non scevra della nostalgia per quegli anni Ottanta dei quali George Michael resta una delle massime icone inglesi, e un (bel) po’ di sana diffidenza nei confronti dell’attuale stato psico-fisico della popstar 43enne, il pubblico che ha affollato il Forum si è inizialmente imbattuto in un enigmatico telo nero, grande abbastanza da nascondere le reali fattezze del palco. E mentre gli altoparlanti diffondevano stucchevoli musiche orchestrali, l’attesa si nutriva di occhiate ai vip assiepati in tribuna centrale, Paolo Maldini e consorte su tutti. Quando le luci si spengono e il sipario scuro viene giù, gonfia di simbolismo parte “Waiting” (…non c’è motivo di andare avanti finché non sai dove…) con George Michael che ancora non si vede. Al suo posto, un imponente schermo verticale piazzato a centropalco, traduce in diagrammi le frequenze della sua voce cristallina. E’ il preambolo alla regale entrata in scena, l’incipit di uno spettacolo che al cliché dei più comuni concerti pop preferisce quello degli sfarzosi show di Las Vegas. Con la star e il suo abbagliante contorno tecnologico in prima linea (wide screen che s’illuminano di tramonti da cartolina, divi scomparsi, donne impossibili e animazioni d’ogni sorta), e i musicisti (otto + sei coristi di colore) in retroguardia, disposti su balconi metallici, come l’orchestra di certe coreografie sanremesi. Abito nero e lenti fumé, George Michael si materializza con “Flawless” e va avanti per due ore (divise da un break centrale di venti minuti), fra sintetiche effervescenze disco-funk e patinate parentesi acustiche. Sfoggia un’inappuntabile padronanza vocale e l’elegante gestualità di un entertainer d’altri tempi, cavalcando una scaletta che mostra sì qualche calo di tensione (vedi alcune e soporifere ballad minori) ma che, nonostante l’esclusione di successi come “I want your sex” o “Freeek!”, non tradisce l’idea di greatest hits (un quarto di secolo da celebrare) alla base dello show: con “Everything she wants”, “I’m your man” e “Careless whisper” a pagare il doveroso tributo agli Wham!, “Shoot the dog” a forzare ulteriormente i limiti della censura (con tanto di pupazzo gigante di George Bush e un Blair-bulldog che “emula la Lewinski”), e “Faith” e “Amazing” a segnare gli estremi ideali di una carriera solistica avara di pubblicazioni (solo 4 album di inediti in quasi 20 anni) eppure commercialmente assai redditizia (85 milioni di dischi venduti). La festa si chiude con “Freedom” nella riaggiornata versione ‘90, in un vortice di slogan e videoanimazioni che inghiotte e trascina tutto il Forum: è il massimo momento di gloria di Dottor Jekyll. La sofferta sonante rivincita su Mr. Hyde.

(Leo Mansueto)

Live Report: Pearl Jam @ Datchforum Assago 17/09/2006

Settembre 18th, 2006 in Archivio by Redazione Rockol

Può sembrare retorico dire che molte rockstar hanno un rapporto speciale con il pubblico italiano dei concerti. Almeno nel caso dei Pearl Jam, però, è vero: l’ultima calata della band risaliva a sei anni fa, ma quei concerti di Verona e Milano vengono considerati ancora oggi tra i più belli della carriera del gruppo, da fan e dagli stessi Pearl Jam.
Tornando per la prima volta in Europa, i Pearl Jam hanno voluto replicare gli stessi luoghi – l’Arena e il Forum – aggiungendo altre tre date (Bologna, Torino e Pistoia) e decidendo di registrare in questo mini-tour un DVD.
La data di Bologna è stata sicuramente la più sfortunata, penalizzata da una temperatura da Borneo all’interno del PalaMalaguti, e da un’acustica pessima. A Verona un po’ di pioggia ha solo reso più suggestivo lo scenario, e Milano come sei anni fa è rivelata magica per forza e intensità.
“Abbiamo fatto 15 anni di concerti, e il pubblico di Milano è quello che canta meglio in tutto il mondo”, dice Eddie Vedder, verso la fine. La folla del forum ha appena finito di cantare da sola per due minuti il coro di “Black” e la band è immobile sul palco, in estasi. E’ la metà del primo bis, ed è tutto il concerto che il pubblico canta attivamente; spesso Vedder lascia spazio ai cori, anzi li incita come in “Daughter”. Ancora una volta, non è retorica, ma la fame del pubblico italiano verso la musica della band, che finalmente viene saziata dopo sei lunghi anni di attesa.
Il concerto di Milano è iniziato come una fucilata: i Pearl Jam, per l’occasione, rinunciano all’abitudine di iniziare con un pezzo lento, e attaccano sparati con “Go”. Vanno avanti a massima velocità per quasi tutto il set principale. Ogni tanto Vedder si ferma e, bottiglia di vino rosso in mano insieme ad un foglietto con degli appunti, dice qualche parola in italiano. Per esempio raccontando la storia di “MFC”, scritta su una Mini per le strade di Roma, o dedicando il primo pezzo dei bis – una cover acustica di “Picture in a frame” di Tom Waits – alla moglie Olivia, conosciuta sei anni prima proprio a Milano.
Sono in parecchi a dire che questo è il concerto dell’anno: non è difficile credere, vista l’intensità che Vedder e i suoi compari sanno mettere nelle canzoni. Bisognerebbe dire che questo è il tour dell’anno, perchè ad ogni sera i Pearl Jam cambiano più di metà della scaletta, senza ripetersi e creando un feeling speciale con il pubblico, a seconda del posto in cui suonano. Alla fine, sembrano loro quelli a divertirsi di più: il finale – con una cover di “Rockin’ in the free world” di Neil Young seguita dall’inno “Yellow ledbetter” – è a luci accese: la band vuole vedere in faccia il pubblico. Il pubblico ricambia con tutto l’affetto possibile, sperando di non dover aspettare altri sei anni per assistere ad un evento del genere.

(Gianni Sibilla)

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