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Storiografia minima del rock: Ahmet Ertegun, New York ‘73-’77, 1970

Ggennaio 6th, 2012 in Libri by Gianni Sibilla

A memoria, sono anni che non vedo uscire storie ambiziose della musica contemporanea: il rock ed il pop sono fenomeni sempre più frammentati, sempre più difficili da riunire e in un unico volume. Meglio allora raccontare le singole storie, piuttosto che una grande narrazione onnicomprensiva.

Accanto alle care vecchie monografie/biografie di e sugli artisti, accanto alla saggistica che ha tentato di raccontare i cambiamenti della musica, negli ultimi anni hanno preso piede due filoni: raccontare le canzoni (l’infinita variazione sul tema della playlist)  o i singoli album. E, appunto, le storie minime del rock: non gli artisti, ma personaggi apparentemente laterali, periodi precisi, scene e filoni ristretti.

E’ un filone di racconto della musica interessantissimo: negli ultimi mesi ha prodotto diversi libri che vale la pena consigliare e soprattutto leggere. Libri che difficilmente verranno pubblicati in Italia, ma da recuperare comunque se si vuole leggere storie di rock ‘n’ roll raccontate come si deve, scritte attingendo a fonti di prima mano.

Il primo è “The Last Sultan”, di Robert Greenfield (si trova in digitale su iTunes Book Store e su Amazon, in inglese). L’ultimo sultano è Ahmet Ertegun: figlio di un diplomatico turco talmente potente da bloccare la produzione hollywoodiana di un film sul genocidio degli armeni. Ahmet crebbe assieme al fratello Neshui in un ambiente ultra-aristocratico, ma entrambi avevano una passione per la musica che li portò ad allontanarsi dalle proprie origini.  Ertegun – che conservò il suo lignaggio soprattutto nel modo di presentarsi, tanto da venire considerato uno degli uomini più eleganti d’America – divenne il fondatore e l’anima della Atlantic Records, etichetta che ha attraversato più di mezzo secolo di storia della musica, dal jazz e dal blues, al pop e al rock. La sua prima grande scoperta fu Ray Charles, negli anni ‘70 mise sotto contratto i Rolling Stones e lanciò i Led Zeppelin. Ertegun era una rockstar di suo, un rappresentate perfetto del romanticismo dell’industria musicale degli esordi, basata più sul talento e sul fiuto che sull’imprenditorialità pura. Tanto per dire: è morto nel 2006 a seguito di una caduta nel backstage di un concerto degli Stones (che stavano registrando “Shine a light”, film diretto da Scorsese). E gli Zeppelin, in suo onore, si sono riuniti per il famoso e unico concerto del 2007. Greenfield racconta benissimo questa storia, con precisione maniacale delle fonti (interviste originali, rigorosamente citate in nota), ma mai senza appesantire il racconto, zeppo di imprendibili storie di rock ‘n’ roll.

Altro libro che è un vero e proprio concentrato di leggende è “Love goes to buildings on fire” di Will Hermes (sempre in inglese, si trova su Amazon). Il titolo è quello del primo singolo dei Talking Heads (“Love->Building on fire”), perché il libro racconta la New York del ‘73-’77: un periodo e un luogo interessantissimo: ha visto nascere e crescere una generazione di icone, da Patti Smith a Bruce Springsteen, dai Television agli stessi Talking Heads, dal minimalismo di Philip Glass alla trasgressione di Lou Reed solista. Ma in quel luogo e in quel periodo si costruì soprattutto una reazione all’idealismo degli anni ‘60, del flower power californiano che era terminato in una disillusione totale. A New York, in quegli anni, non ci fu solo il proto-punk, l’art rock a cui quel periodo (e lo storico CBGB’s) sono associati. Succedeva di tutto: dal jazz alla musica latina. Il libro è costruito in 5 macro capitoli, uno per ogni anno, che in realtà sono una serie di racconti intrecciati tra di loro, le storie dei personaggi dei luoghi, degli eventi.

Se poi si vuole capire come si è arrivati a quel periodo, un terzo libro è Fire and Rain, di David Browne (anche questo in inglese, e su Amazon) Una storia ancora più minima, quella di un solo anno, ma un anno cerniera tra due ere: il 1970, raccontato attraverso quattro dischi: “Let it be” dei Beatles, “Sweet baby James” di James Taylor, “Bridge over troubled water” di Simon & Garfunkel e “Deja vu” di CSN&Y. Un consiglio complementare: qualche tempo fa è uscito un particolare “cover album” dedicato a canzoni di quell’anno. Lo ha inciso Marc Cohn (“Walking in Memphis”, ricordate?) e si intitola “Listening booth”.

Se dovessi consigliarne uno, e uno soltanto: “The last sultan”, il mio libro musicale del 2011.

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Live Report: Paul McCartney @ Forum, Assago, 27/11/2011

Novembre 28th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Quando mai ti ricapita di vedere un pezzo così importante di storia del rock?

Perché Paul McCartney mancava da 8 anni dall’Italia, e da molti di più da Milano. Così l’arrivo di quel che resta dei Beatles è stato un evento. Il secondo, in un anno: Ringo è passato quest’estate. Ma Paul è Paul.

L’ “On the run tour” sbarca a Milano dopo il debutto europeo della sera prima a Bologna. L’impatto con il Forum non è dei migliori: immerso nella nebbia della periferia milanese (magicamente scomparsa all’uscita), è facile perdersi persino nel parcheggio. Poi, una volta entrati, si viene accolti da musica improbabile: cover dei Beatles diffuse per ingannare l’attesa. Un po’ di cattivo gusto, diciamolo.

Poco dopo le nove, però, Macca sale sul palco e l’emozione del pubblico vola alle stelle in un nanosecondo.

Perché McCartney mette subito le cose in chiaro: arriva vestito con un completo nero e basso Höfner a tracolla, attacca “Hello goodbye”. Se non fosse per le rughe che gli segnano il volto, per l’improbabile colore rossiccio di capelli, si potrebbe quasi pensare ad un filmato d’epoca dei Beatles, reso a colori e proiettato su un megaschermo: lo sguardo è lo stesso di decenni fa. Hai immediatamente la sensazione di avere di fronte uno degli uomini più importanti non solo della storia della musica, ma della cultura popolare. Uno che in Italia non si fa vedere spesso: dettaglio che amplifica la sensazione.

E lui farà di tutto per tenerla viva per tutta la sera, quella sensazione, alternando molte canzoni dei Beatles, a numerose dei Wings. Ma la gente ha esattamente quello che vuole: i classici, cantati come Dio comanda. Perché a 69 anni suonati Macca dimostra una gran forma fisica, ed ha una band che sa il fatto suo. Lui, si alterna tra basso, chitarra elettrica ed  ukulele. Parla, e parecchio: accenna parole in italiano; sorride e fa smorfie, con il suo faccione rimandato dai megaschermi verticali a lato palco. Insomma, si diverte, e si vede.

Così gli perdoni tutto: persino qualche trovata trash, come i botti e i fuochi d’artficio su “Live and let die”, che per un attimo fanno pensare ad un concerto degli Ac/Dc (e che Macca liquida con una smorfia ironica mettendosi le dita nelle orecchie, come a dire “Che casino!”). Gli perdoni soprattutto il terribile megaschermo che incombe su un palco ampio e perfettamente costruito, se non fosse per quelle che immagini che accompagnano le canzoni. Immagini che ora sembrano dei brutti salvaschermi di Windows (galassie, foto che si animano), ora scivolano nell’inutile didascalia (aerei su “Jet”, autostrade e macchine su “Drive my car”, paesaggi su “The long and winding road”).

Ma le canzoni, il repertorio, la potenza dell’icona sono talmente forti che questi sono tutti dettagli secondari; è una festa, un jukebox collettivo: basterebbe il coro di “Hey jude” per giustificare la serata….

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Invece ci sono classici, qualche sorpresa dal repertorio, citazioni per gli amici scomparsi (“Something” per George, “Give peace a chance” messa in coda ad una strepitosa di “A day in the life”). C’è un concerto che nella seconda parte prende il volo per non fermarsi più, con i bis che sono una festa vera e propria. E c’è tanta emozione.

Perché lo spettacolo nello spettacolo è il pubblico: variegato, di ogni età. E felice, felice come una pasqua nelle quasi tre ore di concerto, non si può non guardarsi intorno e vedere i volti estasiati di chi ha atteso una vita per cantare a squarciagola quelle canzoni. Un pubblico che ha ottenuto esattamente quello che voleva, nel miglior modo possibile.

(Gianni Sibilla)

SETLIST:

Hello, Goodbye
Junior’s Farm
All My Loving
Jet
Drive My Car
Sing the Changes
The Night Before
Let Me Roll It
Paperback Writer
The Long and Winding Road
Come and Get It
Nineteen Hundred and Eighty-Five
Maybe I’m Amazed
I’ve Just Seen a Face
I Will
Blackbird
Here Today
Dance Tonight
Mrs Vandebilt
Eleanor Rigby
Something
Band on the Run
Ob-La-Di, Ob-La-Da
Back in the U.S.S.R.
I’ve Got A Feeling
A Day in the Life / Give Peace A Chance
Let It Be
Live and Let Die
Hey Jude
Encore:
The Word/All You Need Is Love/She Loves You
Day Tripper
Get Back
Encore 2:
Yesterday
Helter Skelter
Golden Slumbers / Carry That Weight / The End

Teoria e tecniche del rockumentary

Ottobre 25th, 2011 in Cinema by Gianni Sibilla

Nel weekend ho visto due film che bisognerebbe far studiare o usare come libri di testo per capire quel genere particolare che è il “Rockumentary”. Genere affermato, persino troppo, che negli ultimi tempi ha avuto un boom di produzioni e visibilità. Ma  oggetto difficilissimo da maneggiare, anche per i registi più affermati, con il rischio concreto e incombente che da documentario si trasformi in un’agiografia noiosa.

Il primo è “Living in the material world”, ovvero George Harrison raccontato da Martin Scorsese. La cui visione  ha risvegliato dall’inconscio la mia anima cattedratica, che ogni tanto prende il sopravvento e rischia di farmi partire in analisi pallose quanto i film/dischi che vorrei spiegare. E non è un bene che un film faccia quest’effetto.

Ora: Scorsese è un regista incredibile (è uno dei miei registi preferiti, per la cronaca). Ha fatto grandi cose con la musica, che frequenta da tempi immemorabili. Sua è la regia di “The last waltz”, forse il più bel rock-film di sempre. Recentemente, anche il film-concerto dedicato agli Stones era un gioiello. Ma “Living in the material world” è una delusione su tutta la linea. Detto in termini accademici: una palla gigantesca, fatto con la mano sinistra e senza cuore. Una messa in fila diligente di materiali d’archivio, nulla più, con errori clamorosi (come non mettere neanche i sottopancia a certi personaggi intervistati). E nonostante sia stato realizzato dalla HBO, che in materia di produzioni TV attualmente non ha praticamente rivali.

Lo ammetto, non sono riuscito a vederlo tutto, e me ne vergognavo anche un po’. Mi sono fatto molti scrupoli a scrivere queste righe, finché non ho letto la recensione che avevo commissionato a Franco Zanetti - che invece se l’è visto da capo a coda. Leggetela, e capirete perché il film è una delusione.

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Poi, con un po’ di ritardo, ho finalmente visto “PJ Twenty”, il documentario diretto da Cameron Crowe sui Pearl Jam. Uno che conosce bene la band e la loro storia, avendola vissuta in prima persona; uno che, a differenza di Scorsese, su questo lavoro  ci ha messo la faccia – anche un po’ troppo, visto che racconta tutto in prima persona come voce narrante.

Ma soprattutto Crow ci ha messo il cuore e la tecnica: il racconto è perfetto, avvincente, completo, con soluzioni di regia che ti tengono incollato allo schermo. La storia è completa: c’è tutto quello che ci deve essere ed è affascinante a tutti i livelli, sia che la conosciate già, sia che dobbiate ancora scoprirla. Perché Crowe è riuscito ad andare oltre l’agiografia e a spiergare perché la parabola di questa band vale molto di più della storia per i fan. E’ uno spaccato di costume americano.

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Ecco: se volete capire cos’è il rockumentary, guardatevi in fila questi due film. Poi correte a rivedervi “This is Spinal Tap”. E se non l’avete mai visto, vergognatevi un po’ e rimediate in fretta. Non ripresentatevi al prossimo appello d’esame prima di averlo visto, eh.

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Brands & Music: Snoop Dogg, Maroon 5, Professor Green, Samsung, Coca Cola, Alcatel

Marzo 6th, 2011 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Un modello in una fase di difficoltosa transizione, quello della musica registrata, sta trasformando quella che era un’opzione collaterale in “core business”. La monetizzazione della carriera dell’artista in modalità alternative rispetto alla ormai insufficiente vendita ‘pay per’ dei suoi prodotti, infatti, passa sempre più spesso attraverso l’associazione della sua immagine con marche industriali; al suo meglio, questo fenomeno ha oltrepassato la tradizionale sponsorship per evolvere a forme sempre più sofisticate di “branded content”.

Ma il fenomeno affonda le sue radici in un lontano tempo pre-crisi.

Se negli anni ’60 e ’70 il mondo della pubblicità cominciò ad incorporare l’elemento musica nella comunicazione televisiva con jingle e spot ad hoc che avrebbero affermato presso il pubblico ritornelli così accattivanti da sedimentare una crescente identificazione del suono col prodotto (si pensi alla lunghissima serie di Coca Cola), dagli anni ’80 in poi l’affollamento degli spazi convenzionali cominciò a gettare le basi del cosiddetto ‘below the line’: in altri termini, ogni forma non propriamente tabellare di pubblicità, una teoria di opzioni e piattaforme promozionali esterne all’acquisto di spazi media. Tra loro, la sponsorship:  prima i tour degli artisti più celebri diventarono terreno di comunicazione per la loro capacità di aggregare audience sul territorio e poi, progressivamente, la loro musica si trasformò di per sé in potenziale veicolo di vendita, al punto da soppiantare quella creata appositamente dagli autori a libro paga delle agenzie. La sincronizzazione di pezzi famosi in spot pubblicitari divenne la norma e, per farlo, dovette infrangere diversi tabù culturali, (ri)abbattendo gradualmente le barriere tra arte e commercio. Si pensi al fragore causato dall’utilizzo di “Revolution” dei Beatles per Nike (1987) o di “Start me up” dei Rolling Stones per Microsoft.

Fast forward, 2005-2011: crollano le vendite di CD, detona la musica digitale ma il download a pagamento e lo streaming legale sono ancora lontani dal compensare gli standard di ricavo cui la discografia era abituata. (Sia detto per inciso, non li compenseranno mai). Questo è per l’industria musicale il ‘new normal’: un misto di “direct to fans”, licenze di cataloghi, apps e branded content. E, molto spesso, un finanziatore è gradito.

Per esempio: Snoop Dogg e Samsung. Per promuovere il nuovo smartphone Galaxy Indulge della multinazionale coreana con sistema operativo Android funzionante in 4g, il rapper americano ha appositamente allungato il suo nome in Dogggg (4 g…). Creativo, irriverente e carismatico, Dogg è un naturale in certe cose. L’idea, quindi, affascina ma non sorprende chi ha confidenza col personaggio: la promozione si concretizza in una serie di video online solo su YouTube dal titolo “The G-Connection” (è uno spoof della serie televisiva “The love connection”, celebre dating show oltre oceano), con Warren G come host. Coinvolto anche il retailer MetroPCS, presso i negozi del quale fans/clienti potranno ottenere abbonamenti e condizioni speciali. Per la cronaca, il cellulare appare alla fine, quasi una punteggiatura. E non è irrilevante che YouTube sia una property di Google, come Android.

Per esempio: Professor Green (artista EMI), protagonista di una nuova campagna digitale con Alcatel in Gran Bretagna. Nell’ambito della promozione del nuovo cellulare One Touch 802, il produttore ha scelto il rapper per un concorso della durata di due mesi in partnership con il retailer Phones 4u; il gioco consentirà a clienti ed utenti di vincere biglietti per il tour dell’artista competendo con messaggi sms. E l’artista, grazie alla sua label (che dispone di un team dedicato alle brand partnership, che in effetti si era già cimentata con Alcatel insieme a Eliza Doolittle), ci mette la faccia e la voce: “L’alcatel One Touch 802 è facilissimo da usare e mi permette di stare in contatto con amici e fans mentre sono on the road”. A tutto tondo, insomma: il testimonial giusto per il target, l’attività sul territorio (venues e dettaglianti), engagement (contest), amplificazione dell’iniziativa via Facebook e Twitter sia dall’artista che dai suoi ambassadors (e andrà ancora meglio quando Professor Green smetterà di usare la sua app Echofon, disponibile solo su iPhone…).

Per esempio, Maroon 5 e Coca Cola. “One band, 24 hours”. Il 22 marzo, dal vivo e in diretta da Londra, su coca-cola.com/music andrà in onda una session di 24 ore nella quale i Maroon 5, impegnati in studio a comporre un nuovo brano in sole 24 ore, lo faranno utilizzando i suggerimenti e i contributi dei fans che avranno accesso all’evento grazie a una tecnologia di proiezione interattiva, con la quale i post dei fans (che vedranno da qualsiasi angolazione la band) saranno proiettati in studio su un grande schermo e genereranno reazioni dirette dal gruppo. Così Adam Levine dei Maroon 5: “Noi del gruppo ci ricordiamo bene quando eravamo giovani e facevamo musica nelle nostre camerette, cercando di imitare i nostri eroi. Essere parte di qualcosa di globale come questo che consente di partecipare a qualcosa che avviene a porte chiuse è veramente entusiasmante”. Coca Cola ha aperto una sezione dedicata del proprio sito a eventi come questo, Coca Cola Music, dimostrando di volere dare continuità al formato.

Tre casi, tre esempi diversi. Altri episodi in arrivo…

A hard disk’s night – i Beatles il giorno dopo

Novembre 17th, 2010 in Apple, industria musicale, itunes by Gianni Sibilla

Ieri doveva essere un giorno da ricordare, almeno secondo la Apple. Il giorno in cui i Beatles sono arrivati su iTunes.

In realtà, si tratta di una sconfitta di Steve Jobs mascherata da evento, gestita con la solita abilità mediatica della Apple: il teaser il giorno prima, all’improvviso, poi le indiscrezioni, l’annuncio.

Ora, che i Beatles siano su iTunes è bello, ma che non ci siano stati per tutti questi anni… La loro presenza ora semplicemente fa emergere il sommerso, legalizza (finalmente) quello che molti avevano già fatto, ovvero digitalizzare i propri CD dei Beatles, o scaricarli (illegalmente). E, peraltro, dopo i Beatles ci sono ancora alcuni artisti che resistono alle lusinghe di iTunes…

Il carisma persuasivo di Jobs non è riuscito a convincere quel che resta dei Beatles e, per una volta, si è trovato in posizione di debolezza nella contrattazione, dopo anni in cui ha continuato a sostenere di avere rivoluzionato la musica. Ma le promesse di rivoluzione non hanno funzionato, di fronte al catalogo di quattro artisti che la rivoluzione in musica l’hanno fatta sul serio.

E comunque, il carisma di Jobs ha avuto poca presa anche sulla rete: ieri i commenti che si leggevano in giro sull’operazione erano molto scettici, sia da parte degli addetti ai lavori, sia a da parte dei semplici utenti.

Una delle cose più divertenti (e dissacranti) viste ieri è questo trend su Twitter, #NewBeatlesSongTitles, in cui ci si divertiva a riscrivere i titoli delle canzoni dei Fab Four in chiave informatica: “For the benefit of Mr. Jobs”, “When I’m 64 bit”, “And your bird can ping”, “A hard disk’s night”….

Il senso di colpa di Pete Townshend e la chitarra a 12 corde

Settembre 17th, 2010 in mixtape by Gianni Sibilla

Libri che raccontano la storia di strumenti che hanno fatto la storia del rock, dalla Fender Telecaster alla Gibson LesPauls. Scritti intervistando i musicisti, con dettagli tecnici, ma non troppo (insomma li può leggere anche un non musicista). Li scrive Tony Bacon e li pubblica la Backbeat, si trovano agilmente su Amazon.

Ho appena finito di leggere quello che racconta la storia della Rickenbacker, che in realtà è un libro sull’uso della chitarra a 12 corde elettrificata, dalle suo origini remote nel Bouzouki (che si vede e si sente, per esempio nel recente live di Leonard Cohen) all’esplosione negli anni ‘60 grazie ai Beatles. Una storia parallela del rock, che racconta aneddoti davvero gustosi. Come quello di Pete Townshend, che accettò di fare il testimonial della Rickenbacker per il senso di colpa, perché da giovane ne aveva spaccate troppe sul palco…

Ho fatto quello che avrebbe dovuto fare l’autore – l’unica mancanza del libro – ovvero, una playlist con alcune delle canzoni citate nel libro: Beatles, Byrds, Who, Tom Petty, R.E.M., XTC, Jefferson Airplane, Smiths. Ne è venuta fuori una bella compilation di classic rock.

La vedete/ascoltate qua sotto: per passare da una canzone all’altra cliccate sulle frecce a destra e a sinistra, o sulle immagini in basso.

http://www.youtube.com/view_play_list?p=B11BF2C1229B4E4A

Favole della ricostruzione delle ristampe

Maggio 19th, 2010 in Uncategorized by Gianni Sibilla

A cosa servono oggi le ristampe dei dischi? La domanda mi viene dopo avere letto che i R.E.M. pubblicheranno a luglio una nuova versione rimasterizzata di “Fables of the reconstruction”. Questa volta – dopo le ristampe di “Murmur” e “Reckoning”, che contevano concerti d’epoca – pare ne valga davvero la pena.

Il secondo CD contiene 14 demo inediti (e di cui non si conosceva l’esistenza), con tutto il disco live in studio. Forse sarà la volta buona per rivalutare l’album più controverso della band, registrato a Londra con Joe Boyd (produttore dei Fairport Convention) in condizioni difficili. Le canzoni hanno resistito al tempo, tanto che alcune vengono ancora suonate dalla band a 25 anni di distanza. Ma il suono di quell’album ha sempre diviso i fan. C’è anche un inedito, “Throw your trolls away”, che gira in rete da qualche settimana: non un granché, un abbozzo che contiene spezzoni di quella che sarebbe diventata “I believe”.

A parte questo caso specifico, il fatto è che da anni la discografia ci inonda di ristampe. Da quando esiste il CD, le ristampe sono una scusa per rivenderci sempre la stessa roba, con la scusa di maggiore qualità e qualche inedito.

E sempre più spesso – sia detto senza mezzi termini – le ristampe sono fatte con il culo. I bonus sono pochi, il materiale magari è già noto ai fan. Il packaging è semplice, le note informative sono poche. La rimasterizzazione, poi: i dischi magari sono ristampati con i suoni compressi rispetto agli originali (le cosiddette “loudness wars”).

Insomma, le ristampe diventano un modo per spillare soldi alle tasche dei fan, facendo il minimo indispensabile. Chiaro, non tutti possono permettersi il lavoro fatto sui master dei Beatles lo scorso settembre (peraltro vendute a prezzo pieno, e con un packaging minimale. Ma sono i Beatles, appunto…).

Però è lecito aspettarsi qualche cosa in più di quello che si vede nelle ristampe che mediamente vengono messe in commercio ultimamente. Ed è un peccato, perché questo è il terreno su cui si dovrebbe combattere la pirateria: quello del valore aggiunto dell’oggetto fisico e della qualità sonora che il digitale non può avere.

Gli esempi? credo che ogni consumatore compulsivo si sia incavolato almeno una volta, negli ultimi tempi, per avere comprato una ristampa che prometteva chissà cosa, e invece…

Il partito dell’amore

Aprile 27th, 2010 in Reports by Massimiliano Leva

Londra, 1967

Le label del futuro, tra Jack White e Tunecore, tra A&R e Piattaforma

Aprile 26th, 2010 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Innovazione, fallimenti e fusioni sono tipici dei periodi di discontinuità e trasformazione. Nel caso dell’industria musicale, impegnata a ricostruirsi un modello di business, il bicchiere può apparire mezzo pieno se si guarda alla qualità e alla quantità di risorse che la crisi, come era prevedibile, sta finalmente liberando.  Mentre la discografia tradizionale gestisce una dolorosa fase di ristrutturazione, dallo smisurato villaggio indie giungono idee, proposte, iniziative e tentativi.

Definiamo ristrutturazione. Accorpamenti, licenziamenti, valorizzazione del catalogo, sfoltimento del roster.

Definiamo indie. Indipendente, non major, non mainstream. Per estensione: unsigned, emergente, fai da te.

Nel 2010 la musica indie e la tecnologia indie,  da direzioni opposte e con obiettivi diversi, stanno gradualmente definendo un nuovo ambiente di sviluppo della musica, in cui la creazione artistica prima e il prodotto poi nascono e fluiscono in senso moderno e coerente con il loro tempo.  Come due galassie originate dal big bang tecnologico che ha spianato le vecchie barriere all’ingresso, i mondi paralleli della Piattaforma e dell’A&R segnano gli antipodi di un universo che potrebbe essere il prossimo.

La genesi della Piattaforma si può far risalire ai vagiti dei primi, mitici hacker (non ‘cracker’) che, dal MIT e dalla Silicon Valley, tra gli anni Sessanta e Settanta gettarono le basi della rivoluzione tecnologica, trasformandosi da ‘geek’ a eroi e cambiando per sempre il nostro mondo, con effetti visibili ai più dagli anni Ottanta in poi.  L’humus della Piattaforma, invece, è il codice aperto, da cui deriva la via partecipativa allo sviluppo che genera un esercito sempre più folto di piccoli inventori  trasversale alle latitudini  che, a sua volta, produce ogni giorno una pletora di mezzi, strumenti e applicazioni, molte delle quali riguardano la musica (che, come è noto, è la punta di diamante della sperimentazione digitale dei media da che internet esiste) e si aprono un varco laddove una volta sorgevano barriere all’ingresso erette all’insegna delle economie di scala e dalla massa critica minima. Dove, di preciso? Nella discografia, per esempio. Ne è un fulgido esempio TuneCore, oggi forse il benchmark per antonomasia della moderna label digitale: un’architettura, un sistema – una piattaforma - accessibile a chiunque, modulare, dove produrre, distribuire, vendere, mixare, confezionare, promuovere la propria musica, con infiniti plugin per diffonderla in modo virale, con applicazioni native per propagandarla sul mobile, con variabili per declinarla su più formati e supporti. E, al pari di TuneCore, vanno affermandosi anche altri esempi: è il caso dell’altrettanto americana ReverbNation o della recente e italiana Sounday.

Le origini del pianeta A&R, invece, sono ben più remote. (Definiamo A&R: artists & repertoire, alla lettera; scoperta e ‘talent scouting’, in senso pratico). Risalgono all’intuito di impresari di menestrelli o, saltando in avanti fino al secolo scorso, al genio di discografici ante-litteram, come Sam Phillips, o di artisti con velleità discografiche, come i Beatles o Caterina Caselli per citarne giusto due. Ai mesi nostri, alcuni dei nomi che più facilmente vengono in mente sono quelli di Jack White (Third Man Records) o dei Kings Of Leon (Serpents And Snakes), ovvero di una categoria di superstar più nello status (perchè sono sì celeberrimi ma, soprattutto, sono rispettati e celebrati)  che nella dimensione e nella disponibilità economica (la loro è ancora distante milioni di euro e di copie da quella di chi, solo pochi anni fa, osava cimentarsi nella fondazione di una etichetta: Madonna, Mariah Carey, Noel Gallaghera/Oasis etc).  Esponenti di un underground con una matrice rock ma trasversali a generi e sotto-generi. Per certi versi, musicisti capaci di patrocinare i propri pari, di garantire sul talento di colleghi non noti, di mettere il proprio gusto a disposizione del pubblico.

Crollate le barriere degli esorbitanti costi di produzione e di distribuzione, prolifera l’idea della Piattaforma. Sfoltiti i roster delle major per manifesta impossibilità di coltivarli, ecco il ’seeding’ degli artisti per gli artisti, ecco l’A&R di marca, uguale a sè stesso nei secoli ma, oggi, capace di passare dalla teoria alla pratica anche con risorse limitate e di ripristinare l’unico collo di bottiglia che ha senso: il talento.

Le nuove label digitali saranno tali quando nasceranno intorno a effettive competenze sullo scouting e quando la Piattaforma sarà diventata trasparente, trasformatasi da know-how a commodity, uno strumento assolutamente necessario e irrinunciabile ma solo un braccio per la mente di un A&R agilissimo e qualificato. Le nuove label digitali saranno un ibrido tra etichette e media, così come i siti sono già da qualche anno un mix tra testate e e-commerce.  Ma un ibrido confortevole, organico e coerente, non più la acerba somma di componenti disgiunte che è oggi. C’è una distanza da coprire, lunga come il MySpace attuale (un enorme database incapace di distillare e promuovere opportunità) ma su cui in questo secondo stanno lavorando in migliaia e, da un antipodo all’altro, si colgono i primi entusiasmanti segnali.

Beatles: more than Jesus

Aprile 15th, 2010 in Reports by Massimiliano Leva

La notizia è di qualche giorno fa. Il Vaticano ha perdonato i Beatles. Caspita, verrebbe da dire, e chissà che papa Ratzinger ora non faccia pure lunghe passeggiate ascoltando “Revolution” sul suo iPod. Il fatto suscita in realtà un sorriso.

Tutto cominciò 44 anni fa, quando nel marzo 1966 l’Evening Standard pubblicò un’intervista in cui John Lennon, che in quel momento era immerso nella lettura di “Passover the plot” di HJ Schonfield, romanzo su tematiche religiose, dichiarava che il cristianesimo sarebbe sparito. “Non ho bisogno di discuterne: ho ragione e i fatti lo dimostreranno. In questo momento noi siamo più popolari di Gesù”. L’affermazione a effetto, non c’è che dire, sepolta tra le altre risposte di Lennon, passò inosservata in Inghilterra, dove il pubblico era abituato alle sue dichiarazioni provocatorie. Ma quando il 29 luglio Datebook, una rivista per adolescenti americana, comprò i diritti dell’articolo, pubblicandolo con un titolo inequivocabile, “Non so se finirà prima il rock’n’roll o il cristianesimo”, gli americani, e in particolare la cosiddetta Bible belt, ossia la regione degli Stati Uniti del sud abitata in gran parte da cristiani protestanti, reagirono in tutt’altro modo in vista dell’imminente terzo tour dei Beatles. 

In Alabama ventidue stazioni radiofoniche bandirono la musica dei quattro e diedero vita a una crociata contro Lennon e i Beatles. Altre emittenti organizzarono roghi pubblici, incitando i fan a bruciare i dischi del gruppo. Membri del Ku Klux Klan parlarono di attentati e l’attenzione pubblica mise per la prima volta in discussione l’aura dei Favolosi di Liverpool, da tempo ormai lontani dallo stereotipo dei quattro ragazzi “yeah yeah”. Per i genitori americani che il venerdì sera giocavano a bowling e la domenica preparavano il barbecue era arrivato il momento di chiedersi dove avessero fallito con i loro figli, cedendo alle lusinghe della British Invasion e dei suoi sempre più debosciati adepti: non solo Beatles, ma anche altri cattivi esempi come Rolling Stones, Animals, Who, Yardbirds, Kinks.

La situazione era così drammatica e il timore che qualcuno, come successo a JFK, potesse nel catino di folla degli stadi addirittura sparare a uno dei quattro, che Brian Epstein, il loro manager, a un certo punto pensò di annullare la tournée. Ma troppi soldi erano in ballo. E così, quando alle 16 e 55 dell’11 agosto i Beatles atterrarono a Chicago, prima data del tour, c’era un’insolita folla di curiosi ad attenderli. Quello stesso giorno, al ventisettesimo piano dell’Astor Towers Hotel, a 25 anni, John Lennon visse forse una delle sue più traumatiche esperienze, dovendo scusarsi – tesissimo e ferito nell’orgoglio – davanti alle telecamere di tutta la nazione. La tournée, ultima tranche di una serie precedente di concerti in Germania, Giappone e Filippine, dove i Beatles vennero quasi linciati per aver snobbato un invito di Imelda e Ferdinando Marcos, virò inevitabilmente verso il peggio.  

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Pur guadagnando una barca di quattrini, in alcune città degli Stati Uniti gli stadi per la prima volta erano per metà vuoti. Il 19 agosto i quattro ricevettero una telefonata da un anonimo che annunciava la loro morte. A Memphis, durante il secondo concerto serale, scoppiò un petardo in sala e per un attimo si temette davvero il peggio. A Cleveland 2500 fans invasero il palco. A St. Louis furono costretti a suonare sotto la pioggia scrosciante solo con una copertura di plastica sulla testa installata all’ultimo minuto. A Los Angeles il furgone blindato su cui viaggiavano venne circondato dai fan impazziti e dovettero aspettare due ore chiusi lì dentro prima che la polizia riuscisse a liberarli. A Cincinnati furono obbligati a rinviare lo show, suonando il giorno dopo due concerti in due città differenti a più di 500 miglia di distanza.

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Un anno fa ho avuto la fortuna di conoscere Robert Whitaker, il fotografo ufficiale dei quattro dal 1964 al 1966. Mi raccontò che quando il 24 giugno i Beatles partirono per la prima data in Baviera, a Monaco, l’atmosfera era rilassata e felice. Certo, per loro essere a Manila, Sydney, Madrid o New York era sempre la stessa trafila: aeroporti, limousine, alberghi, stadi, limousine, aeroporti. Essere un Beatles era una maledizione per una rockstar. Ma in fondo erano musicisti con i piedi per terra, un po’ mattacchioni, ma bravi ragazzi. Riuscivano sempre a ingannare il tempo nelle lunghe ore di noia delle loro stanze private: giocavano a carte, disegnavano, facevano arrivare mercanti con souvenir del luogo, scrivevano canzoni e chissà come, in quella paranoia, avevano sempre idee brillanti. “Fumavano anche erba che portavano in giro in una valigetta affidata al loro assistente Neil Aspinall, caso mai alla dogana qualcuno avesse voglia di controllare, anche se nessuno mai ebbe la sfrontatezza di aprire uno dei bagagli dei Favolosi – mi raccontò Whitaker. – A volte, quando arrivava il momento di lasciare l’albergo, si camuffavano da camerieri, con tanto di parrucche, o si nascondevano negli armadi o sotto il letto, giusto per farsi due risate vedendo sbiancare l’addetto di turno che andava a prelevarli, subito convinto che fossero stati rapiti”.

Ma questa aria spensierata era già svanita da tempo quando la sera del 29 agosto 1966 i Beatles salutarono i 25mila fan urlanti del Candlestick Park di San Francisco, ultima data del tour americano. Per varie ragioni, non ultimo il putiferio scatenato dalle dichiarazioni di Lennon, deciserò che quello sarebbe stato the last one, l’ultimo concerto per sempre. Per certi versi, quella sera, finì un’epoca. Meno male che oggi, quarant’anni e oltre più tardi, la Chiesa li ha perdonati.

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