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“sPOSTati un po’ più In LA” – “Blackbird”

Maggio 22nd, 2013 in Reports by Carolina Piola

“Blackbird” - Brad Mehldau piano version

Oggi mi è capitato di imbattermi in questa splendida cover, tanto bella da apparire quasi un po’ riduttivo definirla tale. Il brano, già un capolavoro di suo, uno dei molteplici firmati Lennon-McCartney, trova nella straordinaria bravura del pianista americano Brad Mehldau un’interpretazione da brividi, invogliando a un ascolto in loop.
Artista di fama internazionale, nonché eccellente pianista jazz e compositore, Mehldau, oltre a portare in giro un trio tutto suo, ha calcato innumerevoli palchi di prestigio e suonato insieme al non plus ultra della musica jazz: Pat Metheny, Wayne Shorter, Peter Bernstein, Jimmy Cobb sono solo alcuni dei nomi con i quali Mehldau ha condiviso la scena, ai quali si aggiungono ad esempio quelli di Renèe Fleming o John Mayer.
Classe 1970, incontra il jazz da ragazzino e non lo abbandona più, sebbene continui a coltivare quella matrice classica all’origine della sua formazione. Questo lo si avverte ad esempio nella tendenza a suonare melodie separate con ciascuna mano, affidando loro schemi metrico-ritmici decisamente complessi ed inusuali, come ad esempio un 7/4.
Tra le cifre stilistiche che lo caratterizzano, inoltre, spicca la tendenza ad andare in controtendenza: tipico di Mehldau è creare un ostinato con la mano destra e affidare alla sinistra lo sviluppo di una linea melodica, a differenza di quanto accade normalmente.
Registrando principalmente per la Nonesuch Records, oltre ad accompagnarsi ai grandi del panorama jazz internazionale e a comporre brani originali, con il suo trio Mehldau si dedica ad arrangiamenti jazz di musica popolare, in particolare di musica rock.
Nick Drake, i Beatles, i Radiohead, Paul Simon e tanti altri trovano così nelle mani di Melhdau una nuova veste che, sebbene decisamente trasformata e rimodellata rispetto all’originale, mostra sempre una certa classe e uno stile d’eccezione.

Nota in più:
“Blackbird singing in the dead of night/
Take these broken wings and learn to fly/
All your life/
You were only waiting for this moment to arise…”

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“sPOSTati un po’ più In LA” – “Let it be”

Maggio 12th, 2013 in Reports by Carolina Piola


“Let it be” – Paul McCartney (1969)

“Una notte, in quel periodo nervoso e teso che stavo vivendo, mi apparve in sogno mia mamma, che era morta dieci anni prima, anzi di più. Fu molto confortante, perché nel sogno mi diceva: “Andrà tutto bene”. Non sono certo che abbia usato le parole “Let it be”, così sia, ma il senso del suo avvertimento era quello, e fu quel sogno a spingermi a scrivere la canzone, partendo dal suo nome “Mother Mary”, mamma Mary”.
A ispirare Paul quel capolavoro che porta il nome di “Let it be”, perché come avrete ben capito è Paul McCartney a raccontare, fu quella visita inaspettata di sua madre che, in una notte di autunno del 1968, mentre le registrazioni di “The Beatles” erano in via di completamento e gli animi della gente sulla via della rivoluzione, decise di andarlo a trovare per rassicurarlo, come solo le mamme sanno fare, qualsiasi età abbiano, ovunque siano: vicine, lontane o oltre.
Il caso volle poi che la madre di McCartney si chiamasse Mary, Maria e questo fece ritenere a molti che il testo si riferisse alla Madonna, conducendo inevitabilmente a far sì che la canzone assumesse risonanze religiose.
Sebbene ad ispirare Paul fosse stata “soltanto” sua madre e la canzone non avesse per lui un qualche collegamento con la figura cristiana di Maria, quando gli venne domandato se per caso così fosse, diede una risposta meravigliosa e soprattutto molto intelligente: “Se qualcuno vuole interpretarla così, io non ho niente in contrario. Se qualcuno vuole trovarci un modo per sostenere la propria fede, per me non è un problema. Penso che sia molto bello avere fede, in qualsiasi cosa, in questo mondo in cui viviamo”.
Ed è così, infatti, che dovrebbe essere. Ogni canzone ha una propria storia, quella che ci racconta chi l’ha scritta per farci sapere come è nata, perché, in quale occasione o per chi. Ma poi ogni canzone ha altri milioni di storie, tutte molto spesso altrettanto o ancor più vere, reali, sincere e profonde di quella che ci racconta l’autore. Sono le storie di coloro che, per un motivo o per l’altro hanno incrociato il proprio cammino con quella canzone e, in base al momento che stavano vivendo o semplicemente alla persona che sono, ne hanno dato una propria lettura e interpretazione facendola un po’ loro.
Ed è così che dovrebbe essere.
Lennon, da noto cinico-burlone quale era, si dilettò parecchio nel tempo a prendere in giro l’amico Paul per aver scritto questo brano, affermando che probabilmente voleva solo scrivere una canzone alla “Bridge Over Trouble Water” – sebbene quest’ultima uscì successivamente a “Let it be” e quindi Paul non poteva in alcun modo averla presa come riferimento – o arrivando addirittura a storpiarne i versi, intervenendo maliziosamente con suggerimenti di modifica (“And in my hour of darkness she is standing left in front of me, squeaking turds of whisky over me”), ma tutti sappiamo, compreso lo stesso John, che a farlo parlare così era solo quell’antica storia della sana competizione tra “Lennon e McCartney”, ormai diventata tradizione.
“Let it be”, infatti, racchiudeva e racchiude in sé qualcosa che va oltre, portando a pensare che non tutte le coincidenze siano semplicemente casualità e che forse quell’apparizione in sogno, in un periodo particolarmente tormentato, di una mamma che porta il nome di Maria che ti dice: “Andrà tutto bene”, poi tradotto in “Lascia che sia” – “Così sia” (dunque, anche Amen), volente o nolente, qualcosa di grande, superiore o mistico, ad ogni modo, lo conservi.

Nota in più: dedicata a tutte le mamme del mondo: alla mia, a cui dedicai questa canzone alcuni anni fa, regalandole il testo dopo aver sostituito il nome di Maria con il suo, Patrizia; ancor di più a quelle mamme che sono andate oltre, ma che sapranno sempre quando arrivare a trovarci in sogno per farsi sentire, per rassicurarci, per dirci: “Andrà tutto bene”.

…..

“And when the night is cloudy,
There is still a light that shines on me,
Shine on until tomorrow, let it be.
I wake up to the sound of music
Mother Mary comes to me
Speaking words of wisdom, let it be”

“E quando la notte è cupa
C’è ancora una luce che risplende su di me,
Splenderà fino a domani, lascia che sia
Mi sveglio al suono della musica
Madre Maria viene da me
Pronunciando parole di saggezza, lascia che sia”

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“sPOSTati un po’ più In LA” – “Papa was a Rolling Stone”

Maggio 9th, 2013 in Reports by Carolina Piola

“Papa was a Rolling Stone” – The Temptations (1972)

Qualcuno ha affermato che i “Temptations” abbiano influenzato l’R&B e il Soul, tanto quanto i Beatles hanno fatto con il Pop e il Rock.
Le origini del gruppo risalgono agli anni ‘60 quando ancora si chiamavano “The Elgins”, ma la loro storia si intreccia al brano in questione solo nel 1972, quando la Motown Records glielo affidò.
Si tratta di una “soul song” scritta proprio da due autori della Motown, Norman Whitfield e Barret Strong per “The Undisputed Truth”, gruppo costituito dallo stesso Whitfield, produttore della Motown, con l’intento di sperimentare e approfondire la tecnica del cosìddetto “psychedelic soul”.
Classificato come uno dei maggiori gruppi, non solo vocali ma di successo, della storia della musica, i Temptations rientrano anche tra i più longevi; nonostante i molteplici cambi di formazione e i nuovi arrivi – dei componenti storici rimane solo più Otis Williams – a tutt’oggi continuano ad esibirsi nella veste originale di “vocalists and dancers”, prodotti dalla Universal.
Con i Temptations “Papa was a Rolling Stone” divenne una registrazione da ben 12 minuti, dove 3.53 (più dell’intera durata del brano nella sua versione originale!) sono “solo” di introduzione. Fu sempre Whitfield a decidere di rifarla affidandole una simile struttura. Composta da tre strofe, ciascuna delle quali è separata da estesi passaggi strumentali dove si mescolano diverse tessiture, la canzone si regge su una semplice figura di basso, o meglio di contrabbasso, composta da tre note che stabiliscono il tema musicale. Sostenuta costantemente dai piatti della batteria, ad essa si affiancano progressivamente altri strumenti, come una chitarra blues, il mitico “wah-wah” di chitarra, note di piano elettrico, corni, archi e battiti di mani.
Oltre all’insolita durata, altro elemento di rilievo è che, nonostante vari continuamente, arricchendosi di strumenti e nuove parti senza mai stufare l’orecchio, il brano si estende per tutto il tempo su un unico accordo, ossia il B flat minor, Si bemolle minore.
Alternando le linee vocali alle parti solo strumentali, le quattro voci maschili di Dennis Edward, Melvin Franklin, Richard Street e Eddie Kendrikcs, assumendo il ruolo di fratelli che interrogano la loro madre circa la morte del padre defunto cantano:
“Papa was a rollin’ stone/wherever he laid his hat was his home/and when he died, all he left us was alone”.
Nonostante la lunga durata e la matrice sperimentale, nel 1973 la canzone si aggiudicò ben 3 Grammy Awards e, parallelamente, un posto di diritto nell’olimpo dei classici soul.
Insieme ad altre due hit come “My Girl” e “Just My imagination (Running away with me), “Papa was a Rolling Stone” figura nella “Rock and Roll Hall of Fame’s 500 Songs”.

Tutto questo deriva dal fatto che quelle tre note di basso, i “wah wah” a seguire e il resto della baraonda mi frullano in testa da un po’ di giorni.

Nota in più: dovuto l’ascolto della versione madre dei “The Undisputed Truth” che, a differenza di questa, venne presto dimenticata.

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“sPOSTati un po’ più In LA” – “Next to me”

Maggio 6th, 2013 in Reports by Carolina Piola

“Next to me” – Emeli Sandé (2012)

Alla cantautrice scozzese Emeli Sandè evidentemente non bastava aver vinto due Brit Awards, (giusto per citare una categoria, data la lunghissima lista di “awards” incassati), esser stata protagonista di entrambe le cerimonie di apertura e chiusura delle Olimpiadi di Londra 2012 e gareggiare per due Ivor Novello Awards.
La 26enne autrice di numerosissime hit di successo interpretate da artisti come Susan Boyle, Leona Lewis, Rihanna, Alesha Dixon e Cheryl Cole (sempre per citarne alcuni, dato che anche qui la lista continuerebbe…) da pochi giorni può affermare di aver “battuto”, o meglio, spodestato niente-po-po-di-meno che…. quel gruppetto di ragazzini di Liverpool chiamati Beatles!
Una ragazzetta di 26 anni che spodesta i Beatles?!??? Ma da dove poi???! Ebbene, sobbalzate pure dalla sedia, ma è proprio così.
Mentre si avvicina l’arrivo del nuovo album che, secondo le ultime dichiarazioni rilasciate dal dirigente della Virgin, etichetta della Sandè, dovrebbe giungere a inizio 2014, “Our version of events”, uscito a febbraio dello scorso anno, continua a vendere copie su copie, ma la vera notizia è un’altra – e qui arriviamo alla detronizzazione dei ragazzetti di scarsa fama -.
L’album della giovane Emeli raggiungendo le 63 settimane consecutive in TOP 10 nella più recente classifica UK, oltre a restare stabilmente in classifica per il suo intero arco di vita, avrebbe clamorosamente battuto ogni record. I Fab Four infatti, detenevano scettro, trono, corona e allori da ben mezzo secolo, ossia da quando la loro “Please please me” aveva toccato le 62 settimane di permanenza prima di salutare la TOP 10.
Insomma, la ragazza sicuramente merita e anche l’album.
In un altro contesto verrebbe da presentarne le caratteristiche, elogiarne le doti artistiche, provare a capire meglio chi e quali stili l’abbiano influenzata, in che ambiente sia cresciuta e quali siano le sue armi vincenti.
Ma, dopo una notizia del genere, viene anche spontaneo pensare che, ad ogni modo, come lei e come il suo disco, ce ne sono stati parecchie/i altri prima e ce ne sono tutt’oggi.
Quindi, dopo aver formulato questo logico pensiero, tutto il resto lascia forzatamente il posto a un solo ed unico quesito: “Quali misteriose correnti gravitazionali e quali mistiche forze sovrannaturali hanno concesso a quell’album di rimanere fermo lì, oscillando al maaassimo dalla quarta alla nona posizione, per ben 64 settimane???”
A Giacobbo, l’ardua sentenza.
In ogni caso, se fossi la Sandé, più che gongolarmi mi comincerei a preoccupare per essermi spinta così oltre.
Non gliel’ha mai detto nessuno che se osi sfidare i Beatles, Elvis, Jimi Hendrix, i Led Zeppelin e Michael Jackson, rischi di diventare membro onorario del Club 27?! ;)

Nota in più: non per dire, maaa…I concerti alla Royal Albert Hall, tutta un’altra storia.

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Storiografia minima del rock: Ahmet Ertegun, New York ‘73-’77, 1970

Ggennaio 6th, 2012 in Libri by Gianni Sibilla

A memoria, sono anni che non vedo uscire storie ambiziose della musica contemporanea: il rock ed il pop sono fenomeni sempre più frammentati, sempre più difficili da riunire e in un unico volume. Meglio allora raccontare le singole storie, piuttosto che una grande narrazione onnicomprensiva.

Accanto alle care vecchie monografie/biografie di e sugli artisti, accanto alla saggistica che ha tentato di raccontare i cambiamenti della musica, negli ultimi anni hanno preso piede due filoni: raccontare le canzoni (l’infinita variazione sul tema della playlist)  o i singoli album. E, appunto, le storie minime del rock: non gli artisti, ma personaggi apparentemente laterali, periodi precisi, scene e filoni ristretti.

E’ un filone di racconto della musica interessantissimo: negli ultimi mesi ha prodotto diversi libri che vale la pena consigliare e soprattutto leggere. Libri che difficilmente verranno pubblicati in Italia, ma da recuperare comunque se si vuole leggere storie di rock ‘n’ roll raccontate come si deve, scritte attingendo a fonti di prima mano.

Il primo è “The Last Sultan”, di Robert Greenfield (si trova in digitale su iTunes Book Store e su Amazon, in inglese). L’ultimo sultano è Ahmet Ertegun: figlio di un diplomatico turco talmente potente da bloccare la produzione hollywoodiana di un film sul genocidio degli armeni. Ahmet crebbe assieme al fratello Neshui in un ambiente ultra-aristocratico, ma entrambi avevano una passione per la musica che li portò ad allontanarsi dalle proprie origini.  Ertegun – che conservò il suo lignaggio soprattutto nel modo di presentarsi, tanto da venire considerato uno degli uomini più eleganti d’America – divenne il fondatore e l’anima della Atlantic Records, etichetta che ha attraversato più di mezzo secolo di storia della musica, dal jazz e dal blues, al pop e al rock. La sua prima grande scoperta fu Ray Charles, negli anni ‘70 mise sotto contratto i Rolling Stones e lanciò i Led Zeppelin. Ertegun era una rockstar di suo, un rappresentate perfetto del romanticismo dell’industria musicale degli esordi, basata più sul talento e sul fiuto che sull’imprenditorialità pura. Tanto per dire: è morto nel 2006 a seguito di una caduta nel backstage di un concerto degli Stones (che stavano registrando “Shine a light”, film diretto da Scorsese). E gli Zeppelin, in suo onore, si sono riuniti per il famoso e unico concerto del 2007. Greenfield racconta benissimo questa storia, con precisione maniacale delle fonti (interviste originali, rigorosamente citate in nota), ma mai senza appesantire il racconto, zeppo di imprendibili storie di rock ‘n’ roll.

Altro libro che è un vero e proprio concentrato di leggende è “Love goes to buildings on fire” di Will Hermes (sempre in inglese, si trova su Amazon). Il titolo è quello del primo singolo dei Talking Heads (“Love->Building on fire”), perché il libro racconta la New York del ‘73-’77: un periodo e un luogo interessantissimo: ha visto nascere e crescere una generazione di icone, da Patti Smith a Bruce Springsteen, dai Television agli stessi Talking Heads, dal minimalismo di Philip Glass alla trasgressione di Lou Reed solista. Ma in quel luogo e in quel periodo si costruì soprattutto una reazione all’idealismo degli anni ‘60, del flower power californiano che era terminato in una disillusione totale. A New York, in quegli anni, non ci fu solo il proto-punk, l’art rock a cui quel periodo (e lo storico CBGB’s) sono associati. Succedeva di tutto: dal jazz alla musica latina. Il libro è costruito in 5 macro capitoli, uno per ogni anno, che in realtà sono una serie di racconti intrecciati tra di loro, le storie dei personaggi dei luoghi, degli eventi.

Se poi si vuole capire come si è arrivati a quel periodo, un terzo libro è Fire and Rain, di David Browne (anche questo in inglese, e su Amazon) Una storia ancora più minima, quella di un solo anno, ma un anno cerniera tra due ere: il 1970, raccontato attraverso quattro dischi: “Let it be” dei Beatles, “Sweet baby James” di James Taylor, “Bridge over troubled water” di Simon & Garfunkel e “Deja vu” di CSN&Y. Un consiglio complementare: qualche tempo fa è uscito un particolare “cover album” dedicato a canzoni di quell’anno. Lo ha inciso Marc Cohn (“Walking in Memphis”, ricordate?) e si intitola “Listening booth”.

Se dovessi consigliarne uno, e uno soltanto: “The last sultan”, il mio libro musicale del 2011.

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Live Report: Paul McCartney @ Forum, Assago, 27/11/2011

Novembre 28th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Quando mai ti ricapita di vedere un pezzo così importante di storia del rock?

Perché Paul McCartney mancava da 8 anni dall’Italia, e da molti di più da Milano. Così l’arrivo di quel che resta dei Beatles è stato un evento. Il secondo, in un anno: Ringo è passato quest’estate. Ma Paul è Paul.

L’ “On the run tour” sbarca a Milano dopo il debutto europeo della sera prima a Bologna. L’impatto con il Forum non è dei migliori: immerso nella nebbia della periferia milanese (magicamente scomparsa all’uscita), è facile perdersi persino nel parcheggio. Poi, una volta entrati, si viene accolti da musica improbabile: cover dei Beatles diffuse per ingannare l’attesa. Un po’ di cattivo gusto, diciamolo.

Poco dopo le nove, però, Macca sale sul palco e l’emozione del pubblico vola alle stelle in un nanosecondo.

Perché McCartney mette subito le cose in chiaro: arriva vestito con un completo nero e basso Höfner a tracolla, attacca “Hello goodbye”. Se non fosse per le rughe che gli segnano il volto, per l’improbabile colore rossiccio di capelli, si potrebbe quasi pensare ad un filmato d’epoca dei Beatles, reso a colori e proiettato su un megaschermo: lo sguardo è lo stesso di decenni fa. Hai immediatamente la sensazione di avere di fronte uno degli uomini più importanti non solo della storia della musica, ma della cultura popolare. Uno che in Italia non si fa vedere spesso: dettaglio che amplifica la sensazione.

E lui farà di tutto per tenerla viva per tutta la sera, quella sensazione, alternando molte canzoni dei Beatles, a numerose dei Wings. Ma la gente ha esattamente quello che vuole: i classici, cantati come Dio comanda. Perché a 69 anni suonati Macca dimostra una gran forma fisica, ed ha una band che sa il fatto suo. Lui, si alterna tra basso, chitarra elettrica ed  ukulele. Parla, e parecchio: accenna parole in italiano; sorride e fa smorfie, con il suo faccione rimandato dai megaschermi verticali a lato palco. Insomma, si diverte, e si vede.

Così gli perdoni tutto: persino qualche trovata trash, come i botti e i fuochi d’artficio su “Live and let die”, che per un attimo fanno pensare ad un concerto degli Ac/Dc (e che Macca liquida con una smorfia ironica mettendosi le dita nelle orecchie, come a dire “Che casino!”). Gli perdoni soprattutto il terribile megaschermo che incombe su un palco ampio e perfettamente costruito, se non fosse per quelle che immagini che accompagnano le canzoni. Immagini che ora sembrano dei brutti salvaschermi di Windows (galassie, foto che si animano), ora scivolano nell’inutile didascalia (aerei su “Jet”, autostrade e macchine su “Drive my car”, paesaggi su “The long and winding road”).

Ma le canzoni, il repertorio, la potenza dell’icona sono talmente forti che questi sono tutti dettagli secondari; è una festa, un jukebox collettivo: basterebbe il coro di “Hey jude” per giustificare la serata….

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Invece ci sono classici, qualche sorpresa dal repertorio, citazioni per gli amici scomparsi (“Something” per George, “Give peace a chance” messa in coda ad una strepitosa di “A day in the life”). C’è un concerto che nella seconda parte prende il volo per non fermarsi più, con i bis che sono una festa vera e propria. E c’è tanta emozione.

Perché lo spettacolo nello spettacolo è il pubblico: variegato, di ogni età. E felice, felice come una pasqua nelle quasi tre ore di concerto, non si può non guardarsi intorno e vedere i volti estasiati di chi ha atteso una vita per cantare a squarciagola quelle canzoni. Un pubblico che ha ottenuto esattamente quello che voleva, nel miglior modo possibile.

(Gianni Sibilla)

SETLIST:

Hello, Goodbye
Junior’s Farm
All My Loving
Jet
Drive My Car
Sing the Changes
The Night Before
Let Me Roll It
Paperback Writer
The Long and Winding Road
Come and Get It
Nineteen Hundred and Eighty-Five
Maybe I’m Amazed
I’ve Just Seen a Face
I Will
Blackbird
Here Today
Dance Tonight
Mrs Vandebilt
Eleanor Rigby
Something
Band on the Run
Ob-La-Di, Ob-La-Da
Back in the U.S.S.R.
I’ve Got A Feeling
A Day in the Life / Give Peace A Chance
Let It Be
Live and Let Die
Hey Jude
Encore:
The Word/All You Need Is Love/She Loves You
Day Tripper
Get Back
Encore 2:
Yesterday
Helter Skelter
Golden Slumbers / Carry That Weight / The End

Teoria e tecniche del rockumentary

Ottobre 25th, 2011 in Cinema by Gianni Sibilla

Nel weekend ho visto due film che bisognerebbe far studiare o usare come libri di testo per capire quel genere particolare che è il “Rockumentary”. Genere affermato, persino troppo, che negli ultimi tempi ha avuto un boom di produzioni e visibilità. Ma  oggetto difficilissimo da maneggiare, anche per i registi più affermati, con il rischio concreto e incombente che da documentario si trasformi in un’agiografia noiosa.

Il primo è “Living in the material world”, ovvero George Harrison raccontato da Martin Scorsese. La cui visione  ha risvegliato dall’inconscio la mia anima cattedratica, che ogni tanto prende il sopravvento e rischia di farmi partire in analisi pallose quanto i film/dischi che vorrei spiegare. E non è un bene che un film faccia quest’effetto.

Ora: Scorsese è un regista incredibile (è uno dei miei registi preferiti, per la cronaca). Ha fatto grandi cose con la musica, che frequenta da tempi immemorabili. Sua è la regia di “The last waltz”, forse il più bel rock-film di sempre. Recentemente, anche il film-concerto dedicato agli Stones era un gioiello. Ma “Living in the material world” è una delusione su tutta la linea. Detto in termini accademici: una palla gigantesca, fatto con la mano sinistra e senza cuore. Una messa in fila diligente di materiali d’archivio, nulla più, con errori clamorosi (come non mettere neanche i sottopancia a certi personaggi intervistati). E nonostante sia stato realizzato dalla HBO, che in materia di produzioni TV attualmente non ha praticamente rivali.

Lo ammetto, non sono riuscito a vederlo tutto, e me ne vergognavo anche un po’. Mi sono fatto molti scrupoli a scrivere queste righe, finché non ho letto la recensione che avevo commissionato a Franco Zanetti - che invece se l’è visto da capo a coda. Leggetela, e capirete perché il film è una delusione.

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Poi, con un po’ di ritardo, ho finalmente visto “PJ Twenty”, il documentario diretto da Cameron Crowe sui Pearl Jam. Uno che conosce bene la band e la loro storia, avendola vissuta in prima persona; uno che, a differenza di Scorsese, su questo lavoro  ci ha messo la faccia – anche un po’ troppo, visto che racconta tutto in prima persona come voce narrante.

Ma soprattutto Crow ci ha messo il cuore e la tecnica: il racconto è perfetto, avvincente, completo, con soluzioni di regia che ti tengono incollato allo schermo. La storia è completa: c’è tutto quello che ci deve essere ed è affascinante a tutti i livelli, sia che la conosciate già, sia che dobbiate ancora scoprirla. Perché Crowe è riuscito ad andare oltre l’agiografia e a spiergare perché la parabola di questa band vale molto di più della storia per i fan. E’ uno spaccato di costume americano.

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Ecco: se volete capire cos’è il rockumentary, guardatevi in fila questi due film. Poi correte a rivedervi “This is Spinal Tap”. E se non l’avete mai visto, vergognatevi un po’ e rimediate in fretta. Non ripresentatevi al prossimo appello d’esame prima di averlo visto, eh.

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Brands & Music: Snoop Dogg, Maroon 5, Professor Green, Samsung, Coca Cola, Alcatel

Marzo 6th, 2011 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Un modello in una fase di difficoltosa transizione, quello della musica registrata, sta trasformando quella che era un’opzione collaterale in “core business”. La monetizzazione della carriera dell’artista in modalità alternative rispetto alla ormai insufficiente vendita ‘pay per’ dei suoi prodotti, infatti, passa sempre più spesso attraverso l’associazione della sua immagine con marche industriali; al suo meglio, questo fenomeno ha oltrepassato la tradizionale sponsorship per evolvere a forme sempre più sofisticate di “branded content”.

Ma il fenomeno affonda le sue radici in un lontano tempo pre-crisi.

Se negli anni ’60 e ’70 il mondo della pubblicità cominciò ad incorporare l’elemento musica nella comunicazione televisiva con jingle e spot ad hoc che avrebbero affermato presso il pubblico ritornelli così accattivanti da sedimentare una crescente identificazione del suono col prodotto (si pensi alla lunghissima serie di Coca Cola), dagli anni ’80 in poi l’affollamento degli spazi convenzionali cominciò a gettare le basi del cosiddetto ‘below the line’: in altri termini, ogni forma non propriamente tabellare di pubblicità, una teoria di opzioni e piattaforme promozionali esterne all’acquisto di spazi media. Tra loro, la sponsorship:  prima i tour degli artisti più celebri diventarono terreno di comunicazione per la loro capacità di aggregare audience sul territorio e poi, progressivamente, la loro musica si trasformò di per sé in potenziale veicolo di vendita, al punto da soppiantare quella creata appositamente dagli autori a libro paga delle agenzie. La sincronizzazione di pezzi famosi in spot pubblicitari divenne la norma e, per farlo, dovette infrangere diversi tabù culturali, (ri)abbattendo gradualmente le barriere tra arte e commercio. Si pensi al fragore causato dall’utilizzo di “Revolution” dei Beatles per Nike (1987) o di “Start me up” dei Rolling Stones per Microsoft.

Fast forward, 2005-2011: crollano le vendite di CD, detona la musica digitale ma il download a pagamento e lo streaming legale sono ancora lontani dal compensare gli standard di ricavo cui la discografia era abituata. (Sia detto per inciso, non li compenseranno mai). Questo è per l’industria musicale il ‘new normal’: un misto di “direct to fans”, licenze di cataloghi, apps e branded content. E, molto spesso, un finanziatore è gradito.

Per esempio: Snoop Dogg e Samsung. Per promuovere il nuovo smartphone Galaxy Indulge della multinazionale coreana con sistema operativo Android funzionante in 4g, il rapper americano ha appositamente allungato il suo nome in Dogggg (4 g…). Creativo, irriverente e carismatico, Dogg è un naturale in certe cose. L’idea, quindi, affascina ma non sorprende chi ha confidenza col personaggio: la promozione si concretizza in una serie di video online solo su YouTube dal titolo “The G-Connection” (è uno spoof della serie televisiva “The love connection”, celebre dating show oltre oceano), con Warren G come host. Coinvolto anche il retailer MetroPCS, presso i negozi del quale fans/clienti potranno ottenere abbonamenti e condizioni speciali. Per la cronaca, il cellulare appare alla fine, quasi una punteggiatura. E non è irrilevante che YouTube sia una property di Google, come Android.

Per esempio: Professor Green (artista EMI), protagonista di una nuova campagna digitale con Alcatel in Gran Bretagna. Nell’ambito della promozione del nuovo cellulare One Touch 802, il produttore ha scelto il rapper per un concorso della durata di due mesi in partnership con il retailer Phones 4u; il gioco consentirà a clienti ed utenti di vincere biglietti per il tour dell’artista competendo con messaggi sms. E l’artista, grazie alla sua label (che dispone di un team dedicato alle brand partnership, che in effetti si era già cimentata con Alcatel insieme a Eliza Doolittle), ci mette la faccia e la voce: “L’alcatel One Touch 802 è facilissimo da usare e mi permette di stare in contatto con amici e fans mentre sono on the road”. A tutto tondo, insomma: il testimonial giusto per il target, l’attività sul territorio (venues e dettaglianti), engagement (contest), amplificazione dell’iniziativa via Facebook e Twitter sia dall’artista che dai suoi ambassadors (e andrà ancora meglio quando Professor Green smetterà di usare la sua app Echofon, disponibile solo su iPhone…).

Per esempio, Maroon 5 e Coca Cola. “One band, 24 hours”. Il 22 marzo, dal vivo e in diretta da Londra, su coca-cola.com/music andrà in onda una session di 24 ore nella quale i Maroon 5, impegnati in studio a comporre un nuovo brano in sole 24 ore, lo faranno utilizzando i suggerimenti e i contributi dei fans che avranno accesso all’evento grazie a una tecnologia di proiezione interattiva, con la quale i post dei fans (che vedranno da qualsiasi angolazione la band) saranno proiettati in studio su un grande schermo e genereranno reazioni dirette dal gruppo. Così Adam Levine dei Maroon 5: “Noi del gruppo ci ricordiamo bene quando eravamo giovani e facevamo musica nelle nostre camerette, cercando di imitare i nostri eroi. Essere parte di qualcosa di globale come questo che consente di partecipare a qualcosa che avviene a porte chiuse è veramente entusiasmante”. Coca Cola ha aperto una sezione dedicata del proprio sito a eventi come questo, Coca Cola Music, dimostrando di volere dare continuità al formato.

Tre casi, tre esempi diversi. Altri episodi in arrivo…

A hard disk’s night – i Beatles il giorno dopo

Novembre 17th, 2010 in Apple, industria musicale, itunes by Gianni Sibilla

Ieri doveva essere un giorno da ricordare, almeno secondo la Apple. Il giorno in cui i Beatles sono arrivati su iTunes.

In realtà, si tratta di una sconfitta di Steve Jobs mascherata da evento, gestita con la solita abilità mediatica della Apple: il teaser il giorno prima, all’improvviso, poi le indiscrezioni, l’annuncio.

Ora, che i Beatles siano su iTunes è bello, ma che non ci siano stati per tutti questi anni… La loro presenza ora semplicemente fa emergere il sommerso, legalizza (finalmente) quello che molti avevano già fatto, ovvero digitalizzare i propri CD dei Beatles, o scaricarli (illegalmente). E, peraltro, dopo i Beatles ci sono ancora alcuni artisti che resistono alle lusinghe di iTunes…

Il carisma persuasivo di Jobs non è riuscito a convincere quel che resta dei Beatles e, per una volta, si è trovato in posizione di debolezza nella contrattazione, dopo anni in cui ha continuato a sostenere di avere rivoluzionato la musica. Ma le promesse di rivoluzione non hanno funzionato, di fronte al catalogo di quattro artisti che la rivoluzione in musica l’hanno fatta sul serio.

E comunque, il carisma di Jobs ha avuto poca presa anche sulla rete: ieri i commenti che si leggevano in giro sull’operazione erano molto scettici, sia da parte degli addetti ai lavori, sia a da parte dei semplici utenti.

Una delle cose più divertenti (e dissacranti) viste ieri è questo trend su Twitter, #NewBeatlesSongTitles, in cui ci si divertiva a riscrivere i titoli delle canzoni dei Fab Four in chiave informatica: “For the benefit of Mr. Jobs”, “When I’m 64 bit”, “And your bird can ping”, “A hard disk’s night”….

Il senso di colpa di Pete Townshend e la chitarra a 12 corde

Settembre 17th, 2010 in mixtape by Gianni Sibilla

Libri che raccontano la storia di strumenti che hanno fatto la storia del rock, dalla Fender Telecaster alla Gibson LesPauls. Scritti intervistando i musicisti, con dettagli tecnici, ma non troppo (insomma li può leggere anche un non musicista). Li scrive Tony Bacon e li pubblica la Backbeat, si trovano agilmente su Amazon.

Ho appena finito di leggere quello che racconta la storia della Rickenbacker, che in realtà è un libro sull’uso della chitarra a 12 corde elettrificata, dalle suo origini remote nel Bouzouki (che si vede e si sente, per esempio nel recente live di Leonard Cohen) all’esplosione negli anni ‘60 grazie ai Beatles. Una storia parallela del rock, che racconta aneddoti davvero gustosi. Come quello di Pete Townshend, che accettò di fare il testimonial della Rickenbacker per il senso di colpa, perché da giovane ne aveva spaccate troppe sul palco…

Ho fatto quello che avrebbe dovuto fare l’autore – l’unica mancanza del libro – ovvero, una playlist con alcune delle canzoni citate nel libro: Beatles, Byrds, Who, Tom Petty, R.E.M., XTC, Jefferson Airplane, Smiths. Ne è venuta fuori una bella compilation di classic rock.

La vedete/ascoltate qua sotto: per passare da una canzone all’altra cliccate sulle frecce a destra e a sinistra, o sulle immagini in basso.

http://www.youtube.com/view_play_list?p=B11BF2C1229B4E4A

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