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Something stays in place

Maggio 17th, 2011 in Uncategorized by Gianni Sibilla

Neanche a scriverla, sarebbe potuta venire meglio di così. Il cantante più di sinistra degli ultimi decenni, suona in uno dei luoghi storici della sinistra milanese, la sera in cui la sinistra fa vedere di contare ancora qualcosa a Milano e in Italia.

Billy Bragg suona alla Camera del Lavoro la sera in cui Pisapia porta al ballottaggio la Moratti, staccandola di 7 punti.

Non sono un analista politico – e non voglio esserlo. La strada è ancora lunga, ci aspettano due settimane di fuoco. Però un po’ ieri sera al concerto si respirava un’aria di festa. Un po’ contenuta dalla scaramanzia, che Bragg – grande intrattenitore oltre che performer – ha subito smorzato con una battuta in apertura:

“Arriviamo da un weekend di votazioni storiche! Raphael Gualazzi è stato votato secondo all’Eurovision…”

E così via, tra una canzone e una storia, tra un racconto ed un piccolo comizio. A tratti sembrava un “Middle aged Clash Drinking Club”: un ritrovo di 40-50 anni cresciuti a Clash e birre, come ha detto lo stesso Bragg. Ma non c’era nostalgia, solo voglia di ascoltare grande musica, e fare due chiacchiere in una giornata che, comunque vada a finire, ci ricorderemo  in molti.

Se volete una cronaca del concerto, leggete quella del collega Alfredo Marziano, che nei giorni scorsi ha raccontato la data di Torino meglio di come io possa mai fare.

Per quello che mi riguarda, tutto questo è una scusa per postare qualche video di ieri, tra cui la canzone con cui ho conosciuto Bragg, una delle mie preferite di sempre, una storia di come la musica – in questo caso quella della Motown – possa aiutarti anche nei momenti più brutti.

“When the world falls apart, something stays in place. She took off the Four Tops tape, and put it back in its case”

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Live Report: Billy Bragg @ Spazio 211, Torino 12/05/11

Maggio 13th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Plettri, asciugamani, bacchette, rose, tamburelli. In anni di concerti dai palchi si è visto buttare di tutto. Ieri sera, allo Spazio 211 di Torino, l’inglesissimo Billy Bragg ha chiosato la sua performance con il lancio di una bustina da tè, bevanda miracolosa che sorseggiava tra un pezzo e l’altro nel tentativo di mantenere l’intonazione (è un rimedio, ha scherzato, suggeritogli da Madonna). Nonostante il profilo espanso da un incipiente “beer belly” e i capelli ingrigiti, a 53 anni Bragg resta un performer coinvolgente e comunicativo, sempre magistrale nel mischiare “pop & politics” alternando incitazioni appassionate ad aneddoti divertenti. Un cantastorie e un entertainer a cui bastano una chitarra (elettrica, per gran parte dello show, acustica per un paio di numeri) e una lingua sciolta (che si sforza di rendere comprensibile, a dispetto dell’accento cockney) per tenere insieme un’ora e tre quarti di show senza cali di tensione. Resta la sintesi migliore possibile sulla piazza tra Woody Guthrie, omaggiato con tre canzoni autografe, e i Clash, il cui concerto al Rock Against the Racism del 1978 a Londra rappresentò la sua personale epifania (lo racconta sempre, anche stasera). Di Guthrie racconta l’infatuazione per Ingrid Bergman, nata dalla visione del film “Stromboli”di Rossellini che gli ispirò le metafore sessuali del vulcano in eruzione. E ricorda implicitamente che anche la sua chitarra ammazza i fascisti, legando l’antica “All fascists” del maestro alla sua “The battle of Barking”, resoconto di una significativa vittoria elettorale conseguita nel distretto dell’Est londinese in cui è nato. Tra le pennate fiere ed energiche di “NPWA” (che significa “niente potere senza responsabilità”) rende attuale il suo messaggio politico prendendo di mira il WTO, le grandi banche e la globalizzazione selvaggia; poco prima, sbeffeggia un discorso di George W. Bush che al G7, dopo l’esplosione del “credit crunch”, invocò la difesa del capitalismo democratico (“Un ossimoro, una contraddizione in termini: come l’intelligenza militare, il football americano e il bunga bunga”). Combatte il cinismo (“Non solo quello di Berlusconi e di Tony Blair, ma quello – più pericoloso – che alberga dentro di noi), i fascismi e i razzismi, sventolando orgoglioso le sue canzoni-inno e dichiarandosi inguaribile ottimista, sempre disposto a vedere il bicchiero mezzo pieno (“Tomorrow’s going to be a better day”, una delle quattro selezioni dal recente Ep “Presssure drop” nato a commento dell’omonimo show teatrale). Ma è anche un delicato osservatore dei sentimenti e dell’Uomo Comune, un Ken Loach o un Mike Leigh del pentagramma capace di schizzare vividi quadretti di vita quotidiana e di esprimere grandi tenerezze in ballate come “A lover sings”, “The Saturday boy”, “Greetings to the new brunette”, “Must I paint you a picture” e “Tank park salute”, meravigliosa e struggente dedica al padre scomparso. E’ loquace come sempre: ricorda che è troppo tempo che manca da Torino (“Quanti sono? Quindici, diciassette anni?”), suscita sincere risate giocando sull’equivoca assonanza tra mais e mice (topi), a proposito degli ingredienti dell’insalata che ha mangiato per pranzo, coinvolge il pubblico a cantare in coro “The milkman of human kindness”, “Levi Stubb’s tears” e l’inno sindacale di “There is power in a union” come in un classico hootenanny dopolavoristico e proletario, accarezzando e maltrattando le corde da “rocker compassionevole” quale è sempre stato. Fino all’apoteosi finale dell’immancabile “A new England”, manifesto di un uomo e musicista consapevole che “la musica non può cambiare il mondo, ma può spingere le persone a farlo”. Impagabile.

(Alfredo Marziano)

Setlist

The world turned upside down”

To have and to have not”

The price I pay”

Greetings to the new brunette”

Tomorrow’s going to be a better day”

Ingrid Bergman”

Way over yonder in the minor key”

A lover sings”

NPWA”

Sexuality”

The battle of Barking”

All you fascists”

The Saturday boy”

Must I paint you a picture”

There will be a reckoning”

The milkman of human kindness”

Levi Stubbs’ tears”

I keep faith”

There is power in a union”

(bis)

Tank park salute”

A new England”

Valentine day (is over)

Ffebbraio 14th, 2011 in Nuova musica by Gianni Sibilla

Adesso vedi che tocca rivalutare San Valentino, festa fatta per vendere gadget inutili e riempire tutti i ristoranti almeno per una sera.

Il motivo? Adam Duritz. Mentre i suoi Counting Crows sono in pausa, lui passa le notti a twittare al suo milione e passa di follower, raccontando i fatti suoi. Ogni tanto fa il DJ su blip, condivdendo musica. Ma da qualche giorno a questa parte, e fino a San Valentino, ha deciso di incidere e regalare una canzone al giorno. Una canzone di San Valentino.

Si è messo lì, e ha inciso brani di Steve Earle, Tom Waits, Ryan Adams, Bob Dylan. Sono versioni al piano, un po’ sghembe, reperibili sul suo account SoundCloud. E mi ricordano proprio un po’ Tom Waits: belle, nella loro imperfezione. E  arrivano da una delle voci più intense e belle del rock americano degli ultimi 20 anni…

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La mia canzone preferita di San Valentino, rimane questa, tutt’altro che romantica, di Billy Bragg…

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La (mia) canzone del 2010

Dicembre 2nd, 2010 in Nuova musica, Playlist by Gianni Sibilla

Tra un referendum e l’altro si inizia a tirare le somme di questo anno e anche di questo decennio: fatevi un giro su Dieci!, che abbiamo messo in piedi a Rockol con un po’ di amici, oppure se volete una cosa più esterofila guardate questa bella lista di Paste

Per il momento segnalo la mia canzone preferita dell’anno. Una di quelle canzoni da “something stays in place”, per dirla alla Billy Bragg, che ha tutto quello che dovrebbe avere una grande canzone: grande melodia, grande testo, interpretazione da brividi, e soprattutto qualcosa che ti emoziona, ti rimane adosso in momenti belli e meno belli.

E’ “Lantern”, di Josh Ritter, cantautore di cui ho già parlato parecchio altrove. E’ uscito EP con tre versioni della canzone, di cui due live davvero spettacolari. E’ uscito solo in Irlanda, dove Josh Ritter ha un gran seguito, ma lo si può ascoltare su SoundCloud.

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Music Reporters by Rockol
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