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Recensione di: “If not now, when?” il nuovo disco degli Incubus uscito il 12 luglio 2011

Luglio 16th, 2011 in Reports by Valentina Defassi

E’ ora di crescere: If not now, when?

Premessa:
Ho letto decine di recensioni da web magazine italiani, scritte chiaramente da incompetenti e qualunquisti di professione, che per riempire le righe non sanno fare altro che tirare fuori squallide battute sullo strabismo del dj Kilmore o della bellezza del cantante che sa eccitare le folle di ragazzine. Cose vere, per carità, ma andiamo un po’ in profondità, per favore.
Per la par condicio e per cercare di capire se proprio solo in Italia questo album non è stato capito e apprezzato, mi sono messa a leggere un po’ di recensioni prese da webzine straniere e – sorpresa o sospiro di sollievo – le opinioni e il registro letterario erano molto diverse e migliori.
Anni fa feci anche io questo sporco “mestiere” del recensore di dischi, che abbandonai piuttosto presto per mancanza di tempo e grande ispirazione, perché quello che sapevo e so fare meglio è fotografare, e non scrivere. Tuttavia posso dire di sapere quanto sia difficile questo ruolo. Purtroppo, nella maggior parte dei casi, l’ascolto viene fatto in modo superficiale e difficilmente si conoscono tutti i retroscena della band.
Sono una fan degli Incubus da 10 anni ormai, amministro il forum di Incubus Italia e di recente ho anche incontrato la band al loro ultimo concerto in Europa, un mese fa, il 17 giugno a Berlino: se permettete qualcosa ne so e vorrei dire la mia…

“If not now, when?” esce dopo 5 anni rispetto il loro ultimo lavoro “Light Grenades”, che possiamo onestamente classificare come il loro peggior album della carriera.
Avevamo già intuito da tempo, quindi, il cambio di rotta verso melodie più tranquille e pop.
Ma nei testi c’era ancora molta rabbia e astio, molto probabilmente causati dalla rottura sentimentale tra il cantante Brandon Boyd e la modella Caroline Murphy.
In questi anni le cose sono cambiate: Brandon ha trovato il vero amore equilibrato, il batterista Josè è diventato padre, il chitarrista Mike si è laureato in fisica all’Università di Hardward come un vero nerd, discutendo anche al Cern di Ginevra con i maggiori fisici.
Mi fanno ridere quelli che ancora sperano in un ritorno a “S.C.I.E.N.C.E.”, il loro disco più “nu-metal” (o definitelo come vi pare) uscito nel 1997.
Chi li conosce un po’, infatti, sa che ogni loro disco è diverso, è un cambiar rotta come un pirata ubriaco, robe da far invidia a Jack Sparrow.
A riguardo di questo disco, Brandon Boyd ha recentemente dichiarato a MTV news:

“Sì, ci siamo divisi in quote – Adoro quella parola, e così pesantemente connotata – durante gli scorsi cinque anni. E non è che ci fossimo stancati di essere una band o di essere questa band; credo che tutti ci siamo accorti di non esserci staccati da questo mostro che abbiamo creato, che avrebbe iniziato a consumarci.
E per essere in grado di tornare a scrivere musica che continuasse ad essere pura nella sua etica, per noi come persone creative, dovevamo prenderci un bel pezzo di vita reale. C’è una maniera ancora migliore per spiegarlo. Dovevamo disfare le valigie, fondamentalmente.
Dovevamo piantare delle radici, per evitare che iniziassimo a scrivere canzoni sul vivere in tour su un bus. Perciò dovevamo innamorarci, mettere su casa…il nostro batterista ha avuto una bambina, Michael ha finito la scuola, io ho esplorato a fondo le mie tendenze creative. Non siamo stati a casa a girarci i pollici o cose del genere; ognuno di noi ha avuto un gran da fare. E alla fine siamo arrivati al punto in cui abbiamo detto: – E’ il momento-”.

IS TIME.

Eh già. E’ ora.
Il nuovo album inizia proprio con la canzone che dà nome al disco: “If not now, when?” tradotto all’istante nel nostro “Se non ora quando?” – che ricorda subito il tormentone utilizzato dal popolo rosa contro gli scandali del nostro Premier, ma gli Incubus non si sono di certo ispirati a questo movimento.
Torniamo sulla giusta rotta:

“I’ve waited all my life
If not now, when will I?
We’ve been good
Even a blast, but
Don’t you feel like something’s missing here?
Don’t you dare

I’ve waited all my life
If not now, when will I?
Stand up and face the bright light
Don’t hide your eyes
It’s time”

In queste due strofe è racchiuso il nuovo inno della band, il grido disperato della voglia di cambiare, della consapevolezza che c’era qualcosa che mancava nelle loro vite (e, sostanzialmente, anche nelle nostre), della paura di osare che spesso di impedisce di esprimerci al meglio.
Ci invitano ad alzare la testa e a smettere di nasconderci: è ora di agire.

“Promises, promises” è una ballata ispirata dalla storia di una giovane ragazza ferita dall’amore, la quale si nasconde dalla vita reale dietro ad una corazza e preferisce seguire la band e improvvisare giochi di magia per loro.
Qualche mese fa, prima che il singolo uscisse, la band ha indetto un concorso per i fan, postando solo il testo e la partitura, e ha chiesto loro di interpretarla a proprio piacimento. Inoltre tutto il materiale fornito dalla band più alcuni disegni di Josè è stato rilegato in un quaderno e messo all’asta su Ebay per raccogliere fondi per i terremotati di Fukushima tramite la loro associazione benefica Make Yourself Foundation. L’asta si è conclusa a 2.500 $.

“Friend and lovers” è una dichiarazione d’amore bellissima e per niente banale.
“What’s wrong with you is good
for what’s wrong with me
and I think maybe we should stick together.
Because in the end, we are friends and lovers
We are friends and lovers. “

- Quello che c’è di sbagliato in te va bene con quello che c’è di sbagliato in me. E credo che insieme combaceremmo bene. Perché, in fin dei conti, siamo amici e amanti. –
Semplice, ma perfetta.

Con “Thieves” cambiamo registro, sia musicalmente sia concettualmente. Si parla di ladri che si godono la vita più di tutti e sanno venderci l’acqua sulla riva di un fiume. Ma le ombre si attaccano su tutti noi,
anche su quelli convinti di essere protetti e immuni.

“Isadore” parla di un amore lesbico, è un viaggio ai confini del mondo a bordo di una mongolfiera per toccare la luna e le stelle. Ma nel viaggio il loro amore si dissolve e una volta arrivate in cima si accorgono che c’è un solo paracadute…è arrivata l’ora di dirsi addio.

The Original” è un esempio da seguire, è una persona dalla mente originale, non comune ad altri, che sa incantare e domare una mente irrequieta e piena di fantasmi.

“Defiance” – “disprezzo” – è la canzone meno riuscita del disco. Ad un testo così duro sarebbero state più adatte delle sonorità più adeguate, più rock, e non un lamento sottotono.

Se siete vecchi fans alla ricerca di un po’ di movimento, siete arrivati a questo punto del disco e vi siete già stufati di ascoltarlo, andate avanti, perché presto rimarrete sorpresi.

Arriva infatti il capolavoro “In the company of wolves”: un viaggio psichedelico di sette minuti e mezzo, con sonorità spiazzanti e allucinanti, soprattutto nella seconda parte. La mia preferita di questo disco. L’ho ascoltata in anteprima live il 17 giugno a Berlino ed è pura goduria per orecchie raffinate e non per sporche orecchie intasate di cerume.

Finalmente si balla con “Switchblade” e “Adolescents”, le due canzoni più “vecchio Incubus style” del disco.
Sembra di aver cambiato disco e di essere tornati indietro nel tempo.

Tomorrow’s Food” è una canzone che il chitarrista Mike Einziger scrisse più di 2 anni fa, musicalmente la paragono alla “Aqueous Transmission” che chiudeva “Morning View”, il loro quarto disco uscito nel 2001: è una canzone che ci fa riflettere sulla fine del mondo e del fatto che tutti noi siamo “il cibo del domani”.

In conclusione, riassumendo le mie impressioni su questo disco, posso dire che ammiro e amo questa band proprio perché osa cambiare sempre genere musicale e tematiche.
Li amo perché non sopportano essere etichettati e fanno sempre un po’ come gli pare.
E’ vero che le sonorità sono più pop rispetto ad ogni loro album mai fatto e che le melodie sono semplici, ma è un disco tuttavia di qualità, perché la semplicità è ricercata con intelligenza. Lo ha dichiarato la stessa band: queste erano le loro intenzioni. Tutto questo potrebbe fare storcere il naso a moltissimi fans, pure a me, che adoro più le sonorità dure e scatenate e che sono l’antiromanticismo per eccellenza. Ma vi dirò: questo album mi ha fatto venire voglia di innamorarmi di nuovo, di distruggere tutti gli scheletri del mio armadio e di affrontare le mie paure. E’ ora di cambiare, di crescere.
Mike Einziger ha recentemente dichiarato in un’intervista:
“Sono arrivato ad una certa età – circa 14, 15 anni – in cui la gente iniziava a identificarsi socialmente a seconda della musica che ascoltava. Del tipo “Ascolto questa musica, perciò esco con questa gente. E la band stampata sulla tua maglietta fa schifo. Mi piace quest’altra band”. Per me è stato sempre strano che la gente si dividesse in gruppi e formasse la propria identità in base alla musica che piaceva loro. La ragione per cui mi sembrava strano era perchè ho sempre visto che la musica è tutta musica. Perchè c’è bisogno d’indossare una maglietta e diventare sinonimo di un certo gruppo di persone? Per me era tutto unito.
Perciò, in un certo modo, ho sentito che la nostra band è po’ così – non c’identifichiamo realmente in un determinato gruppo di persone. Siamo un agglomerato di tutta quella roba, fuori ai margini. E penso che questo ci abbia permesso di essere ancora qui dopo vent’anni. Fermamente. E’ come se non ci adattiamo a niente. Alcuni direbbero sia una cosa negativa, ma noi lo siamo. Siamo ancora qui.”

Ecco, la maggior parte delle persone ha inteso questa scelta come una cosa negativa, ma io no: mi piace pensare che gli Incubus rimarranno per sempre una band per alieni come me, corvi al di fuori del proprio stormo.
P.s. Questa recensione è stata scritta senza la previa assunzione di sostanze stupefacenti.

Valentina D.

Da oggi è disponibile per l’acquisto il CD “La musica è una cosa seria” di M.Art

Giugno 3rd, 2011 in Reports by MinervArt

Da oggi è disponibile per l’acquisto il CD dell’album/manifesto
“La musica è una cosa seria” – artisti vari di MinervArt

ordinalo sul sito:
http://minervart.bandcamp.com/

Verrà inviato a casa vostra al costo di 10 euro + spedizione.

L’album contiene nuovi brani inediti di: ZetaZero, Nakria, Pivirama, VeneziA, Andrea Veltroni, Cerra, Domino Harvey, Graf, Nicola Ganci, Il Grande Caldo.
Inoltre chi acquista il CD avrà diritto ad altro materiale extra che verrà rilasciato come bonus prossimamente!

Sostieni la musica indipendente!
Grazie
M.Art

www.minervart.it

p.s. ascolta il nuovo singolo degli ZZ qui: http://www.youtube.com/watch?v=4CH_Aw5NOp8

La nuvola può attendere

Giugno 8th, 2010 in Apple, iPhone, industria musicale, music cloud by Gianni Sibilla

Ieri Steve Jobs ha presentato il nuovo iPhone. Un’ora e mezza di “keynote”, dedicato solo al nuovo telefono “reinventato”, dice lui. Ma anche pieno di cose vecchie come la videochiamata…

Nessun cenno agli altri progetti che i futurologi attribuivano alla Apple. Non si è parlato, per esempio, del servizio di streaming musicale, di cui si era discusso parecchio fino ad un mese fa, dopo l’acquisizione (e la successiva chiusura) di Lala.

Non voglio entrare nel gioco delle previsioni su ciò che farà Apple (uno sport che vanta fin troppi campioni), ma è probabile che, se mai verrà lanciato, avverà a settembre, mese tradizionalmente riservato ai “keynote” musicali.

Detto questo, nutro molti dubbi sui progetti di music cloud. L’idea stessa della nuvola – spostare su server remoti servizi e documenti da condividere, per alleggerire i nostri computer – è molto di moda, e con alcune cose funziona molto bene, per carità.

Però è la sua applicazione alla musica che mi lascia perplesso. Un’applicazione che viene da lontano, dall’idea di un”celestial jukebox” che contenga tutta la musica del mondo. Un’idea a cui si sono ispirati diversi servizi: Pandora, Last.Fm…

Sostanzialmente, l’idea della Music Cloud è: pago un abbonamento, in cambio posso accedere alla musica che il servizio mi offre, da remoto. E, in contemporanea, carico la mia musica su un server remoto, e vi accedo quando voglio, dal computer, dal telefonino, all’iPad.

Il prezzo che paghiamo non è solo quello della connessione all’accesso (altri soldi che lasciamo agli ISP?).

Il prezzo che paghiamo è la rinuncia definitiva al possesso fisico della musica. Il nostro rapporto fisico con la musica ha iniziato a deteriorarsi da tempo, dal passaggio al vinile (oggetto caldo, bello) al CD (oggetto piccolo, freddo). Poi ci si è messa la pirateria (che ci ha abituato ad oggetti ancora più brutti – i cd masterizzati – o inesistenti, come i file). E tutti gli eventi successivi che ben si conoscon.

Personalmente non sono ancora pronto a rinunciare alla presenza fisica della musica, sia anche solo in forma di mp3 sul mio hard disk. Non voglio dipendere da una connessione per ascoltare un disco.

Un servizio del genere può essere un’integrazione, non la soluzione. Bello per ascoltare quella canzone o quel disco che hai sentito per caso. Non abbastanza se quel disco ti piace davvero, e lo vuoi avere.

Ora, capisco che l’idea di una Music Cloud serva all’industria per regolarizzare e monetizzare il sommerso, convincendo la gente che ascolta la musica gratis (su YouTube o scaricandola per provarla) a pagare qualcosa, in cambio di un servizio rapido ed funzionale. Ma siamo sicuri che anche per la discografia non sia rischioso? Si rischia di dare il colpo finale al CD, che è comunque ancora la fonte di introito principale, per un po’ di soldi.

Solo tempo, e la partenza di servizi di MusicCloud fatti con tutti i crismi, potranno dare risposta a dubbi che immagino non siano soltanto miei.

Sneakernet, la nuova ‘media diet’ e il futuro delle app

Marzo 11th, 2010 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Gli acquirenti di musica (fisica e/o digitale) sono calati di 24 milioni di unità nel biennio 2007-2009 (fonte: NPD Group), numero che sale a 33 milioni se si prende in considerazione la sola voce CD.  Durante lo stesso periodo  la spesa musicale pro-capite è aumentata del 2% complessivo (incremento dovuto in massima parte alla crescita del 52% nella spesa musicale digitale), mentre è diminuito del 6% il numero di download da P2P.

Altri numeri, fonte Nielsen/Soundscan: le vendite musicali U.S.A. in termini di unità sono aumentate in un anno del 2,1% (mentre la crescita tra il 2007 e il 2008 era stata del 10,5%); un incremento digitale a fronte di un crollo fisico. Sul primo fronte, infatti, sono stati venduti 1,16 miliardi di singoli e 76,4 milioni di album (aumenti rispettivi dell’8,3% e del 16,1%).  Sul secondo, si registra l’ormai arcinoto decremento dei CD del 17,4% (imputabile alle novità per il 20,7% e al catalogo per il 14,1%). A margine, si annoti che la forbice in termini di fatturato resta ampiamente negativa, con un grafico che continua da anni a puntare in basso a destra. E poco può l’eroico e risorto vinile (+ 33%, sì, ma di quasi nulla).

Apple ha sfondato la soglia del decimiliardesimo singolo scaricato su iTunes poche settimane dopo avere indicato al mercato un futuro diverso dal ‘pay per’ e simile alla ‘cloud’ (acquisizione di Lala).  Ma quale cloud, però, se Rhapsody è a rischio, Spotify tutti la vogliono ma nessuno la piglia?

Sembrerebbe, quindi, che:

- la scarsa qualità e la musica nella nuvola (leggi accesso via streaming: Pandora, YouTube…) siano i veri avversari di pirateria e sharing

- la fruizione contemporanea sia molto condizionata dalla funzione ’search’, come testimoniano la quota di album digitali rispetto ai singoli brani scaricati a pagamento (i primi sono circa il 6% dei secondi) e la consolidata abitudine al ‘cherry picking’ – scelgo una canzone  per volta, spesso di impulso dopo un ascolto digitale che mi offre un link per un download – e la resurrezione del catalogo.

Ma se il P2P cala e il ‘premium’ non ingrana, deve esserci molto movimento offline: eccomi con il mio HD esterno, scambiamoci i brani. Deja vu. Oggi lo chiamano sneakernet, che bel nome funky.

Ancora più bella, però, l’osservazione di James McQuivey di Forrester Research che – apparentemente ovvia – ha il pregio di collegare  le mutate abitudini di fruizione della musica con la trasformata relazione tra consumatore e media:  ”Oggi chiunque controlli l’accesso reclama la fetta di ricavi più ampia”, dice il Prof puntando il dito su telco e ISP, e porta cifre a supporto: la spesa mensile per contenuti di una famiglia media americana ammonta a $228.54, di cui il 70% se ne va in costi per l’accesso (resta poco per l’acquisto diretto di contenuti). Nel 1975 quella spesa era poco più di un decimo e in quei 29.58 ci stava anche l’acquisto occasionale di un album.

Che scena curiosa. L’ecosistema delle applicazioni ha disintermediato i mobile carrier, svincolando i proprietari di contenuti dal pedaggio che pagavano nei primi anni Duemila per promuoversi, disintegrando la logica dei servizi ‘recintati’ nell’offerta del singolo provider e ponendo quest’ultimo nella posizione di chi rischia di diventare un mero trasportatore di bit.  E l’industria musicale, intanto, si ostina a far passare il business dalla cruna dell’ago, pregando da un lato che la ‘music cloud’ diventi una realtà (con il suo mix di ricavi da pubblicità e da abbonamenti in un regime a buffet), dall’altro parametrando le licenze dei cataloghi alla vecchia logica ‘pay per’, che rende insostenibile l’operazione (almeno per ora).  

E se, invece di farsi accusare di irragionevolezza da chi macina ricavi con la musica gratis decidesse all’improvviso che gli album sono apps?

 

Il tesoro (?) di Jeffrey Lee Pierce

Novembre 27th, 2009 in Recensioni by Andrea Valentini

gclifeandtimesarticleGun Club – The Life and Times of Jeffrey Lee Pierce (4cd box, Retro Deluxe/Vibrant)

Non è nuovissimo questo box da quattro cd dedicato interamente a Jeffrey Lee Pierce (sia come leader dei Gun Club, sia come artista solista); confesso anche che, quando l’anno scorso ne vidi la pubblicità da qualche parte online, mi incazzai anche un pochino e giurai che mai l’avrei voluto toccare… sembrava l’ennesima operazione vaselina per propinare minestra riscaldata ai fan e una fotografia non veritiera della band a chi fan non è.

Complice il prezzo più che ragionevole e un po’ di scazzo autunnale, invece, qualche giorno fa me lo sono proprio comprato. Del resto me lo sono trovato davanti al naso in un pomeriggio piovoso, lì abbandonato tra un cofano di Neil Young e uno dei Kiss… sentivo che mi chiamava. E via, ho pagato dazio alla cassa.
Appena uscito dalla Fnac sono stato colto dallo sconforto post-acquisto, temendo di avere fatto una gigantesca cazzata. Del resto ne ho uno scaffale pieno di vinili, cd, cassette, libri e dvd dei/sui Gun Club e di/su Pierce… cosa mai poteva esserci di così imprescindible qua dentro?

La risposta è: “nulla”. Ma sono contento dell’acquisto. Non sono impazzito: ora vi spiego.
Il fatto è che The Life and Times of Jeffrey Lee Pierce oggettivamente contiene un cd di riso e fagioli (ovvero di misto senza gran criterio) di brani da vari album e tre dischetti di pezzi live, ordinati cronologicamente – presi da molti concerti differenti.
Sul cd studio stendiamo un velo pietoso: è poco più di una compilation di quelle stile autogrill, da cinque euro al massimo.
I dischi live, invece, contengono anche qualche rara chicca – non molte se siete fanatici e avete fatto un po’ di tape trading o cd-r trading – e hanno il pregio di fornire brani che per anni hanno circolato su supporti di millesima generazione in una qualità finalmente accettabile (nei limiti del possibile).
Notevolissimo il cd del periodo 1980-1983, che parte con una band acerbissima e impacciata, fino a sbatterci in faccia una macchina da guerra punk-blues.

Carino anche il booklet interno, anche se piuttosto cheap come realizzazione (insomma: le foto prese da Internet e poi ingrandite fino a sgranarle sono veramente un’imperdonabile scivolone da principianti, se finiscono in un prodotto del genere, con aspirazioni – più o meno – di alto profilo…).
C’è anche un’introduzione di Chris Stein, interessante se non altro perché è uno che dei Gun Club non ha mai parlato molto, pur avendone prodotto un paio di lavori.

Quindi? Quindi se siete fan dei Gun Club e di Pierce, fatevi questo regalino: vi farà bene al cuore, anche se non farete nessuna scoperta. Se state iniziando o non conoscete la band, lasciate stare e compratevi – imperativamente – Fire of Love, Miami e Las Vegas Story (peraltro ri-ristampati, in edizione doppio cd con roba live a compendio); e da lì piano piano iniziate il vostro cammino.

(Originariamente pubblicato su Black Milk)

Los Angeles Nuggets a settembre

Luglio 3rd, 2009 in news by Andrea Valentini

nug-big1La Rhino, che sarà pure sussidiaria di una major, ma caspita se fa roba buona, annuncia l’uscita di un nuovo cofanetto della serie Nuggets. Si tratta di Los Angeles Nuggets 1965-1968, nei negozi dal 22 settembre 2009. Quattro cd, un centinaio abbondante di pezzi (e si mormora di qualche inedito). Guardate la tracklist andando al link qui sopra e fatevi un’idea…

Come al solito ci sarà un booklet allegato, che – pare – sarà particolarmente curato e in formato coffee table (avete presente i libroni con copertina rigida? Ecco).

Prepariamo i soldini, che sarà una discreta mazzata. Ma ne varrà la pena.

Music Reporters by Rockol
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