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Coldplay – Stadio Olimpico – Torino

Maggio 25th, 2012 in pop by Francesco Castaldo

Alcune foto del concerto dei Coldplay allo Stadio Olimpico di Torino il 24 maggio 2012

Chris Martin

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Live Report: Coldplay @ Stade Nikaia, Nizza 22/05/12

Maggio 23rd, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Per molti italiani è stato una sorta di aperitivo in vista della data di Torino. In fondo il Nikaia di Nizza si trova a meno di un’ora dal confine e, a differenza del concerto all’Olimpico, i biglietti si trovavano ancora al botteghino.

Che dire su questo concerto dei Coldplay? Bello, bellissimo, emozionante. Chris Martin e compagni hanno regalato colori, luci, fuochi d’artificio e tantissima musica di qualità. Una setlist, della durata di 90 minuti (bis compresi) che è andata a toccare i tasti giusti, proponendo pezzi “antichi”, quali “In my place” o “Fix you”, e nuovi tormentoni (“Paradise”, tanto per citarne uno).

La scenografia è di quelle da grande evento: un palco enorme, che tiene tutta la lunghezza del campo da calcio, con una penisola che entra fino al cuore pulsante del pubblico. Alle spalle, enormi display pronti a proiettare le immagini.

La partenza è da fuochi d’artificio. L’intro offre un pezzo della soundtrack di “Back to the future” e in quel lasso di tempo la band si sistema, pronta per suonare le prime note di “Mylo Xyloto” ed attendere l’esplosione di innumerevoli giochi pirotecnici e di luci, che saranno il fil rouge di tutto lo spettacolo.

I Coldplay sono indubbiamente in gran forma ed hanno voglia di divertirsi e di divertire. Chris balla e salta andando a sfiorare più volte il pubblico, mentre i cannoni oscurano il cielo con innumerevoli farfalle colorate e, nel corso di “Major minus”, con giganteschi mappamondi.

Non c’è un momento di sosta e anche il pubblico, involontariamente interagisce con lo spettacolo iper-tecnologico. All’ingresso, infatti, ogni spettatore ha ricevuto un braccialetto, che si accende e si spegne con l’input della regia dello show. Così, specie nei momenti più intimi, lo stadio si colora di una moltitudine di led colorati, che danno un effetto da brividi.

Tutti, ma proprio tutti, i pezzi sono suonati con una carica e una verve incredibile: l’unica pausa, se così possiamo chiamarla, arriva nel corso del bis, quando la band sparisce dal main stage per apparire su un piccolo palco al centro del prato. In quel contesto si passa ad un momento acustico con “Us against the world” e “Speed of sound” a regalare una colonna sonora ideale per viaggiare con la mente. Il tempo per riaprire gli occhi ed ecco che riprendono i fuochi di artificio, per il rush finale. La gente è soddisfatta ed applaude convinta. Peccato che sia finito così presto. Ma si sa, se ci si alza da tavola con un po’ di fame, alla fine la cena sarà ricordata con nostalgia.

(Vincenzo Nicolello)

Setlist:

“Mylo Xyloto”

“Hurts like heaven”

“In my place”

“Major minus”

“Lovers in Japan”

“The scientist”

“Yellow”

“Violet Hill”

“God put a smile upon your face”

“Princess of China”

“Up in flames”

“Warning Sign”

“Don’t let it break your heart”

“Viva la vida”

“Charlie Brown”

“Paradise”

“Us against the world”

“Speed of sound”

“Clocks”

“Fix you”

“Every teardrop is a waterfall”

I Coldplay, Tom Waits etc: perchè via da Spotify?

Ottobre 28th, 2011 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

E se diventasse una valanga? Non c’è stato solo il gran rifiuto da parte dei Coldplay di passare il loro “Mylo Xyloto” in streaming su Spotify, Rhapsody etc; in loro compagnia troviamo anche Arcade Fire, Tom Waits, Adele…

Perchè? Perchè lo streaming attualmente riesce a generare per gli aventi diritto meno del 5% dei ricavi da digitale su una torta che vede il download a pagamento prevalere con oltre il 90%. Piccolo problema, però: quanto alla quota di utilizzo e di penetrazione, la prospettiva è ribaltata. L’utenza mondiale tutta dimostra di avere abbracciato il modello ‘on demand’, basato sull’accesso, e di fruire della musica online specialmente attraverso YouTube e i suoi emuli, ormai consolidati come strumenti di ‘music discovery’ che vantano anche il pregio collaterale di avere minimizzato il ruolo del P2P. I Coldplay sanno che 3-5 download valgono in termini economici 93-95 views, alle quali quindi rinunciano volentieri perchè per un marchio noto come loro il trade-off non mette in imbarazzo nemmeno per un secondo. Nella loro posizione, meglio l’esclusività della diffusione a macchia d’olio; la prima porta denaro a fronte di (relativamente) poco pubblico, la seconda porta visibilità a fronte di (relativamente) bassi ricavi. E poi:quante views servirebbero per impattare il compenso di un evento in esclusiva pagato da YouTube?

E’ possibile che l’approccio possa essere diverso per band non note, che gradiscono beneficiare di un meccanismo di visibilità virale su cui poi capitalizzare in termini di ingaggi live (e, in una fase di carriera diversa, anche sul piano dei download a pagamento). Ma resta il fatto che il ‘pay per’ non cresce e che il modello è viziato da due difetti importanti: funziona bene solo su iTunes, che è un loss leader che lavora per l’invece profittevolissimo ecosistema “i” (pod, phone, cloud), un’anomalia che fa terra bruciata intorno, soprattutto in realtà come quella italiana dove le alternative finora hanno fallito e dove Amazon resta un player ancora esotico; e replica la metafora commerciale dell’era fisica e analogica, che è in caduta libera e frena la nascita di una nuova generazione di prodotti musicali interamente basati sul digitale.

Sul banco degli imputati è finito il freemium, ma ciò che veramente non trova soluzione è l’equazione che contiene label, artisti, provider, società di collecting. Ciascuno si lamenta di non generare abbastanza introiti. Forse nessuno è ancora sceso veramente a patti con un ‘new normal’ che non può più tollerare che la sfera del licensing – un tempo collaterale – viva in una bolla, come se abitasse una zona franca dentro una realtà virtuale. Però ciò che manca veramente all’appello di modelli definiti ‘ad-funded’ è il prefisso ad. E’ il contributo degli inserzionisti. YouTube sta bene in piedi perchè è Google, quindi oltre che disporre di una forza contrattuale con i brand beneficia della raccolta parcellizzata della long tail dei piccoli inserzionisti, e disintermedia tutti. Mentre, che so, Pandora non riesce a portare i conti in nero nonostante un IPO decorosissimo e ricavi in continua ascesa.

C’è un mondo di clienti, marchi e aziende che non stanno investendo in media tradizionali e vorrebbero lavorare su progetti digitali. La musica è attraente come non mai. Qualcuno faccia uno squillo anche ai centri media a questo punto.

Elew Live @Staples Center Los Angeles 17-08-2011

Agosto 19th, 2011 in Reports by Michele Traversa

Eric Lewis, meglio noto come Elew, è un talentuoso pianista, creatore del rockjazz. Il suo curriculum include una borsa di studio alla Manhattan School of Music, la vittoria del premio Thelonious Monk nel 2009 a 26 anni, prestigiose collaborazioni con grandi nomi del jazz quali Roy Hargrove e Elvin Jones.
Tutto ciò non era sufficiente al mondo del jazz per accoglierlo a braccia aperte. Il pianista ha, dunque, indirizzato la frustrazione e rabbia verso il suo approccio alla musica, rompendo le regole che vogliono rock e jazz due mondi a parte. Ha creato uno stile unico che lo vede suonare il piano da in piedi, assumendo di volta in volta posizioni diverse, fondendo il suo corpo con il piano in un vero tour de force fisico ed emotivo. Le sue performance consistono di rivisitazioni in chiave jazz di celebri brani rock, dai Nirvana ai Rolling Stones, dai Coldplay ai Foo Fighters. Elew è attualmente in tour con Josh Groban, il cantante statunitense noto per la sua voce da tenore. Prima del concerto allo Staples Center, ci ha raccontato la sua storia.
Sono cresciuto in una casa pervasa dalla musica, con ben quattro pianoforti al primo piano. Mia madre e la mia bisnonna erano insegnanti di musica, le lezioni erano un’appendice della mia vita di normale ragazzino. Dopo aver mostrato una certa predisposizione, sono stato incoraggiato a seguire questa strada. Può sembrare azzardato, ma non c’è stata esitazione, era una scommessa, certo, ma non c’è mai stato un piano di riserva”.
Ad ogni domanda, Elew si prende il suo tempo per cercare le giuste parole ed elaborare la risposta migliore che possa dare. La calma che trasmette di persona si oppone all’energia, al sudore e al trasporto delle sue esibizioni. Nelle sue parole si evince la sofferenza degli esordi, quando l’industria del jazz gli rifiutava ripetutamente un contratto discografico. Poi l’illuminazione: fondere insieme rock e jazz.
Non mi sono mai dato per vinto, nonostante la depressione e gli attacchi di panico nati per non vedere concretizzati i miei sforzi. L’industria del jazz non vedeva un valido motivo per investire in me, allora ho deciso di fare tutto da solo e mi sono immerso nella lettura di libri sul marketing e promozione, sono diventato il capo di me stesso. Ho letto un libro dal titolo 22 Immutable Laws of Branding (Le 22 leggi immutabili per promuovere la propria immagine) nel quale un passaggio afferma ‘se non puoi essere il numero uno in qualcosa, crea tu stesso qualcosa per il quale essere il numero uno.’ La gente pretende sempre il meglio di qualcosa. Mi sono reso conto che non sarei mai stato accettato come il migliore pianista di jazz. Dopo la performance in una scuola, alcuni bambini mi hanno suggerito di ascoltare i Linkin Park. Meteora è stato il primo disco rock che ho comprato e che mi ha indicato la strada. Ho pensato all’ultimo movimento del jazz che ho imparato, chiamato acid jazz, ho pensato alla mia voglia di sperimentare con il rock. A come la parola rock sia slang per cocaina e come la parola acido sia slang per LSD. A come il mio stile crei più dipendenza del jazz normale. Sei il primo a cui spiego questa metafora della droga, normalmente ne sto alla larga perché temo dia una connotazione negativa, ma sono convinto che la gente in Italia possa apprezzare il parallelismo senza pregiudizi. Poi ho cercato on line rock e jazz insieme e non è saltato fuori niente, un chiaro segnale che il termine stesse aspettando solo che me. La combinazione di tutti questi elementi ha portato alla nascita del rockjazz”.
Elew era cosciente di attirarsi la disapprovazione del mondo del jazz, ma la sua missione era quella di distinguersi, di rompere le barriere, di fare il salto nel pop. Uno dei motivi che lo portò da subito ad abbandonare lo sgabello e presentarsi in una posizione quasi di attacco nei confronti dello strumento. “Si tratta di un collage concettuale di motivazioni. L’idea di suonare non da seduto è nata inizialmente come risultato di un cambiamento che stava nascendo nel mio approccio: se il mondo del jazz non mi voleva, mi dovevo in qualche modo distanziare dal quel mondo. Era necessaria una mossa azzardata. Il primo impatto è sempre visivo. Un’altra ragione deriva dalla mia passione per il tae kwon do e per la danza. Stare davanti al piano in quel modo comunica il mio stato d’animo in quel momento. Trasmette l’aggressività, il dolore di una musica rabbiosa, quella propria dell’hard rock, che rappresenta l’anima e corpo di quello che faccio. Abitua anche il pubblico ad una tecnica riconoscibile. Come nei film di karate dove l’eroe sconfigge l’avversario con una tecnica specifica. Poi mi piace ballare e tutte le differenti posizioni che assumo si rifanno alla danza moderna. Suonare così richiede una preparazione fisica maggiore, un impegno superiore perché tutte le tecniche imparate da seduto non vanno più bene. Tutto questo mi spinge a concentrare la mia attenzione sulla musica. Il pubblico mi vede stare in piedi, soffrire e sudare mentre suono, è reale”.
La presenza sul palco di Elew è magnetica. Gli bastano solo pochi attimi per conquistare un pubblico che è lì, allo Staples Center, per un altro artista. Una cosa insolita, in particolar modo per il pubblico americano abituato a snobbare i supporter e ad arrivare a ridosso dell’inizio dello show del proprio beniamino. Elew non suona semplicemente il piano, fa l’amore con il proprio strumento, si lascia andare e si trasforma, le sue mani arrivano fin dentro al pianoforte tirandone le corde con le dita, sul suo volto il sudore si mischia ad espressioni di dolore.
Lo show ha una precisione robusta. Scelgo canzoni che nel testo hanno parole e temi che sento miei. Scelgo brani che raccontano storie di vendetta e rancore. Mr. Brightside, ad esempio, parla di tradimento. Clocks, Believer sono tutte canzoni che sembrano parlare della mia vita, degli ostacoli affrontati nella mia carriera”.
L’esibizione allo Staples Center è troppo breve, così per l’after show ci si trasferisce all’hotel L’Ermitage dove, in una sala raccolta, Elew riprende posto dietro il pianoforte, questa volta per un concerto di quasi due ore. Tra i presenti anche Eriq La Salle noto per la sua lunga partecipazione al serial ER. Ma Elew non è nuovo a suonare davanti a personaggi famosi. Durante la settimana dedicata agli Oscar ha avuto occasione di esibirsi di fronte a star di fama mondiale. Una sensazione che il pianista definisce surreale. “Non avrei mai pensato di dover comprendere alcune delle cose che determinano una celebrità. Essendomi trovato a stretto contatto posso dire di aver visto la loro umanità. A volte percepisco la fragilità della vita umana e per me la cosa che più ha valore è dare una sensazione di gioia, come un moderno Prometeo consegnare il fuoco rubato agli dei, mostrare l’immaginazione, la natura delle cose, dei sogni”.
Tra i progetti futuri di Elew c’è l’uscita, a ridosso del Ringraziamento, del secondo volume dedicato al rockjazz che conterrà anche due composizioni originali, tra le quali una proprio intitolata Thanksgiving. E, in occasione dell’Orange Bowl, l’incontro di football americano universitario che si svolge ogni anno a gennaio, Elew avrà l’opportunità di condividere il palco con i Foo Fighters e per la prima volta eseguire insieme alla band una delle canzoni rielaborate al piano.

Programma Staples Center:
Mr. Brightside
The Diary of Jane
Sweet Home Alabama
Clocks
Paint it Black
Thanksgiving
MIA

Programma L’Ermitage:
Heartbeats
Believe
Human Nature
People Are Strange
Zombie
Clocks
Paint it Black
Thanksgiving
MIA
Complexity
Mr. Brightside
Teenage Dream
Smells Like Teen Spirit

Encore:
Standing on the Shore
Firebreather
I still haven’t found what I’m looking for
Going Under

Coldplay Live @UCLA Los Angeles 03-08-2011

Agosto 4th, 2011 in Reports by Michele Traversa

Dopo due anni e mezzo di assenza da Los Angeles i Coldplay fanno il loro ritorno sul palco introdotti dalle leggendarie note del tema di Ritorno al Futuro. L’occasione è quella di raccogliere fondi per la fondazione Grammy a favore degli studenti di musica nei licei. La cornice è quella del circolo di tennis della UCLA, una location raccolta all’interno del campus universitario perfetta per lo spettacolo all’aperto.

La band inglese ha in preparazione un nuovo album, il quinto, dal titolo ancora sconosciuto (anche se sembra alcuni fan siano riusciti ad indovinarlo) e quest’anno ha deciso di girare un po’ di festival (sono già passati da Glastonbury e da Mestre) facendo ascoltare molti brani nuovi. Every Teardrop is a Waterfall, che già impazza in tutte le radio, è stata eseguita due volte per esigenze televisive. Stessa sorte per Charlie Brown. Le telecamere dello show di Jimmy Kimmel erano presenti, infatti, per immortalare i due brani e rinnovare il sodalizio tra il presentatore e la band, iniziato proprio con il loro esordio sulla tv americana nel 2003.
La scaletta collaudata nelle precedenti date mescola vecchio e nuovo, Yellow, Everything’s not lost, Major Minus, Us Against the World, ripescando gemme nascoste, Life Is For Living, dando però l’impressione di mancare di un filo conduttore che la faccia scivolare via con continuità. Sarà che, appunto, i brani sono nuovi e ancora sconosciuti ai più, sarà che per far spazio agli stessi molti classici sono rimasti fuori, ma la sensazione è quella di un mood che scorre tra alti e bassi.

Arrivati direttamente dall’Australia con fuso orario ancora sulle spalle, i Coldplay non hanno risparmiato tuttavia l’energia che contraddistingue i loro concerti. Una vera e propria forza motrice, tenuta in piedi dalla sezione ritmica guidata dall’impetuoso Will Champion alla batteria e da Guy Berryman al basso. Attenta ed elettrizzante la chitarra di Jonny Buckland. Chris Martin è apparso, invece, leggermente stanco e si è lasciato andare solo sui brani più coinvolgenti, God Put A Smile Upon Your Face e Viva la Vida.
Giochi di luce, laser e il megaschermo alle loro spalle rimandavano immagini della band alternati a contributi video psichedelici. Faceva da sfondo un palco minimalista corredato da alcuni neon concentrici, sfruttati solo occasionalmente, che si collega agli accorgimenti scenici del precedente tour, senza tuttavia pretese di superarli.
Durante i bis Martin ha ricordato la scomparsa di Amy Winehouse per mezzo di un toccante intro della canzone più popolare della cantante, Rehab, seguita da Fix You (chi conosce le parole del testo sa come il brano ben si adatti alla dipartita di una persona cara). Il tributo era stato già sperimentato con successo in Australia ed è qui stato ripetuto tra gli applausi.

L’evento rientrava all’interno della serie di concerti estivi dal titolo Summer Krush, organizzata dai due sponsor Samsung e la compagnia telefonica AT&T. Da lodare l’iniziativa di donare gratuitamente ai fan una buona parte dei biglietti di gradinata, mentre nel parterre VIP prendevano posto Kate Bosworth, Camilla Belle e Lindsay Lohan.

SETLIST
MX / Hurts Like Heaven
Yellow
In My Place
Charlie Brown
Every Teardrop Is A Waterfall
The Scientist
Major Minus
God Put A Smile Upon Your Face
Everything’s Not Lost
Us Against The World
Politik
Viva la Vida
Charlie Brown
Life Is For Living

Bis:
Clocks
Rehab / Fix You
Every Teardrop Is A Waterfall

Photo Credit: Jason DeBord

Coldplay – Heineken Jammin Festival 2011 – Parco San Giuliano (Venezia)

Giugno 10th, 2011 in Reports by Francesco Castaldo

Le foto del concerto dei Coldplay all’Heineken Jammin Festival il 9 giugno 2011.

Coldplay

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L’iPod Classic è ancora vivo, Chris Martin un po’ meno

Settembre 1st, 2010 in Apple by Gianni Sibilla

Diciamolo, seguire in diretta streaming una presentazione Apple è un divertimento. Non bisogna più leggere e ricostruire da tutti quei siti che fanno live blogging, si può vedere direttamente e direttamente commentare, anche se non si è li.

Poi, si può dire di tutto e si dirà di tutto sulle novità annunciate oggi – io rimando al pezzo scritto da Rockol da Londra, dove la Apple ha radunato i media europei.

Alcune note a margine: Nella presentazione è stato completamente ignorato l’iPod Classic, il discendente diretto dell’iPod originale. Si poteva supporre fosse stato “ucciso”. In realtà, è ancora in vendita, inalterato, e lo si vede sul sito della Apple assieme ai nuovi modelli.

Chi si lamentava della conversione euro-dollaro nei prezzi ora sarà contento.  Il famigerato “1 a 1″ – l’equivalenza, nonostante il cambio reale ci sia favorevole – è stato abolito. Gli iPod in Italia costano più euro che dollari. Lo Shuffle, che in America costa 49 dollari, da noi costa 55 €  (include circa €15 di IVA, spese e imposte, specifica la Apple). Il Nano, che in America parte da 149 dollari, da noi è a 169€ (con €39 di IVA, spese e imposte). E così via.

Steve Jobs sembrava decisamente più  in salute delle ultime uscite. Quasi commovente, quando alla fine ha detto: “Quando facciamo questi eventi, chiudiamo sempre con della musica, per ricordarci perché facciamo tutto questo”. E Chris Martin, che ha chiuso la presentazione cantando tre pezzi, sembrava decisamente gonfio o palestrato, fate voi.

Ecco, con tutto il bene che vogliamo a Chris e ai Coldplay, la performance è stata imbarazzante. Ci mancava solo che dedicasse una canzone a sua figlia, che di nome fa Apple. In realtà, lui è stato simpatico, ha riso e scherzato, ma dalla fine di “Yellow” in poi, ha steccato e stonato in continuazione. Se i Flaming Lips fossero stati sul palco invece che sulla sua maglietta, sarebbe stato decisamente meglio…

Immagine anteprima YouTube

Music Reporters by Rockol
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