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Milano, 15 giugno 1989 (il mio primo concerto dei R.E.M.)

Maggio 14th, 2013 in concerti by Gianni Sibilla

Questa settimana esce la ristampa di Green dei R.E.M. – ne ho parlato in maniera più o meno seria qua. La band ha fatto una sorta di concorso su Facebook chiedendo di postare ricordi del tour dell’89 – quello da cui è tratto il bonus CD della ristampa. ho avuto la fortuna di vederli a Milano, al Palatrussardi, nel 1989 – uno dei concerti più belli della mia vita – ed è stata l’occasione per rinvangare un po’ di ricordi, compresa la maglietta comprata al concerto, saltata fuori magicamente dall’armadio proprio in questi giorni….

il 1988 e 1989 sono gli anni in cui mi sono innamorato davvero dei R.E.M.

Ho iniziato ad ascoltarli nel 1986, ma “Green” e il Green World Tour li hanno resi la mia band preferita.

Ero al penultimo anno di liceo, al tempo, e vivevo a Cuneo. Quando vennero annunciate le date italiane, chiesi ad un amico che studiava a Milano -lo stesso che mi aveva fatto conoscere il gruppo -  di prendermi i biglietti.

Quando portò il biglietto un sabato mattina all’uscita da scuola, ero felice come un bambino la mattina di Natale – provai anche a far vedere il mio trofeo a qualche amico, che non capiva l’entusiasmo: i  R.E.M. non erano ancora molto famosi in Italia. Non ancora.

Comunque, il primo tour italiano venne programmato direttamente per i palazzetti – una buona partenza per l’amore reciproco tra i R.E.M. e l’Italia – che sarebbe diventata con gli anni uno dei posti preferiti del gruppo.

Presi il treno il giorno del concerto – poco dopo la fine della scuola. Incontrai il mio amico in Largo Gemelli, fuori dall’Università Cattolica – era la prima volta che vedevo quel posto – e fu un’altra prima volta importante. L’autunno dell’anno dopo avrei iniziato a frequentare quei chiostri come studente. 24 anni dopo li frequento ancora, come docente.

Il concerto, in realtà, non me lo ricordo in dettaglio. Mi ricordo le sensazioni. Mi ricordo di essere riuscito ad infilarmi in prima fila, alla sinistra del palco, sotto alla postazione di Mike Mills. Mi ricordo i Go-Betweens, che aprirono il concerto. E mi ricordo che all’uscita comprai tutto quello che potei al merchandising: una maglietta, una felpa, un cappellino, il programma.

Mi ricordo bene che suonarono praticamente tutte le canzoni che amavo, dalle prime alle più recenti, compresa “Turn you inside-out” ancora oggi la mia preferita da “Green” e una delle mie preferite in assoluto. Suonarono pure un po’ di cover: “Crazy” dei Pylon e “Ghost rider” dei Suicide, uscite solo su 12″. Stipe era spiritato e teatrale, Buck saltava tutto il tempo. Qualche tempo dopo, da quel tour sarebbe uscita una videocassetta che avrei consumato, “Tourfilm”.

Per tornare a casa dovetti farmi una notte in treno: 6 ore per poco più di 200 km, arrivando alle 6 di mattina a Cuneo – ma ne era valsa la pena: fu il primo dei miei 21 concerti dei R.E.M..

Amo praticamente tutto quello che hanno fatto (sono un fan, no?). Ma se dovessi scegliere il mio concerto preferito dovrei dire: Dublino, luglio 2007 all’Olympia Theatre. E Milano, 15 giugno, 1989 Palatrussardi.

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Live Report: Annalisa Scarrone @ Auditorium Parco della Musica, Roma 05/05/13

Maggio 6th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Reduce dalla partecipazione alla sessantatreesima edizione del Festival di Sanremo e dal successo riscosso lo scorso venerdì al Teatro Nazionale di Milano, Annalisa ha conquistato anche Roma; lo ha fatto con un concerto, durato circa due ore, in cui ha ripercorso i suoi primi tre anni di carriera per la gioia dei tanti fans accorsi nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica. Se mi chiedessero tre parole per descrivere quello che è stata la seconda tappa del ‘Non so ballare tour’, risponderei in questo modo: anzitutto “sobrio”, a dispetto delle tante esuberanze che ormai troppo spesso il mondo della discografia ci propone come idoli; “cool”, perché Annalisa sa essere popolare e alla moda senza bisogno di apparire, solo essere; “sincero”, come il suono pulito delle (quasi) venti canzoni in scaletta, privo di artifici inutili o di programmazioni. Insomma, tanta buona musica e tanta sublime eleganza. <br><br>

Venti canzoni, dicevamo. Ventitré per la precisione, tratte dai tre dischi pubblicati da Annalisa dalla partecipazione al talent di Canale 5 (avvenuta nel 2011 e terminata con il secondo posto e con il premio della critica) ad oggi: “Nali”, “Mentre tutto cambia” e “Non so ballare” (uscito lo scorso febbraio in occasione della partecipazione a Sanremo). Senza tralasciare cover degne di nota (e che dimostrano il peculiare background musicale della Scarrone), come “Exit Music” dei Radiohead, “Tu non hai capito niente” di Luigi Tenco e “Milord” della leggenda Edith Piaf (a dire il vero mi aspettavo anche quei capolavori che sono “Why” e “Nothing Compares To You”, di cui l’interprete savonese ce ne aveva dato un assaggio proprio ad Amici). Canzoni, tutte queste, che Annalisa sa indossare alla perfezione, talvolta meglio di quelle che ha effettivamente inciso, quasi fossero state scritte appositamente per lei. Shorts e camicia a fiori verdi (un po’ come quando è salita per la prima volta sul palco dell’Ariston), Annalisa ha fatto il suo ingresso ufficiale sulle note de “La prima volta” (è contenuto nell’ultimo disco), un pezzo dalle melodie morbide che lascia totalmente spazio alla sua sola voce. Una partenza in prima, insomma, seguita dal nuovo singolo (già in rotazione radiofonica) “Alice e il blu”. Atmosfere retrò e meravigliose venature jazz hanno guidato l’esecuzione di tutti i brani in scaletta (contaminando anche in pezzi più pop-rock), rendendo tutto molto affascinante e incantevole. Si vanno così alternando sprazzi di passato remoto (“Giorno per giorno”, “Questo bellissimo gioco”, “Diamante lei e luce lui”) ad altri di passato prossimo (“Per una notte o per sempre”, “Senza riserva”), guardando però al presente (l’unica canzone non eseguita, dal nuovo album, è stata “Meraviglioso addio”).

La ventottenne savonese laureata in Fisica è cresciuta, artisticamente parlando, in modo esponenziale: sembrano ormai lontani i giorni in cui Nali (così come la chiamano i suoi fans) vestiva quella patetica tutina blu a cui sono costretti tutti gli ‘Amici’ di Maria di Mediaset (riprendendo una celebre massima della Littizzetto); ora cammina da sola verso il futuro che sarà, con i piedi ben fissati a terra e con tanta determinazione, quasi prendendo le distanze dal passato ma senza per questo rinnegarlo.

(Mattia Marzi)

SETLIST

La prima volta

Alice e il blu

Ed è ancora settembre

A modo mio amo

Giorno per giorno

Per una notte o per sempre

“Tornerò ad amare”

“Exit Music” (cover Radiohead)

Senza riserva

Non cambiare mai

Medley Inverno e Tra due minuti è primavera

Spara amore mio

Io, tu e noi

Tu non hai capito niente (cover di Luigi Tenco)

Presentazione band

Questo bellissimo gioco

Tutta l’altra gente

Diamante lei e luce lui

Non so ballare

Milord (cover di Edith Piaf)

Bis:

Solo

Scintille

Live Report: Depeche Mode @ Palais Nikaia, Nizza 04/05/13

Maggio 6th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Sono ufficialmente tornati i Depeche Mode. Oggi parte il Delta Machine Tour, serie infinita di concerti con date già fissate sino al febbraio 2014. Fuori dal Palais Nikaia di Nizza si respira aria d’attesa, la gente si accalca ai cancelli per conquistare la transenna. Il pubblico è quello delle grandi occasioni ‘depechemodiane’, padroneggia il colore nero e diversi cloni di Dave Gahan e Martin Gore sono ben visibili nella folla. Il palazzetto che ospita l’evento è un posto relativamente piccolo, dichiarano circa 6mila posti, e la selezione naturale di una “data zero” fa in modo che presenti ci siano soprattutto i fan più fedeli, venuti qui da ogni parte del globo. Alle 20 si presentano sul palco i F.O.X, electro pop band dell’Essex, che avrà ruolo di supporter per 5 date dei nostri. La loro performance si esaurisce presto, in una prestazione davvero poco incisiva, sia per proposta musicale che per dei volumi tenuti davvero troppo bassi per poter farsi un’idea soddisfacente.

Chi già temeva in un impianto non all’altezza dell’evento poco prima delle 21 si è dovuto immediatamente ricredere. Parte l’intro del live dei Depeche Mode e le basse frequenze fanno tremare le strutture e gli animi. Entra senza fronzoli la band, che ormai vede, oltre al trio costituito da Gahan,Gore e Fletcher, i due collaboratori per lo show live, Peter Gordeno alle tastiere e Christian Eigner alla batteria. Dave Gahan entra carico di tutto il suo carisma tra le urla della folla, parte impetuoso lo show. Canzone di apertura è “Welcome to My World”, prima traccia del nuovo lavoro e brano dal titolo quanto mai programmatico per l’inizio di questo tour. La macchina ‘depechemodiana’ si accende in tutte le sue funzioni, per una perfetta espressione versione 2.0, di una delle band più longeve della storia. Già il fatto che le prime due canzoni siano dell’ultimo album (la seconda è “Angel”) uscito neanche due mesi fa, e che la maggior parte delle persone presenti sappiano già a memoria i testi, comunica molto della relazione tra la band ed il suo pubblico. Il suono è perfetto, il palco disegnato dal fedelissimo Anton Corbijn è costituito da un gigantesco schermo dietro la band, sovrastato da un triangolo senza base (ad apertura Delta per l’appunto) che si illuminerà su alcune canzoni specifiche. Ai lati altri due schermi perfettamente integrati e collegati con le immagini di quello centrale. Il tutto rende la resa estetica dello show particolarmente compatta e perfettamente in linea con il concept dell’ultimo lavoro. E’ evidente come sempre, il fortissimo legame creativo della band con il fotografo olandese, che lavora con loro più o meno costantemente da quasi trent’anni. La setlist alterna vecchi successi di una carriera trentennale con moltissimi brani dell’ultimo disco. Album come sempre controverso, che ha ricevuto però diversi commenti positivi anche dallo zoccolo duro dei fan, amanti del suono techno-pop delle origini. Davvero notevole la resa live delle canzoni nuove; chi non pensava che questo disco potesse essere restituito degnamente dalla versione dal vivo, è stato smentito da un lavoro notevole anche da questo punto di vista. Canzoni energiche come “Should be Higher” o “Soothe My Soul” (secondo singolo ufficiale) trascinano la folla alla stregua dei grandi successi, le basse frequenze sono nitide e potenti, le linee vocali perfettamente cesellate, tutto è oleato da meticolosità e mestiere. Pezzi più delicati come “Heaven”, primo singolo, e “The child inside”, uno dei toccanti brani cantati da Martin Gore, sono eseguiti fedeli e rispettosi della loro versione studio.

Dave Gahan è in formissima, balla sicuramente di meno e si perde poco in urla di incitamento verso il pubblico, ma è più pulito rispetto al solito nell’esecuzione vocale. Le canzoni da “Delta Machine” a fine concerto saranno ben sette, cantate e accolte da applausi da ogni parte del palazzetto, ma lo spettacolo dei Depeche Mode durerà ben due ore per un totale di 23 canzoni. Troveranno spazio grandi successi del passato, tra cui le classiche “Walking in My Shoes”, “Policy of Truth”, “A Question Of Time” ed ovviamente “Personal Jesus” ed “Enjoy the Silence”, cavalli di battaglia della band dal 1990. Ma sarebbe davvero un errore pensare al resto del live come ad una sorta di Greatest Hits , perchè le sorprese ci sono. Innanzitutto “Black celebration”, canzone del 1986, inno storico dei fan più vecchi della band accolta da sorpresa ed emozione palpabile da tutto il palazzetto (peccato per una resa live, non del tutto all’altezza dell’originale per un discorso tecnico nella ritmica elettronica del pezzo); oppure “Higher Love”, mitica canzone di apertura dei concerti del leggendario “Devotional Tour” del ’93, in una versione particolare con Martin Gore alla voce, una prima parte del brano in chiave acustica ed una seconda parte synthetica e riarrangiata in maniera eccellente. La band dimostra coraggio, sfidando il suo esigentissimo pubblico con due canzoni completamente rimaneggiate. La prima è “A Pain That I Used To”, di natura elettro-rock, simbolo del genere affrontato con l’album “Playing The Angel”, qui completamente stravolta nell’arrangiamento; I Depeche premiano per questo brano la bassline di un celebre remix (Jacques Lu Cont) con un inedito Peter Gordeno al basso. La seconda è nei bis, dove i nostri eseguono “Halo” (da “Violator” ) in una versione che onorifica un remix dei Goldfrapp. Il brano, con apertura sontuosa di archi ed un incedere travolgente, regala brividi a tutto il palazzetto. Emblematico su questa canzone è anche il lavoro visual di Corbjin, che riesce ad espandere l’impatto del pezzo in maniera polisensoriale verso un pubblico completamente risucchiato dalla sua atmosfera, sia sonora che visiva. Davvero encomiabile l’operato di Corbijn per questo stage; salvo qualche piccola esagerazione stilistica che rischia di distrarre dall’impatto delle canzoni, i video che accompagnano Gahan e soci durante il concerto sono perfetti ed in totale sintonia con la band. Il concept dei triangoli è usato finemente su gran parte delle canzoni della scaletta (su “Enjoy the Silence”, tre controrsioniste coi loro corpi riproducono simbolicamente i triangoli e l’impatto visivo con la band al centro è straordinario).

Il concerto finisce con le certezze, “Just Can’t get Enough” trascina nelle danze, “I Feel You” incide con la sua sensualità, muovendosi tra rock passionale ed elettronica, e il leggendario campo di grano eseguito dal pubblico durante “Never Let Me Down Again”, glorifica meritatamente una delle più importanti band dell’era moderna. I Depeche Mode sono una band anomala, lo stesso Gahan lo sottolinea nelle ultime interviste,: la natura della loro proposta musicale sarebbe da gruppo underground, mentre il loro successo planetario li proietta verso il mainstream. Lo scontro intrinseco di questa natura fa in modo che il prodotto sia sempre mutevole, ricco ed eterogeneo nel genere musicale, sempre contemporaneo nella proposta artistica, e unico nel panorama mondiale.

(Marco Danelli)

SETLIST:

Welcome to my world
Angel
Walking in my shoes
Precious
Black Celebration
Policy of truth
Should be higher
Barrel of a gun
Higher love
The child inside
Heaven
Soothe my soul
A pain that I’m used to
A question of time
Secret to the end
Enjoy the silence
Personal Jesus
Goodbye

Bis:
A question of lust
Halo
Just can’t get enough
I feel you
Never let me down again

Live Report: Motorpsycho @ Zona Roveri, Bologna 05/05/13

Maggio 6th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Li avevamo lasciati un po’ perplessi dopo il concept live di un anno fa circa al Bronson di Ravenna, influenzati dalla scelta poco condivisa di eseguire per intero il nuovo particolare disco “The Death Defying Unicorn”; li ritroviamo dodici mesi dopo a Bologna come se quel concerto non ci fosse mai stato. Stiamo parlando dei Motorpsycho, band norvegese culto del rock psichedelico, che ha infiammato palco e platea del Zona Roveri Club.

Quando si tratta dei Motorpsycho si può andare sul sicuro e poco importa la mia totale mancanza di preparazione sull’ultimo disco “Still Life with Eggplant”; come le migliori tradizioni: quando il trio norvegese suona nei dintorni, bisogna andare a vederli. Il motivo principale è che difficilmente tradiscono le aspettative.

Come al solito non sono previsti ritardi e alle 22.00 precisissime la band scandinava, accompagnata da un quarto elemento, si presenta sul palco, accolta dagli applausi del numeroso pubblico presente. L’inizio è dei migliori con “Überwagner or a billion bubbles in my mind” e “The ocean in her eye” in rapida successione, seguite dalla violenta esplosione di “S.T.G.”, cadenzata dall’innalzamento degli strumenti al cielo durante gli stacchi del ritornello: spettacolo. La scaletta un po’ leccaculo inizia a dare i frutti sperati ed il pubblico dimostra tutta la sua riconoscenza sommergendo i quattro musicisti di applausi e urla alla fine e all’inizio di ogni brano.

Le cinque lampade posizionate dentro dei padelloni da soffitto, costruite in Italia e acquistate l’anno scorso dopo lo show al Cage di Livorno, spiccano tra la consueta muraglia di amplificatori, scandendo e rafforzando le numerose divagazioni progressive strumentali del quartetto. Con una media di dieci minuti a pezzo i Motorpsycho mettono in fila gran parte dei loro più grandi successi, arricchiti dalla presenza di ben quattro dei cinque brani totali dell’ultima fatica discografica “Still Life With Eggplant”.

Gli acuti di “Greener” (i fanatici del “bel canto” stiano alla larga), i riff hard rock di “Hogwash” e le veloci stilettate di “You lied (aka walking on the water)” scaldano il pubblico a tal punto da regalare i primi accenni di pogo, sempre molto apprezzato dalla band scandinava.

Dopo due ore tiratissime, con quattordici brani alle spalle, il quartetto si prende una meritata pausa di due minuti prima dell’encore; la sensazione è che il tempo passato sul palco e il caldo torrido del locale non siano affatto sufficienti per stancare il gruppo al punto che, con il passare delle ore, sembra che la qualità e l’intensità dell’esibizione raggiunga livelli sempre più alti. I due brani che seguono sono di circa un quarto d’ora ciascuno e danno la forte impressione che il gruppo non abbia alcuna intenzione di scendere dal palco; i Motorpsycho si divertono sul palco e il pubblico lo percepisce, suggellando quella che si potrebbe definire la perfetta “transazione” artistica.

L’esibizione si chiude definitivamente dopo due ore e trenta di suono intenso, vero e coinvolgente; i Motorpsycho, che in Italia non godono sicuramente della fama che meriterebbero, non deludono le aspettative nemmeno questa volta ed è per questo motivo che tornerò a vederli al prossimo concerto, perché sono sicuro che non deluderanno nemmeno la prossima.

(Edoardo Gandini)

SETLIST:

  1. Überwagner or a Billion Bubbles in My Mind
  2. The Ocean In Her Eye
  3. S.T.G.
  4. Sail On
  5. Starhammer
  6. Ratchatcher
  7. August
  8. Barleycorn
  9. Greener
  10. Hell, part 1-3
  11. Hogwash
  12. Walking On the Water (You Lied)
  13. Up’ Gainst The Wall (High Time)
  14. X-3 / The Getaway Special

Encore

  1. The Bomb-proof Roll & Beyond

Encore 2

  1. Taifun

Live Report: Mark Knopfler @ PalaOlimpico, Torino 02/05/13

Maggio 3rd, 2013 in Reports by Redazione Rockol

In tempi di Spotify è difficile dire se un tour serve a promuovere un nuovo cd o se dall’album un artista trae nuove canzoni per rendere più brillante il concerto.  Ad ogni modo Mark Knopfler si è messo in giro per il mondo con il “Privateering” Tour, dall’ultimo album uscito qualche mese fa. Ieri la prima tappa italiana a Torino (stasera si replica a Milano, prima del ritorno a Luglio).
Il concerto evidenzia la filosofia del disco, album doppio, il settimo da solista in cui riesce a fare una riflessione sul suo percorso musicale ed esistenziale mescolando in giuste dosi folk song, blues, musica scozzese/irlandese con una ricerca del suono migliore. Ovviamente senza dimenticare le sue radici: i Dire Straits.  Non è un revival e non è una svolta: è rock come contenitore di musiche differenti.
Nel concerto Knopfler riesce a fondere le varie anime della sua musica e della sua carriera, aiutato dalla solita grande band , rinforzata da Michael McGoldrick, John McCusker che con flauti e cornamuse e violini ricreano atmosfere scozzesi e irlandesi. Mark è molto attento al suono e cambia continuamente la chitarra per creare atmosfere differenti. La scaletta è composta di un giusto mix di canzoni dal nuovo album e altre dai suoi album solisti.
Bellissima “Privateering”  che inizia con Mark da solo e poco per volta la musica si ampia con un progressivo ingresso della band che accompagna il “corsaro” nel racconto della sua visione della vita. E poi c’è il blues che trascina il pubblico: in particolare “Gator blues” suonata per la prima volta in questo tour. Poi ballate struggenti come “Hill farmer blues” e “Postcard from Paraguay” accompagnato da un tappeto sonoro di flauti.
Knopfler sembra non dimenticare il passato e suona diverse delle canzoni dei Dire Straits: l’accoppiata senza soluzioni di continuità tra “Romeo & Juliet” e “Sultans of swing” lascia senza fiato e scatena un lunghissimo commosso e applauso. Non da meno sono suonate con passione la lunga “Telegraph Road” e “Brothers in arms”.

Il concerto finisce con una suite, “Going home” (da “Local Hero”), concordata della band in una curiosa discussione di gruppo sul palco.  Il film di ben trenta anni fa è un inno al rispetto dell’ambiente che riesce a fermare con la bellezza e l’umanità l’invasione dell’industria. È un po’ questo il senso del concerto: la musica “seria” senza concessioni alle mode e senza mitizzare il passato resiste e trova pubblico anche nell’era della rete e dei giovani.
Per concludere con una nota dissonante.  Guardate con attenzione la foto di copertina del disco (e del tour), di una tristezza sconfinata: un pulmino immobile senza ruote in una gelida giornata con un cagnetto in primo piano che fa da immagine a un tour in mezzo mondo. Anche i corsari pur amando le navi (e i van) e le band hanno paura di rimanere fermi e soli.
(Alberto Sibilla)

SETLIST
What It Is
Corned Beef City
Privateering
Father and Son
Hill Farmer’s Blues
Kingdom of Gold
I Used to Could
Romeo and Juliet

Sultans of Swing
Gator Blood
Postcards from Paraguay
Marbletown
Speedway at Nazareth
Telegraph Road

BIS
Brothers in Arms
Going Home: Theme from Local Hero

Live Report: Renato Zero @ Palalottomatica, Roma 27/04/13

Aprile 28th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

In alcuni casi si può iniziare  quasi dalla fine, da quando Renato Zero intona “Il Carrozzone” con alle sue spalle quello specchio immenso che ricorda  e riflette per il pubblico i nomi di grandi artisti scomparsi (da Mia Miartini, Alex Baroni, Franco Califano, Trovajoli,  Mariangelo Melato fino ad arrivare a Luciano Pavarotti). Ricordare affinché quei nomi, di tanto in tanto dimenticati,  rimangano impressi ancora nel nostro presente. Uno spettacolo  vasto , come  lo specchio che il pubblico si trova davanti e dove Renato si riflette nell’amore di tutti. Durato trenta momenti di vita, tutti scanditi dalla passione e ancora dall’intensa voce di Zero. Accompagnato da un’orchestra di trentaquattro elementi diretti dal Maestro Renato Serio e da dodici ballerini che hanno danzato le coreografie fresche  e spettacolari di Bill Goodson.

Ma ritornando all’apertura…si parte con la “Favola mia” un pianoforte rosso che lo accompagna per poi proseguire con “Amico”, “E poi”, “Cercami” per  un medley nel passato che spalanca le porte  ai brani del nuovo album “Amo Capitolo I”. Scorrono di seguito canzoni potenti per coinvolgimento del pubblico come “Chiedi di me” , “Voglia d’amare”, “Il nostro mondo” intervallate da “La pace sia con te”, di un’intensità che richiama quelle croci che si riflettono dietro le spalle di Renato. Ma è la parola “amore” il filo conduttore del concerto, ed è proprio questo il consiglio che ad un certo punto Renato rivolge a tutti “l’Amore è il consiglio che vi do, amori di secondo grado, terzo..non buttate via niente “. Sul palco non perde un colpo e nemmeno il passo: gli anni se non fosse lui a ricordarli non avrebbero nessun peso. Si muove, si agita e strizza l’occhio a quelle pailettes che ancora su di lui hanno l’effetto pieno della luce. Cambia di abito spesso, ma la sua maschera, quella vera, quella che il pubblico gli urla ad ogni suo attimo di respiro è sempre quella del Renato che ha iniziato da “Zero”. Sta al passo con i tempi e dimostrazione si può trovare nell’effervescente rivisitazione di “Madame versione Dj” dove sullo “specchio” Renato indossa i panni del DJ e si diverte a far ballare tutti. Impressiona quando esegue “Baratto” , perché il brano  del passato è veloce, divertente e ironico fino all’inverosimile e lui tiene queste tre caratteristiche tutte insieme nella sua voce. Non ha nemmeno bisogno più di “scatenarsi” come prima, con gli anni ha acquisito talmente intensità che le sue creature oramai rispondono completamente ai suoi tempi. Il pubblico è in delirio, e lui ricambia questo amore con una prima romana senza nessun neo.
Si susseguono brani come “Morire qui”, “i 70″, “La vacanza”, “Triangolo/mi vendo”, “Fortuna”, “La vita che mi aspetta” , “Oramai” , “Vola alto” fino ad una dedica che va verso il mare, che richiama quel piccolo navigatore di Lucio Dalla con il brano “Lu” , ed è emozionante vedere quel dito puntato di Renato verso un amico che non si è perduto ma che ha solo intrapreso un altro viaggio, verso un altro mare. C’è un particolare momento nello spettacolo, perché va sottolineato che uno show di Renato Zero non è solo musica, ma è appunto uno spettacolo. Renato va via e sullo specchio si riflette il video di “Un’apertura d’ali”  realizzato da Alessandro D’Alatri nel carcere femminile di Latina. Anche la scelta di non cantarla dal vivo ma di mostrare il video di donne che vivono una condizione reale per quanto dura, lo avvicina ancora di più a quella condizione di sofferenza. Fosse rimasto sul palco il pubblico avrebbe dato attenzione a lui, invece il video è di una bellezza brutale, di un Renato che passeggia in mezzo a queste donne, che si attacca alle sbarre ma che alla fine quel portone, quell’apertura d’ali non portano verso il nulla, ma verso il mare inteso come spazio infinito e senza legami alcuni.L’ultimo brano ad essere eseguito è “Il cielo”: se sulla terra non si ha più nemmeno spazio per un sorriso, se il mare rimane la meta ambita e dove in tanti sperano di andare , non rimane  al pubblico tutto che  guardarsi prima nello specchio di Renato, e poi insieme a lui guardare verso in alto.
In molti dicevano che Renato forse non era più lo stesso, che l’età vuoi o non vuoi avanza e il tempo passa per tutti (anche un orologio gigante ce lo ricorda), ma la prima di “Amo” è stata veramente un tilt di lancette, un’esplosione di musica, suoni, coreografie come poche se ne vedono ultimamente. Alla fine Renato ringrazia tutti, si emoziona, abbassa le luci dello specchio, chiude il tendone bianco e ritorna a struccarsi, ma mai dalle sue emozioni. Quelle emozioni che il pubblico ancora cantava fuori.
(Graziella Balestrieri)

Live Report: Tricky @ Live Club, Trezzo D’Adda 25/04/13

Aprile 27th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Andare ad un live di Tricky equivale ad una scommessa. Molto di quello che succede sul palco è improvvisato e strettamente legato al mood della serata. Tricky stesso è un personaggio umorale ed imprevedibile, in qualsiasi momento potrebbe far cose memorabili o avere gesti di stizza.

Poco dopo le 23 sale la band, composta da giovani musicisti, alcuni già conosciuti nel precedente tour. Basso e tastiere affidati a due ragazze, mentre batteria e chitarra riportano in parità i sessi con due ragazzi. Ovviamente immancabile sul palco la vocalist, condicio sine qua non di praticamente tutte le creazioni di Tricky, sia in studio che on-stage. Anche per questo tour e per gran parte dell’ultimo disco che verrà pubblicato il mese prossimo, il ruolo è occupato da Francesca Belmonte, sinuosa cantante italo-irlandese già spalla di Tricky negli ultimi lavori.

Adrian Thaws, in arte Tricky, entra poco dopo accompagnato dalla più fedele delle sue compagne, una densa e voluminosa nuvola di fumo che gli esce dalla bocca offuscandone le sembianze. Dal primo istante della sua presenza sul palco, sembra chiaro che la performance sarà una scommessa vincente. Ci è andata bene; Tricky è carico, impugna l’asta del microfono con decisione e scuote la testa violentemente. Iniziano sempre così i suoi celebri movimenti corporei, espressione sincopata della sua musica, oscura e nervosa, complessa e sensuale. Una delle variabili che avrebbe potuto compromettere la buona riuscita del live era la possibilità che ci fosse poca gente, tra ponti vacanzieri ed un artista non troppo mainstream poteva accadere. Invece il pubblico c’è, partecipa, e risponderà sempre meglio durante il corso del concerto. Basti pensare che al quinto pezzo, Past Mistake dall’album Knowle West Boy del 2008, Tricky invita già persone sul palco. Ne salgono a caso una quindicina, ma ad Adrian non bastano. Mentre la band continua l’esecuzione del brano, prolungandola senza apparentemente limite, lui continua a fare gesto alle persone di salire; ad un certo punto sembra quasi una minaccia, si arriva al punto che sul palco ci siano una quarantina di persone.

Ed eccolo lui al centro, maestro e guida di un rituale collettivo, che costituisce l’obiettivo di ogni suo live: cercare di creare e mantenere una tensione che lega lui alla band, fino a convogliarla in un legame al limite dell’ erotico col suo pubblico. E’ per questo che un concerto di Tricky dipende da molti fattori, prima di tutto l’attenzione dei suoi musicisti, che non si possono permettere la minima distrazione dai suoi “ordini”. La maggior parte dei pezzi cominciano canonici come su disco, poi Tricky li gestisce durante il loro incedere come un direttore d’orchestra, destrutturando e ricostruendo la struttura delle canzoni a piacimento. Non hanno un genere, sono uno dei livelli massimi di contaminazione tra musica elettronica e rock, tra dub e hip hop. Il repertorio spazia, pescando molto e coraggiosamente dall’album non ancora uscito. Tra queste sono già riconoscibili tracce diffuse via internet, come Nothing’s Changed, Does It e Nothing Matters. Certo non mancano brani storici accolti da maggior clamore dal pubblico, Overcome e Vent per esempio, o della cover che vede ancora Ace Of Spades dei Motorhead come un momento topico con pubblico sul palco a pogare.

Il concerto dura circa un’ora e mezza, Tricky a fine live è completamente perso nella sua performance, non si sa se per merito di quello che si fuma durante lo spettacolo o per pura e genuina estensione musicale; la cosa sicura è che anche questo galvanizza il pubblico a partecipare al suo “delirio”, in un finale lunghissimo e travolgente. Da denotare il ruolo decisivo di Francesca Belmonte, ragazza sempre piuttosto timida e schiva sul palco, dotata non solo di una bellissima voce ma anche della capacità di intervenire in maniera delicata e decisa nei momenti in cui Tricky si fa da parte per raggiungere le sue catarsi. La band saluta, Tricky ringrazia generosamente e scende dal palco energico come vi era salito, e Alessio Bertallot può cominciare il dj set per far sfogare nel dancefloor l’adrenalina accumulata dal pubblico.

(Marco Danelli)

Live Report: Ilaria Porceddu @ Auditorium Parco della Musica, Roma 21/04/13

Aprile 23rd, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Sono passati ormai cinque anni da quando la voce della giovane e bella Ilaria Porceddu ha fatto irruzione nelle orecchie degli italiani. Allora gareggiava tra i talenti della prima, storica edizione di X-Factor (quella che sancì il successone di Giusy Ferreri per intenderci); militava tra gli under 24 (allora non esisteva la distinzione tra ragazzi e ragazze) di una combattiva Mara Maionchi. Un talento così puro, limpido, il suo. Non passò di certo inosservata, anzi. Il suo nome finì sulla bocca di tutti (basti pensare al fatto che pochi giorni dopo la conclusione del talent, Ilaria si ritrovò a posare per la copertina di una nota rivista per uomini). Si piazzò solo quinta la minuta cantautrice nata in quel di Cagliari il 16 ottobre 1987, eliminata in semifinale dalla stessa Maionchi (la preferì all’ammiccante Tony Maiello, di più facile presa sul pubblico delle teenagers). Da allora, però, Ilaria non ha mai smesso di sognare. Un album, “Suono Naturale” (pubblicato dalla Sony Music subito dopo la partecipazione al talent show targato, all’epoca, Rai Due), le ha permesso di fare il suo debutto ufficiale nel mondo della discografia. Nel frattempo, la sua versione di “Oceano” (brano portato al successo da Lisa), riscuoteva successi in rete e nei negozi digitali arrivando addirittura a piazzarsi al nono posto nella classifica delle canzoni più scaricate da iTunes. E poi il teatro, la rottura con la Sony e la firma con l’etichetta indipendente D’Altro Canto. Infine una tentata, ma mancata, partecipazione a Sanremo (quello condotto dalla Clerici).

Oggi Ilaria è cresciuta, si è lasciata alle spalle tutte le esperienze del passato e ha fatto tesoro dei tanti “no” ricevuti. Dopo la partecipazione, in gara tra le nuove proposte, all’ultimo Festival di Sanremo, la cantautrice sarda ha dato alle stampe il suo nuovo album di inediti, “In equilibrio”. Un album fresco, giovane, acerbo e allo stesso tempo maturo e denso di significati. Quando Ilaria, ieri sera, ha fatto il suo ingresso sul palco del Teatro Studio dell’Auditorium Parco della Musica per la prima data del suo nuovo tour, aveva gli occhi pieni di gioia: il suo sogno si è finalmente avverato. In circa un’ora e mezza di musica, la seconda classificata tra i giovani a Sanremo 2013 ha saputo dare grande prova del suo talento, della sua tenacia e della voglia di far conoscere a quante più persone possibili il suo universo musicale fatto di sogni, speranze e passione. Accompagnata dalla sua band, Ilaria ha dato il benvenuto ai circa trecento presenti proprio con la sua versione (impeccabile) di “Oceano” (in fondo è il pezzo che l’ha fatta conoscere al grande pubblico). Una partenza straordinaria, questa, a cui hanno seguito alcuni dei brani del nuovo album (tra questi “Vendo e compro oro” avrebbe dovuto vedere Ilaria duettare con la cantautrice Momo, assente perché “impegnata”, ha detto la cantante, “in uno spettacolo teatrale a Napoli”). “Suono naturale” e “Libera” hanno permesso ad Ilaria di fare un altro passo indietro per scovare emozioni latenti del passato. Nel bel mezzo della serata, la giovane cantautrice ha voluto persino omaggiare quello che ha definito come il suo “cantautore del cuore”, vale a dire Fabrizio De Andrè: bella versione della trascinante “Volta la carta”, la sua.

Altro omaggio è stato quello a Lucio Dalla, autore di “Mai mai” (uno dei pezzi contenuti ne “In equilibrio”). Immancabile il pezzo sanremese, con tanto di applauso durato circa due minuti. Momento di grande musica lo è stato il duetto con il coro Sat&B diretto da una scatenata Maria Grazia Fontana in “No potho reposare” (uno dei tanti omaggi alla sua terra). Meno convincente, invece, la prova (featuring Alien, giovane rapper) de “La storia” di De Gregori. Per il tanto invocato bis, infine, Ilaria è tornata sul palco ed ha ri-intonato (in una versione pianoforte e fisarmonica, suonata da Clemente Ferrari) “In equilibrio”.

La prima tappa dell’ “In equilibrio tour” è stata la testimonianza più evidente del grande talento della piccola Ilaria (nella botte piccola c’è il vino buono, dicono). Un linguaggio musicale, il suo, che non scende a patti con le regole banali del pop commerciale. Un po’ come fece, qualche anno fa, una caparbia catanese come Carmen Consoli, la cantautrice sarda ha saputo omaggiare al meglio le sue origini e il suo background musicale fatto di canti popolari sardi, dei capolavori della scuola cantautorale italiana e delle più raffinate interpreti internazionali. Sentiremo ancora per molto parlare di lei. Tanto di cappello!

(Mattia Marzi)

SETLIST:
Oceano

Vendo e compro oro
Luna
Il mare è famoso
Suono naturale
Libera
Riu
Ubaldo e Loredana
Volta la carta
Mai mai
Vola via
In equilibrio
Movidindi
No potho reposare (feat. Sat&B)
La storia siamo noi (feat. Alien e Sat&B)
In equilibrio (bis)

Live Report: Juan Lorenzo Trio @ Maison Des Arts, Pescara 19/04/13

Aprile 22nd, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Il 19 aprile 2013 nella Maison des Arts si è esibito il trio flamenco di Juan Lorenzo composto – oltre che dal chitarrista – da Elena Presti (baile) e Dario Carbonelli (cajon e baile).
In oltre 50 minuti di concerto il trio ha guidato gli spettatori attraverso un viaggio filologico alla scoperta del flamenco, partendo da pezzi tradizionali – come quelli di Sabicas – per arrivare alle armonie e ai ritmi contemporanei.
Vista la difficoltà dei pezzi selezionati va certamente applaudito Lorenzo che ha scelto di confrontarsi con musiche complesse da eseguire ed estenuanti dal punto di vista fisico. E infatti, anche se i rasguei sono stati robusti potenti e giustamente aggressivi, l’esecuzione dell’alzapua non è stata fluidissima, così come certe linee iperveloci.
Ciò non toglie che, complessivamente, la qualità dell’esecuzione sia stata molto buona.
Efficacissimo il lavoro di Dario Carbonelli al cajon che ha sostenuto ritimicamente la Conde di Lorenzo con interventi misurati ma sempre puntuali. Anche nel baile Carbonelli è stato preciso nel lavoro di piedi anche se il suo stile di danza è caratterizzato da una certa rigidità del tronco che potrebbe non piacere.
Buona anche la prestazione di Elena Presti che ha ballato da sola e in duo con Carbonelli in una performance senza sbavature.
Il concerto si è chiuso con due bis a base di rumba che hanno ulteriormente alzato la temperatura in sala facendo letteralmente scatenare il pubblico che aveva riempito la sala occupando ogni spazio
disponibile.

(Andrea Monti)

Live Report: EELS @ Alcatraz, Milano 18/04/13

Aprile 21st, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Chi sono gli eels, una band o il progetto di una cantautore californiano un po’ pazzo? Non esiste un’unica risposta, tutto nasce da Mr.E (Mark Everett), genialoide songwriter barbuto, figlio di un altrettanto geniale padre arrivato ad un passo dal nobel e di una famiglia di artisti di cui è l’unico discendente. Da lui parte il progetto eels che dal 1996 ad oggi viene incarnato da musicististi sempre diversi. Ora qualcosa sembra essere cambiato, E ha trovato una nuova famiglia da cui farsi adottare, una famiglia formata da due chitarristi, The Chet e P-Boo, il bassista Honest Al (anche se nell’ultimo disco il basso è stato suonato da Kool G Murder) e il batterista Knuckles.

E’ grazie a loro se gli eels sono di nuovo una band e non solo l’emanazione dell’ego di E, e questa grande sintonia, che già traspariva nell’ultimo disco “Wonderful, glorious”, è apparsa ancora più evidente nel concerto che ha infiammato, la scorsa sera, l’Alcatraz di Milano.

Nonostante l’attesa per il ritorno dal vivo degli eels, si temeva di assistere ad una replica del tour di “Tomorrow morning” in cui la band aveva portato in scena uno spettacolo tanto rumoroso quanto confuso. Fortunatamente i tanti concerti insieme hanno affinato l’amalgama tra i musicisti che si sono presentati sul palco vestiti con la medesima “divisa”, una tuta nera della Adidas che ricordava quella indossata da Adam Sandler ne “I Tenenbaum” di Wes Anderson, occhiali scuri e barba incolta.

Se l’impianto luci è piuttosto scarno, a stupire un gremito Alcatraz ci ha pensato l’originale disposizione dei musicisti sul palco in due file una seconda fila rialzata dove stazionavano i due chitarristi e il bassista e la prima fila con, da un lato, la batteria di Knuckles e, dall’altro, quasi in disparte rispetto al resto della band, E.

L’onore di aprire la serata è spettata alla cantautrice Nicole Atkins che ha presentato una manciata di canzoni dai suoi due album che ne hanno fatto apprezzare il talento e le indubbie doti vocali, nonostante l’assenza di una band a suo supporto, alla lunga, ha un po’ pesato sulla sua esibizione. Dopo pochi minuti è iniziato lo spettacolo degli eels che hanno iniziato da subito a schiacciare l’acceleratore con un gruppo di brani tra rock e blues come “Bombs away”, “Kinda fuzzy”, “Tremendous Dynamite” e la cover di “Oh well” dei Fletwood Mac. Nonostante l’avvio al fulmicotone, gli eels mostrano subito di aver trovato finalmente un ottimo equilibrio rispetto al precedente tour, dosando energia e melodia andando a ripescare anche tra dischi più vecchi, come nel caso di “The sound of fear” presa da “Daisies of the galxy” del 2000.

Man mano che lo show procede Mr.E inizia a mostrare quanto sia cambiato rispetto agli esordi, quando dichiarava apertamente di trovare i concerti una vera noia: dialoga con il pubblico e con i suoi fidi compari a cui chiede lunghi abbracci, perché, non smetterà di ripeterlo fino alla fine, vuole troppo bene a questi ragazzi. Lo spettacolo si fa ancora più folle quando su uno dei momenti più rumorosi del concerto anche i roadie entrano in scena simulando una discussione sul palco. Il momento più divertente vede come protagonista The Chet, che E definisce il suo “bro”, il suo fratello, con cui, in una cerimonia solenne celebrata dal bassista Honest Al, si scambia la promessa reciproca di suonare assieme per almeno altri dieci anni, sugellando il tutto con la segreta stretta di mano degli eels.

Nonostante le gag la band continua a macinare rock proponendo brani come “New Alphabet”, “Peach blossom”, “Prizefighter”, ma anche canzoni più melodiche come “In my dreams” e “On the rope”.

La prima parte del concerto si conclude con due proiettili rock: uno dal passato, l’oscura “Souljacker Pt.1”, e la più recente “Wonderful glorious”, ma non c’è il tempo di respirare che la band torna tra il clamore della folla per due bis dove E inizia a suonare una delle prime canzoni scritte per gli eels, la malinconica e romantica “My beloved monster” che viene mescolata con un altro grande classico, la bellissima “Mr. E’s Beautiful Blues”.

Il concerto volge al termine, ma quando la maggior parte del pubblico è uscita dal locale, la band, come da sua tradizione, torna sul palco per le ultime due canzoni, “Dog faced boy” e “Go eels!” un brano molto semplice che permette ai singoli componenti di presentarsi con i loro assoli.

Una volta conclusa anche quest’ultima parte dello show lasciamo entusiasti il locale con la consapevolezza che Mr.E non è più solo, ha un nuova famiglia con cui è tornato a fare della grande musica.

(Giuseppe Fabris)

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