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Michael Jackson on Tour – HIstory, il riscatto

Ffebbraio 11th, 2012 in Libri, musica, personaggi by mike

Dopo tanta attesa è arrivato!
Albert Gary, con la pubblicazione del volume Michael Jackson on tour – HIstory, il riscatto, offre un omaggio all’artista di maggior successo di tutti i tempi.
Il tour HIstory segnò il riscatto di Michael Jackson dopo un’assenza dalle scene di oltre 2 anni e dopo le infamanti accuse del 1993, per la gioia dei suoi fan che non lo hanno mai abbandonato.
Il delizioso volume illustra le varie fasi del tour con una raccolta di immagini più belle e significative, oltre a raccontare brevemente l’entusiasmante svolgimento del concerto che ha battuto ogni record di presenza, detenuto dallo stesso re del pop.
Pubblicato in lingua italiana ed in inglese, per i fedelissimi dell’artista di tutto il pianeta.

Live Report: Black Keys @ Alcatraz, Milano 30/01/2012

Ggennaio 31st, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Che bello vedere dei ragazzi di vent’anni saltare e ballare delle canzoni che sembrano figlie di Chuck Berry, che odorano di polverose strade americane del secolo scorso. Che bello vedere musicisti come i Black Keys, due non-star per eccellenza, tenere il palco con questa rabbia e autorità. Il concerto di stasera all’Alcatraz di Milano, unica tappa del loro tour italiano, era la prova del fuoco per Dan Auerbach e Patrick Carney, che dopo il successo di “El camino” stanno tentando di scavalcare il recinto della musica alternativa per entrare, a modo loro, nel mainstream del rock. Una mossa che negli Stati Uniti era già riuscita con il precedente disco “Brothers”, ma che nel Vecchio Continente (come ci hanno raccontato nell’intervista prima del live) sta succedendo proprio ora. E la prova, lo diciamo subito, è stata superata a pieni voti.

Sono passate da poco le 21.30 quando Dan e Patrick salgono sul palco dell’Alcatraz, dopo il set del gruppo spalla Portugal. The Man. Il cantante e chitarrista con la sua giacca di jeans, il batterista con un look militare (guarda qui la photogallery del concerto). Dietro  di loro, quasi fossero una cornice, i due turnisti Gus Seyffert e John Wood, rispettivamente al basso e alla tastiera. Parte il primo pezzo in scaletta, la funkeggiante “Howlin’ for you”. Batteria e basso sugli scudi, Dan Auerbach non ancora caldissimo alla voce. L’inizio del set è ad alta velocità. Ecco il singolo “Next girl”, estratto da “Brothers”, la più recente “Run right back” e “Strange times”. Un bell’inizio, ma manca qualcosa. Non si fa in tempo a pensarlo, che Dan e Patrick dopo “Dead and gone” e “Gold on the ceiling” congedano i turnisti e annunciano “Adesso vi facciamo qualche pezzo vecchio noi due”. E qui le cose cambiano non poco.

Cambiano perché Dan Auerbach, finalmente si lascia andare. Cambiano perché la sequenza che segue con “Thick freakness”, “Girls on my mind”, “I’ll be your man” e soprattutto “Your touch”, è davvero di alto livello. Arrivano riff di chitarra che citano Jimi Hendrix, ma vanno forse ancora più indietro fino alle foci del Mississippi. La batteria di Carney è meno addomesticata, ma più incisiva. I due si avvicinano, suonano guardandosi dritti negli occhi. E da qui in poi per i Black Keys, ma soprattutto per il pubblico, è tutto in discesa.

Al ritorno della band infatti ecco una bella versione di “Little black submarines”, un chiaro omaggio a classici come “Stairway to heaven” e “House of the rising sun”. “Money maker” è rock ruvido al punto giusto, mentre “Chop and chance”, contenuta nella colonna sonora di “The Twilight Saga: Eclipse”, si arricchisce di un bell’assolo di organetto. Insomma, i motori si sono scaldati e la macchina dei Black Keys è ormai inarrestabile.

A questo punto, per chi scrive, arriva il momento più emozionante della serata: “Ten cent pistol”, ballata soul che sembra rubata a Marvin Gaye,  è lunga e ammaliante. Auerbach la canta in modo quasi sensuale. Verso la fine il pezzo si ferma, le luci sul palco si spengono per diversi secondi, per poi ripartire all’improvviso sul finale. Banale, dirà qualcuno. E’ vero, ma stupisce il modo in cui i Black Keys riescano a rendere anche le cose semplici così emozionanti. A chiudere il set regolare arriva il singolo “Lonely boy”, cavalcata rock vecchio stile veramente irresistibile. E allora il pubblico dell’Alcatraz, anche e soprattutto quello più giovane, semplicemente balla e si diverte.

I bis si aprono con una sorpresa: c’è una luce stroboscopica calata dal soffitto, proprio durante l’esecuzione di “Everlasting light”, una canzone tutta falsetti e ammiccamenti. Che è successo ai Black Keys? Sono dei discotecari? No, ovviamente, ma è il momento più felicemente kitsch della serata. Per il gran finale tocca invece a “I got mine”, ancora una volta uno spartito per sola chitarra elettrica e batteria. E ancora una volta Dan e Patrick ci mettono l’anima, quasi torturando il pezzo, esasperandolo. Fino al finale, quando la tenda alle loro spalle si abbassa e appare la scritta iluminata “The Black Keys”. Altro trucco a metà tra l’ironia e la voglia di grandeur. Fine della corsa, tutti a casa tra gli applausi.

In tempi in cui si parla tanto di “morte del rock” e di crisi della musica alternativa, che non nascondiamoci non scoppiano di salute, questi due dall’Ohio sono francamente una consolazione. Non hanno inventato nulla, obietteranno i detrattori. Ma il rock, spesso, è soprattutto questione di sentimento. E Dan e Patrick ne hanno da vendere e, soprattutto, riescono a trasmetterlo. I Black Keys sono la prova che questo genere, pur bistrattato e forse ridimensionato, è ancora vivo. E si spera che lo resterà, a lungo.

(Giovanni Ansaldo)

Scaletta:

Howlin’ for you

Next girl

Run right back

Strange times

Dead and gone

Gold on the ceiling

Thick freakness

Girls on my mind

I’ll be your man

Your touch

Little black submarines

Money maker

Chop and change

Same old thing

Nova baby

Ten cent pistol

Tighten up

Lonely boy

Encore:

Everlasting light

Long gone

I got mine

Live Report: Mastodon @ Alcatraz, Milano 26/01/2012

Ggennaio 27th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Alcatraz tagliato in due e prime file gremite già alle otto. Red Fang on stage alle otto e trenta, puntuali come le tasse. Fenomeni. Stoner pesante, grezzo, blues barbuto. Ampiamente riduttivo definirli “la spalla”. Apertura di quarantacinque minuti netti, dieci pezzi mitragliati senza sosta dal palco dell’ottima location milanese, accolti più che degnamente dai tanti adepti arrivati in anticipo appositamente per non perdersi cotanta grazia. Quando si dice la classe.

I quattro Red Fang, sudati e felici, ringraziano e introducono il set dei Mastodon nel miglior modo possibile. La speranza è di rivederli quanto prima, magari per una serata a loro esclusivamente dedicata.

Capitolo Mastodon: è sempre un piacere farsi piallare le orecchie dalla band di Atlanta. Disco nuovo fiammante sugli scudi, il buon “The hunter” pubblicato a settembre 2011, e quattro fratelli maggiori pronti a coprirgli le spalle. Risultato? Ventitré i pezzi in scaletta pescati magistralmente dall’intera discografia, un’ora e quaranta di furia cieca. Ottima la resa live: i ragazzi sono in palla, la band è rodata e gira come si deve, e si capisce già dalle prime battute, nello specifico “Dry bone valley”, “Black tongue” e “Crystal skull”, quale sarà il piglio della serata. Milano risponde con una platea furibonda: pogo costante e cori allo sfinimento. Altro che terremoto…

Troy Sanders e Brann Dailor sembrano i più attivi sul palco. Il primo offre un campionario di smorfie degne del miglior Luca Ferrari. Il secondo ha il suo bel da fare nell’aizzare una platea già comunque carica a mille. Più defilati invece Brent Hinds e soprattutto un particolarmente arcigno Bill Kelliher. Poco male: “Colony of birchmen”, “Megalodon”, l’ottima “Blasteroid”, e la doppietta micidiale “Spectrelight” / “Curl of the burl”, sono più che sufficienti per tenere in piedi la parte centrale dello spettacolo. Spettacolo che, a dispetto dell’ultima data milanese ai Magazzini Generali (ai tempi di “Crack the skye”, febbraio 2010, la prima da headliner nel nostro paese), è stato privato dei visual, sostituiti da un interessante gioco di luci e da un telone posto alle spalle della band, impreziosito dalla bella immagine di copertina di “The hunter”.

Pochissime le parole spese durante il set: l’idea è quella di tirare il motore al massimo fino alla fine per poi prendere fiato. Obiettivo centrato in pieno, e finale travolgente: da “Crack the skye” fino all’attacco del riffone di “Blood and thunder”, piazzata impeccabilmente in chiusura, le tremende zaffate di sudore delle prime file (la vera garanzia di qualità di un live di questo genere), arrivano implacabili fino in zona mixer.

Non c’è neanche il tempo di sgranchirsi le gambe che i Mastodon, dopo aver abbandonato il palco, rientrano immediatamente, accompagnati dai Red Fang e da alcuni fans, per la conclusione. “Creature lives”, indicata in setlist semplicemente come “The creature”, è il classico “La messa è finita, andate in pace”, il momento catartico: Alcatraz con le corna al cielo, un unico coro che spegne la serata in crescendo. Un momento da tramandare ai posteri. E a questo punto c’è anche il tempo per i ringraziamenti fatti come si deve. E’ Dailor a fare gli onori di casa, guadagnando il centro del palco per salutare l’incredibile platea milanese e dare appuntamento alla prossima estate. Perché ai Mastodon piace, ed è sempre più evidente con il passare del tempo e delle date, suonare nel nostro paese. E perché a noi piace da matti vedere i Mastodon. 2+2…

(Marco Jeannin)

SETLIST RED FANG

“Hank is dead”

“Throw up”

“Malverde”

“Wires”

“Into the eye”

“Number thirteen”

“Good to Die”

“Humans remain human remains”

“Sharks”

“Prehistoric dog”

SETLIST MASTODON

“Dry bone valley”

“Black tongue”

“Crystal skull”

“I am ahab”

“Capillarian crest”

“Colony of birchmen”

“Megalodon”

“Thickening”

“Blasteroid”

“Sleeping giant”

“Ghost of Karelia”

“All the heavy lifting”

“Spectrelight”

“Curl of the burl”

“Bedazzled fingernails”

“Circle of Cysquatch”

“Aqua dementia”

“Crack the skye”

“Where strides the behemoth”

“Iron tusk”

“March of the fire ants”

“Blood and Thunder”

Encore:

“Creature lives”

Afterhours @ Casentino Love Affair – 31/07/2011

Ggennaio 27th, 2012 in Reports by Luca Nassini

Esibizione degli Afterhours nel contesto del Casentino Love Affair , il Festival musicale alla sua prima edizione svoltosi l’estate scorsa a Poppi (AR).

Live Report: Vinicio Capossela @ Teatro Smeraldo, Milano 05/12/11

Dicembre 6th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Nonostante i suoi natali da “profano”, la musica di Vinicio Capossela con il passare degli anni ha sempre più avuto a che fare con la religiosità. Anche e soprattutto con quella popolare e ancestrale. E i suoi concerti di Natale, appuntamento ormai fisso per gli appassionati del cantautore di Hannover, fanno parte di questo suo modo di vivere la spiritualità. Non è un caso che lo show di stasera al Teatro Smeraldo di Milano sia intitolato “Sante Nicola nella pancia della balena”. Rispetto agli anni scorsi però c’è una novità piuttosto importante: quest’anno Vinicio ha pubblicato un album doppio, complesso e ambizioso come “Marinai, profeti e balene”. Un viaggio per i mari di carta della letteratura, che stasera è racchiuso nella prima parte della scaletta: nella seconda infatti la navigazione si conclude, ci si ferma a terra e si festeggia il 5 dicembre, notte della venuta del santo che più caposselliano non si può: Santo Nicola, protettore dei perdenti, dei naviganti sfortunati. Degli ultimi, degli Spessotti insomma.

Ma come dicevamo, la partenza è tutta per mare. Ed ecco il cupo e suggestivo incipit con “Il grande leviatano”, che rivela la scena: un gigantesco ventre di balena, lo stesso che ha ospitato la lunga e fortunata tournée di quest’anno. Vinicio siede al piano con il cappello da timoniere, con la sua ciurma alle spalle che intona canti, agita catene e mette in moto chitarre, contrabbasso, theremin e chi più ne ha più ne metta. La successiva “L’Oceano oilalà” si tinge dei mari d’Irlanda e apre la strada a “Dalla parte di Spessotto”, visto che quando si tratta di raccontare gli sfigati Capossela non si tira mai indietro. E stasera è la loro festa.

Il viaggio per mare prosegue con un’altra carrellata di vinti, di sopraffatti dal mare di melvilliana memoria: il condannato a morte di “Billy Budd”, il capitano Achab folle e disperato de “La bianchezza della balena” e dei “Fuochi fatui”. Ma c’è anche “Lord Jim”, contraddittorio eroe uscito dalla penna di Joseph Conrad. Capossela è un cantautore raffinato e come sempre riesce a dare la giusta forza a queste suggestioni. Come quando rilegge l’Antico Testamento con la bellissima “Job”, costruita su un tappeto di chitarre acustiche e incursioni arabeggianti. Oppure come quando alza gli occhi verso il cielo a guardare le “Pleiadi”, in un momento catartico e toccante.

Certo la parte “marina” dello spettacolo di Capossela è molto bella ma anche impegnativa, per questo ogni tanto il cantautore si sforza di alleggerirla. Un po’ con i tentacoli porpora del “Polpo d’amor”, un po’ con lo spettacolo di burlesque che accompagna la storia della sirena “Pryntil”, tra i brani nuovi più amati dal pubblico. Non manca qualche frecciatina politica come il riferimento a “Nettuno che non si fa chiamare `Papi´ ma `Nunù´”, chiaramente indirizzato al nostro ex premier. Durante “Vinocolo” compare un Polifemo in carne ed ossa, appena prima di una versione cupa e tribale del “Ballo di San Vito”. Bella e intensa.

Come detto, dopo il mare aperto si arriva in porto e ci si può riposare. “La Santissima dei naufragati” chiude la prima parte dello show, mentre “L’uomo vivo” sancisce il liberi tutti: il pubblico si alza e ci si concede un po’ di festa, dopo le fatiche della navigazione. Inizia la “Suite di Sante Nicola”, bella ma forse un po’ tardiva: Capossela legge degli estratti dal suo radio-racconto natalizio intitolato “I cerini di Santo Nicola”, canta la versione italianizzata di “Santa Claus is coming to town” e ospita sul palco il mago Christopher Wonder. Non poteva mancare la canzone “Sante Nicola”, estratta dall’album “Da solo”. Poi si concede perfino un’incursione nella musica colta invitando sul palco una cantante e una pianista per eseguire un lieder di Schubert.

Poi ecco “Ovunque proteggi”, uno dei brani più belli mai scritti dal cantautore, che da sola vale il prezzo del biglietto ed è colorata da un’insolita sezione di fiati. Un momento in cui la spiritualità di cui parlavamo prima viene tutta a galla con grande forza. A chiudere le danze ci pensa invece “Al veglione”, dove al “Buonanotte” finale Vinicio preferisce un “Buone feste a tutti!”. Il Natale arriva grazie a San Nicola. Ma arriva anche per permettersi il lusso di ascoltare concerti come questo.

(Giovanni Ansaldo)

Scaletta:

Il grande Leviatano

L’oceano Oilalà

Dalla parte di Spessotto

Billy Bud

Lord Jim

La bianchezza della balena

I fuochi fatui

Job

Goliath

Polpo d’amor

Printyl

Vincolo

Il ballo di San Vito

Calipso

Le Pleiadi

Dimmi Tiresia

Nostos

La Santissima dei Naufragati

L’uomo vivo

Inedito

Sante Nicola è arrivato in città (Santa claus is coming to town)

Sante Nicola

Intermezzo (Schubert)

Ovunque proteggi

Al veglione

Live Report: Noel Gallagher @ Alcatraz, Milano 28/11/11

Novembre 29th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Si possono rimproverare tante cose a Noel Gallagher, ma è difficile negare una cosa: in questi anni l’artista di Manchester ha creato un popolo, anche al di fuori dell’Inghilterra. E’ quello dei fan degli Oasis. Certo, i meriti vanno dati anche in parte a suo fratello Liam, che per tanti anni ci ha messo la faccia e la voce. Però le canzoni “pesanti” di fatto le ha firmate tutte “The chief”. E stasera una parte, seppur piccola, di questo popolo è proprio qui a gremire l’Alcatraz di Milano. Lo si nota dalle t-shirt dei Beatles, dalle pettinature a caschetto e perfino dalle magliette del Manchester City indossate da diversi spettatori.

Alle nove in punto si comincia, in pieno stile british. Parte la versione remix di “If I had a gun” realizzata dagli Amorphous Androgynous, un antipasto del nuovo album previsto per il 2012. Poi ecco Noel insieme ai suoi High Flying Birds: Jeremy Stacey, Russell Pritchard, Mike Rowe e Tim Smith. Il primo pezzo in scaletta è “It’s good to be free”, vecchia b-side degli Oasis che i maligni potrebbero quasi leggere come un messaggio ai vecchi compagni di avventura. Poi tocca a “Mucky fingers”, pezzo datato 2005 che omaggia i Velvet Underground e Bob Dylan. Un inizio nostalgico, ma che scalda subito gli animi. La prima canzone del nuovo repertorio è invece “Everybody’s on the run”, riproposta in una veste elettrica che convince. Così come “Dream on”, il pezzo più orecchiabile e felicemente pop del nuovo corso.

Dopo un “Buonasera Milano” di rito, parte invece “If I had a gun”, cantata da tutti come se fosse già un classico. Le nuove canzoni dal vivo funzionano, ma con qualche piccola eccezione. La scelta di renderle più rock, rispetto alla veste principalmente orchestrale del disco, fa bene ai pezzi sopracitati. Meno agli altri, come “Soldier boys and Jesus Freaks” e “Aka…Broken arrow”, che sentono la mancanze delle pennellate acustiche originali. Va meglio invece con “The death of you and me”, divertente spaghetti-western in salsa Kinks, e con il ritornello killer di “(I Wanna Live in a Dream in My) Record Machine”, sicuramente tra i pezzi migliori del debutto solista di “The Chief”. A tratti poi Noel recupera volentieri le schegge del passato: il set acustico, con Noel alla chitarra e Mike Rowe al piano, per “Wonderwall” e “Supersonic” scatena un sing-along da brividi, che rende quasi difficile sentire la voce del cantante. Toccante invece l’esecuzione di “Talk tonight”, altra b-side che avrebbe meritato un destino ben diverso. La voce di Noel non è proprio al top e soffre a tratti, ma visto il contesto glielo si può perdonare.

Il pubblico è davvero uno spettacolo a parte. Quasi ogni canzone è cantata a squarciagola, mentre partono cori da stadio tra un pezzo e l’altro. Ad un certo punto c’è anche un simpatico siparietto. Gli spettatori chiedono al gruppo di suonare “The Masterplan”. La risposta è in pieno stile Gallagher: “La volete? Perfetto. Conoscete iTunes? Costa solo un euro”, risponde “The Chief” ridendo. Così in tutta risposta la platea dell’Alcatraz, approfittando di un momento di pausa, inizia a intonare la canzone per conto suo e si guadagna pure un applauso dalla band. Un minuto di divertimento puro.
“Noi amiamo Balotelli”, dichiara Noel prima di dedicare a Super Mario “Aka…What a life!”. Poi c’è la ballata folk “Half the world away”, ancora pescata dal repertorio degli Oasis, che apre la strada allo stomp rock-blues di “(Stranded On) The Wrong Beach”. Fine del set regolare.

Dopo qualche minuto di pausa, partono i bis. Neanche a dirlo, con tre singoli che in passato Noel ha scritto e cantato. Si parte con “Little by little”, bella e intensa anche grazie all’assolo di Tim Smith, l’unico americano della band e in passato già turnista di Sheryl Crow. “The importance of being idle”, uno dei tanti omaggi di Noel al genio di Ray Davies, è il secondo pezzo in scaletta estratto da “Don’t believe the truth”. E poi c’è il gran finale, che non poteva non essere “Don’t look back in anger”. Forse la canzone più bella mai scritta dal chitarrista di Manchester, da sempre uno dei momenti caldi dei suoi concerti. Una manna per il pubblico presente e un bel modo per chiudere le danze.

Insomma, Noel Gallagher ormai è un solista ma non ha dimenticato la sue vecchia band. E’ innegabile che i momenti migliori del suo live siano quelli pescati dal passato, anche se tra i pezzi nuovi ce ne sono almeno un paio che non sfigurano affatto. La sua sfida in futuro sarà quella di non rimanere troppo schiacciato dalla storia degli Oasis e di crearsi una seconda giovinezza artistica. Ma non è solo. Con questo popolo al fianco, per lui sarà tutto più semplice.

(Giovanni Ansaldo)

Scaletta:

1.   (It’s Good) To Be Free 
2.    Mucky Fingers
3.    Everybody’s on the Run
4.    Dream On
5.    If I Had a Gun…
6.    The Good Rebel
7.    The Death of You and Me
8.    Freaky Teeth
9.    Wonderwall 
10.    Supersonic 
11.    (I Wanna Live in a Dream in My) Record Machine
12.    AKA… What a Life!
13.    Talk Tonight
14.    Soldier Boys and Jesus Freaks
15.    AKA… Broken Arrow
16.    Half The World Away 
17.    (Stranded On) The Wrong Beach

Encore:

18.    Little By Little
19.    The Importance of Being Idle
20.    Don’t Look Back In Anger

Live Report: Other Lives@Tunnel, Milano 8/11/11

Novembre 9th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

A volte vedere un concerto è come avere una piccola rivelazione. All’improvviso, sembra di fiutare un moto nuovo nell’aria. E realizzare che quella che si ha di fronte è una band diversa dalle altre, che ha qualcosa in più da dire. Ecco, retorica a parte, per chi scrive questo è quello che è successo ieri sera al Tunnel di Milano di fronte agli Other Lives. Rockol aveva già scritto di “Tamer animals”, un bel disco di folk-pop orchestrale con canzoni solide e toccanti.

Ma dopo aver visto Jesse Tabish e compagni dal vivo questa sensazione è rafforzata: il gruppo di Stillwater ha davvero i numeri per uscire dal sottobosco underground perché la sua musica è complessa e stratificata, a tratti quasi progressiva, ma si muove con armonia e grazia, come un’onda. E perché ha da proporre delle belle canzoni, un dettaglio che non va mai trascurato.

Lo si capisce appena passate le dieci, quando la band americana fa timidamente la sua comparsa sul palco del Tunnel. Poi attacca “As I lay my head down” e in un attimo l’atmosfera cambia. Poi il concerto prosegue con il tappeto di trombe di “Dark horse”, che esalta la voce del frontman Jesse Tabish. Ecco, per quest’ultimo ci sarebbe da aprire un capitolo a parte: ha un carisma non appariscente ma forte e la sua voce è profonda, senza tempo.

Il set prosegue. “Landforms”, con le sua atmosfere da film americano anni ‘50, diventa piano piano una piccola suite, mentre Tabish balla come un indio muovendo i tasti del piano. A tratti passa alla chitarra acustica, come per il singolo “For 12″: un delicato folk rafforzato dalle fughe sonore della viola di Colby Owens. Un altro colpo al cuore, che fa capire perché i Radiohead abbiano voluto gli Other Lives come gruppo spalla per il loro nuovo tour americano. L’ottima “Tamer animals”, con la sua batteria nervosa, sembra invece rubata ai National di “Boxer”.

Il concerto non è basato solo sulle composizioni dell’ultimo disco: “E minor” è tratta dall’omonimo esordio “Other Lives”, un disco pop raffinato e anch’esso sottovalutato. A chiudere il set regolare arriva poi uno dei pezzi migliori della band: “Dust bowl III”, un folk desertico che si apre all’improvviso nei ritornelli, intenso come una danza della pioggia. Il momento più toccante della serata.

Il pubblico del Tunnel, partito abbastanza timido, si accende piano piano. Più i brani passano, più gli applausi si allungano. Al punto che la band fa due bis: nel primo arriva una splendida versione per piano e voce di “Black tables”, dove si sente tutta la venerazione vocale di Jesse Tabish per Thom Yorke. Nel secondo, tra le altre, compare addirittura la cover di “The partisan” di Leonard Coen, poco prima dei titoli di coda.

Gli Other Lives sono una band su cui ci sentiamo di scommettere per il futuro. Non conquisteranno le masse, ma la loro proposta artistica è originale, solida e dal forte impatto emotivo. E il frontman Jesse Tabish, timido ed educato fuori dal palco, quando calca la scena acquista un magnetismo invidiabile. La loro musica è ambiziosa, epica. Ma ha sempre un senso di precarietà e di sofferenza che la rendono interessante. Per citare il verso della loro gemma “Dust bowl III”, “Just like the wind blows into the great unknown”. Proprio come il vento che soffia nel grande ignoto.

(Giovanni Ansaldo)

Primo concerto in Italia per Owl City

Settembre 12th, 2011 in Artisti USA, Notizie by Laura Ciarly Passador

Adam Young alias Owl City

La sua Fireflies l’abbiamo sentita praticamente ovunque e per certi versi è impossibile levarsela dalla testa. E pensare che Adam Young, vero nome dell’artista statunitense che si cela dietro lo pseudonimo di Owl City, questo successo non se lo aspettava affatto.

Tutto è cominciato quattro anni fa nello scantinato di casa sua a Owatonna, nel Minnesota. Di giorno caricava camion della Coca Cola, di notte coltivava la sua passione per la musica componendo brani propri, che poi caricava su MySpace. Come tanti gruppi diventati famosi in questo modo nell’ultimo decennio, è riuscito a crearsi una piccola schiera di fan devoti rispondendo personalmente ai messaggi, interagendo al massimo con loro e aggiornando spesso il proprio blog.
La sua crescente popolarità sul social network lo fa notare dai vertici della Universal Republic, che lo mettono ufficialmente sotto contratto ad inizio 2009 e gli assegnano come manager Steve Bursky, il quale si è poi battuto contro la stessa etichetta per far sì che Adam rimanesse quello che era, artisticamente parlando.

L’album di debutto major si intitola Ocean Eyes, uscito il 14 giugno 2009, trascinato a livello mondiale dal singolo Fireflies. Apre concerti per artisti del calibro di John Mayer e Maroon 5 e la sua canzone The Technicolor Phase viene inclusa nella colonna sonora di Alice Nel Paese Delle Meraviglie di Tim Burton.
L’anno scorso ha dato il via anche a uno dei suoi vari side project sotto il nome di Sky Sailing, che si allontana un po’ dall’elettronica, che è il suo genere prediletto, in favore di brani composti per chitarra e piano. Il prodotto di questo sforzo creativo è l’album An Airplane Carried Me To Bed, pubblicato il 13 luglio 2010.
Il 21 settembre 2010 esce invece To The Sky, theme song del film Legend Of The Guardians: The Owls Of Ga’hoole.

Copertina di 'All Things Bright and Beautiful'

Il nuovo album si intitola All Things Bright and Beautiful ed esce il 14 giugno 2011, anticipato dal singolo Alligator Sky, che vede la collaborazione di due rapper, Shawn Chrystopher e B.o.B., ottenendo così due versioni distinte della stessa canzone. La seconda traccia rilasciata come singolo in aprile è Galaxies, che è diventato il suo brano più venduto dopo Fireflies. La successiva Deer In The Headlights viene dapprima pubblicata pezzo dopo pezzo sul sito ufficiale di Owl City, per poi uscire ufficialmente come singolo su iTunes a maggio. Il videoclip di quest’ultima vede l’artista guidare la mitica DeLorean di Ritorno Al Futuro.

Adam compone personalmente la musica, definita da molti indietronica o synthpop, e i testi delle sue canzoni, che registra in completa autonomia, occupandosi di voce, programming, tastiere, piano, sintetizzatori, chitarre, basso, percussioni, vibrafono e fisarmonica; dal vivo è però supportato da un gruppo di validi musicisti, quali Breanne Düren (tastiere, cori, la quale ha prestato la voce a varie canzoni, tra cui The Saltwater Room, Honey and the Bee, ecc.), Daniel Jorgensen (chitarra, vibrafono), Laura Musten (violino), Hannah Schroeder (violoncello) e Casey Brown (batteria).

Owl City sarà impegnato col tour promozionale di All Things Bright and Beautiful fino novembre, di cui l’unica data italiana è prevista per il 24 settembre ai Magazzini Generali di Milano. Per ulteriori informazioni, eccovi la pagina ufficiale dell’evento su Facebook.

www.owlcity.com

Immagine anteprima YouTube

Live Report: Vinicio Capossela @ Arena Civica, Milano 16/07/11

Luglio 17th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Ormai Vinicio Capossela è salpato, ha preso la via del mare e non ha alcuna intenzione di abbandonarla. Basta guardarlo, con quel cappello da navigatore calato sulla testa, mentre sale sul palco poco prima delle 21.30. Sull’Arena Civica di Milano non è ancora calato del tutto il sole. Alle sue spalle la “ciurma” , o per meglio dire la band, lo accompagna sul palco che richiama il ventre di una balena. Sulle note gravi de “Il grande Leviatano”  inizia il viaggio, un po’ a caccia di cetacei e un po’ alla ricerca di miti omerici. Proprio come nell’ultimo album “Marinai, profeti e balene”, sul quale è costruita tutta spina dorsale di questo spettacolo. A proseguire la navigazione ci pensa ‘”L’Oceano oilalà”, con le sue sonorità quasi alla Pogues e l’irresistibile cantilena da stiva “Noi vogliamo del rum”. “Dalla parte di Spessotto” è invece una delle poche concessioni al vecchio repertorio, che Vinicio è bravo a regalare ogni tanto agli spettatori, conscio che le nuove composizioni sono impegnative e ogni tanto andare fuori tema non è un male.
Pezzi come “Billy Budd” però non possono non coinvolgere: sembra quasi di vederlo, questo condannato a morte di melvilliana memoria che viene raccontato dalle chitarre acustiche e dalle catene che il cantautore di Hannover agita sul palco. La band, oltre a provvedere a fiati, chitarre e theremin, lancia grida e invocazioni dal ventre di Moby Dick. Non poteva mancare il “Polpo d’amor”, per il quale Capossela indossa otto tentacoli rossi con la solita abilità e ironia da trasformista consumato.
Per farsi aiutare e non perdere la bussola, ogni tanto il cantautore ricorre a qualche aiuto esterno: le Sorelle Marinetti ad esempio si prestano per i cori di “Pryntil”, storia di scandali negli abissi ispirata alla penna di Luis Ferdinand Céline, e riportano in vita la “Medusa cha cha cha”, secondo estratto da “Ovunque proteggi”.
I live di Vinicio Capossela sono come un circo, come un “freak show”, le sorprese possono spuntare da un momento all’altro: per “Vinocolo” compare perfino un uomo-Polifemo, mentre i giochi di ombre cinesi alle spalle della band disegnano ombre sinistre. Arriva anche il Minotauro, ormai un immancabile spauracchio nei suoi concerti, per lo spassoso punk cavernicolo di “Brucia Troia”. Ma non ci sono solo effetti speciali: per “Le pleiadi”, uno dei pezzi più belli e toccanti dell’ultimo album, bastano un pianoforte e la voce del cantautore per emozionare. Come fa la 12 corde di “Job” e “Aedo”. Peccato che, come purtroppo sta capitando sempre durante questo Milano Jazzin’ Festival, i musicisti debbano lottare contro il livello dei decibel davvero troppo basso. Soprattutto per chi ascolta dalle tribune.
Certo, andar per mare è faticoso. E per questo Capossela, dopo oltre un’ora di set a tema, si ferma. Si inchina di fronte al pubblico e chiama a raccolta la sua accolita di fedelissimi con “L’uomo vivo (Inno alla gioia)”: ormai questa canzone è un codice, una specie di liberi tutti. Appena l’artista l’annuncia, i seggiolini numerati si svuotano e gran parte degli spettatori va sotto il palco a ballare.
È l’inizio dei bis, dove invece è il nuovo repertorio a farla da padrone e più che in viaggio per mare sembra di essere ad una festa di paese. Arrivano così “Che cossè l’amor”, riarrangiata insieme alle Sorelle Marinetti, “Si è spento il sole” e la tarantolata “Il ballo di San Vito”. Con questi pezzi si va sul sicuro. C’è tempo anche per una cover di Bob Dylan, quando “When the ship comes in” diventa “La nave sta arrivando”. Dopo gli applausi, Vinicio torna per l’ultimo numero. “Bevo solo sul lavoro”, ci ricorda mentre si scola la prima birra in due sorsi e accarezza il pianoforte. Ai titoli di coda ci pensa “Le sirene”, commovente riflessione sul ritorno a casa. Quasi una “Nutless” mitologica.
Vinicio Capossela è un artista profondo, a volte un po’ manierista. Ma ha un’intensità e una capacità di tenere il palco come pochi in Italia. Pazienza se si concede poco al revival, se a volte ci chiede uno sforzo in più per seguirlo. L’importante è aver raggiunto il porto sani, salvi e felici. E il merito è tutto suo.

(Giovanni Ansaldo)

ELISA live @ Auditorium Agnelli – Torino 9/04/2011

Luglio 12th, 2011 in Reports by Valentina Defassi

ELISA live @ Auditorium Agnelli - Torino

ELISA live @ Auditorium Agnelli - Torino

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