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Live Report: DJ Shadow @ Magazzini Generali, Milano 31/05/11

Giugno 3rd, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Il concept è già di per sé avvincente: suonare all’interno di una sfera enorme su cui vengono proiettati dei visual mixati live con la musica. Dentro la sfera chi ci mettiamo? DJ Shadow. Il gioco è fatto: Shadowsphere. Joshua Paul Davis sbarca in Italia dopo dodici anni (l’ultima volta era il 1999, sempre a Milano) con il suo nuovo progetto, un esperimento audiovisivo particolarmente complesso, tecnologicamente avanzato e senza dubbio intrigante. Teatro dell’esibizione i Magazzini Generali. L’affluenza è buona nonostante la sfortunata collocazione settimanale (martedì): molti i curiosi di passaggio, diversi clubber professionisti in alta uniforme sempre e comunque mega cool, un buon numero di indie rockers defilati e, dulcis in fundo, qualche b-boy a prima vista troppo cresciutello. Davis sale sul palco intorno alle nove e trenta, saluta, ringrazia e si infila nella grossa sfera posta a centro palco. Dopo una piccola intro, le casse dei magazzini iniziano pompare elettronica, samples e campionamenti a tutto spiano. I visual proiettati sono un concentrato d’immagini studiate per creare effetti tridimensionali e giochi di prospettiva, sfruttando nel modo migliore il globo sferico/consolle sistemato con cura davanti a uno schermo di dimensioni cinematografiche. Sfera che cambia ripetutamente aspetto diventando per esempio la morte nera di Star Wars, una palla da basket, da calcio, da baseball, da bowling, da biliardo, il sole, il globo terrestre, una palla di neve in bianco e nero che rotola di fronte ad un camino accesso (citazione da “Quarto potere”?), una sfera di cristallo, la torre della tv di Alexanderplatz a Berlino, un teschio che viaggia tra le corsie di un supermercato, l’iride di un occhio immenso che scruta la platea (meraviglioso), una ruota, un pendolo, il quadrante di un orologio. E poi ancora prospettive aeree, strade che scorrono veloci, paesaggi (digitali) distorti, circuiti, pianeti, fiori che nascono, un bosco di notte, soggettive sbollate, pigmenti che si sciolgono lentamente nell’acqua, uno schermo televisivo dove vengono fatte esplodere (nel tripudio generale) le faccione di Simon Cowell, Susan Boyle, Lady Gaga, Justin Bieber e Fergie, tanto per ricordare quando il DJ ombra sia legato ed affezionato a quel tipo di mondo.

E la musica? Shadow sta per pubblicare un nuovo lavoro intitolato “The less you know the better” – che andrà sicuramente ad incrementare la sua collezione privata, composta si dice da più di sessantamila album – da cui pesca gli inediti “I gotta rock” (già reperibile sull’omonimo ep fresco di stampa) e “Def surround us”. E’ però sui successi del passato che si fonda il set, qui in versione ovviamente remixata, e pompati all’estremo. “Building steam with a grain of salt”, “Walkie talkie” e “This time” aprono le danze: il suono è corposo, sintetico, acido e trip hop da manuale. Arriva poi la già citata “Def surround us”, seguita da “Redeemed”, “Stem/long stem”, “Six days”, e dall’acclamatissima “Organ donor” in chiusura di set. La gente balla, canta, accompagna Shadow che compare sporadicamente ruotando la sfera per mostrarne l’interno. Pochissime le parole spese: “Quella di stasera è tutta roba mia, spero che vi piaccia”, e “Forse questo è il mio show migliore in Italia. Non parlo la vostra lingua ma grazie mille”. Da uno che si chiama Shadow, non mi aspettavo certo un comizio. Rientro quasi immediato per l’encore con “Blood on the motorway”, “Napalm brain/scatter brain” e la travolgente “High noon” in chiusura dopo un’ora e mezza passata velocissima, mentre sullo schermo scorrono prima le immagini della costruzione della sfera e poi i titoli di coda, proprio come in un film: regia, produzione, contributi, effetti digitali, cast, crew e via dicendo.

Shadowsphere è senza dubbio uno spettacolo da vedere: l’idea è buona e la realizzazione anche meglio. Il matrimonio audio/video funziona alla perfezione, coinvolge e fa ancora più effetto se si considera che stiamo parlando di un live. Tutto questo tripudio d’immagini però non deve distrarre dal fulcro della questione: prima di tutto, e sopra tutto, DJ Shadow si è confermato un grandissimo musicista. Speriamo solo di non dover aspettare altri dodici anni prima di rivederlo su un palco italiano.

(Marco Jeannin)

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