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Teoria e tecniche del rockumentary

Ottobre 25th, 2011 in Cinema by Gianni Sibilla

Nel weekend ho visto due film che bisognerebbe far studiare o usare come libri di testo per capire quel genere particolare che è il “Rockumentary”. Genere affermato, persino troppo, che negli ultimi tempi ha avuto un boom di produzioni e visibilità. Ma  oggetto difficilissimo da maneggiare, anche per i registi più affermati, con il rischio concreto e incombente che da documentario si trasformi in un’agiografia noiosa.

Il primo è “Living in the material world”, ovvero George Harrison raccontato da Martin Scorsese. La cui visione  ha risvegliato dall’inconscio la mia anima cattedratica, che ogni tanto prende il sopravvento e rischia di farmi partire in analisi pallose quanto i film/dischi che vorrei spiegare. E non è un bene che un film faccia quest’effetto.

Ora: Scorsese è un regista incredibile (è uno dei miei registi preferiti, per la cronaca). Ha fatto grandi cose con la musica, che frequenta da tempi immemorabili. Sua è la regia di “The last waltz”, forse il più bel rock-film di sempre. Recentemente, anche il film-concerto dedicato agli Stones era un gioiello. Ma “Living in the material world” è una delusione su tutta la linea. Detto in termini accademici: una palla gigantesca, fatto con la mano sinistra e senza cuore. Una messa in fila diligente di materiali d’archivio, nulla più, con errori clamorosi (come non mettere neanche i sottopancia a certi personaggi intervistati). E nonostante sia stato realizzato dalla HBO, che in materia di produzioni TV attualmente non ha praticamente rivali.

Lo ammetto, non sono riuscito a vederlo tutto, e me ne vergognavo anche un po’. Mi sono fatto molti scrupoli a scrivere queste righe, finché non ho letto la recensione che avevo commissionato a Franco Zanetti - che invece se l’è visto da capo a coda. Leggetela, e capirete perché il film è una delusione.

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Poi, con un po’ di ritardo, ho finalmente visto “PJ Twenty”, il documentario diretto da Cameron Crowe sui Pearl Jam. Uno che conosce bene la band e la loro storia, avendola vissuta in prima persona; uno che, a differenza di Scorsese, su questo lavoro  ci ha messo la faccia – anche un po’ troppo, visto che racconta tutto in prima persona come voce narrante.

Ma soprattutto Crow ci ha messo il cuore e la tecnica: il racconto è perfetto, avvincente, completo, con soluzioni di regia che ti tengono incollato allo schermo. La storia è completa: c’è tutto quello che ci deve essere ed è affascinante a tutti i livelli, sia che la conosciate già, sia che dobbiate ancora scoprirla. Perché Crowe è riuscito ad andare oltre l’agiografia e a spiergare perché la parabola di questa band vale molto di più della storia per i fan. E’ uno spaccato di costume americano.

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Ecco: se volete capire cos’è il rockumentary, guardatevi in fila questi due film. Poi correte a rivedervi “This is Spinal Tap”. E se non l’avete mai visto, vergognatevi un po’ e rimediate in fretta. Non ripresentatevi al prossimo appello d’esame prima di averlo visto, eh.

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L’ukulele misterioso di Eddie Vedder

Marzo 21st, 2011 in Nuova musica by Gianni Sibilla

UPDATE: poche ore dopo aver scritto questo post, arriva finalmente la conferma ufficiale, dal sito dei Pearl Jam: nuovo disco e un DVD dal vivo per Eddie Vedder, da cui arriva il video qua sotto. Rimane un po’ di mistero su come canzone e video siano finiti in rete prima del tempo.

In rete circolano notizie incontrollate su Eddie Vedder, che – si dice – dovrebbe avere un disco solista in uscita a giugno. Si dovrebbe intitolare – si dice – “Uke songs”, e dovrebbe contenere solo canzoni incise all’ukulele.

Qualche giorno fa, un blog su Tumblr ha diffuso l’audio di quello che sarebbe il primo singolo, “Longing to belong”.

Qua sotto potete vedere un “Video ufficiale” per “You’re true”, con un magnifico ukulele a forma di mini-telecaster, postato sabato su YouTube.

Le virgolette e i “si dice” che ho messo prima non sono casuali. Perché l’unica confermaa dell’esistenza del disco arriva da Eddie Vedder stesso: durante un suo recente concerto solista in tour solista in Australia, ha detto che è stato il suo amico Kelly Slater a convincerlo a farlo uscire.  Per il resto non c’è nessuna comunicazione ufficiale del disco di Eddie Vedder, nessun comunicato stampa e il sito dei Pearl Jam non ne fa menzione. Il singolo e il video sono chiaramente materiale professionale, ma non se ne conosce la provenienza: chi li ha diffusi non la chiarisce, e anche i siti dei fan sembrano abbastanza spiazzati.

Insomma, è abbastanza evidente che il disco esiste, ma delle due l’una: o queste canzoni sono sfuggite ai loro proprietari (come accadde a “Better days”, che poì finì sulla colonna sonora di “Eat pray love” a nome del solo Vedder). O qualcuno le sta facendo sfuggire ad arte per creare un po’ di sintomatico mistero…

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R.E.M.IX

Ffebbraio 8th, 2011 in Nuova musica by Gianni Sibilla

I remix hanno un po’ rotto le scatole. Sono un espediente promozionale ormai abusato, nell’era dello User Generated Content: quanti gruppi hanno chiesto ai loro fan di manipolare una canzone, un video o qualcosa del genere?

Però quando puoi mettere le mani sui materiali originali di un oggetto capisci sempre delle cose.  Ieri i R.E.M. hanno messo in rete le tracce di “It happened today” in formato GarageBand e AIFF e hanno aperto un gruppo su Soundcloud dove condividere i remix.

Vedere un brano diviso in tracce ti fa capire il grande lavoro in studio che si fa su una canzone, e in questo i R.E.M.  sono veramente dei grandi artigiani. Nella versione in download, “It happened today” è divisa in una quindicina di tracce. Quelle reali erano più di cento, ma anche solo vedendo questa versione ridotta intuisci la complessità ed il mondo sonoro che c’è nel crescendo che parte a metà canzone.

Quando ho sentito la canzone per la prima volta ho pensato: “dove diavolo è Eddie Vedder?”. Era nascosto nell’impasto. Non sono un musicista ne un DJ, remixare una canzone non è il mio mestiere e – sinceramente -  alcuni remix che ho sentito in rete sono un po’ tamarri. Così  ho semplicemente provato a fare un nuovo mix, in cui ho levato più cose possibili – in onore alla teoria che dice che se una canzone è buona, regge anche quando è poco prodotta.

Il risultato del mio esperimento è questo “Stripped brass mix” che potete sentire cliccando qua: la prima parte è un po’ vuota, ma nella seconda ho lasciato solo le voci di Stipe e Vedder, ho messo in primo piano la chitarra elettrica e i fiati (chi li aveva sentiti, nella versione originale?). Ho tolto le tastiere, le altre voci, il mandolino (basta!) e ogni altra roba. L’ho fatto sentire ad un amico, che dice che ha Milano avrebbero definito tutti quei vocalizzi una “sinfonia dell’ungia incarnada”, e forse non ha tutti i torti. Ma tant’è: a me non dispiace, perché c’è quello che voglio sentire in una canzone dei R.E.M….

Qua sotto comunque, c’è la versione originale, per chi volesse fare un (impietoso) confronto.

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Music Reporters by Rockol
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