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Live Report: Pearl Jam @ HJF Venezia 06/07/10

Luglio 7th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Sembrava dovesse accadere di nuovo. Sul palco dell’Heineken Jammin’ Festival al Parco San Giuliano di Venezia stanno suonando i Gossip di Beth Ditto: il cielo si fa sempre più nero ed il vento inizia a soffiare forte. Per chi c’era quel venerdì 15 giugno 2007 (ma forse anche per chi solo due giorni prima aspettava i Green Day) si è rifatto vivo lo spettro della bufera che spazzò via anche i Pearl Jam. E’ una maledizione. Invece questa volta il Dio del rock guarda giù e decide che la tempesta si può scaricare nei dintorni, lasciando solo qualche goccia (che serve a scacciare via le gigantesche zanzare che assediano l’area) d’acqua al festival.

Sono le 18,15 quando la pioggia cessa ed i ritrovati Skunk Anansie di Skin salgono sul palco per un’ora e dieci in cui incendiano letteralmente Venezia: chitarre, energia e la carica infinita della frontman (che per ben due volte si lancia sul pubblico) lasciano letteralmente a bocca aperta e non possono non farci sperare che la band inglese continui in questa direzione. Ci sono i classici “Charlie big potato”, “Because of you”, “Hedonism”, “Secretly”, ma c’è anche spazio per l’inedito singolo “My ugly boy” che verrà inserito nel nuovo lavoro in uscita nei prossimi mesi. Quindici brani ed un set che lascia il segno.

Alle 19,45 è l’ora di Mr. Ben Harper ed i suoi Relentless 7. Quasi tutti i componenti sembrano essere andati a fare acquisti per lo show, comprando t-shirt di ogni tipo: dalla più tamarra scritta Italian Stallion al leone simbolo di Venezia, fino alla “Io non me ne frego” (una campagna lanciata da una ONG contro la povertà) di Ben. Sono in forma i ragazzi e si lanciano tra rock, blues e soul, in un set che vede i suoi picchi in una personale rilettura di “Heartbreaker” dei Led Zeppelin, nell’inno “Diamonds on the inside” e soprattutto quando Ben chiama sul palco “un mio amico, ma anche un vostro amico” Eddie Vedder per un indimenticabile duetto su “Under pressure” dei Queen. Un momento da pelle d’oca che lascia presagire quanto di buono sta per arrivare.

Sono le 21.30 passate quando i Pearl Jam salgono sul palco: un ritorno atteso, dopo ben quattro anni di assenza. Ad aspettarli ci sono 40.000 persone (qualcuno vocifera quasi 50.000), il pubblico più numeroso di quest’ultima edizione del festival. E non c’era modo migliore per riabbracciare i fan italiani: la band ha regalato uno show trascinante, durato più di due ore – e non era scontato trattandosi di un festival – con una scaletta ottima, in grado di aggiungere ai pezzi storici anche qualche chicca inaspettata. Il cielo, ora, è sereno e non fa nemmeno troppo caldo. Vedder e soci decidono subito di colpire dritto al cuore: parte “Given to fly”, in una versione piuttosto veloce e tirata, e da lì in poi non c’è più un momento di pausa. Segue “Corduroy”, anticipata da un frammento di “Interstellar Overdrive” (non a caso oggi cade l’anniversario della morte di Syd Barrett). <br>

L’esibizione prosegue tutta d’un fiato, tra qualche ovvia concessione all’ascoltatore medio – la ballata “Elderly woman behind the counter in a small town” è sempre perfetta per spezzare il ritmo – e qualche sorpresa gradita, come la b-side “Breath”, scritta per la colonna sonora di “Singles” e arricchita dall’assolo di un Mike McCready in splendida forma. Dopo “MFC”, dedicata ad un gruppo di amici romani di Eddie in compagnia dei quali ha composto il pezzo, le chicche continuano: ecco dunque una devastante “Even flow” e la malinconica “Present tense”, forse uno dei pezzi più belli mai scritti dal gruppo, che dal vivo forse rende ancora meglio che su disco. Il pubblico li segue fedelmente e rumorosamente. Dell’ultimo album “Backspacer” ci sono pochissime tracce, se si fa eccezione per i singoli (entrambi però già amati e cantati a gran voce dal pubblico) “The fixer” e “Just Breathe” e le non memorabili “Got some” e “Unthought known”. Ma al di là di tutto i Pearl Jam si confermano come sempre dei veri animali da palcoscenico: Vedder, che beve a canna varie bottiglie di vino rosso per tutto il concerto (offrendole poi alle prime file), sembra davvero contento di essere tornato in Italia e fa di tutto per dimostrarlo. La sezione ritmica Cameron-Ament non sbaglia un colpo. Il timido Gossard fa come sempre il suo dovere, mentre McCready si conferma un solista come ce ne sono davvero pochi in giro.

Terminata la prima parte della scaletta, comincia la lunga serie dei bis, che offrono da subito un ospite speciale: Ben Harper, già salito sul palco con i suoi Relentless 7, torna con la sua slide-guitar per accompagnare “Red Mosquito”. Come il cacio sui maccheroni, viene da dire. Poi tocca a “State of love and trust” infiammare di nuovo la platea e riportare alla mente gli anni del grunge, quando Seattle era la capitale del rock. Raccontare tutti i momenti degni di nota sarebbe difficile, vista la passione che i Pearl Jam riescono a mettere sul palco e a trasmettere al pubblico. Anche il secondo encore non è da meno: c’è spazio per “Arms Aloft”, pezzo di Joe Strummer and The Mescaleros, e per l’immancabile e toccante “Black”, che ispira un coro collettivo veramente da brividi. Il tutto fino alla chiusura “Alive” e “Rockin’ in the free world”, omaggio al maestro Neil Young, durante la quale tornano sul palco anche Ben Harper e i Relentless 7, per una vera e propria festa finale. Rimane un’impressione: sono veramente pochi i gruppi in grado di fare rock come i Pearl Jam. “Un tempo l’Italia ci sembrava lontana come la luna, oggi finalmente l’abbiamo conquistata”. Forse il pubblico del rock, vista l’affluenza ed il calore, l’avevano già più che conquistato. L’intensità di queste due ore di musica ce l’hanno ulteriormente confermato.

(Giovanni Ansaldo / Ercole Gentile)

Scaletta:

Given to fly

Interstellar overdrive – Corduroy

World wide suicide

The fixer

Elderly woman behind the counter in a small town

Breath

Mini fast car

Even flow

Present tense

Do the evolution

Unthought known

Porch

Primo Encore:

Red Mosquito (con Ben Harper)

Just Breathe

State of Love and Trust

Arms Aloft

Jeremy

Secondo Encore:

Got Some

Once

Black

PIL

Alive

Keep on Rockin’ in the free world (con Ben Harper)

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