Luglio 1st, 2010 in Reports by Redazione Rockol
Londra, Hyde Park, ore 20.30: I Kings Of Leon coronano una stagione senza precedenti suonando come headliner di fronte a più’ di 65.000 persone, testimoniando che se il rock ’n' roll ha ancora qualcosa da dire, di sicuro può parlare attraverso la loro musica. Kings Of Leon, con l’ultimo album ”Only by the night” non solo hanno venduto più’ di 7 milioni di dischi in tutto il mondo, ma si sono definitivamente imposti come “the big r ’n ’r sensation”, la band da cui aspettarsi nuova linfa per la musica rock, nuove idee, una nuova attitudine. E se il backstage può renderne in parte testimonianza, ieri sera l’area VIP accoglieva tra gli altri Chris Martin, Gwyneth Paltrow e Orlando Bloom, tutti ‘in fila’ per la vera superstar della serata , Caleb Followill, un frontman all’insegna dell’understatement.
Il live set dei KOL è asciutto, essenziale, non regala altro che grandi riff, ispirazione intensa e costante per tutto lo spettacolo. Non “gigioneggiano”, semplicemente snocciolano tutte le loro canzoni migliori eseguendole con grande solidità e soprattutto con la massima dinamica, con l’intento di trasportare il pubblico esattamente dove le canzoni vogliono. I KOL sono uno spledido esempio di sintesi compositiva e di quel magnetismo che nasce dalla semplicità e dell’autenticità: sono cool proprio perche’ sono diversi, riconoscibili ed estremamente diretti. Ogni canzone un’idea che “gira” benissimo, un testo coinvolgente, una voce sempre affascinante e “presente” dall’inizio alla fine. ‘Crawl’ apre il concerto, ed è perfetta per quella sensazione di crescendo che pare restare sempre sospeso, incompiuto, mentre è inevitabilmente ‘Sex on fire’ a scatenare la folla. La setlist è un trittico: grande spazio all’ultimo disco, pari dignità ai vecchi classici della band come ‘Molly’s chamber’ e ‘The bucket’ e, senza preavviso, qualche assaggio del futuro: due pezzi dal prossimo album che, sono parole di Caleb Followill, il gruppo aveva suonato solo una volta alla loro casa discografica, la Sony Music. E la chiusura, come a pagare un tributo alle proprie influenze, è una grande scelta: la cover di ‘Where is my mind’ dei Pixies.
Quando “di meno” diventa “di più’”, una delle più esemplari lezioni del rock.
(John Steed )
Tags: concerti, hyde park, kings of leon, live, london
Giugno 30th, 2010 in Reports by Redazione Rockol
A dirla tutta non so quasi come iniziare. Voglio dire, stiamo parlando di uno dei Beatles, la più grande band di sempre, non di uno qualunque: i Beatles, quelli più famosi di Gesù e via discorrendo. Ed io, “l’uno qualunque”, devo cercare di raccontare nella maniera più consona possibile il concerto di Paul McCartney ad Hyde Park. Che dire, ci si prova. Hyde Park registra un quasi tutto esaurito che tradotto in termini di presenze si aggira intorno alle centomila persone, forse anche di più, la mia è una stima ad occhio. E sempre ad occhio non posso far a meno di notare che c’è veramente di tutto: giovani, bambini, vecchi “mods” e hippie sgangherati. Il concerto di Macca a Londra è evidentemente un’attrattiva che supera ogni confine di razza, età e religione, è insomma una sorta di tappa fondamentale nella vita di chi della musica ha fatto il proprio mestiere, e più in generale uno stile di vita. Contrariamente ai Pearl Jam visti due giorni prima non conta tanto la posizione in platea per cercare di vivere meglio il concerto, quanto la presenza stessa ad un evento che nello spirito è già sufficientemente storico. L’apertura pomeridiana è affidata ad uno squadrone geriatrico che ha ancora un bel po’ da dire: Elvis Costello, i Crowded House e la terna Crosby, Still e Nash. Sano rock, a volte tirato un po’ per le lunghe, ma che conferma la vitalità della vecchia scuola, ancora inossidabile dopo decenni di concerti. Londra risponde con calore e partecipazione: la giornata è tersa, il sole splende come poche volte nella capitale inglese e non c’è una persona che non abbia un ricordo legato ad uno dei pezzi dei Beatles. Tanto basta a metterti di buon umore, pregando che così tante aspettative non portino poi ad una grande delusione. Rischio che ovviamente nessuno dei presenti ha corso nemmeno per un secondo, da quando Macca compare sul palco poco prima delle otto in tenuta nera “british style” da perfetto Sir qual’è. Poche parole all’inizio, si attacca subito con la musica e con una scaletta che prevede 38 (!) pezzi, un compendio ben strutturato della carriera di Sir Paul dai Beatles e Wings agli episodi solisti. Quasi tre ore di musica che l’uomo dalla faccia da ragazzo regge perfettamente, sfoderando una capacità di intrattenimento invidiabile (chi non vorrebbe avere aneddoti che parlano di Lennon o Jimi Hendrix?) e una tenuta musicale degna dei tempi d’oro. C’è tutto e anche di più. E fa decisamente una certa impressione vederlo sul palco, immensamente piccolo e reale. C’è uno dei Beatles che suona, eccolo li. “Hey jude” diventa un’esperienza tangibile, e così tutte le altre. E non è difficile immaginarsi davanti ad una pinta di birra tra qualche anno, attenti a non tralasciare ogni minimo dettaglio mentre cercheremo di raccontare di quella volta che abbiamo visto McCartney in concerto a Londra. Entrando poi nello specifico potrei dire che i rientri, come di consueto, sono stati due. Che la prima parte ha necessitato di un attimo per ingranare, forse perchè tutti avevano una gran voglia di Beatles e solo di Beatles. Che è un po’ il rischio che si corre contro questi mostri sacri, ovvero cadere nella tentazione di tralasciare il meno noto, benchè validissimo, per l’ingordigià del momento clou. Momento clou che nello specifico dura circa due orette e mezza e che annovera capolavori come “Blackbird”, “Ob-La-Di, Ob-La-Da”, “Back in the U.S.S.R.”, “I’ve Got a Feeling”, ”Paperback Writer”, “A Day in the Life / Give Peace A Chance”, “Let It Be”, “Live and Let Die”, “Hey Jude”, “Day Tripper”, “Lady Madonna”, “Get Back”, “Yesterday”, “Helter Skelter” e “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (reprise) / The End” sparati in fila. Il racconto allora non può essere obiettivo, perchè come ho già detto, tutti hanno nel cuore i Beatles e vedere un pezzo dei propri sogni prendere forma davanti a migliaia di persone che condividono lo stesso sentimento, beh, non ha davvero prezzo. Il concerto finisce poco prima delle undici dopo che tutti hanno dato tutto, sopra e sotto al palco. I Beatles sono e saranno sempre una leggenda. A noi semplici umani a volte è dato di farne parte almeno un po’.
(Marco Jeannin)
Tags: concerti, hard rock calling, hyde park, live, london, paul mccartney
Giugno 28th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Arrivare ad Hyde Park non è troppo difficile: fermata Marble Arch, due passi fuori dalla metro e già si viene catapultati nella ressa che lentamente passa i controlli biglietto alla mano. Ci sono i Pearl Jam, tanto basta a mobilitare mezza città e richiamare da tutta Europa chi non vuole perdersi nulla del nuovo tour della band di Seattle. Sono io, invece, che mi perdo buona parte del cartellone pomeridiano dell’ottimo Hard Rock Calling, arrivando appena in tempo per sentire la coda dei sudatissimi Hives e conquistare una posizione decente nella prima spianata davanti al palco principale. A fare da apripista a Vedder e famiglia c’è Ben Harper, uno che in casa Pearl Jam non è per nulla straniero. Ha a disposizione un’oretta scarsa da utilizzare con i suoi Relentless Seven. Set riuscito a metà: Ben fatica ad ingranare e come se non bastasse patisce il confronto quando Vedder sale sul palco per duettare in “Under pressure”. Un totale di sette pezzi che solo nel finale convincono. Poco male, visto che la maggior parte dei presenti è ormai proiettata al set principale, agli headliner. Vedere i Pearl Jam che raccolgono abbastanza gente da riempire uno stadio e mezzo la dice lunga su quanto oramai i Nostri siano diventati un punto di riferimento non solo per l’ormai quasi estinto popolo del grunge, ma più in generale per quello del rock a tutti i livelli. E quello dell’Hard Rock Calling è stato un set che ha confermato senza ombra di dubbio il primato dei Pearl Jam. Sono le otto quando il sipario si apre. Come sempre il primo a mettere piede on stage è Vedder, seguito a ruota da Gossard, Ament, Cameron e McCready e dall’ormai quasi ufficiale sesto Pearl Jam Kenneth “Boom” Gaspar alle tastiere. Contro ogni previsione (del sottoscritto ovviamente, oramai alla terza volta live con i PJ, e in procinto di affrontare una quarta e una quinta a distanza di poco più di una settimana) è “Given to fly” a sancire l’inizio delle ostilità. Vedder beve vino, parla ed intrattiene come sempre. Il sound è pieno e potente ed investe Londra fino alle fondamenta. Sono arrivati i Pearl Jam e per due ore e venti il centro del mondo musicale ruoterà intorno al parco della capitale di sua maestà. C’è da fare un po’ di “noise” in terra inglese insomma. “Why go” e la cover dei Pink Floyd “Brain damage” sono l’antipasto prima di “Corduroy” che manda in visibilio la totalità della platea. McCready nel frattempo, da prova di essere probabilmente il chitarrista più sottovalutato della storia del rock, sfoderando assoli killer in sequenza senza mai perdere un colpo. Una vera macchina da riff. “Got some” viene proposta in versione più aggressiva rispetto all’originale e precede di poco la storica “Once” e “World wide suicide”. E qui va fatto notare quanto anche pezzi minori come quest’ultimo prendano una piega completamente diversa in versione live, acquistando tutta quella brillantezza ed aggressività che ci si aspetta solamente dai cavalli di battaglia. I PJ live invece hanno il dono raro e prezioso di riuscire a rendere tutto cento volte meglio che su disco, di trasmettersi in maniera totale in ogni nota, sia che si parli di un singolo arcinoto che di una ballata sconosciuta. Un po’ come per il Boss insomma vale l’assioma: il mondo si divide in due parti, chi ama i Pearl Jam e chi non li ha mai visti dal vivo. Vedere per credere. Comunque. “Elderly woman behind the counter in a small town”, “Amongst the waves” “Even flow”, “Unthought known” e “Nothingman” sono il corpo centrale della prima parte del set. Arriva poi una digressione di Vedder su Joe Strummer che introduce la cover di “Arms aloft”. La band è perfettamente rodata, gira come un orologio e pompa rock dalle casse inglesi manco ci fosse la regina in persona con una frusta a spronare questi destrieri d’oltreoceano. “Not for you” riaccende le ugole di chi ha voglia di cantare mentre “Of the earth” è un inedito che viene proposto alla platea in attesa di giudizio, un pezzo in puro stile PJ, con partenza aggressiva e tirate distorte in conclusione. Un pezzo che evidentemente è ancora in fase di rodaggio ma che fa ben sperare in vista della pubblicazione del prossimo album. A questo punto del set i PJ cambiano definitivamente marcia e con “State of love and trust” rompono i margini, rovesciando una quintalata di pura violenza sul sole inglese che non vuole cedere il passo alle più tradizionali nuvolone nere. Arrivano poi in sequenza “Do the evolution” (estrema, grezza, lancinante), “Wasted reprise” e “Betterman” prima della pausa di rito. Pochi minuti e si riattacca con il solo Vedder in versione acustica per quella poesia che è “Just breathe”, un pezzo che risplende grazie ad una voce meravigliosa e irripetibile. Ben Harper a questo punto restituisce il favore, mettendo a disposizione la chitarra per la storica “Red mosquito”, stacco che permette di tirare il fiato prima di quel pezzo che forse più di tutti è nel cuore degli amanti dei PJ: “Black” come sempre arriva al cuore, lo apre, lo straccia e ti lascia senza forze ad agonizzare a terra. Il defibrillatore che rimette le cose a posto è “Porch”, giusto prima che la band si prenda un secondo momento di meritato riposo. L’ultimo encore si apre con “Go” e “The fixer”, un pezzo che oramai gode dell’affetto riservato ai più amati tra i classici della band. Doppietta finale con “Alive” che fa cantare anche i muri e luci accese per “Yellow ledbetter”. Quando è il momento di lasciare Hyde Park non ho più voce e sono sudato come dopo un interminabile “due contro due” a calcetto. C’è poco da aggiungere a quanto già detto: i Pearl Jam sono senza ombra di dubbio la miglior band rock attualmente in circolazione. Che cosa si vuole di più?
(Marco Jeannin)
Tags: concerti, hard rock calling, hyde park, live, london, Pearl Jam
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