Maggio 15th, 2013 in Reports by Carolina Piola

“There will come a time” - Noah and the Whale (2013)
Ancora largo ai giovani e spazio alle novità.
Se già conoscete, ma soprattutto seguite il gruppo britannico dei Noah and the Whale, saprete che proprio in questi giorni è uscito il loro nuovo album intitolato “Heart of anywhere” e forse avrete già anche avuto occasione di ascoltarlo.
Io l’ho fatto oggi e per questo ho deciso di dedicare qualche riga a questa formazione indie-folk che da qualche anno ormai occupa un posto nella scena musicale internazionale.
Per chi non avesse proprio idea di chi siano, giusto per inquadrarli a grandi linee, possiamo dire che il gruppo si forma nel 2006 a Twickenham e vede Charlie Fink alla voce e chitarre, Tom Hobden al violino e alle tastiere, Matt Owens al basso, Fred Abbott alla chitarra e alle tastiere e Michael Petulla alla batteria.
Il suo nome deriva dalla fusione tra il loro regista preferito ed il suo film di maggior successo (Noah Baumbach e “The squid and the whale”), uscito in Italia nel 2005 come “Il calamaro e la balena”.
Nel 2008 la splendida voce di Laura Marling entra a far parte dei Noah, registrando anche alcune voci nell’album di debutto, “Peaceful, the world lays me down”, seguito a “5 years time”, il singolo che li ha fatti conoscere al grande pubblico.
Ma come spesso accade, amore e lavoro non sono un’accoppiata vincente e nel 2009 il nuovo disco “First days of spring”, contraddistinto da sonorità più elettriche rispetto al precedente, vede scomparire la voce femminile della Marling che lascia il gruppo dopo aver chiuso la relazione con il front man Charlie Fink.
Il tema conduttore di questo album, infatti, è proprio la fine di una storia d’amore e insieme al disco Fink ne trae ispirazione anche per un lungometraggio.
Poco dopo un altro addio, ma questa volta ad abbandonare Fink è il fratello Doug che all’incerta carriera di “boy-bander” preferisce quella di medico.
Il terzo album arriva nel 2011 ed è il risultato di un lavoro molto tecnico, costruito principalmente in studio, facendo largo uso di software e computer e per questi motivi un po’ carente della parte emozionale.
Con “Heart of anywhere” le intenzioni cambiano e i Noah decidono di “tralasciare la perfezione tecnica per una maggiore intensità emotiva”, dice Fink, optando per una registrazione in presa diretta, limitando il più possibile le sovraincisioni a favore appunto di un sound il più naturale possibile.
Registrato ai British Grove Studios di Londra, fino ad ora l’album ha ricevuto pareri contrastanti dalla critica, alcuni anche parecchio duri; di sicuro si può dire che la band nel tempo sia maturata e abbia optato per scelte nuove e coraggiose che, come sempre accade, possono incontrare detrattori.
D’altronde da ogni album ci si aspetta sempre quel qualcosa in più rispetto al precedente, ma spesso quando quel “in più” non arriva, ecco che subentrano da parte del gruppo o dell’artista la “voglia di cambiare” o specularmente “quel desiderio di tornare alle origini” come giustificazioni da addurre a un mancato plauso diffuso. Così allo stesso modo fanno i fan o la critica, quando inciampano nella delusione di non trovare quello che speravano, sebbene, il più delle volte, non sappiano neanche loro cosa stessero cercando.
Non essendo un’estrema conoscitrice dei Noah evito di sbilanciarmi in sterili giudizi; inoltre, tutti sanno che il primo ascolto non fa mai realmente testo e soprattutto non è sufficiente per esprimersi. Ma posso dire che di sicuro ci sarà un secondo ascolto e questo è già un buon inizio!
Nota in più: oltre all’album, a breve nelle sale uscirà anche l’omonimo film firmato ancora una volta da Fink. A fare da videoclip al brano proposto sono infatti le immagini del trailer. O forse è il brano proposto – e il resto dell’album – a fare da colonna sonora al film. Insomma, bisognerebbe chiedere a Fink chi o cosa è nato da cosa, ma probabilmente risponderebbe che è come la storia dell’uovo e la gallina.
Tags: album, ascolto, brano, britannico, film, Fink, gruppo, Indie, noah, nuovo, primo, the, time, whale
Aprile 21st, 2011 in Reports by Righi
Finalmente. Quanto era passato dall’uscita di Nothing but Green Lights e il relativo album, molto bello e molto dimenticato, We Have Sound? Cinque, sei anni?

E’ stato un sollievo ed un piacere quando ho sentito la sua caratteristica voce, inconfondibile, partire nel bel mezzo di una playlist a caso. Ho cercato subito il video…non chiedetemi se mi é piaciuto perché potrei rispondere no.
Il pezzo bellissimo, si insinua sotto la tua pelle pian piano e, tempo che l’hai ascoltato tre volte, é giá fisso nel tuo cervello. Un ottimo presupposto per il disco in uscita a giugno Leisue Seizure, titolo che, stando alla stampa, descrive i tre anni di cazzeggio e due anni di registrazioni furiose trascorsi.
Certo Tom Vek non torna con un messaggio positivissimo ma il pezzo é l’espressione forse piú alta del suo songwriting e della sua capacitá di mescolare rock tradizionale ed elettronica con una disinvoltura comune a pochi.
Ecco a voi, Chore:

Tags: elettronica, Indie, rock
Marzo 19th, 2011 in Reports by Righi

Ho sentito per la prima volta questo gruppo l’anno scorso, li ho seguiti ed ho aspettato con ansia il loro disco, Civilian, che é uscito il 8 Marzo. E me lo sono fatto scappare! Pubblico questo pezzo con dieci giorni di ritardo ma meglio tardi che mai.
Anche loro di Baltimore come i Beach House, i Wye Oak ci propongono un album ricco di sonoritá indie-folk, shoegaze (no, non lo chiamo “nu-shoegaze“, non ce la faccio) e dream pop.
Quello che mi affascina dei Wye Oak é la loro capacità di prenderti e portarti con dolcezza in posti nebbiosi col profumo di legna e poi farti ballare tra luci che é piú quello che celano di quello che scoprono.
É la musica di una felicità che in bocca al sorriso ha ancora lacrime amare che si stanno asciugando.

Tags: baltimora, dream-pop, Indie, Nuova musica
Marzo 1st, 2011 in Reports, nuova band by Righi

Eccomi con il mio primo post su rockol. Per cercare di non fare brutta figura esordiró con il mio gruppo preferito fra quelli recentementi scoperti e che, incrociamo le dita, forse riesco a portare a Milano quest’estate.
Il pezzo che mi ha fatto innamorare di loro l’ho trovato sulla fortunatissima compilation Bearhaus ed aveva giá avuto un buon articolo su Pitchfork.
Un pulsante movimento guidato dalla calda e selvaggia voce di Kelly Laughlin, parte sfumata da una confusione di suoni elettricamente ariosi ed una tumultuosa batteria da cui emerge un arpeggio come arrivasse filtrato da acqua oleosa. La voce ed una batteria quasi tribale costruiscono la dinamica del pezzo che cresce, cresce e, proprio mentre sta per succedere qualcosa si sospende per dare via alla parte vera e propria, piú rock della canzone. Anche qui i Secret Mountains costruiscono, costruiscono, in un crescendo energetico che culmina anche qui con un’esplosione vocale.
E quando ormai credevo di aver capito il movimento ondeggiante di questo pezzo ecco che improvvisamente si sposta su un binario dronedelico (si puó dire?) che mi ricorda alcune chiazze luminose del trip-hop degli anni 90, fino a sfumare in un ultimo feedback.
Un gruppo da tenere d’occhio.
articolo originale
Tags: alternativa, friends records, Indie, Nuova musica, pop, psichedelia
Ggennaio 12th, 2011 in Nuova musica by Gianni Sibilla
C’è un blog che gli appassionati di musica rock americana devono assolutamente leggere. Quello di Bill Janovitz: si definisce “Part time man of rock”, perché adesso fa l’agente immobilare. E la sua vita nel rock è part time, appunto. Lui è stato ed è il leader di una delle più sottovalutate band dell’indie rock americano degli anni ‘90, i Buffalo Tom. Bostoniani, arrivano dalla stessa scena di Pixies e Dinosaur Jr. Da qualche tempo sono di nuovo in pista, e a marzo pubblicheranno “Skins”, il loro ottavo disco
Di quel blog mi è già capitato di parlare tempo fa su Rockol, per una bella iniziativa che si chiama “Cover of the week”, e che è arrivata alla 98° puntata: Janovitz suona una cover acustica a settimana, accetando richieste dai settori. Questa settimana, però, ha spolverato una vera e propria chicca, anzi due: due canzoni registrate dal vivo nel 2000, in cui i suoi Buffalo Tom suonano con Grant Hart.
Chi è Graant Haaart? (Se volete, leggete questa frase un po’ come quel “chi è Taatiaaana?” di quel terribile comico di qualche tempo fa).
Hart è la metà oscura degli Husker Du, band storica del rock indipendente americano degli anni ‘80. Il suo amico-nemico Bob Mould ha sfornato dischi con una certa regolarità (passando dall’Italia l’anno scorso: qua c’è l’intervista). Hart, pur avendo al tempo scritto grandi cose ed avendo fatto un paio di dischi solisti niente male (soprattutto “Intolerance”) invece si è un po’ perso per strada. Una bella descrizione del personaggio la trovate su Sterogram, ad opera di Emiliano Colasanti, in un post scritto in occasione dei suoi recenti concerti italiani.
A dire la verità, le due canzoni che i Buffalo Tom e Grant Hart fanno assieme (tra cui la grandissima “Never talking to you again”) sono un po’ sbilenche. Machissenefrega: sentire due piccole grandi leggende che cantano assieme è un piacere a prescindere, come direbbe Totò.
Tags: Bill Janovitz, Boston, Buffalo Tom, Dinosaur Jr, Grant Hart, Husker Du, Indie, Pixies
Giugno 24th, 2010 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo
The times they are a-changin’. E allora chiudono il garage.

GarageBand
Dopo 10 anni di onorata attività, GarageBand, pionieristica piattaforma per la scoperta e la valorizzazione della musica indipendente online, annuncia la chiusura della saracinesca per il prossimo 15 luglio, sottolineando in un comunicato agli utenti che la decisione deriva da un mutamento degli scenari intorno alla musica. Uno scenario talmente diverso, scrivono dallo staff del sito, che GarageBand non ne farà più parte. E, di conseguenza, l’invito all’utenza è di riconfigurare il proprio account su iLike.
Di seguito, il comunicato originale.
R.I.P., GarageBand, e grazie.
****
“Dear XY,
It’s been over ten years since we started helping discover independent music on the ol’ interwebs. Things have changed a lot since then. Most of those changes have been good and some of them have been bad. Some changes are just bitter-sweet. It’s with this bitter-sweetness that we are announcing today that Garageband.com will be discontinued as of July 15th, 2010.
The landscape of how music is discovered and delivered has changed drastically over the last decade and we are proud to have been a huge part of that change — first with Garageband.com and then with iLike.com and beyond. Sadly, that landscape will not include Garageband.com anymore.
Link your account to iLike: (action required) If you want to continue to make your music available for streaming or download on iLike.com and the iLike application on Facebook, please go to iLike.com and login with your Garageband username and password by July 15th, 2010. This will automatically link your account to iLike so we can port your music, profile photo, and biography to iLike.com.
Finally, if you have recently made a purchase on Garageband.com and would like a refund, please email refunds@iLike-inc.com to request a refund. Valid refund requests must be received no later than July 31st, 2010.
Sincerely,
The Garageband and iLike team”
Tags: GarageBand, iLike, Indie
Giugno 23rd, 2010 in Nuova musica, concerti by Gianni Sibilla
“Il mondo si divide tra chi ama Bruce Springsteen e chi non l’ha mai visto dal vivo”, diceva qualcuno. Certo, è facile essere fan quando ti pubblica un DVD come “London calling: Live in Hyde Park”. 3 ore di concerto, riprese come si deve, con un’energia che molti gruppettini di ventenni neanche si sognano.
Però la cosa di cui molti fan non si rendono conto è che Springsteen è vecchio. Non nel senso dell’età anagrafica, ma nella percezione di una buona fetta del pubblico musicale. E’ “uncool”, viene considerato un po’ tamarro, soprattutto da chi ascolta musica indie o musica gggiovane a tutti i costi – e questo mette in secondo piano tutto il resto.
Così mi sembra una mossa intelligente, quella della Columbia: per “svecchiare” il boss ha dato in esclusiva a Picthfork – la bibbia degli indie – il video di uno dei momenti più belli del DVD: il duetto su “No Surrender” con Brian Fallon dei Gaslight Anthem.
I Gaslight sono del New Jersey anche loro, springsteeniani fino al midollo. Non sono fighetti come tanti giovani colleghi, ma sono comunque indie, e quell’attitutidine punkettona alla fine è una “coolness” quasi inconsapevole. Se ne parla nei posti “giusti”, e a ragione perchè gli ultimi due dischi, “The ‘59 sound” e “American slang” sono due mezzi capolavori, anzi interi. Una delle migliori band uscite negli ultimi tempi.
Qua c’è un altro duetto registrato negli stessi giorni, che non è stato incluso nel DVD: Bruce sale sul palco della band per cantare “The ‘59 sound”.
Tags: bruce springsteen, concerti, Gaslight Anthem, Indie
Dicembre 14th, 2009 in Indie by Gianni Sibilla
In un bel blog che ogni tanto leggo, si rilanciava una lettera di Joe Strummer su Springsteen, per dimostrare che il boss non fa schifo. E mi è tornata in mente una intervista che ho fatto anni fa, in cui un cantante mi diceva che nell’indie italiano, se ascolti i Velvet Underground sei figo, ma se ascolti il boss sei tamarro.
Poi sono capitato per caso su un piccolo sito di musica indie, alla ricerca di informazioni su un concerto. E mi è caduto l’occhio su una recensione di un disco di una band dal passato indie, ma ormai “mainstream”, in cui il recensore si sentiva subito in dovere di precisare che non era musica di quella che passano su Virgin Radio.
Infine mi sono trovato su un palco in Università con un presentatore indie. Mio malgrado: in Università ormai si porta chiunque, persino chi la deride, ma questa è un’altra storia. Vestito da indie, parlava da indie, e come fa spesso sulla TV (generalista…) sparava battute e sentenze su chi non si veste come lui e non ascolta la musica che ascolta lui.
Allora è tornata in mente questa frase di Moltheni, che quando mi è arrivata in un comunicato stampa ho scambiato per una sparata per fare notizia. Invece: “La scena indipendente non è migliore della sinistra italiana. Rivendica di stare dalla parte dei giusti, ma nella realtà non è cosi. Tutti gli artisti della scena alternativa italiana che credono di essere immacolati sono gonfi di narcisismo e pochezza”.
Insomma, per parafrasare gli Skiantos: essere indie è molto dura, e per questo fa paura…
Tags: bruce springsteen, Indie
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