Live Report: Everything Everything @ Tunnel, Milano 06/03/13
Marzo 8th, 2013 in Reports by Redazione Rockol
Reduci da uno show a Monaco e quasi pronti per salire sul palco del Tunnel per l’unica tappa italiana del loro tour europeo, incontriamo i mancuniani Everything Everything per fare due chiacchiere poco prima dell’inizio del soundcheck. La band è uscita da poco con il nuovo album, “Arc”, successore del fortunato “Man alive”, un ottimo lavoro che due anni fa è valso ai quattro la nomination al prestigioso Mercury Prize, gli oscar inglesi della musica.
Riguardo al titolo del nuovo disco e al suo significato è Jeremy Pritchard, bassista della band di Manchester, a darci le prime spiegazioni: “’Arc’ vuol dire tante cose. Per noi è una linea che sale e scende, la linea della storia, una sorta di arco narrativo che traccia i contorni dell’intera esistenza dell’uomo, dall’inizio dei tempi a oggi. Il fulcro del disco è capire a che punto della linea ci troviamo e cosa succederà una volta raggiunto l’apice, se mai lo raggiungeremo. Pezzi come ‘Radiant’ trattano l’argomento in modo particolarmente ‘apocalittico’, altri invece come ‘Don’t try’, che tra l’altro è la traccia di chiusura, hanno un approccio più positivo. C’è una sorta di ottimismo che si alterna a momenti più cupi, una curva fatta di saliscendi emotivi che determina l’andamento dell’intero album, come del resto quello della nostra vita o della vita di chiunque”.<br>Un disco che rispetto ai tempi dell’esordio, “Man alive”, sembra avere le idee più chiare dal punto di vista del sound e, più ampiamente, del “genere”; in parole povere “Arc” è una variazione sul tema pop. “Possiamo chiamarlo pop ‘a modo nostro’” precisa Pritchard. “Il pop è un concetto molto ampio. Il nostro modo di essere pop consiste nel dare priorità alla melodia, non è questione di tecnica o di strumenti, e nemmeno di durata o forma. E’ solamente un fatto di sintesi, pezzi chiari e concisi; ‘hit’ melodiche e con una certa ritmica. Questo per noi significa essere pop”.
Un’attitudine che gli Everything Everything hanno affrontato apertamente già a partire dal tipo di artwork scelti per accompagnare visivamente il disco; non ultimo quello di copertina dove la band ha deciso di metterci letteralmente la faccia. “Quello che volevamo è dare una dimostrazione di confidenza. Volevamo essere più coraggiosi rispetto al passato, dare un’immagine più chiara e definita del nostro essere” prosegue il bassista. “L’idea di mettere le nostre facce in copertina non è nuova ma rende sicuramente il concetto. Negli anni Sessanta quasi tutti mettevano la loro faccia sui dischi; successivamente anche a David Bowie e i Kraftwerk hanno fatto lo stesso. E’ un modo di porsi graficamente semplice e classico, pop in senso stretto, che trasmette un senso di forte identità visiva. E’ un tentativo di renderci anche più riconoscibili agli occhi della gente: quelli in copertina siamo noi ”.<br>Dal punto di vista del songwriting e dei testi invece, “Arc” prende spunto da una serie di elementi extra musicali che hanno influenzato il processo di scrittura alla radice. E’ il batterista Michael Spearman a spiegarci come: “Ad essere onesti c’è una montagna di cose che hanno influenzato questo disco, in modo particolare Jonathan (voce e songwriter del gruppo). Lui ha un approccio quasi futurista, è affascinato dal rapporto tra l’uomo e la tecnologia, da come le cose stanno cambiando e cambieranno ancora, tanto forse da renderci sempre meno umani. John ama la storia e la scienza, e quando scrive trasmette la sua visione di una realtà quasi distopica, ma decisamente ancorata alla vita vera. Questo si riflette nel suo modo di scrivere, nella sua arte. Arte che, per come la intendiamo noi, ha un’importantissima funzione sociale: può descrivere la realtà, aiutandoti a comprenderla, o può farti evadere da essa. O magari tutte e due le cose”.
Per convogliare la loro arte nella giusta direzione, gli Everything Everything si sono affidati nuovamente al produttore David Kosten, già al loro fianco ai tempi del disco d’esordio: “Con David si lavora alla grande” ammette Pritchard. “C’è una sorta di profonda comprensione reciproca che ci lega. Ci conosce bene, conosce le dinamiche del gruppo e di noi quattro presi come singoli. La prima volta che ci siamo incontrati, tre o quattro anni fa (ai tempi eravamo una band molto giovane), ha capito subito che tipo di gruppo fossimo, forse addirittura prima di noi stessi. Ci ha detto chiaramente ‘questo è ciò che sapete fare meglio e dovete continuare a fare’. Da outsider quindi è diventato un insider; quando si lavora in studio è il quinto membro della band. E’ nella band senza essere nella band. E’ il nostro punto di vista esterno, e sa essere obiettivo”.<br>Un aiuto necessario se si pensa alle responsabilità che una nomination come quella al Mercury Prize porta con sé. “In realtà la nomination per ‘Man alive’ ci ha trasmesso una certa sicurezza che crediamo si percepisca nel nuovo disco. Il Mercury è stata una cosa grossa per noi, siamo cresciuti guardando le esibizioni e comprando i dischi di conseguenza. Poi un giorno ti capita di conoscere Chris Martin, e Noel Gallagher ti presenta Bono che sta giusto passando di li. E’ stata un’esperienza abbastanza bizzarra”.
E a proposito di esperienze straordinarie, la band è reduce dal tour come band di supporto dei Muse. Tour che ha toccato anche l’Italia e che ha catapultato la band di Manchester su palchi di tutt’altro livello rispetto al solito. “Quella del supporto ai Muse è stata una vera sfida” ammette Spearman a Rockol. “La loro è una produzione enorme e hanno una marea di gente che li segue. Noi siamo solamente una piccola band che si è ritrovata al centro di un palco pazzesco; è una cosa che ti può intimidire, ma in senso buono perché ti stimola a concentrarti sull’esibizione e dare il meglio ogni volta che tocca a te. Va detto che l’acustica dei posti dove ci siamo trovati a suonare è completamente diversa da quella a cui siamo abituati”.<br>“Nelle grandi arene e nei palazzetti il suono esce dalle casse ma non torna indietro” precisa Pritchard, “mentre nei club è tutto più contenuto, in un certo senso molto più intenso. Devi per forza imparare a gestire questa situazione e cercare di trasmettere il più possibile. E’ una cosa che abbiamo vissuto anche l’anno scorso quando abbiamo aperto per gli Snow Patrol, giusto prima di entrare in studio per registrare ‘Arc’, e credo che la cosa abbia influenzato in modo particolare l’arrangiamento dei nuovi pezzi. Le prove, infatti, le abbiamo tenute in una sala molto ampia, la stessa usata dagli Elbow, che ha in pratica un’acustica da caverna; non è un’arena ma ci si avvicina. Tutte queste cose hanno indirizzato in qualche modo il sound del disco e credo che il risultato si senta chiaramente”.
La conferma arriva qualche ora dopo, quando la band, suonate le dieci e mezzo, sale sul palco del club milanese. L’attacco è immediato, “Undrowned”, il bel singolo “Kemosabe” e l’ottima “Torso of the week” sono l’introduzione ad uno spettacolo sostanzialmente privo di punti deboli, condotto egregiamente da un Jonathan Higgs in serata e nettamente più sicuro rispetto alla data del 2011 che il quartetto tenne sempre qui a Milano, sponda Magnolia. “Noi veniamo da Manchester, scusate se abbiamo portato la pioggia”. La pioggia effettivamente non manca, ma pare non aver scoraggiato la platea meneghina, in evidente debito di riconoscenza verso i ragazzi inglesi. “Feet for hands” si fa quindi apprezzare per il sound pieno e sicuro, segnando la fine del riscaldamento (vocale e strumentale) e l’inizio della competizione vera e propria. Competizione che vede in episodi come “Final form”, impeccabile esibizione di pop progressivo, e “Duet”, alcuni dei momenti migliori in assoluto. Gli Everything Everything sono, tra le band giovani, quella con probabilmente il più ampio margine di crescita. Perché sanno suonare, possiedono un’ottima tecnica, ma soprattutto hanno dei buoni pezzi che la possono convogliare nel modo più emotivamente efficace. Pezzi diretti, complessi ma semplici. Il famoso “pop a modo loro”, tanto per capirci. Promossi quindi i pezzi nuovi, così come le vecchie glorie, vedi “Schoolin’” e l’acclamata “Photoshop handsome”, vestita pesante giusto per affrontare meglio il palco. “Grazie ragazzi, perché le state cantando davvero tutte. L’ultima volta che siamo venuti in Italia era con i Muse. Un c**** di posto gigante. Sapete una cosa? Preferisco mille volte questa sera. Vi vedo in faccia e voi vedete me”. Poco da aggiungere, le serate che vanno per il verso giusto si riconoscono subito, e questa non ha fatto eccezione. “The peaks” si trasforma così in un piccolo saggio di emotività per preparare a dovere il terreno per il finale da “doppio singolo”: “Suffragette suffragette” e “Cough cough” chiudono il main set in un crescendo di ritmiche a dir poco schizofreniche; il marchio di fabbrica degli Everything Everything. “Grazie fottutamente mille. Siete stati grandi stasera”. Prego, è vero.
La band si prende quindi giusto pochi minuti per la tradizionale scenetta uscita/rientro per poi ripresentarsi con in dote un encore da manuale. “MY KZ, UR BF” funge da decompressione dopo il primo finale tirato, “Choice Mountain” distende gli animi e apre al pezzo migliore della serata, e di rimando uno dei migliori di “Arc”, “Radiant”. “Questa sera ci siamo sentiti accolti. E’ sempre bello essere qui, è bello il vostro essere italiani. Restate italiani, sempre”. Il consiglio suona strano, per quanto comunque lusinghiero. Un pericolo, quello di suonare strana, che “Don’t try” non sembra dovrà mai correre; il finale è in puro stile EE: improvvisamente tronco e in sfavillante bellezza. Aggiungerei anche sopra le aspettative, più per loro che per noi. Perché forse una risposta del genere non se l’aspettavano. In barba alla pioggia e al freddo, quando una serata deve andare bene, ogni cosa sembra impegnarsi per farla girare alla perfezione. L’ho già detto ma conviene ripeterlo, che non fa mai male. Bravi.
(Marco Jeannin)
SETLIST
“Undrowned”
“Kemosabe”
“Torso of the week”
“Feet for hands”
“Final form”
“Duet”
“Armourland”
“Schoolin’”
“Photoshop handsome”
“The peaks”
“Suffragette suffragette”
“Cough cough”
Encore
“MY KZ, UR BF”
“Choice mountain”
“Radiant”
“Don’t try”








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