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Live Report: Everything Everything @ Tunnel, Milano 06/03/13

Marzo 8th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Reduci da uno show a Monaco e quasi pronti per salire sul palco del Tunnel per l’unica tappa italiana del loro tour europeo, incontriamo i mancuniani Everything Everything per fare due chiacchiere poco prima dell’inizio del soundcheck. La band è uscita da poco con il nuovo album, “Arc”, successore del fortunato “Man alive”, un ottimo lavoro che due anni fa è valso ai quattro la nomination al prestigioso Mercury Prize, gli oscar inglesi della musica.

Riguardo al titolo del nuovo disco e al suo significato è Jeremy Pritchard, bassista della band di Manchester, a darci le prime spiegazioni: “’Arc’ vuol dire tante cose. Per noi è una linea che sale e scende, la linea della storia, una sorta di arco narrativo che traccia i contorni dell’intera esistenza dell’uomo, dall’inizio dei tempi a oggi. Il fulcro del disco è capire a che punto della linea ci troviamo e cosa succederà una volta raggiunto l’apice, se mai lo raggiungeremo. Pezzi come ‘Radiant’ trattano l’argomento in modo particolarmente ‘apocalittico’, altri invece come ‘Don’t try’, che tra l’altro è la traccia di chiusura, hanno un approccio più positivo. C’è una sorta di ottimismo che si alterna a momenti più cupi, una curva fatta di saliscendi emotivi che determina l’andamento dell’intero album, come del resto quello della nostra vita o della vita di chiunque”.<br>Un disco che rispetto ai tempi dell’esordio, “Man alive”, sembra avere le idee più chiare dal punto di vista del sound e, più ampiamente, del “genere”; in parole povere “Arc” è una variazione sul tema pop. “Possiamo chiamarlo pop ‘a modo nostro’” precisa Pritchard. “Il pop è un concetto molto ampio. Il nostro modo di essere pop consiste nel dare priorità alla melodia, non è questione di tecnica o di strumenti, e nemmeno di durata o forma. E’ solamente un fatto di sintesi, pezzi chiari e concisi; ‘hit’ melodiche e con una certa ritmica. Questo per noi significa essere pop”.

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Un’attitudine che gli Everything Everything hanno affrontato apertamente già a partire dal tipo di artwork scelti per accompagnare visivamente il disco; non ultimo quello di copertina dove la band ha deciso di metterci letteralmente la faccia. “Quello che volevamo è dare una dimostrazione di confidenza. Volevamo essere più coraggiosi rispetto al passato, dare un’immagine più chiara e definita del nostro essere” prosegue il bassista. “L’idea di mettere le nostre facce in copertina non è nuova ma rende sicuramente il concetto. Negli anni Sessanta quasi tutti mettevano la loro faccia sui dischi; successivamente anche a David Bowie e i Kraftwerk hanno fatto lo stesso. E’ un modo di porsi graficamente semplice e classico, pop in senso stretto, che trasmette un senso di forte identità visiva. E’ un tentativo di renderci anche più riconoscibili agli occhi della gente: quelli in copertina siamo noi ”.<br>Dal punto di vista del songwriting e dei testi invece, “Arc” prende spunto da una serie di elementi extra musicali che hanno influenzato il processo di scrittura alla radice. E’ il batterista Michael Spearman a spiegarci come: “Ad essere onesti c’è una montagna di cose che hanno influenzato questo disco, in modo particolare Jonathan (voce e songwriter del gruppo). Lui ha un approccio quasi futurista, è affascinato dal rapporto tra l’uomo e la tecnologia, da come le cose stanno cambiando e cambieranno ancora, tanto forse da renderci sempre meno umani. John ama la storia e la scienza, e quando scrive trasmette la sua visione di una realtà quasi distopica, ma decisamente ancorata alla vita vera. Questo si riflette nel suo modo di scrivere, nella sua arte. Arte che, per come la intendiamo noi, ha un’importantissima funzione sociale: può descrivere la realtà, aiutandoti a comprenderla, o può farti evadere da essa. O magari tutte e due le cose”.

Per convogliare la loro arte nella giusta direzione, gli Everything Everything si sono affidati nuovamente al produttore David Kosten, già al loro fianco ai tempi del disco d’esordio: “Con David si lavora alla grande” ammette Pritchard. “C’è una sorta di profonda comprensione reciproca che ci lega. Ci conosce bene, conosce le dinamiche del gruppo e di noi quattro presi come singoli. La prima volta che ci siamo incontrati, tre o quattro anni fa (ai tempi eravamo una band molto giovane), ha capito subito che tipo di gruppo fossimo, forse addirittura prima di noi stessi. Ci ha detto chiaramente ‘questo è ciò che sapete fare meglio e dovete continuare a fare’. Da outsider quindi è diventato un insider; quando si lavora in studio è il quinto membro della band. E’ nella band senza essere nella band. E’ il nostro punto di vista esterno, e sa essere obiettivo”.<br>Un aiuto necessario se si pensa alle responsabilità che una nomination come quella al Mercury Prize porta con sé. “In realtà la nomination per ‘Man alive’ ci ha trasmesso una certa sicurezza che crediamo si percepisca nel nuovo disco. Il Mercury è stata una cosa grossa per noi, siamo cresciuti guardando le esibizioni e comprando i dischi di conseguenza. Poi un giorno ti capita di conoscere Chris Martin, e Noel Gallagher ti presenta Bono che sta giusto passando di li. E’ stata un’esperienza abbastanza bizzarra”.

E a proposito di esperienze straordinarie, la band è reduce dal tour come band di supporto dei Muse. Tour che ha toccato anche l’Italia e che ha catapultato la band di Manchester su palchi di tutt’altro livello rispetto al solito. “Quella del supporto ai Muse è stata una vera sfida” ammette Spearman a Rockol. “La loro è una produzione enorme e hanno una marea di gente che li segue. Noi siamo solamente una piccola band che si è ritrovata al centro di un palco pazzesco; è una cosa che ti può intimidire, ma in senso buono perché ti stimola a concentrarti sull’esibizione e dare il meglio ogni volta che tocca a te. Va detto che l’acustica dei posti dove ci siamo trovati a suonare è completamente diversa da quella a cui siamo abituati”.<br>“Nelle grandi arene e nei palazzetti il suono esce dalle casse ma non torna indietro” precisa Pritchard, “mentre nei club è tutto più contenuto, in un certo senso molto più intenso. Devi per forza imparare a gestire questa situazione e cercare di trasmettere il più possibile. E’ una cosa che abbiamo vissuto anche l’anno scorso quando abbiamo aperto per gli Snow Patrol, giusto prima di entrare in studio per registrare ‘Arc’, e credo che la cosa abbia influenzato in modo particolare l’arrangiamento dei nuovi pezzi. Le prove, infatti, le abbiamo tenute in una sala molto ampia, la stessa usata dagli Elbow, che ha in pratica un’acustica da caverna; non è un’arena ma ci si avvicina. Tutte queste cose hanno indirizzato in qualche modo il sound del disco e credo che il risultato si senta chiaramente”.

La conferma arriva qualche ora dopo, quando la band, suonate le dieci e mezzo, sale sul palco del club milanese. L’attacco è immediato, “Undrowned”, il bel singolo “Kemosabe” e l’ottima “Torso of the week” sono l’introduzione ad uno spettacolo sostanzialmente privo di punti deboli, condotto egregiamente da un Jonathan Higgs in serata e nettamente più sicuro rispetto alla data del 2011 che il quartetto tenne sempre qui a Milano, sponda Magnolia. “Noi veniamo da Manchester, scusate se abbiamo portato la pioggia”. La pioggia effettivamente non manca, ma pare non aver scoraggiato la platea meneghina, in evidente debito di riconoscenza verso i ragazzi inglesi. “Feet for hands” si fa quindi apprezzare per il sound pieno e sicuro, segnando la fine del riscaldamento (vocale e strumentale) e l’inizio della competizione vera e propria. Competizione che vede in episodi come “Final form”, impeccabile esibizione di pop progressivo, e “Duet”, alcuni dei momenti migliori in assoluto. Gli Everything Everything sono, tra le band giovani, quella con probabilmente il più ampio margine di crescita. Perché sanno suonare, possiedono un’ottima tecnica, ma soprattutto hanno dei buoni pezzi che la possono convogliare nel modo più emotivamente efficace. Pezzi diretti, complessi ma semplici. Il famoso “pop a modo loro”, tanto per capirci. Promossi quindi i pezzi nuovi, così come le vecchie glorie, vedi “Schoolin’” e l’acclamata “Photoshop handsome”, vestita pesante giusto per affrontare meglio il palco. “Grazie ragazzi, perché le state cantando davvero tutte. L’ultima volta che siamo venuti in Italia era con i Muse. Un c**** di posto gigante. Sapete una cosa? Preferisco mille volte questa sera. Vi vedo in faccia e voi vedete me”. Poco da aggiungere, le serate che vanno per il verso giusto si riconoscono subito, e questa non ha fatto eccezione. “The peaks” si trasforma così in un piccolo saggio di emotività per preparare a dovere il terreno per il finale da “doppio singolo”: “Suffragette suffragette” e “Cough cough” chiudono il main set in un crescendo di ritmiche a dir poco schizofreniche; il marchio di fabbrica degli Everything Everything. “Grazie fottutamente mille. Siete stati grandi stasera”. Prego, è vero.

La band si prende quindi giusto pochi minuti per la tradizionale scenetta uscita/rientro per poi ripresentarsi con in dote un encore da manuale. “MY KZ, UR BF” funge da decompressione dopo il primo finale tirato, “Choice Mountain” distende gli animi e apre al pezzo migliore della serata, e di rimando uno dei migliori di “Arc”, “Radiant”. “Questa sera ci siamo sentiti accolti. E’ sempre bello essere qui, è bello il vostro essere italiani. Restate italiani, sempre”. Il consiglio suona strano, per quanto comunque lusinghiero. Un pericolo, quello di suonare strana, che “Don’t try” non sembra dovrà mai correre; il finale è in puro stile EE: improvvisamente tronco e in sfavillante bellezza. Aggiungerei anche sopra le aspettative, più per loro che per noi. Perché forse una risposta del genere non se l’aspettavano. In barba alla pioggia e al freddo, quando una serata deve andare bene, ogni cosa sembra impegnarsi per farla girare alla perfezione. L’ho già detto ma conviene ripeterlo, che non fa mai male. Bravi.

(Marco Jeannin)

SETLIST

Undrowned”

Kemosabe”

Torso of the week”

Feet for hands”

Final form”

Duet”

Armourland”

Schoolin’”

Photoshop handsome”

The peaks”

Suffragette suffragette”

Cough cough”

Encore

MY KZ, UR BF”

Choice mountain”

Radiant”

Don’t try”

Intervista ai La Victoria + recensione dell’album La Victoria

Luglio 26th, 2011 in Artisti Italia, Interviste, Recensioni by Laura Passador (Ciarly)

Ecco l’intervista alla rock band romana La Victoria che ho realizzato poco tempo fa per Radiostar.it!

La Victoria

- Ciao! Potete presentarvi a chi ancora non vi conosce?

Ciao a tutti, siamo La Victoria, una band romana formata da 5 elementi: Ermanno (voce), Dario (basso/voce), Federico (chitarra/voce), Valerio (chitarra), Gianluca (batteria). Il genere non è facilmente classificabile, diciamo un pop-rock che spazia molto tra vari tipi di influenze culturali e temporali.

- Quando e perché avete deciso di formare un gruppo? Come ne avete scelto il nome?

Quando l’interesse e l’amore per la musica diventano attivi nella vita di una persona, ovvero quando si forma un fiume in piena di idee su brani, concerti e quant’altro, la formazione di un gruppo diviene necessità. Ovviamente bisogna avere fortuna nel trovare le persone giuste, quelle che oltre ad avere talento e spiccate doti musicali, considerino anche il progetto nello stesso modo in cui lo consideri tu, senza sminuirlo o ridurlo a semplice passatempo. Per quanto ci riguarda, tutto questo insieme di fattori positivi ha avuto luogo nel 2005. Per 5 anni abbiamo suonato con diverso nome e diverso genere, dopodiché dal 2009 abbiamo deciso di chiudere quel percorso ed iniziarne uno nuovo totalmente diverso.
Mentre ci trovavamo in studio di registrazione per l’album del “nuovo progetto”, ancora non avevamo scelto un nome. L’amplificatore per chitarra con cui ci propose di registrare il produttore si chiama Victoria, e quel nome ci ha folgorati.

- Come descrivereste la vostra musica? Quali sono le vostre influenze?

L’aggettivo che meglio può descrivere il nostro progetto è “eclettico”. La nostra musica si basa sul concetto di massima libertà espressiva, senza tener conto di schemi o logiche compositive preconfezionate, né tantomeno di canoni e linee guida da seguire. Ogni brano è un mondo a sé stante dal punto di vista musicale, non c’è un vero e proprio filo conduttore.
Le influenze sono di svariata natura e partono dal pop-rock più classico degli anni ‘60, per toccare sfumature che possono passare dal country alla musica latino-americana.

- Secondo voi, cosa vi distingue dalle altre band?

Nel tentativo di portare l’ascoltatore all’interno del nostro universo, ovvero all’interno dei vari mondi ed atmosfere che caratterizzano i nostri brani, non ci siamo limitati all’uso degli strumenti convenzionali per una band di estrazione rock o pop. Abbiamo cercato di ricreare a pieno le sfumature e le sonorità a cui ci siamo ispirati con l’uso di strumenti caratteristici, come può essere il banjo, gli strumenti a fiato o le percussioni.

- Il vostro primo album è uscito il 18 marzo e si intitola proprio “La Victoria”. Potete dirci qualcosa di più su questo lavoro? Abbiamo notato che ha una copertina un po’ particolare…

L’album “La Victoria” è, musicalmente parlando, un viaggio tra varie culture e varie epoche.
Nel momento in cui ci siamo trovati a dover rappresentare a livello grafico La Victoria, ci siamo rivolti all’illustratrice e designer Carolina Turrio (che ha realizzato il lavoro), la quale ha interpretato il concetto di vittoria come nascita, ed inizio di un viaggio.
Sui nostri profili social network è stata pubblicata una video intervista in cui la stessa Carolina parla di questa idea ed illustra le varie bozze del lavoro realizzate a mano.

- Quali sono gli artisti che stimate di più nel panorama italiano? Con chi vi piacerebbe collaborare, avendone la possibilità?

I nostri gusti a livello di ascolti sono molto diversi, sono pochi gli artisti che ci mettono d’accordo. Andando a stringere il campo sul panorama italiano direi che sicuramente amiamo gli artisti provenienti dalla tradizione cantautoriale, che sono un vanto per il nostro paese; il primo nome che mi viene in mente fra tutti è Battisti.
Parlando invece di band e di realtà più vicine cronologicamente parlando, ci piacciono alcuni artisti di spicco, come può essere Ligabue, ed anche band provienienti dal panorama alternativo come i Verdena e gli Afterhours. Tra l’altro poco meno di un mese fa ci siamo ritrovati con nostro grande piacere a dividere il palco con i Ministri, una realtà ormai affermata nel panorama italiano, una band che ci piace molto!

- Pensate che Radiostar.it sia un modo utile di promuovere gli artisti emergenti e in generale la musica?

Al giorno d’oggi qualsiasi portale o piattaforma che dia spazio alle nuove realtà musicali è di vitale importanza. Permette la creazione di uno spazio alternativo rispetto ai canali mainstream (dai quali viene proposta per lo più sempre la stessa roba), dove chi fa musica ha la possibilità di arrivare a gente nuova, e chi la ascolta può scoprire cose di cui non sospettava l’esistenza.

- Data la vostra esperienza, che consigli dareste ad una giovane band che vuole intraprendere la strada della musica?

Puntate all’anticonvenzionale, a fare cose che non avete mai visto in tv o sentito in radio. A fare cose che possano lasciare un segno, che non risultino né uguali né simili ad altre, fregandovene di seguire le istruzioni per il successo facile, ammesso che esistano.

- Che progetti avete al momento e/o in futuro?

Continuare a combattere questa guerra contro il sistema musicale italiano, che è interamente controllato da determinate realtà, le quali sono le uniche ad avere la facoltà di proporre ed imporre ai network radio e tv chi vogliono loro, lasciando a casa tutti gli altri.

Ed eccovi la recensione del loro album d’esordio:

Copertina di La Victoria

La Victoria sono una band romana formata da Ermanno Finotti (voce), Dario Gambioli (voce, basso), Federico Nardelli (voce, chitarra), Valerio Brunori (chitarra), Gianluca Neroni (batteria). Dopo essere stati apprezzati in Europa e in Giappone con un progetto precedente, hanno deciso di cambiare direzione condensando esperienze passate e influenze musicali individuali nell’album omonimo, uscito il 18 marzo 2011.

La copertina, volutamente provocatrice, simboleggia appunto la nascita. Apre il disco un pezzo rock uptempo intitolato Ritento, sarò più fortunato, che sembra quasi un augurio autoreferenziale. In fuga da me, il singolo estratto per promuovere l’album, non rende giustizia allo stesso; una ballata rock piuttosto orecchiabile, ma che non dà molto l’idea dell’ottimo potenziale della band. Per i pezzi migliori bisogna arrivare a metà disco: E’ lontana la città ricorda molto lo stile di Hendrix, mentre Anna Moore è una ballad dal sapore anni ’60. Altri due brani che colpiscono sono la trascinante Da uomo a uomo, che ricrea atmosfere alternative rock, e Vivo(?), canzone ritmata al piano e striata di pop. Bambola Russa la vedrei bene come pezzo sanremese, mentre 7 è interessante per i cori e l’arrangiamento. La finale colpisce per la parte di batteria e il riff che ricorda qualche brano degli Oasis. L’influenza di una band come i Litfiba è chiara in Io sono Dillinger, ma poi si passa anche al folk col banjo di Scatola di carta, la cui conclusione ricorda l’intro di Promises dei Cranberries. Poteva mancare il funky in questa tavolozza variegata di stili? Ovviamente no, e il puzzle viene completato da La grande ingiustizia.

Un esordio promettente per un gruppo che sa mischiare sapientemente i vari generi, senza mai risultare banale o ripetitivo

Voto: 8.5/10

http://www.myspace.com/lavictoriaband
http://www.facebook.com/lavictoriaband

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Intervista ai Daisy Chains + recensione dell’album A Story Has No Beginning Or End

Giugno 30th, 2011 in Artisti Italia, Interviste, Recensioni by Laura Passador (Ciarly)

Ecco l’intervista all’indie rock band lombarda Daisy Chains che ho realizzato qualche settimana fa per Radiostar.it!

Daisy Chains

Ciao! Potete presentarvi a chi ancora non vi conosce?

Carlo (voce e chitarra): Ciao noi siamo i Daisy Chains, veniamo da Bergamo e da Lecco, siamo belli (quasi tutti), siamo insieme da circa 4 anni e stiamo presentando il nostro secondo disco.

Quando e perché avete deciso di formare un gruppo? Come ne avete scelto il nome?

Ci siamo formati nel 2008 e abbiamo fatto il primo live nel gennaio 2009. Veniamo tutti da esperienze musicali varie, più o meno impegnative. Ad un certo punto avevo delle canzoni, le ho proposte ad Andrea e abbiamo deciso che fosse tempo di fare le cose seriamente. Così in periodi diversi e dopo vari cambi di formazione, ci siamo ritrovati quelli che siamo ora.
Il nome ha varie spiegazioni, quella ufficiale è che si tratta di una citazione tratta da “the good old days” dei Libertines, se vi fate un giro su Wikipedia trovate vari spunti.

Come descrivereste la vostra musica? Quali sono le vostre influenze?

Non mi risulta facilissimo descrivere la nostra musica, di certo quello che ci contraddistingue, che è anche quello verso cui tendiamo, è una sorta di equilibrio, di fune acrobatica tra melodia, urgenza e spirito punk. Le nostre influenze sono le più svariate, dall’indie punk degli inglesi Paddingtons fino a Paolo Conte, Edith Piaf, Selecter, Johnny Thunders, Graham Greene, Dorothée, Noir Désir e Bret Easton Ellis.

Secondo voi, cosa vi distingue dalle altre band?

Non facciamo mai cover, in parte come scelta etica, in parte perché tanto non saremmo mai d’accordo sulla scelta. Abbiamo due membri con l’anello all’anulare sinistro e tra poco saranno tre e anche questo non è troppo convenzionale, se volete sapere di chi si tratta, vi do un’ indizio: non sono io.
Ah poi altra cosa: cerchiamo di provare il meno possibile, questa però non è una scelta etica, è la vita che ci trascina ed è molto più facile servire il nulla. :-)

Il vostro primo album “Monsters & Pills” ve lo siete autoprodotto. Potete parlarci di questa esperienza?

Beh è stata un’esperienza niente male, ci siamo rinchiusi per un po’ nella mansarda di Tasso (il chitarrista) e abbiamo cercato di far quadrare il tutto senza far danni irreparabili; poi mentre ci ammazzavamo di editing, venivano a trovarci vari amici, musicisti, ecc… Tutti davano un contributo alla produzione. Certo, ci sono costati un po’ in birre, ma a conti fatti il gioco è valso la candela.

Quali sono gli artisti che stimate di più nel panorama italiano? Con chi vi piacerebbe collaborare, avendone la possibilità?

Non siamo troppo appassionati di musica italiana, nonostante ci piacciano Paolo Conte e Nanni Svampa.

Cosa ne pensate del panorama indie rock italiano al momento? Diteci la vostra opinione.

Si tratta sempre e comunque di underground. In questi anni, abbiamo sentito e suonato con tanti gruppi e ne abbiamo trovati tanti e di alto livello, cosa che in un qualsiasi Paese europeo sarebbe sufficiente a creare un movimento di grosso interesse. Ahimè, qui non è così.

Il vostro nuovo album, prodotto dalla Rocketman Records e uscito il 5 aprile, si intitola  “A Story Has No Beginning Or End”. Cosa potete dirci su questo disco?

Come si trova scritto nel libretto “this is a record of hate far more than of love” (G.Greene), rivendichiamo il diritto e il dovere di parlare anche di odio nelle canzoni, il solito vecchio amore è noioso ed è già descritto in tutti i modi possibili ed immaginabili, l’odio invece è decisamente sottovalutato ed ha una letteratura ampia, ma certamente inferiore all’amore.
Musicalmente è un disco di cui siamo molto fieri, è un salto in avanti rispetto al primo, sia come maturità compositiva che come qualità dei suoni e di produzione.

Pensate che Radiostar.it sia un modo utile di promuovere gli artisti emergenti e in generale la musica?

Assolutamente, ormai la promozione digitale è fondamentale, e siccome sono convinto che si stia meglio adesso, non mi sognerei mai di rimpiangere epoche senza rete né digitalizzazione.

Data la vostra esperienza, che consigli dareste ad una giovane band che vuole intraprendere la strada della musica?

Personalmente non do mai consigli, preferisco dare il cattivo esempio, parafrasando uno.

Che progetti avete al momento e/o in futuro?

Suonare il più possibile, scrivere e registrare il terzo disco.

Ed eccovi la recensione del loro ultimo lavoro:

Copertina di A Story Has No Beginning Or End

A STORY HAS NO BEGINNING OR END è il secondo album dei Daisy Chains, band indie rock nata nel 2008 tra Bergamo e Lecco, e prodotto assieme all’etichetta Rocketman Records. Carlo M. Pinchetti (voce e chitarra), Andrea Melesi (batteria e cori), Davide Tasso Tassetti (chitarra), Giovanni Corvo Melesi (basso) si sono chiaramente ispirati alla scena anglosassone e ai loro idoli Clash e Velvet Underground, creando però un lavoro del tutto originale.

ARROGANCE è chiaramente influenzata dalle sonorità degli Smiths, orecchiabile e perfetta come singolo a sé. THE END OF THE AFFAIR, titolo del libro di Graham Greene da cui è preso anche lo stesso titolo dell’album, è dominata dall’armonia creata dalle chitarre e da una voce con un timbro più basso. ONE FOR ME ha un bel ritmo variato e ricorda un po’ sonorità della new wave inglese. SO FAST è decisamente punk, con una ritmica che non passa inosservata e un ritornello che rimane impresso. DON JUAN AUX ENFERS, poesia di Baudelaire che dà il titolo a questa ballata indie-punk, è contraddistinta da una dirty voice che ricorda molto un Julian Casablancas in “Is This It”. MUCH BETTER, altra ballad ritmata, è una fantasia di chitarre. HAPPY INSTEAD ricorda un po’ gli Strokes dei tempi migliori, prendendone i punti di forza e rielaborandoli secondo lo stile proprio del gruppo, facendone un brano straordinariamente sorprendente. THE TIME THAT WE’RE WASTING scorre via veloce, trascinando l’ascoltatore in una spirale di suoni lampeggianti. SHE’S GOING, introdotta dalla voce del batterista, rallenta il ritmo per poi riprendere velocità e sfociare in un ritornello killer. VISIONS OF MADNESS, di chiaro stampo new wave, un po’ Cure ultima maniera, è una perfetta chiusura per quest’album.

Tirandone le somme, è un disco che si ascolta tutto d’un fiato, molto ben arrangiato e mai noioso, sicuramente uno dei più interessanti dell’attuale scena indie rock italiana. L’unica pecca potrebbe essere il presentare testi completamente in inglese; non è sempre facile comprenderli del tutto e l’accento marcatamente lombardo potrebbe risultare indigesto a chi è abituato alla classica pronuncia delle band d’oltremanica.

Voto: 8.5/10

http://www.daisychains.net/

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Intervista a Lorena Falbo

Giugno 30th, 2011 in Artisti Italia, Interviste by Laura Passador (Ciarly)

Ecco un’intervista all’artista romana Lorena Falbo, che ho realizzato poco tempo fa per Radiostar.it!

Copertina di Oggi è diverso di Lorena Falbo

Ciao! Puoi presentarti a chi ancora non ti conosce?

Ciao a tutti gli amici di Radiostar! Mi chiamo Lorena, sono un “quasi” ingegnere edile, ma mi definisco un ingegnere atipico, diciamo un po’ più “artistoide”…
Adoro presentarmi cantando, mi viene più semplice e naturale. Amo il mondo delle fate, il favoloso mondo di Amelie e mi piacciono le lucine di natale…

Com’è nato il progetto “LORENA FALBO and the PURPLE BLUES”? Come ne hai scelto il nome?

Il progetto “LORENA FALBO and the PURPLE BLUES” nasce grazie alle comune passione per il blues ed il soul. Gli artisti si riconoscono a distanza, è una questione di percezioni reciproche e questo è appunto accaduto a noi. Ci siam riconosciuti, scoperti ed abbiamo intenzione di andare avanti con la stessa passione del primo momento!
Il nome l’ho scelto io, emplicemente perché “LORENA” ama il colore “PURPLE” ed il “BLUES”, e poi le sonorità blues riportano alla mia immaginazione l’idea del colore viola, quindi ecco il nome del mio gruppo!
PS: Io porto sempre qualcosa di viola addosso! Sempre!

Come descriveresti la tua musica? Quali sono le tue influenze?

La mia musica è calda, vellutata, viola, penetrante, profonda, sensuale, di altri tempi!
Diciamo che la mia musa ispiratrice italiana è senza ombra di dubbio Mina, ma le mie influenza musicali sono sicuramente legate a Ray Charles, Joss Stone, Stevie Wonder, Etta James…

Secondo te, cosa ti distingue dagli altri artisti?

Credo l’atmosfera particolarmente retrò che si viene a creare quando canto! Dicono che l‘aria che si respira  è “d’altri tempi”.

L’anno scorso hai vinto il Tuscany International Festival di Piombino. Puoi parlarci di questa esperienza e di che cosa ti ha permesso di fare dopo?

Esperienza fantastica, meravigliosa…
Per me è stato un vero e proprio trampolino di lancio. Festival davvero all’altezza, con una giuria di un certo calibro (presidente della giuria Dario Salvatori), organizzazione impeccabile, entourage qualificato e serissimo professionalmente parlando.
La realizzazione del mio videoclip è stato senz’altro un ottimo biglietto da visita per interessanti contatti. Così come anche la promozione dei miei due singoli in tantissime radio italiane. Sono dei passaggi che mi stanno permettendo davvero di farmi sentire.

Quali sono gli artisti che stimi di più nel panorama italiano? Con chi ti piacerebbe collaborare, avendone la possibilità?

Mina è secondo me incomparabile. Stimo tantissimo Fiorella Mannoia, Giorgia. Con loro sì, mi piacerebbe collaborare, così come con Vinicio Capossela, Mario Biondi…

Nella classifica VideoTOP5 su Radiostar.it sei presente con la canzone “Oggi è diverso”. Puoi dirci qualcosa su questo brano?

“Oggi è diverso” è il brano vincitore del Tuscany International Festival ed è un brano scritto da me, che appunto rappresenta un pezzetto della mia persona. Parla della consapevolezza e della presa di coscienza (finalmente!) della mia realtà, ma soprattutto di quella che mi circonda, quindi descrive un mio nuovo atteggiamento alla vita. Perchè forse è arrivato il momento di volermi bene davvero e questa svolta è resa possibile dal mio amore: la musica. Ecco perché oggi è diverso!

Pensi che Radiostar.it sia un modo utile di promuovere gli artisti emergenti e in generale la musica?

Credo proprio di sì. Anche se devo ammettere mio malgrado che in questo momento la musica dei giovani artisti emergenti viene considerata ben poco. Noto con dispiacere che in genere si cerca, come dire, “il pacchetto già bello e confezionato”, cosa che ovviamente non condivido assolutamente. Ma noi, noi demordiamo!
Credo che Radiostar in qualche modo possa dare visibilità e di conseguenza promuovere la nostra musica.

Data la tua esperienza, che consigli daresti ad una giovane artista o band che vuole intraprendere la strada della musica?

Un consiglio spassionato che darei è quello di vivere la musica con sfrenata passione, con il sorriso e con tanta tanta spensieratezza. Perchè la musica deve farci vivere e può farlo se noi artisti la percepiamo solo con colori, sfaccettature e percezioni positive e leggere. La musica non è sacrificio. Forse difficoltoso e sacrificato è piuttosto il percorso che la musica comporta talvolta affinchè possa essere ascoltata. Ma di per sé la musica è bella, è linfa, quindi viviamola in quanto tale!
PS: Ragazzi partecipate ai festival, sono esperienze da vivere!

Che progetti hai al momento e/o in futuro?

Al momento sto avendo moltissime opportunità di esibirmi nel territorio romano con il mio gruppo “LORENA FALBO and the PURPLE BLUES” e con un secondo gruppo a cui tengo anche molto, “LORENA FALBO and the SOUL QUARTET”, con il quale stiamo avviando un progettino veramente interessante.
I locali di Roma ci chiamano ed il riscontro è davvero positivo.
Stiamo lavorando su altri inediti, sempre scritti da me, e la cui musica è composta dal maestro Paolo Frattaroli. Il mio secondo singolo è già in programmazione su molte radio, incrocio le dita!
Ci sarebbe anche un discorso discografico, ma adoro il viola e sono anche superstiziosa, quindi se ne parlerà a conti fatti!

http://www.myspace.com/lorenafalbo/

Vi lascio col videoclip di Oggi è diverso:

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Discordia – Intervista su “QUEB.it”

Ggennaio 9th, 2010 in Reports by Cristiano Poli

Intervista Discordia
Fonte originale reperibile su: http://www.queb.it/2009/11/24/intervista-discordia/

La redazione di Queb.it ha fatto una conversazione con i Discordia, gruppo vincitore dell’edizione 2009 dal Music Up, manifestazione musicale dedicata ai gruppi emergenti organizzata dallo Spazio Giovani Al Kalè di Quarrata.

Tra i premi per il vincitore del Music Up 2009, organizzato per il secondo anno consecutivo dallo Spazio Giovani Al-Kalé, c’era l’occasione di una intervista che sarebbe stata pubblicata sul numero di Dicembre di NoiDiQua – Il Quarratino.
Noi di Queb.it ci siamo uniti nello sforzo ai nostri “cugini” e abbiamo realizzato questa video-intervista con coloro che il pubblico ha reputato essere i migliori tra i gruppi alternatisi sul palco: i Discordia.
In una giornata di inizio ottobre, quindi, una di quelle in cui il sole lo trovi ancora splendente e caldo in cielo, ci siamo incontrati alla vecchia scuola elementare de “La Fratta” a Quarrata con tre dei cinque componenti del gruppo: Cristiano Poli, chitarrista e paroliere del combo, Alessandro Vannini, altro chitarrista e compositore delle melodie e Marco Capecchi, bassista. A loro abbiamo rivolto le nostre domande con il duplice intento di capire chi sono i Discordia e di farli conoscere anche ad un pubblico che non mastica il metal in modo assiduo e preferenziale.
Prima domanda e subito si capisce che in realtà i ragazzi con cui si dialoga sono con i piedi per terra: “Vi aspettavate di vincere l’edizione 2009 di Music Up?” “NO!”. Perché in fondo si erano resi conto che il loro suono non era easy-listening, non era orecchiabile per non usare un termine come radiofonico. Già l’anno scorso erano andati vicino al trionfo. Vinsero i Planters Punch, i Discordia arrivarono secondi.
Se dici metal, in realtà, non hai detto niente: il genere Metal ha tante sfaccettature, diverse modalità di composizione, varietà di stili e tecniche. Ma non è mai piacevole dare delle etichette, meglio che sia il gruppo ad etichettarsi: I Discordia dicono di suonare un metal alternativo con venature molto rock che abbraccia filoni musicali e gruppi che sembrano aver poco da spartire: Queensryche, Faith No More, Diaframma, Litifba, il rock progressivo anni 70.
Una volta data un’etichetta bisogna trovare un modo di lavorare che la renda originale. E i Discordia mi hanno colpito per un fatto originale: mi dicono che il cantante viene inserito nella composizione in un secondo momento, quasi a cose fatte e tenuto da parte nel momento in cui nascono i testi e le musiche. I testi li scrive il chitarrista Cristiano Poli, le melodie metalliche lo stesso Poli in connubio con l’altro chitarrista Alessandro Vannini. In sala prove si respira area di brainstorming: tutti contribuiscono nel portare il loro apporto musicale alla canzone. E poi on-stage, parafrasando uno slogan sessantottino, improvvisazione al potere.
Ma come sono nati i Discordia e dove stanno andando? I vincitori di Music Up 2009 si sono formati nel 2005 e dopo vari cambi nella line up sono arrivati all’attuale formazione: Cristiano Poli – chitarra, Alessandro Vannini – chitarra, Marco Capecchi – Basso, Matteo Bottaro – voce, Francesco Micieli – batteria. A detta del gruppo, l’arrivo di quest’ultimo ha reso le cose più facili. Per il futuro un solo obiettivo: un buon contratto con una etichetta discografica che produca l’album.
I Discordia sono di Pistoia e domanda d’obbligo è: “La scena musicale di Pistoia?” Per i Discordia Pistoia deve crescere ancora molto sotto il profilo musicale, non tanto come livello dei gruppi, quanto come mentalità. Insomma, alla fine a Pistoia regna sovrano un genere: Pistoia è Blues.
La curiosità quando si incontra un gruppo è sapere che musica hanno nel loro ipod e cosa si sentono di consigliare. Per quanto riguarda il primo aspetto, la playlist è alquanto varia anche perché è il genere che lo richiede. Per quanto riguarda il secondo, Marco Capecchi, il bassista, non ha dubbi nel consigliare un disco di un gruppo della zona: Controverso degli Incoming Celebral Overdrive. Il commento del biondo musicista dice tutto. Cristiano Poli e Alessandro Vannini consigliano Operation Mindcrime dei Queensryche. Io ho comprato il primo e trovato il modo di sentire il secondo.
“Flashback” è la prima fatica su lunga durata dei Discordia dopo il demo Nubi di Passaggio che ha avuto riscontri positivi nella critica di settore. Nella produzione ha messo lo zampino anche un amico di Queb.it, Gabriele Bellini.
L’album è un concept dove si narra di un viaggio che parte dalle tenebre, il male, per arrivare ad una rinascita, il bene.
La canzone che chiude l’intervista è tratta dal demo Nubi di Passaggio ed è la traccia che da il nome all’album stesso.
Andrea Turi
Laura Michelacci
Alessandro Giorgi per Queb.it

http://www.queb.it/2009/11/24/intervista-discordia/

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