Blog

“sPOSTati un po’ più In LA” – “Giulio Andreotti”

Maggio 7th, 2013 in Reports by Carolina Piola

“Giulio Andreotti” - Francesco Baccini (1992)

Stiamo sul pezzo. In tutti i sensi.
Ma senza troppe parole o esprimere giudizi.
A farlo, con torto o ragione, ci pensano già in troppi, oggi e ieri.
Lasciamo le sentenze a chi di dovere e ascoltiamo semplicemente come la figura del “sette volte Presidente del consiglio” e “diciannove volte ministro”, Giulio Andreotti, sia stata protagonista, in più tempi, anche della canzone d’autore italiana.
Da Gaber a Baccini, passando per Pierangelo Bertoli, Elio e le Storie tese, Jovanotti, per poi giungere a Fabrizio Moro, sono stati parecchi i cantautori che hanno scelto di dedicare qualche verso o addirittura un intero brano a quello che è stato uno dei principali protagonisti della politica nostrana.
Ciascuno a suo modo, con ironia, sarcasmo, scagliando un’invettiva o facendo polemica, spinto dalle proprie ragioni ha rivolto un po’ della propria attenzione al “Divo”, giusto per citare uno dei tanti soprannomi affibbiati al senatore a vita.
“Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona…”, cantava Gaber a fine anni ‘80 e nel 2001 tornava a citarlo scrivendo: “Si può far politica con i fumetti, si può divertirsi con Andreotti”.
Nel 1992, per ovvie ragioni legate agli eventi storico-politici che lo vedono al centro dell’attenzione, furono ben quattro gli artisti che gli dedicarono un proprio pezzo, o quantomeno lo citarono: Baccini e Pierangelo Bertoli, rispettivamente con “Giulio Andreotti” e “Giulio”, gli Eli con la mitica “Sabbiature” – passata alla storia per essere stata censurata in diretta dalla RAI in occasione del Concerto del Primo Maggio – e infine Jovanotti che in “Ho perso la direzione” scrive:
“Ho perso la direzione / non c’è più religione / non lo so non lo so hanno tutti ragione / a sentirli chiacchierare dalla televisione / Andreotti che ogni frase ti ci mette una battuta / con il pubblico che applaude anche se non l’ha capita”.
Per ultimo, nell’album pubblicato pochi giorni fa, Fabrizio Moro non lascia molti dubbi nel capire a chi si rivolga, sebbene non usi nome e cognome, quando canta: “”Ho le risposte lì sopra i ripiani / sui più grandi stragisti italiani / su ogni palotta e su ogni bomba / me le porterò con me nella tomba”…”Io so tutto e non ho mai dormito / e da sempre ho lo stesso vestito / sono il complice di una nazione / tra il vero e la contraddizione”.
Insomma, di materiale da ascoltare per restare musicalmente collegati all’attualità politica, direi che ne abbiamo parecchio…E allora lasciamo che anche le canzoni dicano la loro, a torto o ragione.

Nota in più: “A pensar male si fa peccato ma spesso s’indovina…”

Immagine anteprima YouTube

Jovanotti live @ El Rey Los Angeles 17-03-2012

Marzo 19th, 2012 in Reports by Michele Traversa

“Fatemi vedere le ali” urla dal microfono Lorenzo; le ali degli angeli, di coloro i quali vivono e lavorano nella città che non smette mai di sognare.

Sull’onda del successo di Ora, Lorenzo Jovanotti approda a Los Angeles come ultima tappa di un mini tour aldilà dell’oceano. Senza la mega produzione dello spettacolo nei palazzetti italiani, il concerto diventa una sorta di jam session, con la scaletta per la maggior parte improvvisata e le barriere tra cantante e pubblico totalmente abbattute.
Jovanotti a Los Angeles suona ad El Rey, uno dei tanti templi della musica che la città ha da offrire, anche se l’impianto sonoro può lasciare a desiderare (“ma questo non traduceteglielo” dice Lorenzo). Un teatro da circa mille persone, riempito al massimo della capienza da numerosi italiani che vivono all’estero, molti sudamericani e qualche americano. E se nell’Ora tour Lorenzo rappresentava “l’uomo scaraventato sulla Terra”, qui appare da dietro un sipario porpora che si apre come a teatro per rivelare cantante e musicisti.

Come prima cosa Lorenzo saluta tutti i presenti e introduce quel che sarà il filo conduttore della serata, ovvero l’improvvisazione. Lontano dalle regole di una scaletta rigida, ci si può lasciare andare a b-sides raramente suonate (I pesci grossi, Come parli l’Italiano), ad un tributo a Domenico Modugno e ad un ricordo sentito del grande Lucio Dalla, recentemente scomparso. Tutte le canzoni, spogliate da orpelli, trovano una veste nuova, a volte funk, a volte jazz, a volte groove, particolarmente efficaci in questo senso Piove e Amami. Nel mezzo un corposo blocco dedicato al passato (“Dove eravate voi nel ‘94? Io c’ero e voi?”) che scuote il dance floor con un classico dopo l’altro e che trova il suo apice con Penso Positivo.

Ospite sul palco il compositore e pianista Alex Alessandroni, residente a Los Angeles da molti anni, il quale aveva collaborato alla registrazione del disco Safari presso gli Henson Studios. È Alessandroni ad aver suonato sul disco A te e per la prima volta la esegue dal vivo insieme a Lorenzo. Tra il pubblico, invece, c’è l’amico Gabriele Muccino, impegnato a dirigere il suo prossimo film, al quale Lorenzo dedica Baciami Ancora, del quale, però, ricorda solo la strofa iniziale.
Se proprio un appunto va fatto, è quello che spesso le canzoni, fondendosi una con l’altra e inseguendosi in scaletta, risultano troncate nell’esecuzione e Lorenzo si ritrova ad aiutarsi con un leggio per ricordare le parole, il che sorprende dato che poco meno di un mese prima era ancora in tour in Italia (e se le ricordava tutte). I concerti di Jovanotti, però, sono soprattutto sudore ed energia e tutto questo non è di certo mancato al “crooner elettrico”, spinto addirittura a mischiarsi tra la folla. Su L’ombelico del mondo, infatti, Lorenzo salta tra il pubblico e comincia a girare con il microfono tra la gente impazzita che lo circonda per abbracciarlo. L’apoteosi di uno show che lascia tutti estasiati e desiderosi di nuovi concerti (“Vieni a San Diego”, gli grida qualcuno).

Sui saluti, una dedica di cuore a tutti gli italiani presenti che vivono a Los Angeles, “Che sono venuti qui ad inseguire un sogno. E che si avverino i vostri sogni!

SETLIST:
Battiti di ala di farfalla / Megamix
Come parli l’Italiano
I pesci grossi / Come è profondo il mare
Safari
La porta è aperta
Tutto l’amore che ho
L’elemento umano
Serenata Rap / Puttane e spose
Piove
Penso Positivo
Umano
Non m’annoio / Muoviti Muoviti
Tanto3
Amami
A te
Baciami Ancora
Dove ho visto te / L’uomo in frac
La notte dei desideri
L’ombelico del mondo / Attaccami la spina
Bella
Ragazzo Fortunato
Il più grande spettacolo dopo il Big Bang

L’inevitabile classifica del 2011

Dicembre 22nd, 2011 in Nuova musica, Playlist by Gianni Sibilla

…E come tutti gli anni, si tirano le somme della musica uscita negli ultimi mesi. Per Rockol ho fatto le mie top 5 “regolari”:

STRANIERI

1. Jonathan Wilson – “Gentle Spirit”

2. My Morning Jacket – “Circuitail”

3. Tom Waits – “Bad as me”

4. Tinariwen – “Tassili”

5. Wilco – “The whole love”

ITALIANI:

1. Verdena – “Wow”

2. Jovanotti – “Ora”

3. Daniele silvestri – “S.C.O.T.C.H.”

4. Ivano fossati – “Decadancing”

5. Tiziano Ferro – “L’amore è una cosa semplice”

Però poi uno le scrive, le riscrive e rimangono fuori un sacco di cose, di musica e di pensieri. Rivedendole, mi viene in mente che sia nei dischi italiani che in quegli stranieri le prime posizioni sono in realtà degli ex-aequo. Il disco di Jonathan Wilson l’ho recuperato recentemente, è retromaniaco, è vero. Ma è quello che sto ascoltando di più; è bello quanto quello dei My Morning Jacket, che sono la mia nuova passione, qualcuno l’avrà capito: li seguito da tempo, ma con “Circuital” hanno fatto un (altro) salto in avanti. Idem tra gli italiani: i Verdena e Jovanotti sono i due lati della stessa medaglia, due opere enormi, in tutti in sensi, quantitativo e qualitativo.

E poi ci sono i dischi rimasti fuori da queste classifiche, dischi che ho amato e consumato: Bon Iver, Decemberists, Horrible Crowes, Green Like July, Joan As Police Woman… Ed ecco qualche personalissimo premio aggiuntivo.

Concerto dell’anno:I Black Crowes a Vigevano e Fossati a Milano. Poi: qugello a cui mi sono divertito di più è stato quello di Cyro Baptista; quello che mi ha emozionato di più è Glen Hansard a Roma (ex-aequo con Keith Jarrett agli Arcimboldi) Quello che mi ha incantato di più è Jovanotti.

Band dell’anno: i Roots. Più per le cose fatte con altri (il disco con Betty Wright, quello con Booker T Jones) che per il loro disco, “Undun”.

Disco peggiore/Operazione WTF dell’anno: “Lulu”, Lou Reed & Metallica (anche se c’è una gran canzone, “Junior Dad”, vedi sotto).

Delusione dell’anno:  L’incomprensibile scelta dei Pearl Jam di non venire in Italia nel 2012. E anche John Mellencamp, che è arrivato per la prima volta nel nostro paese, ha fatto un bel concerto ma comportandosi da divo, quale non è da queste parti: un’ora di documentario inutile prima dello show e tante bizze, che hanno portato all’annullamento della data di Udine. Uno aspetta una vita di vedere un cantante, e questo fa lo stronzo…

Sorpresa dell’anno: Fraser Anderson, “Little glass box”. Un disco che ho scoperto in  una scena alla Alta Fedeltà, in un bellissimo negozio di dischi di Piacenza, Alphaville, dove mi sono rifugiato parecchie volte quest’estate. Un cantautore semplice semplice, con toni jazzati e grandi canzoni. Mi ha tenuto compagnia parecchio, questo album (anche se tecnicamente è uscito nel 2010). Grazie ai ragazzi di Alphaville per avermelo fatto scoprire. Se passate da quelle parti, fateci un giro: hanno un gran bel negozio, di quelli come se ne trovano ancora, e un bel blog su cui parlano di musica e cinema.

Notizia musicale dell’anno. Ce ne sono tante, non sempre belle: lo scioglimento dei R.E.M.  e il ritiro di Ivano Fossati, la morte di Amy Winehouse e di Clarence Clemons. O l’arrivo per la prima volta dopo 25 anni di Tom Petty. Ma se proprio deve sceglierne una:  il ritorno di Springsteen in tour, in Italia, con la E Street Band. Posso tollerare di vivere in un mondo musicale in cui i R.E.M. non fanno più dischi e concerti, ma non in uno in cui non posso più sperare di vedere il Boss dal vivo…

Libro musicale dell’anno. Ne sono usciti parecchi. Ma direi “The last sultan” di Robert Greenfield, che racconta la storia di Ahmet Ertegun, il fondatore dell’Atlantic Records (ci ritornerò con un post). E poi: la biografia di Bob Mould, “Il tempo è un bastardo”, di Jennifer Egan. E, ma si, “Retromania” (premio hype dell’anno).

Film Musicale dell’anno: PJ20, di Cameron Crowe. Ovvero come dovrebbe sempre essere fatto un rockumentary.

Canzone dell’anno: “One Sunday Morning” dei Wilco: come costruire un piccolo capolavoro su un unico giro di chitarra, ripetuto per 12 minuti.

E, già che ci sono, ecco anche le altre canzoni: questa lista non ha la pretesa di essere una vera e propria playlist. Sono solo le canzoni più suonate sui miei vari ammennicoli digitali nel 2011, ordinate per numero di riproduzioni, secondo il contatore di iTunes. Ne ho tenuta una sola per album (e ho tolto dal conteggio i R.E.M., che sono fuori gara, soprattutto quest’anno…). Però rappresentano bene, nel mio piccolo, uno spaccato della buona musica di quest’anno.

Michael Franti and Spearhead + Lorenzo Jovanotti Cherubini – Magazzini Generali – Milano

Ottobre 20th, 2011 in pop by Francesco Castaldo

Le foto del concerto di Michael Franti and Spearhead con la partecipazione straordinaria di Lorenzo Jovanotti Cherubini ai Magazzini Generali di Milano il 19 ottobre 2011

Michael Franti - Lorenzo Jovanotti Cherubini

Continua a leggere questo articolo »

Jovanotti / Lorenzo Cherubini – Arena di Verona

Settembre 16th, 2011 in Hip Hop, pop by Francesco Castaldo

Le foto del concerto di Jovanotti (Lorenzo Cherubini) all’Arena di Verona il 16 settembre 2011

Jovanotti - Lorenzo Cherubini

Continua a leggere questo articolo »

Live Report: Jovanotti @ Bonnaroo Music Festival – Manchester, Tennessee (USA), 11/6/2011

Giugno 17th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

“Hello, my name is Jovanotti and I come from Italia. I am so proud to be here, you can’t imagine”. Così si presenta Lorenzo Cherubini al Bonnaroo Music Festival. L’accento italiano è forte, fa sorridere, fa tenerezza dopo 10 giorni di “Hell yeah” e “What’s up”. Fa sentire un po più a casa.

Siamo a Manchester, 150km da Nashville, Tennessee. “Music City U.S.A.” la chiamano gli americani, e non potrebbero avere più ragione. Questa è la città della country music, come Memphis è la città del Blues. Qui hanno inciso per la prima volta Elvis, Johnny Cash e Jerry Lee Lewis. Di queste parti sono i Kings of Leon. Qui è nato il rock & roll.

Il Bonnaroo Festival è uno dei più importanti festival rock del continente americano, alla pari del Coachella e del Lollapalooza. Si tiene in un’immersa fattoria, 80.000 “rooers” vengono da dieci anni e da ogni stato americano e canadese. 15-20 ore di macchina per rendere omaggio ai maggiori artisti americani e non. Se infatti le superstar qui sono Eminem, Arcade Fire, My Morning Jacket e Widespread Panic, c’è anche il nostro Jovanotti a rappresentare l’Italia.

L’appuntamento è fissato alle 15h del sabato pomeriggio. A quest’ora  il caldo è asfissiante, la birra è gelida e i bikini sono numerosi. Lo sa molto bene Jovanotti, subito infiamma i coraggiosi che osano sfidare i 36 gradi all’ombra del Tennessee. E’ un Lorenzo molto felice
e fiero di rappresentare la nostra penisola, è venuto qui per questo, invitato da Eugene Hütz, lo scatenato frontman dei Gogol Bordello, incaricato dall’organizzatore del festival di delineare la line-up di uno stage per il sabato. E’ un onore per Jovanotti essere presente, e
non manca di ripeterlo più e più volte.

Vuole improvvisare con il pubblico, con la “beautiful people from Bonnaroo”. La jam session di un’ora inizia con “Non m’annoio” e il beat è irresistibile. L’interazione con il pubblico è fantastica, la migliore in assoluto del weekend. Questa è la vera arma in più del  nostro cantautore, poco importa essere ad Assago o nella campagna americana. Non manca la lezione di lingua nella setlist, italian lesson number one: “Serenata rap, affacciati alla finestra amore mio”. Bastano poche ripetizioni e molti cantano, tutti si sentono subito
italiani, tutti si sentono romantici. Un altro sing-along non tarda ad  arrivare sulle note di Io penso positivo, e allora capisco di non essere il solo italiano: vedo con piacere un tricolore sventolare, riconosco almeno una decina di facce indiscutibilmente mediterranee.
Forse sono studenti in scambio, forse sono italo-americani,  numerosissimi, come il ragazzo di NY, nonni veneti. Parla un italiano perfetto, mi chiede: cosa ci fai tu qui? Io gli rispondo: “this is the place to be”, e Jovanotti lo sa. E’ arrivato il turno per “L’ombelico  del mondo”. E allora Mr Jovanotti balla. Si agita. Salta. Suda. Suda tanto, non si risparmia, vuole imprimere il suo sound nella testa degli americani, vuole far capire come si fa in Italia. “My english is bad but my sound is perfect”. Anche il frontman dei Gogol Bordello ha voglia di ballare, ha tanta energia in corpo e salta sul palco. Vuole cantare con Lorenzo, vuole cantare con lui “L’italiano”, la canzone italiana per eccellenza. E’ un momento unico e irripetibile, due grandissimi entertainers insieme sul palco. Il pubblico impazzisce e si pela le mani quando Eugene Hütz annuncia a seguire un acoustic set dei Gogol Bordello. Non è nel programma, ma subito si sparge la voce e i fan del gruppo gipsy punk più famoso del mondo arrivano numerosissimi. I miei programmi saltano, tra poco suonano i Mumford & Sons, uno dei concerti più attesi dell’intero weekend. Ma questo è un festival, questa è la musica: improvvisazione.  E Jovanotti è un genio in questo. E l’italian Funky Grandmaster.

(Alessio Zolesi)

Live Report: Jovanotti @ 105 Stadium, Rimini 16/04/11

Aprile 18th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Sabato sono stato al primo concerto della mia vita. E siccome adesso ho poco più di sedici mesi, ho cominciato abbastanza presto. In realtà il primo concerto che ho visto, qualche settimana fa, è stato un concerto di un certo Polmeccarni che l’ha fatto in un posto che si chiama Niuiorsiti e non so dove si trova, ed è stato quando papà finalmente si è deciso a collegare il lettore dei dischi divudì alla televisione. Per provare l’impianto, ha detto lui, ha messo su questo divudì e ci è toccato vederlo tutto, a me e alla mamma. A me quel concerto lì è piaciuto abbastanza, però non c’erano dentro canzoni forti forti forti, di quelle che quando le sento tiro su il braccio e lo agito. Quando ero piccolissimo come una virgola, che ero ancora dentro nella pancia della mamma, mi ricordo che il papà metteva su apposta della musica per farmela ascoltare e soprattutto metteva la musica che lui chiama panc, che è una roba forte forte forte che mi divertiva molto, e allora mi muovevo tutto e agitavo il braccio, e infatti quando ero ancora dentro nella pancia della mamma mi chiamavano Ringo perché papà diceva che sembravo un batterista che batteva sulle pelli ma da dentro, e non da fuori. La mamma invece mi faceva sentire della musica più tranquilla di uno che lei diceva alle sue amiche che si chiama Mozart, che mi piaceva anche quella ma il panc mi piace di più. Poi dopo quando sono venuto fuori dalla pancia della mamma mi facevano ascoltare delle canzoni che mamma e papà dicevano che erano l’orchestra Maniscalchi, e a me piacevano molto, soprattutto quella che parla del gatto Maramao e quella che parla del pinguino innamorato. E ascoltavamo sempre anche le canzoni degli Abba, che a me piacevano e poi ero capace di pronunciare il nome e quando volevo sentire il disco dicevo abbabbabba. Però lì non capivo le parole. Adesso in macchina, quando siamo da soli io e lui, il papà mi fa sentire la musica che piace a lui e che però piace anche a me, e la ascoltiamo a volume alto, e io anche in macchina anche se sono legato al seggiolino mi muovo e agito il braccio. E tutte le ultime volte che siamo andati insieme io e lui a trovare i nonni a Brescia il papà ha sempre messo su il disco di uno che lui dice che lo conosce da tanto tempo e gli è molto simpatico e che si chiama Giovanotti, che però è un giovanotto soltanto, non tanti, e qualche volta il papà si sbaglia e lo chiama Lorenzo, ma io non glielo dico che si sbaglia perché papà è anziano e non ha più tanta memoria, però è anche permaloso e magari si offende. E quando mette su quel disco lì è divertente perché non lo ascolta tutto, ma ascolta solo le canzoni che gli piacciono di più e le canta insieme a Giovanotti mentre guida, che io sono anche un po’ preoccupato perché appunto papà è anziano ed è vero che guida sempre piano anche troppo, ma se si distrae è pericoloso, che la mamma glielo dice sempre e lui brontola. E comunque le canzoni che gli piacciono da cantare di quel disco lì che si chiama Ora sono soprattutto tre e sono Quando sarò vecchio perché dice che lui è già vecchio adesso e il suo amico Giovanotti ha proprio ragione per le cose che dice in quella canzone lì, e poi gli piacciono La bella vita che infatti piace anche a me perché è allegra e si sentono i tamburi, e poi gli piace tantissimo quella che piace di più anche a me che si chiama Il più grande spettacolo dopo il big beng e però mi fa un po’ paura perché io quando la sento rido e agito il braccio, ma il papà quando Giovanotti canta Siamo noi si gira per vedere se sono contento e non guarda la strada, e lui lo so che quando canta “io e te” pensa che il più grande spettacolo siamo io e lui e allora sono contento anch’io.
E insomma il papà ha detto alla mamma che voleva che il primo concerto vero della mia vita fosse il concerto del suo amico Lorenzo, che però voleva dire Giovanotti, e allora siamo partiti per venire in questo posto qui che si chiama Rimini e c’è il mare. Io il mare l’ho già visto perché quando ero nato da poco sono andato in un posto che si chiama Sanremo perché il papà era lì per lavorare, che però la mamma dice che lavorare è un’altra cosa, e non ascoltare i dischi e chiacchierare con i cantanti e fare tardi con i colleghi con la scusa di parlare di lavoro. Qualche volta anche il papà dice che fare il giornalista è sempre meglio che lavorare, e dice anche non dite a mia madre che faccio il giornalista, lei crede che faccia il pianista in un bordello, che io non so cos’è un bordello però papà quando dice questa frase poi ride da solo e quindi dev’essere una cosa buffa.
Allora siamo partiti quando io sono uscito dal corso di quaquaticità, che sarebbe che mi portano in piscina e io faccio l’anatra ed è per quello che si chiama quaquaticità. E siamo saliti sulla macchina arancione dove c’è anche il lettore divudì ma papà non ha ancora capito come funziona e così io non posso ancora guardare i cartoni. Appena siamo partiti il papà ha detto alla mamma che se non le dispiaceva lui doveva ascoltare dei dischi che si chiamano demo e che sono le canzoni che gli danno da ascoltare quelli che non sono famosi e vogliono diventare famosi, e la mamma ha detto che quando si era messa col papà, che sono passati quasi otto anni, pensava che lui le avrebbe fatto ascoltare tanta bella musica e invece. E allora hanno cominciato a discutere di questa cosa ma io non capivo quello che dicevano e allora mi sono addormentato. Mi sono svegliato quando la macchina si è fermata. Mamma è scesa e papà è rimasto con me, però lui era fuori dalla macchina e fumava il sigaro. Poi mamma è tornata e papà ha detto che andava lui dentro l’autogrill a bere un caffè, e poi quando è tornato siamo ripartiti. In macchina io mi sono annoiato e continuavo a chiedere quando arriviamo quando arriviamo, però mamma e papà quando parlo non mi capiscono, e io spero che imparino presto a capirmi perché sono stufo di dover sempre chiedere le cose quattro o cinque volte fino a quando loro capiscono quello che vogliono e mi rispondono giusto. Però poi finalmente siamo arrivati all’albergo, e lì papà ha cominciato a dire che dovevamo fare in fretta perché poi alle sette dovevamo ripartire per andare al concerto. Così ho avuto appena il tempo di farmi cambiare il pannolino e siamo scesi di sotto, dove c’erano un po’ di persone che non conoscevo meno una, che è la zia Mari che ho già conosciuto a Sanremo. E siamo saliti tutti su una macchina molto grossa tutta nera, che ci ha portato nel posto dove si faceva il concerto. Lì ci hanno fatti entrare in una stanza dove c’erano delle cose da mangiare, e io ho mangiato tanto formaggio grana che mi piace molto, poi il papà ha detto che le luci della centrale elettrica avevano cominciato e io non capivo cosa voleva dire, allora mi ha portato dentro un posto molto grande e pieno di gente dove c’era un palco e un ragazzo con la chitarra che cantava, però non lo ascoltava quasi nessuno, però lui cantava ugualmente come se lo ascoltassero tutti e cantava delle parole difficili. Papà ha parlato con lo zio Luca, che una volta è venuto a pranzo a casa da noi però ha portato lui la pizza, e si chiama anche Bernini, e gli ha detto peccato però, e zio Luca gli ha detto che di tutti i giornalisti che c’erano lì il papà era l’unico che era venuto dentro ad ascoltare Vasco. Io ho capito che Vasco era quel ragazzo sul palco, e che anche lui ha due nomi come Giovanotti e Lorenzo, e si chiama Le luci della centrale elettrica e Vasco, però non è quell’altro Vasco che ho sentito anch’io una volta in un disco del papà e che dice sempre eh… eh… eh… Comunque poi il ragazzo con la chitarra ha finito di cantare e siamo tornati dentro a prendere la mamma e con tutti gli altri che erano ancora lì a mangiare e a chiacchierare ci hanno riportati dentro e ci hanno fatti sedere ai nostri posti, e io sono voluto restare in braccio alla mamma. E a un certo punto quando il posto era tutto pieno di gente si sono spente tutte le luci e si è sentita una musica forte e poi si sono riaccese altre luci e ho visto il palco dove prima c’era il ragazzo con la chitarra che adesso era pieno di gente, e da una parte c’erano tanti strumenti musicali con le persone che erano lì per suonarli e dall’altra non c’era nessuno, poi è partita una musica che conosco e che si chiama Megamix e io la conosco perché è nel disco di Giovanotti che ascolto sempre col papà.

E è arrivato anche Giovanotti in giacca e cravatta, e ha cominciato a cantare “E’ questa la vita che sognavo da bambino?” e ho pensato che anche Giovanotti è stato bambino come me. Poi Giovanotti ha cominciato a correre ed è arrivato in mezzo alla gente e io pensavo che camminasse sulle teste della gente, ma il papà mi ha spiegato che c’era una passerella lunga in mezzo al palazzetto e Giovanotti correva su quella. Papà scriveva su dei fogli di carta i titoli delle canzoni: la seconda non la conoscevo e papà ha scritto “Falla girare”, e ha detto alla mamma che è una canzone da Buon sangue che è il titolo di un disco di qualche anno fa che io non ero ancora nato, e poi Giovanotti ha cantato tutte di fila canzoni che invece conosco perché sono nel disco Ora e sono La porta è aperta, Amami, L’elemento umano che tutta la gente ha cantato insieme a Giovanotti e La notte dei desideri. Intanto che lui cantava c’erano tante luci dietro ai musicisti perché c’erano sessantaquattro quadrati di luci che si accendevano e si spegnevano e dall’altra parte del palco c’era come una televisione ma grandissima dove si vedevano dei filmati e ogni tanto si vedeva Giovanotti che cantava, ma molto più grande di com’era lui sul palco. Ogni tanto uno dei musicisti si allontanava dagli altri, e soprattutto lo faceva uno un po’ strano tutto vestito d’oro, che papà mi ha detto che si chiama Saturnino e suona il basso, che è uno strumento che fa un bel rumore che senti con le orecchie ma anche con la pancia. Poi sulla televisione grande grande si sono viste delle parole che erano queste: Ricorderai d’avermi atteso tanto, e il papà ha detto subito che erano una poesia di Ungaretti che si intitola La madre, e ha detto e avrai negli occhi un rapido sorriso, ma sulla televisione grande è uscito solo e avrai un rapido sorriso, ma secondo me aveva ragione il papà perché lui ha fatto il classico, e comunque la canzone che è cominciata subito dopo è quella che il papà nel disco salta sempre perché tutte le volte che la sente si mette a piangere un po’ e io non capisco perché, e si chiama Le tasche piene di sassi, e papà ha detto alla mamma che Giovanotti quella canzone l’ha scritta per la sua mamma, non la mamma del papà ma la mamma di lui, di Giovanotti. E quando Giovanotti ha cantato Mi hai lasciato da solo davanti a scuola, mi vien da piangere, arriva subito, il papà ha fatto finta di niente per non farsi vedere dalla mamma ma si è asciugato gli occhi perché era venuto da piangere anche a lui. Poi le canzoni che sono venute dopo tutte le ragazze che c’erano lì le hanno cantate in coro, e sui suoi fogli il papà ha scritto Come musica e A te. Poi ha cantato un’altra canzone che conosco, che si chiama Ora, e poi è andato via ed è tornato con un altro vestito e ha cantato una canzone che piace anche alla mamma, e lo so perché una volta che eravamo in macchina col papà e c’era anche la mamma lei gliel’ha detto, e si chiama Tutto l’amore che ho. E qui è cominciato un altro pezzo del concerto con le canzoni forti forti come piacciono a me, e infatti ho cominciato anch’io a alzare il braccio e a tenere il tempo che sentivo con le orecchie e con la pancia, e le canzoni erano Io danzo, che è nel disco Ora, Tempo, Non m’annoio e Tanto, dove Giovanotti faceva le domande, chiedeva Come va il mondo? e la gente rispondeva Bene!, poi ha cantato una canzone che si chiama Battiti di ali di farfalla e intanto che lui cantava sulla televisione grande c’erano due Giovanotti che facevano a pugni, e quel pezzo del concerto è finito con una canzone che mi è piaciuta, e papà ha detto che è un pezzo sempre fortissimo, e la mamma cantava anche lei, e si chiama L’ombelico del mondo, dove c’erano tanti tamburi, e poi mi sono ricordato che una volta sul suo computer papà mi aveva fatto vedere il video di quella canzone lì e l’avevamo cantata insieme. Poi la canzone dopo è quella che papà dice sempre che è una delle più belle canzoni degli ultimi dieci anni e si chiama Mi fido di te, e adesso che l’ho sentita anch’io penso che il papà ha ragione.
Dopo tutti i musicisti sono venuti in mezzo alla gente sulla passerella con degli strumenti in mano e hanno suonato dei pezzetti di canzoni che non so se il papà ha scritto giusto, e ha scritto che erano Bella, Ciao mamma, Punto, Piove, Il capo della banda, Dabadabadance, Attaccami la spina e Una storia d’amore, dove si è dimenticato un pezzettino delle parole. Poi ha cantato Io lo so che non sono solo anche quando sono solo, che il papà ha scritto Fango ma secondo me si sbaglia perché anche la gente cantava Io lo so che non sono solo e rido e piango. E poi ha cantato la canzone che piace al papà che si chiama Quando sarò vecchio, però le parole non si capivano bene, e poi un’altra canzone che si intitola Ragazzo fortunato, dove a un certo punto ha detto Ci si schiaccia che papà ha detto che era una sua canzone vecchia vecchia e che era nel disco La mia moto, e si vedeva che Giovanotti era un po’ stanco perché erano quasi due ore che correva e saltava e cantava e continuava a cambiarsi i vestiti, e poi ha cantato Il più grande spettacolo dopo il big beng e il papà era molto contento e anch’io anche se ormai avevo un po’ sonno e in braccio alla mamma quasi mi stavo addormentando anche se c’era la musica alta alta. Mi ricordo solo che Giovanotti a un certo punto era tutto vestito di bianco e ha cantato una canzone che continuava a ripetere baciami ancora, baciami ancora, e alla fine sono quasi sicuro che ha cantato La bella vita perché mentre uscivamo e io proprio quasi dormivo sentivo il papà che ripeteva la bella vita l’afric sé scic, ma quando siamo saliti tutti sulla macchina grande nera io ormai ero proprio addormentatissimo, ma mi sono addormentato contento perché il concerto di Giovanotti mi è proprio piaciuto. E secondo me è piaciuto anche al mio papà e a tutti quelli che c’erano lì. (Edoardo Zanetti)

Lo shuffle e l’intelligenza degli ascoltatori

Ffebbraio 3rd, 2011 in Playlist, industria musicale, mixtape by Gianni Sibilla

Periodicamente, in questi anni digitali, salta fuori qualche nostalgico che dice: “si stava meglio quando si stava peggio”. La solfa è più o meno sempre la stessa: questa o quella cosa sta ammazzando la musica. Nulla a che vedere, almeno questa volta, con la  pirateria e il suo impatto sull’economia della musica. Questa volta si parla di musica e cultura.

Ad essere sotto accusa è lo shuffle, reo di diminuire il valore culturale della musica. C’è un lungo e a suo modo interessante articolo sul Seattle Weekly, a firma di John Roderick, che sostiene che la fruizione casuale dei lettori MP3 appiatisce il contesto culturale della musica:

The endless playlist has reduced every song to top-40 status, to an equal footing in a shuffle roulette. Songs that once stood for something are interspersed randomly with ones that didn’t, all just a skip button away from oblivion. I’m going to make an effort from now on to try to remember a little bit of the world each song came from

E’ un tema in cui ci si imbatte spesso, chiacchierando con i musicisti come Roderick. L’ultimo con cui mi è capitato di parlarne è Jovanotti, che ostiene che il suo ultimo disco “Ora” non è un album, ma una playlist da consumare come ci pare. Ma, in generale, solitamente questa tesi viene sostenuta con una connotazione negativa. Ovvero: a che servono le “tracklist” quando ci sono le “playlist”? Le playlist rovinano l’intentio autoris.

Però credo che una tesi come quella di Roderick – e in generale quella di chi accusa lo shuffle – , manchi di di prospettiva storica. La canzone è da sempre un oggetto fatto per essere consumato assieme ai suoi simili, che siano le altre tracce di un album, che siano le altre canzoni di un mixtape o quelle del flusso di una radio o la sequenza di un DJ set.

La funzione shuffle ha solo preso questa caratteristica del consumo e l’ha portata alle (estreme) conseguenze. Pensare che lo shuffle diminuisca il valore culturale della musica  significa sottovalutare l’intelligenza degli ascoltatori, e signifca negare una delle grandi conquiste del consumo digitale della musica.

La grande conquista non è la libertà di poter scaricare tutto come ci pare. La conquista è quella iniziata con il walkmen nei tempi analogici: la libertà di poterci portare la musica sempre con noi, e di poterla fruire quando e come ci pare, seguendo un’indicazione altrui (una tracklist, o una playist condivisa), mettendole in fila come pare a noi, o delegando il tutto alla scelta casuale di una macchina. Ma la prima scelta, quella della modalità, è sempre la nostra.

Nello scenario digitale, lo shuffle mi sembra sinceramente l’ultimo dei problemi.

Jovanotti live @ Viper Room Los Angeles 21-07-2010

Settembre 9th, 2010 in Reports by Michele Traversa

Fuoco, acqua, elettricità canta Lorenzo Jovanotti in Safari. Le stesse parole servono per descrivere un concerto sudatissimo allo storico Viper Room di Los Angeles.

Fuoco come il calore dato dall’energia di duecentocinquanta persone stipate. Acqua come il sudore del cantante che si mischia con quello del suo pubblico. Elettricità come quella che si percepisce nell’aria, data dall’energia e dalle vibrazioni della musica.

Mi fate sentire come a casa” urla Lorenzo ad un pubblico in prevalenza italiano, mischiato a qualche americano curioso. “Non ti ho mai visto da così vicino”gli ribatte un ragazzo dalle prime file.

Lorenzo si concede completamente in uno show tiratissimo (“Sono sudato? Non me ne ero accorto”), già collaudato nei locali di New York la scorsa estate, ma che lascia ampio spazio all’improvvisazione dei musicisti. Le canzoni si fondono una con l’altra, gli arrangiamenti s’inseguono, la musica esplode. Attaccami la spina si mischia con Muoviti muoviti; Safari con Do D’freak, Soleluna e Questa è la mia casa.

Questa vuole essere una prova generale per il concerto di domani a Santa Monica. È la prima volta che le prove sono a pagamento e il concerto vero è gratuito”, scherza Lorenzo, dopo aver aperto lo show con la cover California Love, in celebrazione del palco in cui si ritrova a suonare.

A volte le parole sfuggono la memoria del cantante, ma non importa perché a soccorrere Lorenzo c’è un leggio con i testi e soprattutto un pubblico caloroso che conosce a memoria tutte le canzoni.

Dopo una manciata di pezzi per ballare arriva il momento per quelli romantici: Lorenzo, seduto su uno sgabello, intona Dove ho visto te, L’uomo in frack di Domenico Modugno e Piove.

Poi è nuovamente il momento di scatenarsi. “Te la ricordi?”, chiede Lorenzo a Saturnino e parte l’inconfondibile giro di basso di Penso Positivo. Tra il pubblico è il tripudio. Dal palco dilaga il sound di una band affiatata composta dai fidati Riccardo Onori e Saturnino, due fratelli percussionisti brasiliani, un batterista di Rio de Janeiro, due tastieristi, uno italiano e uno originario del Bronx.

Prima del finale c’è ancora spazio per una parentesi intima con A te (richiesta a gran voce) e Baciami ancora. Quest’ultima è dedicata alla mamma nel giorno del suo compleanno; la signora Cherubini adora la canzone perché le ricorda i tempi di quando era giovane. L’ombelico del mondo è il biglietto da visita per l’energia di Lorenzo sul palco, gli uomini della sicurezza del Viper Room sembrano non aver mai assistito a tanto entusiasmo e si trovano costretti ad aprire le porte ad intervalli di tempo per far respirare una folla caldissima. È la volta, quindi, di Ragazzo Fortunato, a chiusura di un concerto che va ben oltre le due ore programmate e che potrebbe aver posto le basi per un appuntamento fisso all’estero alla fine di ogni tour casalingo.

SETLIST

CALIFORNIA LOVE
ATTACCAMI LA SPINA / MUOVITI MUOVITI / TEMPORALE
SAFARI / DO D FREAK / SOLELUNA / QUESTA E’ LA MIA CASA
CORAGGIO
WANNA BE STARTIN SOMETHING / NON M’ANNOIO
PUNTO
SALATO PARTE 2
DOVE HO VISTO TE
L’UOMO COL FRAC
PIOVE
PENSO POSITIVO
TANTO / FALLA GIRARE / COME PARLI BENE L’ITALIANO
UNA TRIBU’ CHE BALLA
RAPPERS DELIGHT
UMANO
A TE
BACIAMI ANCORA
PARLAMI D’AMORE MARIU’
SERENATA RAP
L’OMBELICO DEL MONDO
BELLA / RAGAZZO FORTUNATO

“Is America ready for Jovanotti”?

Luglio 21st, 2010 in concerti by Gianni Sibilla

Quando vanno all’estero, i cantanti italiani solitamente suonano in locali piccoli, cantano in italiano di fronte ad un pubblico di italiani; poi tramite il loro ufficio stampa ti fanno sapere che è stato un trionfo di proporzioni gigantesche. Non tutti fanno così, ma parecchi sì.

Così fa piacere vedere qualcuno all’estero che parla di un nostro artista perché ha voglia di parlarne e perche gli piace, non perché deve farlo.

Il titolo di questo post è virgolettato perché in realtà è il titolo di un bel pezzo di FuelFriends su Jovanotti. FuelFriends è uno dei più importanti blog musicali americani – per dire, recentemente i R.E.M. gli hanno dato un brano inedito in esclusiva. La titolare, Heather Browne ha studiato in Italia, quindi un po’ già conosceva la nostra musica. Comunque il pezzo che scrive su Lorenzo è interessante per come racconta la sua musica da una prospettiva diversa da quella a cui siamo abituati noi.

Lorenzo, per la cronaca, sta per tenere altri concerti in America, dopo quelli documentati  con un dvd uscito all’inizio di quest’anno. Quattro show, tra cui uno in un posto piccolo sì, ma davvero leggendario: il Viper Room di Los Angeles, il 21 luglio.

Music Reporters by Rockol
Freedom of the press belongs to the man who owns one