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Beatles: more than Jesus

Aprile 15th, 2010 in Reports by Massimiliano Leva

La notizia è di qualche giorno fa. Il Vaticano ha perdonato i Beatles. Caspita, verrebbe da dire, e chissà che papa Ratzinger ora non faccia pure lunghe passeggiate ascoltando “Revolution” sul suo iPod. Il fatto suscita in realtà un sorriso.

Tutto cominciò 44 anni fa, quando nel marzo 1966 l’Evening Standard pubblicò un’intervista in cui John Lennon, che in quel momento era immerso nella lettura di “Passover the plot” di HJ Schonfield, romanzo su tematiche religiose, dichiarava che il cristianesimo sarebbe sparito. “Non ho bisogno di discuterne: ho ragione e i fatti lo dimostreranno. In questo momento noi siamo più popolari di Gesù”. L’affermazione a effetto, non c’è che dire, sepolta tra le altre risposte di Lennon, passò inosservata in Inghilterra, dove il pubblico era abituato alle sue dichiarazioni provocatorie. Ma quando il 29 luglio Datebook, una rivista per adolescenti americana, comprò i diritti dell’articolo, pubblicandolo con un titolo inequivocabile, “Non so se finirà prima il rock’n’roll o il cristianesimo”, gli americani, e in particolare la cosiddetta Bible belt, ossia la regione degli Stati Uniti del sud abitata in gran parte da cristiani protestanti, reagirono in tutt’altro modo in vista dell’imminente terzo tour dei Beatles. 

In Alabama ventidue stazioni radiofoniche bandirono la musica dei quattro e diedero vita a una crociata contro Lennon e i Beatles. Altre emittenti organizzarono roghi pubblici, incitando i fan a bruciare i dischi del gruppo. Membri del Ku Klux Klan parlarono di attentati e l’attenzione pubblica mise per la prima volta in discussione l’aura dei Favolosi di Liverpool, da tempo ormai lontani dallo stereotipo dei quattro ragazzi “yeah yeah”. Per i genitori americani che il venerdì sera giocavano a bowling e la domenica preparavano il barbecue era arrivato il momento di chiedersi dove avessero fallito con i loro figli, cedendo alle lusinghe della British Invasion e dei suoi sempre più debosciati adepti: non solo Beatles, ma anche altri cattivi esempi come Rolling Stones, Animals, Who, Yardbirds, Kinks.

La situazione era così drammatica e il timore che qualcuno, come successo a JFK, potesse nel catino di folla degli stadi addirittura sparare a uno dei quattro, che Brian Epstein, il loro manager, a un certo punto pensò di annullare la tournée. Ma troppi soldi erano in ballo. E così, quando alle 16 e 55 dell’11 agosto i Beatles atterrarono a Chicago, prima data del tour, c’era un’insolita folla di curiosi ad attenderli. Quello stesso giorno, al ventisettesimo piano dell’Astor Towers Hotel, a 25 anni, John Lennon visse forse una delle sue più traumatiche esperienze, dovendo scusarsi – tesissimo e ferito nell’orgoglio – davanti alle telecamere di tutta la nazione. La tournée, ultima tranche di una serie precedente di concerti in Germania, Giappone e Filippine, dove i Beatles vennero quasi linciati per aver snobbato un invito di Imelda e Ferdinando Marcos, virò inevitabilmente verso il peggio.  

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Pur guadagnando una barca di quattrini, in alcune città degli Stati Uniti gli stadi per la prima volta erano per metà vuoti. Il 19 agosto i quattro ricevettero una telefonata da un anonimo che annunciava la loro morte. A Memphis, durante il secondo concerto serale, scoppiò un petardo in sala e per un attimo si temette davvero il peggio. A Cleveland 2500 fans invasero il palco. A St. Louis furono costretti a suonare sotto la pioggia scrosciante solo con una copertura di plastica sulla testa installata all’ultimo minuto. A Los Angeles il furgone blindato su cui viaggiavano venne circondato dai fan impazziti e dovettero aspettare due ore chiusi lì dentro prima che la polizia riuscisse a liberarli. A Cincinnati furono obbligati a rinviare lo show, suonando il giorno dopo due concerti in due città differenti a più di 500 miglia di distanza.

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Un anno fa ho avuto la fortuna di conoscere Robert Whitaker, il fotografo ufficiale dei quattro dal 1964 al 1966. Mi raccontò che quando il 24 giugno i Beatles partirono per la prima data in Baviera, a Monaco, l’atmosfera era rilassata e felice. Certo, per loro essere a Manila, Sydney, Madrid o New York era sempre la stessa trafila: aeroporti, limousine, alberghi, stadi, limousine, aeroporti. Essere un Beatles era una maledizione per una rockstar. Ma in fondo erano musicisti con i piedi per terra, un po’ mattacchioni, ma bravi ragazzi. Riuscivano sempre a ingannare il tempo nelle lunghe ore di noia delle loro stanze private: giocavano a carte, disegnavano, facevano arrivare mercanti con souvenir del luogo, scrivevano canzoni e chissà come, in quella paranoia, avevano sempre idee brillanti. “Fumavano anche erba che portavano in giro in una valigetta affidata al loro assistente Neil Aspinall, caso mai alla dogana qualcuno avesse voglia di controllare, anche se nessuno mai ebbe la sfrontatezza di aprire uno dei bagagli dei Favolosi – mi raccontò Whitaker. – A volte, quando arrivava il momento di lasciare l’albergo, si camuffavano da camerieri, con tanto di parrucche, o si nascondevano negli armadi o sotto il letto, giusto per farsi due risate vedendo sbiancare l’addetto di turno che andava a prelevarli, subito convinto che fossero stati rapiti”.

Ma questa aria spensierata era già svanita da tempo quando la sera del 29 agosto 1966 i Beatles salutarono i 25mila fan urlanti del Candlestick Park di San Francisco, ultima data del tour americano. Per varie ragioni, non ultimo il putiferio scatenato dalle dichiarazioni di Lennon, deciserò che quello sarebbe stato the last one, l’ultimo concerto per sempre. Per certi versi, quella sera, finì un’epoca. Meno male che oggi, quarant’anni e oltre più tardi, la Chiesa li ha perdonati.

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