Live Report: Pete Doherty (+ Jules Not Jude) @ Latte Più, Brescia 22/02/13
Ffebbraio 25th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Il ritardo accumulato ancora prima di cominciare è di quarantacinque minuti. La coda all’esterno del locale bresciano rumoreggia e si augura, da brava coda sotto la neve, che il gioco valga la candela. Ci sarà però da fare i conti con Pete Doherty, con la sua imprevedibilità, il suo carisma; la sua forza attrattiva a prescindere. Perché è di questo che si parla, di forza attrattiva. Non di musica ma di richiamo, di “icone” e perché no, anche di moda. Pete Doherty? Lo vado a vedere, si sa mai che ne combina una delle sue. Ho già il cappellino pronto. Ecco cosa pensa la coda, ecco come si presenta la serata. Una serata più simile ad un minifestival che ad un live tradizionale: sono infatti ben quattro le band chiamate ad aprire il set del menestrello inglese. Con ordine. Il primo a salire sul palco è Fabrizio Consoli; lui, la sua chitarra, e un’altra chitarra a supporto. Poco da dire, ed è meglio così: Fabrizio ammette fin da principio di essere al suo primo live, e si sente. C’è emozione, c’è tensione, ci deve essere comprensione. A seguire tocca poi ai nettamente più rodati Moscow Raid e al loro indie rock “proletario”: sound asciutto, riff tagliati e rimandi continui alla “madre Russia” e alla parte est di Berlino. Avremmo gradito che non si esprimessero simulando l’accento russo, questo sì, ma per il resto la performance è onesta e tanto basta.
La platea inizia quindi a smuoversi e si prepara ai Jules Not Jude, il nome più succulento in cartellone dopo quello del padrone della serata. I Jules sono una band che noi di Rockol stiamo seguendo da vicino da ormai parecchio tempo, in modo particolare attraverso The Observer, il nostro osservatorio sulla musica emergente e il loro live al Latte Più li conferma come una delle realtà più interessanti della scena indie italiana. Simone Ferrari, da bravo frontman, si prende la briga di sciogliere il rigor mortis di chi nelle prime file è ancora imballato dal freddo, mentre il resto del gruppo sfodera un sound ormai perfettamente collaudato. Una sensazione che saranno poi gli stessi Jules a confermarci una volta scesi dal palco. C’è il tempo infatti per una chiacchierata mentre la ribalta è presa da una giovane cantautrice francese di nome Melody Says (pochi pezzi, belle melodie, tanto fascino). A caldissimo è Andrea “Panfu” Buffoli, la new entry del gruppo, a raccontarci com’è andata: “E’ stata una cosa veloce; siamo saliti sul palco e via. Giusto così, doveva essere una cosa rapida, bella e intensa”. Una delle ultime del tour legato alla promozione del loro ultimo Ep (che abbiamo recensito per Rockol su The Observer)… “Ormai i pezzi dell’Ep filano lisci” ammette Simone. “Stasera abbiamo suonato anche un inedito, ‘Orphan’, che farà parte del prossimo disco. E’ l’unico pezzo del nuovo album, attualmente in fase di mixaggio, che abbiamo inserito in scaletta, e sul disco suonerà leggermente differente rispetto quanto sentito stasera. Nei prossimi live le cose potranno quindi avere un aspetto ulteriormente diverso”. Siamo dunque in piena fase “lavori in corso” in casa Jules. “La testa è tutta sul disco” prosegue Simone. “Il live attuale è in pratica un format che abbiamo messo appunto con il tempo e con molto lavoro. Oggi è perfettamente rodato: era questo a Salerno e lo è stato a Berlino. Ciò non toglie che si faccia comunque un po’ più fatica del solito a salire sul palco mentre sei contemporaneamente preso dalle registrazioni: è capitato spesso di lavorare in studio fino alle cinque di mattina e poi partire direttamente per fare qualche data in giro per l’Italia”. Per concludere l’estemporanea, e prepararci al main act della serata, riusciamo a strappare qualche informazione di prima mano sul nuovo disco. A confessarsi a Rockol è il batterista Daniel Pasotti: “Sul nuovo album non troverete i Jules Not Jude che potreste aspettarvi di sentire. Con ‘Tuesday’ è stato fatto un passo in avanti rispetto al disco precedente; il discorso si è fatto più rock, più alla ‘spacchiamo tutto’, tanto per capirci. Oggi lo ‘spacchiamo tutto’ è diventato ‘concentriamo tutto’. Se ‘Tuesday’ è stato lo sfogo (di un nuovo sound), il nuovo disco sarà anch’esso uno sfogo, ma controllato, cosciente”.
Dallo “sfogo cosciente” dei Jules al primo accordo di chitarra di Pete Doherty passano solamente pochi minuti. Ormai è mezzanotte e venti, ma l’ora ormai tarda pare non essere un problema on stage. Le sensazioni purtroppo non sono buone: Pete si presenta in tenuta classica con magliettina a righe e occhiaie ben pronunciate, accompagnato solamente dalla sua chitarra e da una violinista. Sembra leggermente ingrassato, parla a cenni e dà costantemente l’impressione di essere fuori dal mondo. I primi tre pezzi in scaletta vengono pescati direttamente dai repertori di Libertines e Babyshambles: “Don’t look back into the sun”, “At the flophouse” e “Beg, steal or borrow” sono il biglietto da visita di una serata ai limiti del disagio. Doherty non è quel gran chitarrista, se non fuma è sbronzo (o entrambe le cose) e ha la straordinaria capacità di non finire mai i pezzi: sono i pezzi che, arrivati ad un certo punto, si finiscono da soli. Su “For lovers” intervengono due ballerine classiche per imbastire un minimo di coreografia. Non capisco il nesso con tutto il resto, ma mi adeguo. Mi adeguo anche al fatto che il pubblico accorso a inneggiare a quello che a tutti gli effetti è da considerare un idolo, pare essere preda di una sorta di trance caciarona e iper entusiasta. Pete piace, Pete è amato. Pete è un simbolo. Pete va oltre il suo essere poco più che un intrattenitore da pub; è la trasgressione a renderlo un eletto. E la gente lo osserva curiosa e stupita, amandolo non per quello che è, ma per quello che rappresenta. Un mistero che con pezzi come “Lost art of murder”, “Music when the lights go out”, “Down for the outing” e soprattutto l’acclamatissima “Last of the english roses”, non mi aiutano a comprendere. Partono reggiseni quando scatta lo stagediving; che poi è semplicemente lui che si lascia cadere sulle prime file, estasiate. Scene che si ripetono su “Can’t stand me now”, anche questa particolarmente ben accolta, su cui Pete recupera un cappello dalle prime file e lo indossa per qualche secondo. Basta e avanza. Doherty + cappello = visibilio. Lui passeggia, fuma, beve, ringrazia, accenna qualche accordo e porta avanti il set senza porsi troppe domande. “The ballad of Grimaldi” rinfranca chi è venuto per la musica, così come la conclusiva “Fuck forever”, forse il pezzo migliore della serata; il ritratto di ciò che Pete Doherty potrebbe essere, ma non è: uno che le canzoni, quando è lucido, le sa scrivere. Purtroppo a rendere le cose ulteriormente più difficoltose ci si mette anche l’orario: all’una, e con ancora un buon venticinque minuti di setlist da smaltire, nella “saletta” adiacente parte il dj set. Sul palco Doherty non se ne accorge neanche, ma la gente delle retrovie sì. In questo clima surreale. l’encore è riservato interamente a una cover di Sandie Shaw, “Always something there to remind me”, interrotta da un paio di invasioni di palco, che chiudono la serata senza aggiungere nulla a quanto fin qui detto.
Torniamo quindi al principio e alla coda infreddolita in attesa di entrare: il gioco, a conti fatti, è valso la candela? Per chi è venuto per vedere il fenomeno (non musicale) Pete Doherty, ad occhio la maggior parte dei presenti, direi assolutamente sì. Per tutti gli altri…
(Marco Jeannin)
SETLIST
“Don’t look back into the sun” (The Libertines)
“At the flophouse” (Babyshambles)
“Beg, steal or borrow” (Babyshambles)
“For lovers”
“Lost art of murder” (Babyshambles)
“Music when the lights go out” (The Libertines)
“Down for the outing”
“Last of the english roses”
“Can’t stand me now” (The Libertines)
“The ballad of Grimaldi”
“Death on the stairs” (The Libertines)
“What Katie did” (The Libertines)
“Fuck forever” (Babyshambles)
“Always something there to remind me” (cover di Sandie Shaw)
Converge live: un’esperienza, un pugno in faccia, un’ora di violenza da assimilare lentamente e far decantare. Jacob Bannon si presenta sul palco del Latte Più intorno alle undici e trenta per l’unica data italiana della band di Salem: giacchetta “The north face” chiusa incredibilmente fino al collo (tatuatissimo), pantaloncini corti e adrenalina a livelli altissimi. Durante il soundcheck passeggia nervosamente lungo il palco del locale bresciano come un leone in gabbia. Poi, senza quasi preavviso, scatta la violenza: luci accese per tutto il set e fiato agli amplificatori. Venti pezzi in scaletta, contando i due al rientro. Metalcore grezzo, aggressivo, incredibilmente feroce. Un sound perfetto che entra nelle viscere e scuote le fondamenta: vedere i
Data storica per Brescia: al Latte Più passano i 




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