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Sunset Strip Music Festival 18-08-2012

Agosto 29th, 2012 in Reports by Michele Traversa

“Siamo finalmente arrivati sul Sunset Strip”.
Le parole pronunciate da Noodles, il carismatico chitarrista degli Offspring fanno trasparire tutta l’euforia e la gratitudine della band di partecipare al festival associato al tratto di strada più celebre al mondo. “Mi ricordo quando venivamo fin qui da Orange County per vedere i Ramones al Palladium o i Clash al Whiskey o al Roxy” continua Noodles. E infatti i locali Whiskey a Go Go e Roxy presso i quali, negli anni settanta, si sono svolti concerti dei Doors e dei Police ritenuti leggendari, hanno contributo nel tempo a rendere celebre questo tratto di Sunset Boulevard racchiuso tra Doheny e San Vicente. E ora, una volta l’anno, lo Strip viene chiuso al traffico per ospitare uno dei festival musicali più importanti per l’hard rock moderno.

Giunto alla quinta edizione, il festival affida agli Offspring e alla star maledetta Marilyn Manson il compito di chiudere le festività.

Gli Offspring ci danno subito dentro con All I want seguita da Come Out and Play, un uno due che scuote il pubblico sin da subito. Il loro è un set tiratissimo e compatto, che alterna le hit più popolari ai brani dell’ultimo album Days go by, di recente pubblicazione. La band è in splendida forma, al massimo delle proprie capacità, il leader Dexter Holland scherza con il pubblico e invita a cantare insieme i cori, mentre alla chitarra il fidato Noodles salta da una parte all’altra del palco. Il pogo non tarda ad arrivare, ma le canzoni degli Offspring, con i tipici coretti di ya-ya e oh-oh, sono soprattutto goduriose e tutti sembrano divertirsi alla grande, su e giù dal palco.
La gente perde la testa per le veloci Bad Habit, Want You Bad, The Kids Aren’t Alright, ma sa apprezzare anche le ancora semi-sconosciute Dividing by Zero e Slim Pickens Does the Right Thing and Rides the Bomb to Hell. Non ci sono sbavature, la tecnica c’è, la passione pure. Verso metà Holland calma gli animi, abbracciando la chitarra acustica per la tormentata Kristy, Are You Doing Okay? Poi riporta tutti a ballare con la goliardica Pretty Fly (for a White Guy). È evidente quanto gli Offspring ci tenessero a far bella figura su uno dei luoghi sacri per la musica e la missione è senz’altro riuscita.

È poi la volta di Marilyn Manson. Tra il pubblico il fermento è palpabile, parecchi vengono scortati fuori dalla sicurezza, tra chi non si regge in piedi per chissà quale miscuglio si ritrova in corpo e chi litiga con la vicina franando fuori dalle transenne, per poi scalciare quando gli energumeni della sicurezza tentano di portarla fuori. C’è anche tanta gente venuta a godersi il concerto però, tra i quali l’attore di Twilight Kellan Lutz.

Trova posto in apertura il pezzo più tosto Hey, Cruel World…, tratto dall’ultimo album Born Villain, uscito lo scorso maggio dopo tre anni di silenzio. Poi è un alternarsi tra le più popolari Disposable Teens, The Dope Show e i pezzi nuovi No Reflection, Pistol Whipped. Lo show, a dirla tutta, sembra una versione sobria di quello che è lecito aspettarsi da Manson. Di grandi scenografie e simulazioni di atti violenti sul palco che caratterizzavano i concerti del passato non c’è più traccia. Manson la maggior parte la passa a cantare rivolto ad un gruppetto di ragazzine assiepate nel backstage al lato sinistro del palco. Non perde tuttavia occasione di spendere due parole tra un pezzo e l’altro. Così si ritrova a ricordare la prima volta che ha sentito The End dei Doors nell’incipit di Apocalypse Now, a commentare sulla guerra dove è permesso a tutti sparare, del padre presente con lui al festival. In tono scherzoso, ma neanche troppo, invita a scaricare illegalmente l’album invece che comprarlo, giura di non essersi fatto quella sera e ammonisce il suo pubblico a non farsi di droga, “almeno non le mie droghe” che adeguatamente introduce The Dope Show.

A metà strada lo spettacolo subisce un’inversione di tendenza, Manson pare ricordarsi di essere un animale da palco e, munito di elmetti e un pugnale di plastica, ritorna alle sue movenze sincopate, ma soprattutto si lancia nelle cover di Personal Jesus prima e della celebre Sweet Dreams poi (già un successo su disco), le quali ottengono gli applausi più fragorosi.

Poi succede quello che non ti aspetti che consegna lo show alla storia. Sul palco salgono i rimanenti membri dei Doors Ray Manzarek e Robby Krieger e si uniscono alla band di Manson per suonare non una, ma ben tre pezzi della loro discografia. Manson quasi non riesce a contenere l’entusiasmo. Si vede l’ammirazione che prova e glielo dice anche in faccia “Se non avete inventato voi il Sunset Strip, avete sicuramente contribuito a cementarlo“. Quando chiede al pubblico se desidera un’altra canzone dei Doors si lancia in quella che, a detta sua, è la prima canzone che ha imparato a suonare, Five to One. È evidente che il Marilyn Manson del nuovo millennio è ora una rockstar a tutto tondo e non più lo spauracchio dei moralisti che gridavano allo scandalo ad ogni performance. Il finale però ci riporta al Manson che fu. Su Antichrist Superstar scendono stendardi rossi e neri con al centro il simbolo di un fulmine che tanto ricorda una svastica e viene fatto entrare sul palco un pulpito dal quale il reverendo Manson strappa le pagine della Bibbia, le mette in bocca e le risputa sul pubblico. Segue la canzone più attesa, The Beautiful People, “Gente della California, questa canzone è stata scritta per voi“, che chiude lo spettacolo tra i coriandoli bianchi sparati in aria dai lati del palco.

SETLIST THE OFFSPRING

01. All I Want
02. Come Out and Play
03. Days Go By
04. Have You Ever
05. Staring at the Sun
06. Dividing by Zero
07. Slim Pickens Does the Right Thing and Rides the Bomb to Hell
08. Bad Habit
09. Gotta Get Away
10. You’re Gonna Go Far, Kid
11. Hit That
12. Kristy, Are You Doing Okay?
13. Why Don’t You Get a Job?
14. Americana
15. Want You Bad
16. Pretty Fly (for a White Guy)
17. (Can’t Get My) Head Around You
18. The Kids Aren’t Alright
19. Self Esteem

SETLIST MARILYN MANSON

01 Hey, Cruel World…
02 Disposable Teens
03 The Love Song
04 No Reflection
05 mOBSCENE
06 The Dope Show
07 Rock Is Dead
08 Personal Jesus (Depeche Mode cover)
09 Pistol Whipped
10 Sweet Dreams (Eurythmics cover)
11 People Are Strange (The Doors cover)
12 Love Me Two Times (The Doors cover)
13 Five to One (The Doors cover)
Encore:
14 Antichrist Superstar
15 The Beautiful People

Live Report: Chk Chk Chk @ Locomotiv Club @ Bologna 22/05/12

Maggio 24th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Per qualcuno sono addirittura meglio del sesso, per qualcun altro, invece, soltanto un’incognita; per tutti gli altri,comunque, un live semplicemente imperdibile.

Non c’è da stupirsi, quindi, di tutta la curiosità ed eccitazione diffusasi alla notizia del mini-tour italiano dei Chk Chk Chk, band effettivamente poco conosciuta nel nostro paese che, comunque, forte delle strepitose esibizioni passate, riscuote sempre grande successo tra gli appassionati. La formula di base è relativamente semplice: imprescindibile impostazione funky, forte componente elettronica ed un inarrestabile front-man, davanti al quale è impossibile rimanere seri e composti.
Già all’ingresso del Locomotiv Club di Bologna si percepisce quella forte attesa tipica dei grandi concerti, con il pubblico impegnato a riempirsi i polmoni di tutta l’aria possibile prima di chiudersi all’interno del club, celebre anche per le sue temperature tropicali.

Alle 23.00 in punto fa il suo ingresso sul palco la band californiana, creando un tappeto funky che, fin dalle prime battute, promette tanto sudore e movimento. Sudore e movimento che arrivano, poco dopo, con l’ingresso di Nic Offer, subito protagonista dei suoi inconfondibili balletti a bordo palco. Il pubblico, dopo pochi secondi, è già visibilmente in estasi, accompagnando con applausi e urla i gesti e le smorfie del cantante che, a sua volta, si infiamma ulteriormente, come in una sorta di circolo vizioso, solo molto più sudato e divertente.

Il primo brano in scaletta è “Creamy, tratto dal nuovo lavoro che vedrà la luce in estate e testimone di un più radicale passaggio al funk, impreziosito dai plateali baci che il front-man riserva ai presenti. Nic è il vero trascinatore del gruppo: salta da una parte all’altra del palco, amoreggia con i tendoni arrotolandosi dentro e, anche se non particolarmente dotato dal punto di vista vocale, riesce a coinvolgere continuamente il pubblico, tenendolo sempre nel vivo del concerto e scendendo in mezzo alla folla in ben tre occasioni nell’arco di nemmeno novanta minuti.

Il set dura circa un’ora e venti in cui la band ripercorre i suoi maggiori successi tratti in larghissima parte dal più celebre “Myth takes, come nel caso di “Must be the moon”, brano che alterna strofe al limite del rap con autentiche esplosioni funky, intramezzati da potenti crescendo di intensità che un mai domo Offer enfatizza nella sua prima escursione tra la folla. Bisogna, però, aspettare molto poco per rivedere nuovamente in platea l’esile cantante che, durante la più recente “Jamie, my intentions are bass”, si lascia andare in “sensuali” abbracci alle ragazze e si intrattiene in una sorta di elica umana che costringe i divertiti spettatori più vicini (anche il sottoscritto) a chinarsi per evitare una manata.

Il gruppo si congeda dal suo pubblico con l’irresistibile “Heart of hearts”, preceduta da un incalzante intro che esplode con il cantato di Nic, impegnato nel “procurarsi” dalla prima fila un paio di occhiali da sole e una cravatta zebrata, poi restituiti al termine del delirante finale strumentale.

Dopo pochi minuti, la band si ripresenta sul palco per un altrettanto potente bis, tratto dal nuovo disco (”uscirà intorno ad agosto; compratelo, scaricatelo, chi se ne frega” – dice), in cui danno fondo a tutte le forze rimaste da questo incredibile live; Nic, neppure a dirlo, scende di nuovo tra il pubblico e, ballando come un forsennato si versa addosso un bicchiere di birra continuando a coinvolgere chiunque gli si avvicini.
Questa volta è davvero la fine e i Chk Chk Chk si apprestano ad uscire dal palco; ”è stato veramente un piacere suonare per voi, Bologna” sembra la classica frase di fine concerto, ma la sensazione reale è che per questi ragazzi sia ancora una fortissima emozione esibirsi su un palco, nonostante i quasi quindici anni di attività.

Non so dire se un concerto dei !!! possa effettivamente considerarsi meglio del sesso, ma posso assicurarvi che tutti quanti, all’uscita dal locale, una sigaretta se la sono accesa.

(Edoardo Gandini)
Setlist:
1. Creamy
2. Get That
3. All My Heroes Are Weirdos
4. Byron
5. Except Death
6. Must Be The Moon
7. Jack Ruby
8. Jamie, My Intentions Are Bass
9. Myth Takes
10. Yadnus
11. Heart of Hearts
—bis—
12. Intensified

Live Report: Coldplay @ Stade Nikaia, Nizza 22/05/12

Maggio 23rd, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Per molti italiani è stato una sorta di aperitivo in vista della data di Torino. In fondo il Nikaia di Nizza si trova a meno di un’ora dal confine e, a differenza del concerto all’Olimpico, i biglietti si trovavano ancora al botteghino.

Che dire su questo concerto dei Coldplay? Bello, bellissimo, emozionante. Chris Martin e compagni hanno regalato colori, luci, fuochi d’artificio e tantissima musica di qualità. Una setlist, della durata di 90 minuti (bis compresi) che è andata a toccare i tasti giusti, proponendo pezzi “antichi”, quali “In my place” o “Fix you”, e nuovi tormentoni (“Paradise”, tanto per citarne uno).

La scenografia è di quelle da grande evento: un palco enorme, che tiene tutta la lunghezza del campo da calcio, con una penisola che entra fino al cuore pulsante del pubblico. Alle spalle, enormi display pronti a proiettare le immagini.

La partenza è da fuochi d’artificio. L’intro offre un pezzo della soundtrack di “Back to the future” e in quel lasso di tempo la band si sistema, pronta per suonare le prime note di “Mylo Xyloto” ed attendere l’esplosione di innumerevoli giochi pirotecnici e di luci, che saranno il fil rouge di tutto lo spettacolo.

I Coldplay sono indubbiamente in gran forma ed hanno voglia di divertirsi e di divertire. Chris balla e salta andando a sfiorare più volte il pubblico, mentre i cannoni oscurano il cielo con innumerevoli farfalle colorate e, nel corso di “Major minus”, con giganteschi mappamondi.

Non c’è un momento di sosta e anche il pubblico, involontariamente interagisce con lo spettacolo iper-tecnologico. All’ingresso, infatti, ogni spettatore ha ricevuto un braccialetto, che si accende e si spegne con l’input della regia dello show. Così, specie nei momenti più intimi, lo stadio si colora di una moltitudine di led colorati, che danno un effetto da brividi.

Tutti, ma proprio tutti, i pezzi sono suonati con una carica e una verve incredibile: l’unica pausa, se così possiamo chiamarla, arriva nel corso del bis, quando la band sparisce dal main stage per apparire su un piccolo palco al centro del prato. In quel contesto si passa ad un momento acustico con “Us against the world” e “Speed of sound” a regalare una colonna sonora ideale per viaggiare con la mente. Il tempo per riaprire gli occhi ed ecco che riprendono i fuochi di artificio, per il rush finale. La gente è soddisfatta ed applaude convinta. Peccato che sia finito così presto. Ma si sa, se ci si alza da tavola con un po’ di fame, alla fine la cena sarà ricordata con nostalgia.

(Vincenzo Nicolello)

Setlist:

“Mylo Xyloto”

“Hurts like heaven”

“In my place”

“Major minus”

“Lovers in Japan”

“The scientist”

“Yellow”

“Violet Hill”

“God put a smile upon your face”

“Princess of China”

“Up in flames”

“Warning Sign”

“Don’t let it break your heart”

“Viva la vida”

“Charlie Brown”

“Paradise”

“Us against the world”

“Speed of sound”

“Clocks”

“Fix you”

“Every teardrop is a waterfall”

Live Report: Metallica @ Stadio Friuli, Udine 13/05/12

Maggio 14th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Una cosa è certa, i Metallica, dal vivo, hanno ancora molto da dare e da dire: convocati i loro fans in massa per un set dal sapore celebrativo, la band non delude le attese, come dimostra la presenza trasversale e quasi ecumenica di ragazzini eccitati e rockers decisamente più attempati. Ma andiamo con ordine.
Liquidati con relativa indifferenza i Gojira, penalizzati certo dall’orario, dal venticello gelido che spazza le tribune del Friuli ma anche, e soprattutto, dall’oggettiva difficoltà di esibirsi di fronte a una platea intervenuta quasi esclusivamente per il main act, salgono sul palco i Machine Head, quando ancora le luci del giorno sono alte. Con loro, però, l’accoglienza è diversa: Rob Flynn e soci si esibiscono in un set ridotto all’osso, che lascia fuori molti dei classici (“Davidian”, “Old”, “Ten ton hammer”) per concentrarsi sull’ultimo lavoro “Unto the Locust”. La platea risponde con entusiasmo fanatico, mentre i Machine Head spazzano via ogni dubbio sulla loro capacità di reggere uno stadio. I volumi sono terrificanti, come del resto i riff della band americana, Rob non si risparmia e la band pure, e ci si domanda come i Metallica potranno superare la carica adrenalinica di anthem come “Locust”, “Who we are”, o la monumentale “Halo”.<br>
La cornice dello stadio Friuli finisce intanto di riempirsi: saranno quasi quarantamila le presenze, con una rappresentanza folta di fans da tutt’Europa. La tensione è nell’aria, l’attesa si fa snervante. Le note registrate di “Long way to the top” annunciano l’approssimarsi dell’evento. “L’Estasi dell’oro” di Morricone, accompagnata dalle immagini di “Per un pugno di dollari” di Sergio Leone, apre come da tradizione il concerto dei Metallica, accolti con un’ovazione possente da tutto lo stadio. Il tempo di aggiustare i suoni con “Hit the lights”, dall’album di esordio “Kill ‘em all”, e James, Lars, Kirk e Robert sono nel pieno controllo della situazione: “Master of puppets” coinvolge letteralmente tutti, anche in tribuna stampa, con il pubblico sul prato che sembra agitarsi in una bolgia dantesca ruggendo il ritornello ai comandi di James.
Hetfield sembra in piena forma, abbigliato in un look che, se James non fosse l’animale da palco che è, sarebbe di un improbabile kitch anni Ottanta, con il classico gilet di jeans consunto e ricoperto di pezze di band heavy metal, come si usava allora tra i fans del genere. La band è affiatata, consapevole della sua forza, e “Fuel” fila via con la presa che ci si attende, per scatenare di nuovo i fans sulla classicissima “For whom the bell tolls”.
Non altrettanto si può dire dell’inedita “Hell and back”: è evidente che i fans sono qui per celebrare i classici, e il lavoro più recente non riscuote l’entusiasmo.<br>
Il concerto è dedicato al “Black album”, introdotto da un bel video che celebra la band dai suoi esordi alla formazione attuale, non trascurando di sciorinare i numeri di quello che fu uno dei tour più memorabili della storia del rock: trecentotrenta date, sei milioni di biglietti venduti, per il tour dello Snake pit, l’anello in cui veniva concesso a pochi fortunati fans di seguire la band praticamente dall’interno del palco. Intanto “The struggle within”, “My friend of misery”, “The god that failed” scivolano via senza troppi cali di tensione, mentre “Of wolf and men” rilancia l’entusiasmo che torna a coinvolgere tutti sulla classica “Nothing else matters”. A devastare la platea arriva una possente “Don’t tread on me”, seguita in un crescendo senza sosta da “Wherever I may roam” e “The unforgiven”, che testimoniano senza ombra di dubbio quanto la miscela di capacità creativa, tecnica, professionalità di James, Lars e soci sia esplosiva e coinvolgente. “Holier than thou” è forse un po’ troppo intimista per uno stadio, ma introduce a dovere la storica “Sad but true”, seguita da “Enter sandman”, cantata a squarciagola da tutto lo stadio Friuli, mentre i tecnici della band non risparmiano effetti speciali, botti e fuochi d’artificio.<br>
E’ l’ora dei bis, e la band può lasciare i territori relativamente ristretti del Black album per sparare a zero sulla folla visibilmente in estasi tre classici d’altri tempi: “Battery”, eseguita con una carica e una violenza degna dei tempi eroici dell’heavy metal, “One”, con la band quasi invisibile tra raggi laser ed esplosioni, e “Seek and Destroy”, un classico brano corale sempreverde, nonostante o, più probabilmente, proprio grazie ai suo trent’anni.
Insomma, l’età avanza ma i Metallica sono sempre più come un buon vino: invecchiando migliorano.

(i.f. – d.c.)

Setlist:

“Hit the lights”
“Master of puppets”
“Fuel”
“For whom the bell tolls”
“Hell and back”
“The struggle within”
“My friend of misery”
“The God that failed”
“Of wolf and man”
“Nothing else matters”
“Don’t tread on me”
“Wherever I may roam”
“The unforgiven”
“Holier than thou”
“Sad but true”
“Enter sandman”

Encore:
“Battery”
“One”
“Seek & Destroy”

Live Report: Pino Daniele @ Teatro Colosseo, Torino 07/05/12

Maggio 9th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Un Teatro Colosseo gremito ha ospitato la data torinese de “La grande madre tour”, la tournée teatrale che porterà Pino Daniele in tutta Italia per presentare il suo ultimo lavoro di inediti, intitolato appunto “La grande madre”

Il set proposto a Torino ha rappresentato il giusto punto di incontro tra il suo vastissimo repertorio e la nuova produzione, una scelta decisamente apprezzata dalla platea, anche se forse qualcuno può essere rimasto deluso dala scelta di scartare brani celebri come “Terra mia” e “‘O’ scarrafone”. D’altra parte in due ore di spettacolo è decisamente difficile comprimere 30 anni e più di carriera.

Il concerto è partito con un set acustico di cinque pezzi, in cui Pino ha cantato soltanto con l’aiuto della chitarra e della tastiera. Quindi sul palco è salita l’orchestra ed è iniziato il vero show. Sull’abilità musicale del cantautore c’è davvero poco da dire: la sua musica compressa tra il blues, lo swing ed il rock, potrebbe tranquillamente avere una sua dignità anche se proposta senza testi: la band è stata il vero valore aggiunto, regalando momenti di grande passione e virtuosismo, sottolineati dagli applausi dei presenti in sala.

A risaltare è stata inoltre la voglia di stupire il pubblico con versioni rivedute e corrette di numerosi classici, in particolare cavalli di battaglia come “Je so’ pazzo” e “Nun me scuccià”, trasformate in modo originale e quasi irriconoscibile.

Unica nota dolente è stata, nella parte finale del concerto, la voce dell’artista, che è parsa in flessione, rispetto alla prima fase dell’esibizione. Di contro ci hanno pensato i fan a coprire con il loro incitamento alcuni cali di Pino, non interrompendo mai l’incitamento e i cori per il cantautore.

I brani più applauditi? Certamente “Napule è”, “Yes i know my way” e “Quando”.

(Vincenzo Nicolello)

Setlist:

Invece no”

Amore senza fine”

Quando”

Se mi vuoi”

Putesse essere allero”

Coffee Time + ‘O Fra”

Melodramma”

Sara non piangere”

A testa in giù”

Se tu fossi qui (Stare bene a metà)”

Napule è”

Dubbi non ho”

Che male c’è”

Quanno chiove”

Due scarpe”

Anna verrà + Se domani pioverà”

I still love you”

Je so’ pazzo”

Boogie man”

Io per lei”

A me me piace ‘o blues”

Yes i know my way”

Il sole dentro me”

La grande madre”

Che Dio ti benedica”

BIS:

Nun me scuccià”

Niente è come prima”

Live Report: Young The Giant @ Tunnel, Milano 03/05/12

Maggio 4th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

In un regno vastissimo chiamato “Musica”, popolato da patinatissime e richiestissime star dalla capacità di smuovere masse e riempire stadi e palazzetti, esiste un luogo chiamato “alternative”, se così lo vogliamo definire, abitato da creature straordinarie. Piccole grandi meraviglie della scena contemporanea, che sono in grado di ottenere due sold out nella stessa nazione, ovvero l’italica penisola, per due sere consecutive. Questa storia in particolare vede come protagonisti gli Young The Giant, mai nome per una band fu azzeccato come in questo caso. Il Tunnel di Milano, gremito fino all’orlo, ha assistito ad un live a dir poco esplosivo, un concerto popolato da giovani curiosi, ragazze entusiaste e chi ha voluto testare se ciò che si dice in giro è vero, che gli Young The Giant sono “giganti da palcoscenico”. A inizio concerto si scorgono tra la folla personaggi alquanto vari: chi improvvisa passi di danza, chi aspetta gli amici, ragazze che chiacchierano amabilmente sui divani e i solitari.

Un vortice di energia cattura subito tutti: Sameer Gadhia (ebbene si, per chi se lo chiedeva, il ragazzo ha origini indiane) e soci salgono sul palco con “I got” e “Guns out”, che riscaldano l’atmosfera, ben presto incandescente. I ragazzi masticano qualche parola di italiano, il chitarrista riesce a dire una frase completa: “Siamo felici di essere con voi questa sera”, e il gruppo concorda del tutto. Si prosegue con “Shake my hand” e “What you get”: il pubblico salta, balla, canta, una vera gioia per gli occhi. Tutto suona alla perfezione: i riff poderosi di chitarra, note gravi di basso, colpi di batteria come fendenti e la voce di Sameer, cristallina come non mai. Pochissime chiacchiere ma tanta musica: quando partono le prime note di “Cough syroup” è davvero delirio. “Losing my mind, losing control”, come dice la canzone.

Si respira proprio una bella aria a questo concerto, l’atmosfera è ricca di entusiasmo sia da parte di chi suona che da parte di chi ascolta. La goliardia regna sovrana e quando arriva sul palco una bandana a stelle e strisce (forse in onore alla patria dei cinque musicisti), il frontman la utilizza per abbellire la chioma del bassista. Si scivola veloci con “I wanna” e “Strings”, seguite a ruota da “12 fingers”. Tra i pezzi più apprezzati, “Apartment” fa la parte del leone, brano ricco di pathos.

La prima parte del live si chiude con “St. walker”, suonata a mille e cantata a squarcia gola. I ragazzi salutano, fanno pochissimi minuti di pausa e tornano sul palco con una sorpresa: della frutta. Proprio cosi: banane e mele che vengono lanciate al pubblico. Sameer afferma: “E’ la mia preferita” mentre lancia una mela tanto che gli torna indietro, e ci manca poco che venga colpito. “Shit!”, esclama ridendo. Vengono anche registrate le voci di tutto il pubblico, usanza del gruppo ad ogni live. Si volge poi al desio con la dolcissima ed onirica “Island”, in netta contrapposizione a “My body”, che fa a dir poco tremare il Tunnel. Riusciranno i “piccoli” a crescere e a trovare un proprio posto nel Mondo? Stasera abbiamo avuto un assaggio di ciò che gli Young The Giant sono capaci di fare.

E’ proprio il caso di dire “To be continued…”.

(Rossella Romano)

SETLIST:

1.I Got

2.Guns Out

3.Shake My Hand

4.What You Get

5. Cough Syrup

6. I Wanna

7.Strings

8.12 Fingers

9 Apartment

10.St. Walker

Encore:

11.Islands

12.My Body

Live Report: Motorpsycho @ Bronson, Ravenna 23/04/12

Aprile 26th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

“The Death Defying Unicorn è una fiaba musicale progettata per essere suonata ed ascoltata in sequenza, e verrà eseguita nella sua interezza nella prima parte della performance di questa sera… Ci auguriamo che possiate apprezzare questo originale viaggio Motorpsichedelico tanto quanto noi”

Ståle Storløkken, che liberamente tradotto dal norvegese significa: individuo incappucciato che rovina i concerti dei tuoi artisti preferiti, accompagna i Motorpsycho nella fedele rappresentazione della loro ultima opera discografica, “The Death Defying Unicorn”, concept album dalla marcata atmosfera fiabesca capace di spaziare, con estrema naturalezza, dal progressive metal al jazz, fino ad assumere i tratti di una sorta di folk psichedelico.
Non è possibile, quindi, raccontare questo concerto senza analizzare i due aspetti fondamentali che lo caratterizzano; da una parte i Motorpsycho, gruppo icona del movimento hard rock psichedelico, una sorta di garanzia live, dall’altra The Death Defying Unicorn, disco (doppio disco, come ci hanno abituato nel corso della loro lunga carriera) che si differenzia fortemente dai precedenti lavori, chiamando in causa addirittura la Trondheim Jazz Orchestra e risultando, quindi, difficilmente riproducibile dal vivo (il fatto che lo reputi a tratti noioso è un giudizio puramente personale, condivisibile o meno).

I presentimenti diventano realtà all’ingresso del Bronson quando, insieme al biglietto, viene consegnato un opuscolo intitolato Motorpsycho & Ståle Storløkken perform The Death Defying Unicorn, in cui si racconta dettagliatamente la nascita del nuovo fantasioso progetto. L’unica certezza, a questo punto, rimane il bellissimo attacco del disco, in cui le orchestrali atmosfere “da camera” lasciano spazio ai più incisivi riff di chitarra, tipici della discografia dei Motorpsycho.

Ed infatti alle 21.45, con addirittura quindici minuti di ritardo (chi conosce il gruppo capirà la stranezza), i quattro norvegesi fanno ingresso sul palco accompagnati da una registrazione di “Out Of the Woods”, splendido intro strumentale di archi e fiati, dalla quale sviluppano “The Hollow Lands”, sette minuti di pura follia compositiva e ritmati crescendo di basso e batteria, conditi da acuti cori di stampo prog-metal. Il disco sarà forse un po’ noioso, ma la band sembra non essere cambiata affatto, riversando tutta la rabbia repressa dell’album sugli eccitati fan, accorsi numerosi al Bronson nonostante si trattasse di un lunedì sera. Lo storico trio diventa padrone del palco in pochi minuti, sovrastando in diverse occasioni l’incappucciato Storløkken che, scherzi a parte, ha il merito di reggere quasi da solo l’atmosfera ricercata dall’esibizione; la foresta sullo sfondo e gli abbigliamenti tipici della letteratura scandinava vengono, infatti, fortemente contrastati da una distesa di Hiwatt che nascondono quasi completamente la scenografia.

L’esibizione procede per circa un’ora e trenta, in cui la band ripercorre in ordine l’ultimo disco nella sua interezza, alternando gli onirici momenti di puro straniamento di brani come “Sharks” con le impetuose digressioni strumentali degli oltre quindici minuti di “Through the Veil”, degne dei bei tempi che furono. La prima parte del concerto finisce con la cavalcata progressive “Into the Mystic”, una sorta di ripresa di “The Hollow Lands”, come a chiudere la parentesi fiabesca prima del tanto atteso encore.

Dopo pochi minuti, infatti, i Motorpsycho si ripresentano sul palco privi di mantelli e cappucci pronti a far scuotere le teste degli affezionati fan (mi viene fatto notare, infatti, che in moltissimi indossano la maglietta del gruppo). “Cornucopia riapre le danze”, tratto dall’LP (doppio, guarda caso) celebrativo dei vent’anni di carriera sembra trasudare tutta l’esperienza che la band ha accumulato durante la lunga attività, coinvolgendo finalmente il pubblico con i suoi schizofrenici intrecci tra assolo di chitarra e organo (il buon Storløkken si guadagna la pagnotta, anche se a fine concerto verrà additato con i peggiori appellativi) e le cavalcate di basso e batteria; seguono, poi, due immortali successi come “Nothing to Say”, cantata a squarcia gola dal pubblico, e “Feel”, inno generazionale che benissimo si presta come chiusura di questo strano concerto.
I Motorpsycho salutano calorosamente la platea (sembrano davvero colpiti dall’accoglienza che ogni anno ricevono in Italia) ed escono di scena, lasciando il pubblico diviso sull’effettiva buona riuscita del concerto.

I tre norvegesi rimangono probabilmente una delle migliori rock band sulla piazza e l’ottima esecuzione dei pezzi rende ogni esibizione memorabile, ma la scelta di un concept album di questo tipo e del conseguente tour mi lascia tutt’ora stranito.
Due ore comunque godibilissime, in compagnia di artisti che hanno avuto il coraggio di reinventarsi continuamente, andando a ricercare sempre nuove forme per esprimere la loro arte in musica, scontentando a volte gli uni, a volte gli altri fan, ma restando sempre fedeli alle proprie idee.

(Edoardo Gandini)

Setlist:

1. Out of the Woods
2. The Hollow Lands
3. Through the Veil (parts I & II)
4. Doldrums
5. Into the Gyre
6. Flotsam
7. Oh, Proteus – A Prayer
8. Sculls in Limbo
9. La Lethe
10. Oh, Proteus – A Lament
11. Sharks
12. Mutiny!
13. Into the Mystic
–Bis—
14. Cornucopia
15. Nothing to Say
16. Feel

Jovanotti live @ El Rey Los Angeles 17-03-2012

Marzo 19th, 2012 in Reports by Michele Traversa

“Fatemi vedere le ali” urla dal microfono Lorenzo; le ali degli angeli, di coloro i quali vivono e lavorano nella città che non smette mai di sognare.

Sull’onda del successo di Ora, Lorenzo Jovanotti approda a Los Angeles come ultima tappa di un mini tour aldilà dell’oceano. Senza la mega produzione dello spettacolo nei palazzetti italiani, il concerto diventa una sorta di jam session, con la scaletta per la maggior parte improvvisata e le barriere tra cantante e pubblico totalmente abbattute.
Jovanotti a Los Angeles suona ad El Rey, uno dei tanti templi della musica che la città ha da offrire, anche se l’impianto sonoro può lasciare a desiderare (“ma questo non traduceteglielo” dice Lorenzo). Un teatro da circa mille persone, riempito al massimo della capienza da numerosi italiani che vivono all’estero, molti sudamericani e qualche americano. E se nell’Ora tour Lorenzo rappresentava “l’uomo scaraventato sulla Terra”, qui appare da dietro un sipario porpora che si apre come a teatro per rivelare cantante e musicisti.

Come prima cosa Lorenzo saluta tutti i presenti e introduce quel che sarà il filo conduttore della serata, ovvero l’improvvisazione. Lontano dalle regole di una scaletta rigida, ci si può lasciare andare a b-sides raramente suonate (I pesci grossi, Come parli l’Italiano), ad un tributo a Domenico Modugno e ad un ricordo sentito del grande Lucio Dalla, recentemente scomparso. Tutte le canzoni, spogliate da orpelli, trovano una veste nuova, a volte funk, a volte jazz, a volte groove, particolarmente efficaci in questo senso Piove e Amami. Nel mezzo un corposo blocco dedicato al passato (“Dove eravate voi nel ‘94? Io c’ero e voi?”) che scuote il dance floor con un classico dopo l’altro e che trova il suo apice con Penso Positivo.

Ospite sul palco il compositore e pianista Alex Alessandroni, residente a Los Angeles da molti anni, il quale aveva collaborato alla registrazione del disco Safari presso gli Henson Studios. È Alessandroni ad aver suonato sul disco A te e per la prima volta la esegue dal vivo insieme a Lorenzo. Tra il pubblico, invece, c’è l’amico Gabriele Muccino, impegnato a dirigere il suo prossimo film, al quale Lorenzo dedica Baciami Ancora, del quale, però, ricorda solo la strofa iniziale.
Se proprio un appunto va fatto, è quello che spesso le canzoni, fondendosi una con l’altra e inseguendosi in scaletta, risultano troncate nell’esecuzione e Lorenzo si ritrova ad aiutarsi con un leggio per ricordare le parole, il che sorprende dato che poco meno di un mese prima era ancora in tour in Italia (e se le ricordava tutte). I concerti di Jovanotti, però, sono soprattutto sudore ed energia e tutto questo non è di certo mancato al “crooner elettrico”, spinto addirittura a mischiarsi tra la folla. Su L’ombelico del mondo, infatti, Lorenzo salta tra il pubblico e comincia a girare con il microfono tra la gente impazzita che lo circonda per abbracciarlo. L’apoteosi di uno show che lascia tutti estasiati e desiderosi di nuovi concerti (“Vieni a San Diego”, gli grida qualcuno).

Sui saluti, una dedica di cuore a tutti gli italiani presenti che vivono a Los Angeles, “Che sono venuti qui ad inseguire un sogno. E che si avverino i vostri sogni!

SETLIST:
Battiti di ala di farfalla / Megamix
Come parli l’Italiano
I pesci grossi / Come è profondo il mare
Safari
La porta è aperta
Tutto l’amore che ho
L’elemento umano
Serenata Rap / Puttane e spose
Piove
Penso Positivo
Umano
Non m’annoio / Muoviti Muoviti
Tanto3
Amami
A te
Baciami Ancora
Dove ho visto te / L’uomo in frac
La notte dei desideri
L’ombelico del mondo / Attaccami la spina
Bella
Ragazzo Fortunato
Il più grande spettacolo dopo il Big Bang

Live Report: St. Vincent @ Tunnel, Milano 24/02/12

Ffebbraio 27th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

A tre mesi di distanza dall’ultimo, ottimo passaggio in quel di Milano, St. Vincent (al secolo Annie Erin Clark) fa registrare il tutto esaurito al Tunnel. Un successo ottenuto grazie ai tre album di ottimo livello fino a qui pubblicati: il buon esordio “Merry me”, il disneyano “Actor” e l’ultimo, recente, “Strange mercy”. Un disco, quest’ultimo, più sintetico dei precedenti, quasi elettronico, a tratti spigoloso e meravigliosamente dissonante. E per quanto riguarda il live, si parte proprio da qui. Le luci si spengono puntualmente poco dopo le nove, come da programma. Nessuna apertura, pochissimi fronzoli. La gente arriva alla spicciolata e solo dopo quattro o cinque pezzi si raggiunge la capienza massima. Sono ancora in molti, infatti, a non considerare plausibili gli orari d’inizio segnalati sui biglietti e sui vari mezzi d’informazione. Un’abitudine ai limiti dell’ostinazione, calcificata da anni e anni di ritardi biblici e che con fatica faticheremo a levarci di dosso. Pazienza. Annie da par suo, sembra non badare all’orario e, accompagnata sul palco da synth, tastiere e batteria, apre il set con una tripletta pescata da “Strange mercy”, nello specifico “Surgeon”, l’interessante “Cheerleader” e “Chloe in the afternoon”.

Molto bene i suoni in platea, incisivo l’impatto di St Vincent sul pubblico. “Save me from what I want” e “Actor out of work” confermano il piglio della serata, un mix asciutto di Moog e chitarra elettrica in contrasto con la dolcezza vocale di Annie, un dolce amaro in grado di far risaltare ottimamente le melodie e l’abilità compositiva della quasi trentenne dell’Oklahoma. “Dilettante”, interrotta e ripresa da capo per un problema di corde (“It’s live music… sometimes strings just go bad”), sembra un pezzo di Colin Stetson, però cantato da un usignolo e con l’aggiunta di un paio di schitarrate dure e pure. Che piglio. Che voce. Stesso discorso per “Black rainbow”, un cucchiaio di miele con il mal di gola: dolce, rinfrancante, vellutata, eppure con un retrogusto quasi amaro evidenziato da un finale anche qui tirato.

St Vincent versione live è minimale, quasi cacofonica, aggressiva a tal punto da rendere lo spettacolo a tratti duro da seguire, un’esecuzione ai limiti del genere. Difficile dire poi quale genere: dream pop? Indie rock? Alternative? Elettronica? La verità è che nell’ora e venti di musica si è sentito un po’ di tutto, e credo che difficilmente si potesse chiedere di più (o di meglio, che dir si voglia). Molto bene dunque il singolo “Cruel”, giustamente piazzato a metà set e non in chiusura come in altre occasioni, idem dicasi per “Champagne year”.

“Neutered fruit” è introdotta dai ringraziamenti retrodatati di Annie per la tappa novembrina al Teatro Dal Verme (“… una serata bellissima seguita da una delle cene migliori di tutta la mia vita”), mentre “Strange mercy” abbassa i toni aprendo poi alla tirata nuovamente elettronica “Marrow”, un pezzo a cavallo tra Prince e Vangelis versione “Blade Runner”, seguito dalla cover dal sapore vagamente punkeggiante di “She is beyond good and evil” firmata in originale dal seminale The Pop Group di Mark Stewart. “Northern lights” e l’affascinante “Year of the tiger” infine, mandano tutti negli spogliatoi in vista del gran finale: Annie lascia il palco per pochi minuti, giusto il tempo di rifiatare prima dell’encore aperto da una toccante versione di “The Party” per voce e tastiera, e chiuso da una travolgente “Your lips are red”, accolta con entusiasmo da un po’ tutta la platea del Tunnel. Qui Annie si lascia andare definitivamente, suona, canta, si tuffa dal palco facendosi trasportare fino a centro platea, senza perdere un colpo, travolta dal suo stesso suono.

Biancaneve che canta nella tana del Bianconiglio, un finale tiratissimo per una favola allucinante e spaventosa. Il ritorno sul palco coincide con il reprise finale che chiude il set in una dissolvenza in nero e manda tutti a casa dopo i saluti di rito, chiudendo così una serata quasi perfetta sotto ogni punto di vista. Ottima location, bene la gente, meravigliosa St Vincent.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Surgeon”

“Cheerleader”

“Chloe in the afternoon”

“Save me from what I want”

“Actor out of work”

“Dilettante”

“Black rainbow”

“Cruel”

“Champagne year”

“Neutered fruit”

“Strange mercy”

“Marrow”

“She is beyond good and evil” (The Pop Group cover)

“Northern lights”

“Year of the tiger”

Encore

“The party”

“Your lips are red”

Live Report: Black Keys @ Alcatraz, Milano 30/01/2012

Ggennaio 31st, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Che bello vedere dei ragazzi di vent’anni saltare e ballare delle canzoni che sembrano figlie di Chuck Berry, che odorano di polverose strade americane del secolo scorso. Che bello vedere musicisti come i Black Keys, due non-star per eccellenza, tenere il palco con questa rabbia e autorità. Il concerto di stasera all’Alcatraz di Milano, unica tappa del loro tour italiano, era la prova del fuoco per Dan Auerbach e Patrick Carney, che dopo il successo di “El camino” stanno tentando di scavalcare il recinto della musica alternativa per entrare, a modo loro, nel mainstream del rock. Una mossa che negli Stati Uniti era già riuscita con il precedente disco “Brothers”, ma che nel Vecchio Continente (come ci hanno raccontato nell’intervista prima del live) sta succedendo proprio ora. E la prova, lo diciamo subito, è stata superata a pieni voti.

Sono passate da poco le 21.30 quando Dan e Patrick salgono sul palco dell’Alcatraz, dopo il set del gruppo spalla Portugal. The Man. Il cantante e chitarrista con la sua giacca di jeans, il batterista con un look militare (guarda qui la photogallery del concerto). Dietro  di loro, quasi fossero una cornice, i due turnisti Gus Seyffert e John Wood, rispettivamente al basso e alla tastiera. Parte il primo pezzo in scaletta, la funkeggiante “Howlin’ for you”. Batteria e basso sugli scudi, Dan Auerbach non ancora caldissimo alla voce. L’inizio del set è ad alta velocità. Ecco il singolo “Next girl”, estratto da “Brothers”, la più recente “Run right back” e “Strange times”. Un bell’inizio, ma manca qualcosa. Non si fa in tempo a pensarlo, che Dan e Patrick dopo “Dead and gone” e “Gold on the ceiling” congedano i turnisti e annunciano “Adesso vi facciamo qualche pezzo vecchio noi due”. E qui le cose cambiano non poco.

Cambiano perché Dan Auerbach, finalmente si lascia andare. Cambiano perché la sequenza che segue con “Thick freakness”, “Girls on my mind”, “I’ll be your man” e soprattutto “Your touch”, è davvero di alto livello. Arrivano riff di chitarra che citano Jimi Hendrix, ma vanno forse ancora più indietro fino alle foci del Mississippi. La batteria di Carney è meno addomesticata, ma più incisiva. I due si avvicinano, suonano guardandosi dritti negli occhi. E da qui in poi per i Black Keys, ma soprattutto per il pubblico, è tutto in discesa.

Al ritorno della band infatti ecco una bella versione di “Little black submarines”, un chiaro omaggio a classici come “Stairway to heaven” e “House of the rising sun”. “Money maker” è rock ruvido al punto giusto, mentre “Chop and chance”, contenuta nella colonna sonora di “The Twilight Saga: Eclipse”, si arricchisce di un bell’assolo di organetto. Insomma, i motori si sono scaldati e la macchina dei Black Keys è ormai inarrestabile.

A questo punto, per chi scrive, arriva il momento più emozionante della serata: “Ten cent pistol”, ballata soul che sembra rubata a Marvin Gaye,  è lunga e ammaliante. Auerbach la canta in modo quasi sensuale. Verso la fine il pezzo si ferma, le luci sul palco si spengono per diversi secondi, per poi ripartire all’improvviso sul finale. Banale, dirà qualcuno. E’ vero, ma stupisce il modo in cui i Black Keys riescano a rendere anche le cose semplici così emozionanti. A chiudere il set regolare arriva il singolo “Lonely boy”, cavalcata rock vecchio stile veramente irresistibile. E allora il pubblico dell’Alcatraz, anche e soprattutto quello più giovane, semplicemente balla e si diverte.

I bis si aprono con una sorpresa: c’è una luce stroboscopica calata dal soffitto, proprio durante l’esecuzione di “Everlasting light”, una canzone tutta falsetti e ammiccamenti. Che è successo ai Black Keys? Sono dei discotecari? No, ovviamente, ma è il momento più felicemente kitsch della serata. Per il gran finale tocca invece a “I got mine”, ancora una volta uno spartito per sola chitarra elettrica e batteria. E ancora una volta Dan e Patrick ci mettono l’anima, quasi torturando il pezzo, esasperandolo. Fino al finale, quando la tenda alle loro spalle si abbassa e appare la scritta iluminata “The Black Keys”. Altro trucco a metà tra l’ironia e la voglia di grandeur. Fine della corsa, tutti a casa tra gli applausi.

In tempi in cui si parla tanto di “morte del rock” e di crisi della musica alternativa, che non nascondiamoci non scoppiano di salute, questi due dall’Ohio sono francamente una consolazione. Non hanno inventato nulla, obietteranno i detrattori. Ma il rock, spesso, è soprattutto questione di sentimento. E Dan e Patrick ne hanno da vendere e, soprattutto, riescono a trasmetterlo. I Black Keys sono la prova che questo genere, pur bistrattato e forse ridimensionato, è ancora vivo. E si spera che lo resterà, a lungo.

(Giovanni Ansaldo)

Scaletta:

Howlin’ for you

Next girl

Run right back

Strange times

Dead and gone

Gold on the ceiling

Thick freakness

Girls on my mind

I’ll be your man

Your touch

Little black submarines

Money maker

Chop and change

Same old thing

Nova baby

Ten cent pistol

Tighten up

Lonely boy

Encore:

Everlasting light

Long gone

I got mine

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