Blog

Live Report: Family @ Shepherd’s Bush, Londra 01/02/13

Ffebbraio 4th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

“Sono state due fottutissime settimane di inferno. E lo abbiamo fatto per voi, idioti”. Non è un vecchio punk rocker ad apostrofare così il pubblico dal palco del pittoresco Shepherd’s Bush Empire di Londra, ma un presunto padre putativo del prog: Roger “Chappo” Chapman, vocalist dei Family di nuovo insieme dopo quarant’anni e per due sere soltanto, racconta così, con tono divertitamente burbero e una parlata semi incomprensibile da proletario delle Midlands, le prove segrete che hanno preceduto la più inattesa delle reunion. Uno di quei piccoli grandi eventi che ogni tanto si avverano sotto traccia, lontano dalle telecamere e dagli strilli dei giornali, ma che per i seguaci delle vecchie band di culto e di quello che un tempo si chiamava “underground” sono un appuntamento irrinunciabile. Tanto più in questo caso perché i Family, come molti over 50 ricorderanno, sono stati uno dei migliori gruppi inglesi a cavallo tra Sessanta e Settanta, ispiratori di Genesis e Jethro Tull anche se assai meno longevi e non baciati dalla stessa fortuna. Una “strange band” come loro stessi si definirono, assolutamente inetichettabile, cresciuta su robuste radici r&b ma capace di prendere direzioni audaci e imprevedibili durante la stagione tumultuosa della musica “progressiva”.

Quella di Londra, a dire il vero, è una reunion monca perché accanto a Chapman, 70 anni portati con ammirevole noncuranza, l’unico altro pilastro stabile della vecchia formazione è il batterista Rob Townsend mentre non ha risposto all’appello il chitarrista John “Charlie” Whitney, coautore con “Chappo” di quasi tutto il repertorio (ed è un po’ come se agli Stones mancasse Keith Richards…). Due altri ex del gruppo, il polistrumentista Poli Palmer e il chitarrista Jim Cregan (che prima di diventare il braccio destro di Rod Stewart visse solo i capitoli finali della saga Family improvvisandosi bassista) sono della partita, ma per restituire la magia della classica line-up a cinque stasera ci vogliono ben nove musicisti e cinque “In laws”, “parenti acquisiti” che da tempo incrociano le strade del Chapman solista, tutti session men scafati già chiamati a dar man forte ai Procol Harum (il chitarrista Geoff Whitehorn) o alla Manfred Mann’s Earth Band (il secondo batterista John Lingwood). Non sorprende che in platea e nelle tre gallerie che sovrastano la pedana del club circolino pochissime facce giovani mentre abbondano tatuaggi marinareschi, vecchi hippie, code di cavallo e signore dai capelli bianchi. E’ una serata per reduci eppure eccitante e calorosa, per niente patetica o stantia.

Subito dopo l’esibizione (ordinaria) del bluesman bianco Papa George l’atmosfera è quella di una complice rimpatriata. A presentare il gruppo sale sul palco Frank Worthington, vecchia gloria del calcio inglese con un forte legame affettivo al gruppo: per anni attaccante della squadra di Leicester, la città in cui i Family presero forma, è un ex play boy innamorato della vita dissoluta e del rock’n'roll (Elvis e i “ragazzi” che fremono dietro le quinte su tutti); il suo entusiasmo quasi infantile per quel che sta per succedere accomuna gran parte dei duemila spettatori (tra cui anche qualche italiano volato apposta fin qui) e si trasforma in rinfrancato stupore quando i primi, liquidi arpeggi vagamente psichedelici e spagnoleggianti di “Top of the hill” confermano che per un’ora e quaranta sul palco si farà musica vera. Un tempo selvaggi e impetuosi, oggi i Family suonano in souplesse ma ancora diversi da tutti gli altri. E anche se il vibrato devastante di Chapman e il suo idiot dancing coronato dalla distruzione sistematica dei tamburelli sono solo un ricordo, il frontman sfodera ancora una carica, un’energia e una voce che tanti coetanei più celebrati si sognano. Guidata con mano sicura dal leader, la band non tradisce le attese retrospettive della serata passando in rassegna quasi tutto il suo variopinto catalogo (con l’eccezione del primo, formidabile ma complesso “Music in a doll’s house”) zigzagando tra l’hard folk di “Drowned in wine” e “Hung up down” (i pezzi più antichi in scaletta) e il funk blues di “Part of the load”, il jazz dello strumentale “Crinkly grin” e il country&western di “No mule’s fool”, canzonacce alcoliche da pub come “Sat’dy barfly” e ipnotiche litanie medievaleggianti (“Burning bridges”). E’ un suono d’altri tempi ma fresco, un esperanto musicale composito e frastagliato dagli angoli smussati ma ancora affascinante. Nick Payn, il jolly del gruppo, vivacizza i nuovi arrangiamenti svariando con destrezza tra sax, flauto traverso e armonica, mentre Palmer percuote con perizia il suo vibrafono (un marchio di fabbrica dei Family del periodo di mezzo), Cregan passa da un’acustica a una elettrica vintage a doppio manico e Whitehorn sciorina riff e assoli anche troppo bluesy e fragorosi per chi ricorda lo stile più misurato di Whitney. Il grande assente, che Chapman immagina spaparanzato al sole della Grecia a mangiare kebab e strimpellare il bouzouki, viene evocato a più riprese, prima con una punta di benevola ironia e poi con affetto in “Between blue and me”, uno dei pezzi forti del repertorio perfetto nel sintetizzare le luci e ombre, la raffinatezza e la feroce rudezza dei Family originali, mentre nel finale oltre a lui Chappo saluta e omaggia doverosamente uno a uno tutti gli altri ex compagni di viaggio, gli scomparsi (Ric Grech, Tony Ashton, Jim King) e quelli che hanno preso altre strade (John Weider, John Wetton).

Il frontman, un vecchio leone che sa ancora ruggire, aveva promesso sorprese ma non può esimersi dall’evitare i crowd pleasers che tutti vogliono ascoltare: il blues sincopato, sporco e strascicato di “Burlesque” (la miglior risposta a chi apparentava i Family agli educati e compunti allievi del prog rock) e il singolo “In my own time” (numero 4 in Inghilterra nell’agosto del 1970), il manifesto “The weaver’s answer” e la deliziosa folk song “My friend the sun” che Chappo, ormai quasi sfiatato, porge volentieri alle ugole del pubblico prima di tirar fuori dalle corde vocali insospettabili ultime stille di energia per “Sweet desiree”, un r&b un po’ latineggiante che non avrebbe sfigurato nel repertorio di Willy DeVille. Alla fine sono baci, abbracci e commozione, Chapman promette che non ci saranno altre repliche ma – visto il successo dei due show e la contemporanea uscita nei negozi di una serie di ristampe coronata da un monumentale box set omnicomprensivo di 14 cd – chi oserebbe metterci la mano sul fuoco?

(Alfredo Marziano)

Setlist:

“Top of the hill”

“Drowned in wine”

“Holding the compass”

“Part of the load”

“Ready to go”

“Crinkly grin”

“Burning bridges”

“No mule’s fool”

“Sat’dy barfly”

“Between blue and me”

“Hung up down”

“Burlesque”

“In my own time”

Primo bis:

“The weaver’s answer”

Secondo bis:

“My friend the sun”

“Sweet Desiree”

Live Report: Saint Etienne + Scritti Politti @ Shepherd’s Bush, Londra 14/12/12

Dicembre 19th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Un piccolo gioiello per assistere ad un ottimo concerto è quasi un luogo comune, se ti trovi oltremanica. In fondo a Londra di locali come lo Shepherd’s Bush Empire, oggi sponsorizzato “O2” ce ne sono a decine. Eppure essere ai piedi di quel palco più che secolare è stata un’emozione, fortificata dalla possibilità di assistere ad una breve, ma intensa, esibizione degli Scritti Politti.

La cosa che fa semmai un po’ specie è il fatto che Green Gartside e la sua band non fossero “headliner” della serata, ma di supporto ai Saint Etienne, trio elettronico londinese, pochissimo conosciuto dalle nostre parti (solo una presenza live qui in Italia).

Per chi sa poco degli Scritti, possiamo dire che la sua fondazione risale addirittura al 1977. Sono quindi circa 35 anni che quella band, nata dalle ceneri del Punk e con mai celate simpatie politiche per la sinistra, anima la scena musicale inglese e mondiale. Il nome nasce da una storpiatura del testo di Gramsci, Scritti Politici e tra i primi brani uno (Skank Bloc Bologna) è dedicato al socialismo reale dell’Emilia rossa.

Della formazione originale non rimane che Green, icona della band, simbolo delle fortune e delle sfortune del gruppo. Già, perché anche nel momento di massimo successo, era davvero difficile vedere gli Scritti su qualche palco. Il motivo? La sua timidezza e il desiderio quasi ossessivo per la perfezione del suono, raramente raggiungibile durante un’esibizione live.

Tornati già da un paio di anni ad esibirsi dal vivo e presa confidenza alternano brani che li hanno resi famosi ed amati a brani più di nicchia dell’ultimo periodo.

Così è stato anche per lo scorso 14 dicembre, quando hanno incantato per 45 minuti con la loro musica inconfondibile, accompagnati da una bella cornice di fan.

Gli stessi che poi hanno ballato e gioito dell’esibizione dei Saint Etienne, che invece puntano moltissimo sull’elettronica danzereccia e sull’avvenenza sinuosa della splendida Sarah Cracknell, con vertiginosa minigonna e boa di struzzo bianco. Al suo fianco suoi due compagni di viaggio: Bob Stanley e Pete Wiggs, apprezzati dj e quindi abilissimi con i loro laptop a creare sonorità sempre coinvolgenti. Così come anticipato i Saints non hanno mai sfondato dalle nostre parti, eppure anche a Londra tra il pubblico erano presenti fan italiani. Già perché la fortuna di questa band è un affezionatissimo “zoccolo duro” di supporter, pronti ad ogni pié sospinto a seguire il trio in ogni esibizione ed acquistare la vastissima produzione discografica, condita di rarità ed edizioni limitate.

Lo spettacolo dello Shepherd’s Bush era l’ultimo del tour prenatalizio di Sarah e compagni , che hanno proposto una quindicina di brani, alcuni tratti dall’ultimo album, “Words and music by Saint Etienne”, particolarmente apprezzato dalla critica inglese.

Uno show apprezzabile a cui è stato impossibile assistere senza iniziare a ballare. Tutto si e si è concluso con uno dei tanti brani dedicati alla natività: “I was born in a Xmas Day”, sottolineato da lunghissimi e gioiosi applausi, uniti agli imprescindibili auguri di buone feste.

(Vincenzo Nicolello)

Live Report: Keane @ O2 Brixton Academy, Londra 09/06/12

Giugno 12th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

La data del 9 giugno alla O2 Brixton Academy di Londra ha posto fine al tour inglese dei Keane, ultimo step prima di affrontare le platee di tutto il mondo (non quelle italiane, salvo sorprese).
La serie di concerti, tutti nei club, è stata proposta all’indomani della pubblicazione del nuovo album “Strangeland”, il quarto lavoro della band inglese. Tim, Tom e Richard (con l’aggiunta del bassista Jessie) sono ritornati alle origini. Abbandonate le velleità elettroniche, hanno riabbracciato il loro pop melodico che aveva consentito di raggiungere un buon successo anche dalle nostre parti. Ripartire dalle piccole arene è stata una scelta prudente, considerate le perplessità suscitate in concomitanza con la pubblicazione dell’ep, “Night Train”, quando anche il pubblico più affezionato aveva iniziato a nutrire qualche dubbio sulle nuove scelte artistiche.
Il loro lavoro, composto da 12 pezzi (16 se aggiungiamo i 4 brani in più della deluxe edition) è davvero molto bello. Potenzialmente almeno una dozzina dei brani è un singolo da chart. Proprio la gradevolezza  e la maturità dei pezzi ha trascinato il grande pubblico a vederli dal vivo, registrando sold out a ripetizione. Così è stato anche a Londra, dove i quattro hanno proposto due date e dove ritorneranno in autunno per un grande happening nella mastodontica London O2 Arena.
Andiamo a parlare della loro esibizione aperta dagli Hoodlums (scommettiamo che questi ragazzi a tutto pop faranno presto parlare di loro anche dalle nostre parti?). Alle 21 in punto in un tripudio salgono sul palco. In programma una scaletta composta da 22 pezzi.
Tom è caldo ed avrà ben due ore per incantare la folla con la sua voce fine ma potente. Lasciati dietro le spalle i suoi problemi di depressione e alcool di qualche anno fa, il frontman è tirato a lucido e per tutta la serata non avrà la minima esitazione. Le scenografie sono semplici, ma i giochi di luce sono invece particolarmente azzeccati. Bella anche l’idea di prevedere un’insegna con la scritta Strangeland, che si accende ogni volta che viene proposto un brano del nuovo album. E proprio con il brano di apertura del nuovo disco inizia lo spettacolo. “You are young” pare il pezzo ideale per scaldare le corde vocali, in attesa di “Day will come”, altro brano tratto da “Strangeland”. Poi inizia il tuffo nel passato e si ascoltano le note arcifamose (fin troppo) di “Everybody’s changing”, che in Italia colleghiamo allo spot di una compagnia telefonica e alla faccia di Megan Gale.
Il concerto prosegue forte ed è un continuo mix tra vecchio e nuovo, dove il nuovo spesso fa da traino, specialmente con quei due o tre lenti che paiono davvero azzeccati.
Cosa ci ricorderemo di questa serata, sicuramente il grande entusiasmo dei fan, giunti davvero da tutte le parti del mondo, la grande verve della band e la voglia di divertire e divertirsi. Se dobbiamo segnalare un brano allora il gradimento è tutto per “Disconnected”. Probabilmente se sul palco ci fosse stato Paul Mc Cartney l’avrebbe cantato volentieri anche lui, viste le sonorità.
Ottimo anche il bis, aperto da un sicuro singolo futuro “Sea Fog” e condito con “Silenced by the night” e dall’immortale “Crystall ball”.
Ritornati dalla bella notte londinese ci chiediamo se i Keane ritorneranno mai dalle nostre parti. La speranza c’è tutta, forse spetta ai promoter scommettere su questa band che merita davvero di essere seguita dal vivo.
(Vincenzo Nicolello)

Setlist
You Are Young;
Day Will Come;
Everybody’s Changing;
Leaving So Soon?;
The Starting Line; Spiralling;
Neon River;
Bend and Break ;
A Bad Dream;
Perfect Symmetry;
Strangeland;
On The Road;
We Might As Well Be Strangers;
Disconnected;
This Is The Last Time;
Somewhere Only We Know;
Is It Any Wonder?;
Bedshaped;
Sovereign Light Café.
Bis:
Sea Fog;
Silenced By The Night;
Crystal Ball

Live Report: Vasco Rossi @ Hammersmith Apollo Londra 04/05/10

Maggio 5th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Vasco Rossi da esportazione: la data di Londra, prima di cinque in alcune delle maggiori città del continente (seguiranno Bruxelles, Zurigo, Berlino e Barcellona), regala a Vasco Rossi una dimensione europea dopo una trentina d’anni di carriera.
Vasco non aveva mai suonato nel Regno Unito e andare a vedere “the Italian King Of The Stadiums” nella raccolta atmosfera di un teatro rappresentava già di per sè una ghiotta attrattiva. Inoltre, l’annuncio che sarebbero stati messi in vendita dei biglietti dell’ultim’ora, contribuiva alla formazione della ressa davanti
all’Hammersmith Apollo di Londra la sera del 4 maggio. Per la gioia dei bagarini, una quantita’ di festanti italiani si disponeva persino (quasi) in fila nella speranza di poter acquistare un tagliando, suscitando la
curiosità degli abitanti delle vicinanze che, per quanti bene abituati al pubblico dei concerti, si saranno chiesti quale fosse il motivo dietro quella folla chiassosa, le urla, i cori da stadio. Difficile per loro capire
che quella eterogenea mescolanza di età e abbigliamento era la Combriccola del Blasco UK. Difficile, peraltro, immaginare quanti tra loro siano riusciti poi ad entrare; in ogni caso, all’interno la sala sembrava accogliere ben oltre la capacità massima di 5000 persone. Semplicemente stracolma.
Puntuale, alle 20.00 Vasco inizia lo show. La rigidita’ della concertistica londinese prevede che tutto debba terminare alle 10:30, per cui l’orario di inizio prematuro per i nostri standard è la prima vera buona notizia: Vasco non si sarebbe risparmiato, offrendo ben oltre due ore di musica ai suoi fedeli d’oltremanica. La scelta dei brani non è necessariamente il ‘greatest hits’ che ti aspetti, anzi: cattura i vecchi fans come gli avventizi e già dalle prima battute propone spericolati abbinamenti e imprevedibili successioni di pezzi come ‘Bollicine’ e ‘Anima fragile’, o ‘Stupendo’ e ‘Un senso’. Rapidi uno-due che convergono in un gigantesco karaoke collettivo senza sottotitoli (ma sono pochi a non conoscere le parole…).
Come al solito e più del solito, questo non è un concerto da guardare, ma al quale partecipare, un’altalena tra rock e melodiosi ricordi, la formula che garantisce da decenni a Vasco la corona di re del rock-pop italiano dal vivo.
E Vasco corre, salta, gigioneggia, urla, scherza, ma sopratutto tiene le redini del lungo show, con la perizia che ci si aspetta da un animale da palco come lui, con una freschezza a tratti sorprendente: al contrario di
quanto si direbbe dell’inossidabile statuarietà di Maurizio Solieri, anche nel 2010 il tempo pare avere scalfito solo il fisico del Blasco senza intaccarne la verve. Il pubblico è calamitato dal suo unico carisma alla buona, che niente toglie alla sua credibilita` da rockstar.
‘Canzone’ è l’inno all’amore perduto trasformata in omaggio e ricordo dello scomparso Massimo Riva, probabilmente il punto più alto di una comunque memorabile serata. Poi la inevitabile conclusione: una infinita ‘Albachiara’ come sipario.
Molti colleghi lo hanno preceduto, ed alcuni sono considerati a buon titolo ‘articoli da esportazione’. Tardivo ma suggestivo, il tour europeo di Vasco difficilmente contribuirà ad esportare il rock italiano all’estero – se
assumiamo che la data di Londra funzioni come benchmark, si noti che il pubblico qui era assolutamente e quasi esclusivamente costituito da italiani. Ma torna a porre il filosofico dubbio di sempre: quanto la nostra
musica sia penalizzata. E, al dubbio, aggiunge una curiosità: cosa sarebbe stato mai se, con i suoi numeri, Vasco fosse nato per caso in Inghilterra…?

(Antonio Cherchi)

Live Report: Gorillaz @ Roundhouse Londra 29/04/10

Maggio 1st, 2010 in Reports by Redazione Rockol

a Roundhouse è una pietra miliare architettonica di Londra e di Camden. Sorta per consentire la manovra in senso inverso ai tram che oltre 100 anni fa erano sprovvisti di retromarcia, ha poi ospitato generazioni di rocker, da Stones e Hendrix fino a Clash e Sex Pistols. Ristrutturata, è una venue fantastica che conserva la sua originaria struttura circolare con pilastri in ferro interni e che, per qualche ignota ragione, offre un’acustica meravigliosa. Chiedetelo a Paul Simonon, i cui giri di basso giungono potenti, precisi e ineluttabili la sera in cui torna a condividere il palco con l’amico Mick Jones per la prima volta dai tempi dei Clash. E’ una rimpatriata che forse solo Damon Albarn avrebbe potuto progettare con tanta naturalezza: al Roundohouse vanno in scena i Gorillaz in carne ed ossa, con 2D, Murdoc, Noodle e Russell a fare da tappezzeria mentre Albarn e Jamie Hewlett dirigono una house band stellare con decine di ospiti ad avvicendarsi in un’ora e 45 minuti di show.
La parte anteriore destra del palco è affollata e tutta femminile: coriste e suonatrici d’archi ostentano un look sexi-marinaresco in ossequio al concetto ispiratore di “Plastic beach”, e Jones e Simonon si adeguano con blazer blu e berretto bianco da yachtman, schierati sulle estreme. Parte la intro, Albarn e Hewlett si confondono nelle retrovie, deliberatamente anonimi. Il primo, maglietta a strisce orizzontali nere e rosse sotto un giubbotto di pelle nera, è là per gestire un’alchimia sonora e artistica molto complessa: apparire non gli interessa. Il secondo cede il passo alle sue creature in animazione sullo schermo retrostante, sul quale compare a sorpresa uno Snoop Dogg agghindato da ammiraglio e ammiccante come solo lui: ‘Welcome to the World of the Plastic Beach’ prende la forma di un rap e di un video commissionati per l’occasione a un ospite necessariamente remoto (quei suoi vecchi problemi di visto nel Regno Unito persistono…). Prende forma uno spettacolo che segna le distanze dall’intero concetto di ‘virtual band’: altro che ologrammi, è uno show super-umano sorretto da una sezione ritmica con una micidiale doppia batteria che detta legge.
Il pubblico esplode con “Stylo”: Bruce Willis impazza nel clip, Bobby Womack dal vivo. La 66enne soul star, accolta da un’ovazione e da un Albarn visibilmente estatico, dà il via alla imponente parata di ospiti allestita dai Gorillaz. Mentre farli arrivare da ogni angolo del pianeta e riunirli deve essere stato parecchio difficile e costoso, farli coesistere sembra un gioco da ragazzi per Albarn. Ciascuno è impegnato a cesellare una porzione dell’affresco che l’ex Blur ha immaginato e realizzato con disinvoltura, amalgamando così armonicamente generi e stili lontani da rendere ‘crossover’ un termine arcaico. Eccolo, momentaneamente sotto i riflettori, duettare con Yukimi Nagano dei Little Dragon in ‘Empire ants’ prima che arrivino in sequenza Bootie Brown con un rap devastante in ‘Dirty Harry’, la Syrian National Orchestra (che prima ridisegna ‘White flag’ in senso arabeggiante e poi la condivide insieme a Kano e Bashy) e infine De La Soul, a centro palco con Gruff Rhys per ‘Superfast jellyfish’. In ‘Glitter freeze’ manca Mark E. Smith dei Fall (pre-registrato), mentre Womack ritorna col botto per ‘Cloud of unknowning’. I Gorillaz e la loro posse scompaiono dietro le quinte per una breve sosta, e rientrano per i bis: Mos Def si lancia in una interpretazione mozzafiato di ‘Sweepstakes’, un freestyle da antologia con Albarn al piano; torna Yukimi Nagano per duettare ancora in ‘To binge’ e poi, attesissimo, arriva l’uno-due finale: una scatenata ‘Feel Good Inc’ con De La Soul (e un corto in 3D con protagonista Noodle in background) e un’altrettanto straordinaria ‘Clint Eastwood’.
Genio artistico, sperimentazione e attitudine: dal 1998 i Gorillaz combinano avanguardia e mainstream, basso profilo e stardom, culto e popolarità planetaria in una formula musicale inimitabile e in perenne evoluzione, sempre un passo avanti agli altri. Ridimensionato il virtuale, dal vivo prevale un’abilità musicale tutta analogica che rivela lo spessore di un suono e di una contaminazione che solitamente associamo a un’esperienza in studio, a una produzione ‘sintetica’. I pupazzi sono lo schermo dietro al quale il laboratorio di Damon Albarn produce a pieno ritmo, sono la giustificazione per accostare con credibilità tante diversità e renderle accettabili: nessun musicista potrebbe permetterselo, ma a dei personaggi immaginari è concessa qualsiasi scelta… Sono anche lo schermo che consente all’artista di anteporre la musica ai musicisti, il progetto ai personaggi, partendo da sé e estendendo la linea a tutti, fino a diluire con noncuranza due quarti molto nobili dei Clash in un collettivo e stemperarne la storica riunione in un cameo.
Il concerto è filato via senza alcun annuncio, con nessun commento, nessuna presentazione, nessuna parola. Solo Bobby Womack, vecchio cuore soul, si è distratto per un attimo è gli è scappato un ‘thank you’. E così, a metà tra l’atmosfera di un rave e quella di un club, forse i Gorillaz hanno dimenticato di avvertire che assistevamo all’anteprima galattica del ‘making of’ della nuova dance music.

Di seguito la scaletta completa del concerto dei Gorillaz al Roundhouse di Londra il 29 aprile:
Orchestra intro
Welcome to the world of the Plastic Beach
Last living souls
O Green World
On Melancholy Hill
Kids with guns
Stylo
Rhinestone eyes
Broken
Empire ants
Dirty Harry
White flag
Superfast jellyfish
Dare
Glitter freeze
El Mañana
Cloud of unknowing
Sweepstakes
To Binge
Feel Good Inc
Clint Eastwood

(Giampiero Di Carlo)

Per i fan del Boss e dei Clash: Springsteen live in London (calling)

Luglio 17th, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Se le date di Bruce Springsteen a Roma, Torino e Udine vi sembrano ancora troppo lontane, potete iniziare a scaldare i cuori con questo regalo che il Boss ha fatto al pubblico di Londra durante questo tour estivo.

Un tributo a Joe Strummer e i Clash a cui è veramente difficile restare indifferenti: puro rock allo stato puro, di quello vero, genuino, totale. Da brivido.

Immagine anteprima YouTube

Music Reporters by Rockol
Freedom of the press belongs to the man who owns one