Live Report: Family @ Shepherd’s Bush, Londra 01/02/13
Ffebbraio 4th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

“Sono state due fottutissime settimane di inferno. E lo abbiamo fatto per voi, idioti”. Non è un vecchio punk rocker ad apostrofare così il pubblico dal palco del pittoresco Shepherd’s Bush Empire di Londra, ma un presunto padre putativo del prog: Roger “Chappo” Chapman, vocalist dei Family di nuovo insieme dopo quarant’anni e per due sere soltanto, racconta così, con tono divertitamente burbero e una parlata semi incomprensibile da proletario delle Midlands, le prove segrete che hanno preceduto la più inattesa delle reunion. Uno di quei piccoli grandi eventi che ogni tanto si avverano sotto traccia, lontano dalle telecamere e dagli strilli dei giornali, ma che per i seguaci delle vecchie band di culto e di quello che un tempo si chiamava “underground” sono un appuntamento irrinunciabile. Tanto più in questo caso perché i Family, come molti over 50 ricorderanno, sono stati uno dei migliori gruppi inglesi a cavallo tra Sessanta e Settanta, ispiratori di Genesis e Jethro Tull anche se assai meno longevi e non baciati dalla stessa fortuna. Una “strange band” come loro stessi si definirono, assolutamente inetichettabile, cresciuta su robuste radici r&b ma capace di prendere direzioni audaci e imprevedibili durante la stagione tumultuosa della musica “progressiva”.
Quella di Londra, a dire il vero, è una reunion monca perché accanto a Chapman, 70 anni portati con ammirevole noncuranza, l’unico altro pilastro stabile della vecchia formazione è il batterista Rob Townsend mentre non ha risposto all’appello il chitarrista John “Charlie” Whitney, coautore con “Chappo” di quasi tutto il repertorio (ed è un po’ come se agli Stones mancasse Keith Richards…). Due altri ex del gruppo, il polistrumentista Poli Palmer e il chitarrista Jim Cregan (che prima di diventare il braccio destro di Rod Stewart visse solo i capitoli finali della saga Family improvvisandosi bassista) sono della partita, ma per restituire la magia della classica line-up a cinque stasera ci vogliono ben nove musicisti e cinque “In laws”, “parenti acquisiti” che da tempo incrociano le strade del Chapman solista, tutti session men scafati già chiamati a dar man forte ai Procol Harum (il chitarrista Geoff Whitehorn) o alla Manfred Mann’s Earth Band (il secondo batterista John Lingwood). Non sorprende che in platea e nelle tre gallerie che sovrastano la pedana del club circolino pochissime facce giovani mentre abbondano tatuaggi marinareschi, vecchi hippie, code di cavallo e signore dai capelli bianchi. E’ una serata per reduci eppure eccitante e calorosa, per niente patetica o stantia.
Subito dopo l’esibizione (ordinaria) del bluesman bianco Papa George l’atmosfera è quella di una complice rimpatriata. A presentare il gruppo sale sul palco Frank Worthington, vecchia gloria del calcio inglese con un forte legame affettivo al gruppo: per anni attaccante della squadra di Leicester, la città in cui i Family presero forma, è un ex play boy innamorato della vita dissoluta e del rock’n'roll (Elvis e i “ragazzi” che fremono dietro le quinte su tutti); il suo entusiasmo quasi infantile per quel che sta per succedere accomuna gran parte dei duemila spettatori (tra cui anche qualche italiano volato apposta fin qui) e si trasforma in rinfrancato stupore quando i primi, liquidi arpeggi vagamente psichedelici e spagnoleggianti di “Top of the hill” confermano che per un’ora e quaranta sul palco si farà musica vera. Un tempo selvaggi e impetuosi, oggi i Family suonano in souplesse ma ancora diversi da tutti gli altri. E anche se il vibrato devastante di Chapman e il suo idiot dancing coronato dalla distruzione sistematica dei tamburelli sono solo un ricordo, il frontman sfodera ancora una carica, un’energia e una voce che tanti coetanei più celebrati si sognano. Guidata con mano sicura dal leader, la band non tradisce le attese retrospettive della serata passando in rassegna quasi tutto il suo variopinto catalogo (con l’eccezione del primo, formidabile ma complesso “Music in a doll’s house”) zigzagando tra l’hard folk di “Drowned in wine” e “Hung up down” (i pezzi più antichi in scaletta) e il funk blues di “Part of the load”, il jazz dello strumentale “Crinkly grin” e il country&western di “No mule’s fool”, canzonacce alcoliche da pub come “Sat’dy barfly” e ipnotiche litanie medievaleggianti (“Burning bridges”). E’ un suono d’altri tempi ma fresco, un esperanto musicale composito e frastagliato dagli angoli smussati ma ancora affascinante. Nick Payn, il jolly del gruppo, vivacizza i nuovi arrangiamenti svariando con destrezza tra sax, flauto traverso e armonica, mentre Palmer percuote con perizia il suo vibrafono (un marchio di fabbrica dei Family del periodo di mezzo), Cregan passa da un’acustica a una elettrica vintage a doppio manico e Whitehorn sciorina riff e assoli anche troppo bluesy e fragorosi per chi ricorda lo stile più misurato di Whitney. Il grande assente, che Chapman immagina spaparanzato al sole della Grecia a mangiare kebab e strimpellare il bouzouki, viene evocato a più riprese, prima con una punta di benevola ironia e poi con affetto in “Between blue and me”, uno dei pezzi forti del repertorio perfetto nel sintetizzare le luci e ombre, la raffinatezza e la feroce rudezza dei Family originali, mentre nel finale oltre a lui Chappo saluta e omaggia doverosamente uno a uno tutti gli altri ex compagni di viaggio, gli scomparsi (Ric Grech, Tony Ashton, Jim King) e quelli che hanno preso altre strade (John Weider, John Wetton).
Il frontman, un vecchio leone che sa ancora ruggire, aveva promesso sorprese ma non può esimersi dall’evitare i crowd pleasers che tutti vogliono ascoltare: il blues sincopato, sporco e strascicato di “Burlesque” (la miglior risposta a chi apparentava i Family agli educati e compunti allievi del prog rock) e il singolo “In my own time” (numero 4 in Inghilterra nell’agosto del 1970), il manifesto “The weaver’s answer” e la deliziosa folk song “My friend the sun” che Chappo, ormai quasi sfiatato, porge volentieri alle ugole del pubblico prima di tirar fuori dalle corde vocali insospettabili ultime stille di energia per “Sweet desiree”, un r&b un po’ latineggiante che non avrebbe sfigurato nel repertorio di Willy DeVille. Alla fine sono baci, abbracci e commozione, Chapman promette che non ci saranno altre repliche ma – visto il successo dei due show e la contemporanea uscita nei negozi di una serie di ristampe coronata da un monumentale box set omnicomprensivo di 14 cd – chi oserebbe metterci la mano sul fuoco?
(Alfredo Marziano)
Setlist:
“Top of the hill”
“Drowned in wine”
“Holding the compass”
“Part of the load”
“Ready to go”
“Crinkly grin”
“Burning bridges”
“No mule’s fool”
“Sat’dy barfly”
“Between blue and me”
“Hung up down”
“Burlesque”
“In my own time”
Primo bis:
“The weaver’s answer”
Secondo bis:
“My friend the sun”
“Sweet Desiree”
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