Live Report: Beach House @ Magazzini Generali, Milano 11/03/13
Marzo 12th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

La notte si fa più scura poco prima dell’alba. “Turtle island”, introdotta come “un pezzo molto vecchio” e posta in apertura di encore, trasforma il suo incedere vellutato in una litania eterea; il lamento di un fantasma che vede l’alba sorgere dietro la collina, “Irene”, con tutta la sua scintillante bellezza in crescendo. Stacco di batteria, reprise dilatato, luce che d’improvviso invade la platea. La data dei Beach House ai Magazzini Generali? Una lunga notte di soli ottanta minuti; dream pop in senso stretto. Alex e Victoria guadagnano il palco alle dieci in punto, dopo una bizzarra apertura ad opera di Marques Toliver, act unico ed iper entusiasta per voce e violino che in una ventina di minuti riesce a farsi amare e odiare come pochi. C’è chi apprezza tra la tanta, tantissima, gente accorsa al capezzale del duo di Baltimore, ma l’attenzione è, chiaramente, tutta per loro. Le luci si spengono, il palco si tinge di buio. Uno stage allestito molto elegantemente con una serie sbarre sfalsate e poste di sbieco, da cui pendono una serie di perline fitte e luccicanti. Sullo sfondo un cielo stellato. Nell’aria una bella atmosfera. E sarà proprio “atmosfera” la parola chiave dell’intero set, perché è su questa che i Beach House hanno costruito prima quattro dischi, poi il loro spettacolo dal vivo. Tocca quindi alle luci fare il grosso del lavoro, luci di taglio, soffuse, colorate di chiaro e di scuro che disegnano silhouette o rabbuiano il viso di Victoria quel tanto che basta a renderla poco più che una figura nella notte. “Wild”, “Troublemaker”, “Norway”, “Other people” e l’ottima “Lazuli” arrivano una in fila all’altra, accompagnate solamente da loro stesse.
C’è un distacco palpabile tra quello che avviene sul palco e ciò che vive la platea, ma è una tensione che instaura comunque un rapporto. Il gioco sta nel lasciarsi prendere dalla melodia e dalla quieta eleganza di un suono così ben vestito di (non) luce. “Gila” e “Silver soul” ricoprono i Magazzini di stelle, sempre molto delicatamente: siamo nel pieno della notte, quando il sonno ormai è profondo e i sogni sono perfettamente definiti. Dream. Pop. Ed è grazie alla voce di Victoria, alla sua interpretazione, che si può compiere questa magia. E’ lei infatti a guidare la ninna nanna, a fare la differenza. Per carità, ci sono momenti di debolezza, tipo “The hours” e “New year” in cui vorresti che il sogno si movimentasse almeno un po’. Eppure è proprio intorno a questa insistenza, alla “ripetitività” di una forma che gira l’intera serata; del resto è proprio su questo concetto che si fonda una qualsiasi ninna nanna a regola d’arte; dolci forme di ipnosi, e i Beach House lo sanno bene. Tanto che è proprio a questo punto che i tre (perché sul palco c’è anche Daniel Franz, non dimentichiamolo: è lui ha maneggiare l’impastatrice) pensano bene di cambiare marcia, piazzando nello slot finale i pezzi più corposi. “Zebra”, introdotta da un piccolo aneddoto (“Questa è la nostra terza volta a Milano; una volta sono caduta sul palco, speriamo di non farlo di nuovo”), suona maliziosa, molto sexy. Su “Wishes”, qualcuno addirittura canticchia; la marea ondeggia. Con “Take care” la palla da discoteca si trasforma in una luna piena: l’unica luce accesa in sala è puntata su di essa, mentre il palco piomba nel buio più totale. Tanti i nasi che guardano in su. Tante le stelle, bello il controluce e il gioco di specchi. “Myth” ce la possiamo godere quindi in pieno relax, mentre “10 mile stereo” chiude il main set dissolvendo il tutto in bianco. Un pezzo “precisamente da finale”. I pochi ringraziamenti e l’uscita dal palco portano via nemmeno un minuto. Il rientro è il momento in cui la notte si fa più scura, poco prima dell’alba. “Turtle island”, introdotta come “un pezzo molto vecchio” e posta in apertura di encore, trasforma il suo incedere vellutato in una…
(Marco Jeannin)
SETLIST
“Wild”
“Troublemaker”
“Norway”
“Other people”
“Lazuli”
“Gila”
“Silver soul”
“The hours”
“New year”
“Zebra”
“Wishes”
“Take care”
“Myth”
“10 mile stereo”
“Turtle island”
“Irene”


sale sul palco. Lungo vestito nero da sera che lascia scoperte le spalle, imbraccia una chitarra e suona “Little bird”, da sola. Il pubblico dei Magazzini Generali si zittisce di colpo e ascolta rapito la ragazza irlandese e la sua voce delicata e potente allo stesso tempo.







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