Perchè i discografici detestano Pandora e amano Apple (per ora)
Giugno 13th, 2011 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo
Può sorprendere che alcuni discografici di peso (ad esempio Michael Paull, EVP global digital business in Sony Music, o Rob Wells, presidente del global digital business in Universal Music) abbiano pubblicamente bistrattato Pandora, una società il cui IPO è imminente, che ‘rischia’ una valutazione che dall’originario miliardo di dollari parrebbe ormai avvicinarsi a due e che presenta ricavi in aumento esponenziale: l’incremento nel primo trimestre 2011 (periodo di esercizio: febbraio/aprile) è del 60% rispetto all’omologo ‘quarter’ precedente e il fatturato annuale tende quest’anno a 220-250 milioni di dollari. Può sorprendere non solo perchè i numeri sono ragguardevoli, ma forse soprattutto perchè Pandora nel suddetto primo quadrimestre 2011 ha perso circa 5 milioni di dollari, corrispondenti a quasi il 10% del fatturato, essenzialmente perchè si svena con le royalties pagate a Soundscan. Un altro modo per dire che per ora le uniche a non rimetterci sicuramente sono le label.
Se fossi un analista mi preoccuperei certamente di approfondire la sostenibilità di certi costi fissi strutturali , ma anche le proiezioni di crescita e di redditività di una ex-startup che ha saggiamente ‘occupato’ per prima il comparto automotive con la musica (Pandora nelle autoradio, in soldoni).
Se fossi un discografico mi fregherei le mani. E invece: dice che Pandora è vecchia ancora prima di quotarsi, perchè offre un’esperienza passiva al consumatore. Come osa, insomma, una società quotanda non parlare di cloud e di app e offrire banali stazioni radio? Come osa non proporre soluzioni on demand e multi-accesso? Dov’è la visione, si chiedono allarmati due dirigenti che rappresentano un settore che dagli anni Settanta non propone nè visioni nè mogul degni di questo nome?
Tempo fa, in effetti, Pandora interruppe ’le trasmissioni’ nel Regno Unito e allontanò velleità di presidio anche europeo perchè le condizioni di licensing rendevano impossibile l’intrapresa. Negli Stati Uniti, nel rispetto del DMCA (Digital Millenium Copyright Act), utilizza una ‘blanket licence’ dedicata ai servizi di puro streaming e non interattivi (come dire: nulla ‘on demand’, un tipo di servizio che richiede un’altra licenza, molto più onerosa). Ed ecco il punto, ecco perchè non sorprendersi: duecento e rotti milioni di dollari di fatturato, metà dei quali corrispondono a costi per licenze, per i discografici suddetti sono già diventati banali, sono già poca cosa. Essi vorrebbero semplicemente che Pandora offrisse un servizio per loro più remunerativo. Alla faccia delle decine di milioni di utenti, dell’enorme gradimento e reach di un marchio globale costruito in pochi anni e anche dell’apprezzamento della comunità finanziaria.
Pandora potrebbe raccogliere, nel momento in cui scrivo, 109 milioni di dollari attraverso l’IPO. Una cifra che potremmo incrociare (non paragonare, perchè vogliamo distinguere le mele dalle pere; ma incrociare sì, perchè aiuta a relativizzare) con altre figure che circolano nell’industria musicale. Come il fatturato della musica registrata in un paese europeo a nostra scelta, ad esempio. Oppure con l’anticipo che Apple si mormora (si grida) abbia elargito alle major per l’imminente servizio iTunes Match (legato a iCloud), compreso tra i 100 e i 150 milioni di dollari. Altro che IPO di Pandora.
Morale: la blanket licence ha scadenza 2015, Pandora non si è ancora quotata e iTunes Match (il condono tombale su anni di pirateria offerto da Steve Jobs), non ancora una realtà, sembra avere già innalzato l’asticella delle aspettative di un’industria incapace di essere protagonista di sè stessa. Ma che vergogna. Soprattutto per quei bravi discografici (ne conosco diversi) che con creatività e giornate lavorative lunghissime si sporcano le mani per reinventare un business e che, come è successo ciclicamente già 3 volte negli ultimi 15 anni, dovranno moltiplicare la fatica anche a causa della cattiva reputazione generata dai loro stessi colleghi.
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