Problema: come aggiustare il giocattolo rotto? L’equazione non è stata risolta.
Però è bene impostata, ispirata da quei fattori di cambiamento che si sono dimostrati consistenti dopo un quindicennio di internet commerciale: tutte le conseguenze della diffusione capillare della tecnologia digitale.
I file sono commodities, si consumano (e riconsumano) e alla musica si accede. Questo è vero per chiunque sia nato dall’85 in poi, ed è addirittura l’unica realtà concepibile per chi sia nato appena 5 anni più tardi. Una generazione si è accostata alla musica solo attraverso il web, quella piattaforma che ha trovato pochissime eccezioni verticali a una consuetudine di fruizione gratuita per l’utente e remunerata dalla raccolta pubblicitaria per il titolare del contenuto e/o per l’editore.
Nei primi quindici anni di internet, i soldi veri li hanno fatti telco e carrier, diventati i distributori reali della musica, delle informazioni e dei film: i consumatori, più o meno consapevoli, si sono abituati a pagare l’accesso alla banda larga e a fruire gratuitamente tutto quanto disponibile online.
Dato che si possiede sempre meno proprio perché si accede comodamente, abbiamo due facce della stessa medaglia: la musica non è mai stata così popolare e viva, mentre l’industria che la produce non è mai stata così in difficoltà. Una pacchia per il consumatore (se si trascura che risparmia da un lato per spendere in connettività dall’altro), una tragedia per artisti e discografia. L’accesso alla musica ha sterilizzato la cash-cow che era il CD e il download non si è dimostrato un succedaneo efficace: pur a fronte di volumi di vendita importanti, il valore è lontano dal compensare la perdita di introiti derivanti dal modello di business tradizionale. Questo è accaduto e continuerà ad accadere soprattutto perché il ‘pay per’ è, nella musica digitale, la forzata trasposizione di un modello applicato ad un prodotto fisico che si finiva però col detenere; ben altro è un file replicabile, la cui copia non è un oggetto ma è percepito come un battito di ciglia, come una notizia o un’immagine procurata in 3 secondi con un taglia e incolla. La pirateria ha causato danni incontrovertibili, ma sopravvalutati e strumentalizzati soprattutto dal ’97 al 2002 (mp3.com, Napster etc.): la pratica dello sharing, che comporta rinunciare alla qualità e un certo sbattimento, era appannaggio di giovanissimi, i meno spendenti in ogni caso. Prova ne sia che oggi il P2P è in forte decremento, sostituito dalla pratica dello streaming on demand: YouTube in primis, Vevo in secundis, Spotify speriamo bene, e così via.
La graduale affermazione della music cloud, che altro non è che la declinazione nella musica di una realtà che investe l’intera industria dell’IT e che comporta il trasferimento dello storage dei propri dati dal PC a server esterni cui accedere da ovunque in tempo reale con qualsiasi device, guida il riposizionamento del modello di business dell’industria della musica registrata: meno ‘pay per’, più ‘subscription’. E se Apple acquisisce Lala, più che di fronte a un indizio siamo davanti a una prova.
La ‘subscription’ – un abbonamento per l’accesso a un menù di servizi e opzioni per l’ascolto e la fruizione della musica da casa, dall’ufficio, dall’auto, in mobilità – assimila le nuove fonti di ricavo a qualcosa che l’industria musicale conosce da tempo immemore: il collecting. Che il consumatore ascolti la musica dal suo smart phone o guardando video online, a fronte di cataloghi regolarmente licenziati dagli aventi diritto agli editori, ecco che si attiva un flusso di introiti che l’editore dovrà ridistribuire a valle, retrocedendo le percentuali pattuite. In assenza di download, non c’è transazione ma servizio. Lo streaming, di nuovo, è straordinariamente assimilabile a qualcosa che l’industria conosce da tempo: la radio.
Ma se qualcosa stride nella catena del valore della musica, soprattutto in Italia con la SIAE commissariata per anni e oggi con il muro contro muro tra discografia e network radiofonici, è proprio il collecting. Si sprecano, sia tra addetti ai lavori sia sui media, gli aneddoti e le tragiche case study di percentuali mai pervenute nelle tasche delle band e degli artisti che formano la coda lunga della musica. Perché il processo di tracking è cosa tecnologicamente ovvia (chi eroga cosa, chi accede a cosa, quando e quanto spesso: una tracciabilità banale, report possibili in tempo reale). L’imbuto è a valle, quando il gatekeeper deve ripartire a tanti, magari sopportando numerosissime microtransazioni (o magari, volendovi rinunciare, temporeggiando ad libitum fino a che le transazioni cessino di essere micro e un piccolo artista riesca a cubare un assegno che valga il tempo speso dall’impiegato per compilarlo).
Questo flusso di ricavi da musica consumata e acceduta è di duplice natura: deriva da quote di abbonamento e da introiti pubblicitari. Le prime tipiche dell’ambiente digitale e online; i secondi anche dell’ambiente analogico (v. radio). Per il video, relativamente alle best practice online, il CPM (Costo per Migliaia di banner) non è mai stato così elevato, il che è una grande notizia per la musica. Ma servono numeri pantagruelici per avere senso e la realizzazione di ricavi significativi per gli artisti è cosa lenta (essi preferiscono il download, che ha segnato il passo nel 2010, perché maturano 15-20 centesimi a brano, niente male). Su Internet, peraltro, Google ha reso straordinariamente diffuso il Cost per Click (una manna per l’inserzionista, una potenziale tagliola per l’editore), il che acuisce le difficoltà pratiche di far collimare le aspettative della discografia rispetto alla pubblicità con una realtà che, lato loro, è solo in rodaggio.
Gli artisti, dove e quando possono, sbarcano il lunario suonando dal vivo. In dieci anni il fatturato mondiale da vendita di biglietti si è triplicato. In Italia, stando ai risultati cui la ricerca annuale IULM è addivenuta, il ‘live’ valeva nel 2009 il doppio della musica registrata (700 milioni contro 300 e rotti). Un dato macro che celava un’indicazione micro: maggiori ricavi, sì, ma meno biglietti venduti. Insomma, coperta corta. E un segnale che la fusione tra i comparti della discografia e della ‘live promotion’ ha portato sinergie limitate.
Tornando all’equazione di cui si diceva all’inizio, questa indica sommariamente che, al posto dei ricavi da CD e supporti, l’industria della musica registrata dovrebbe guadagnare in cinque modi complementari:
1. licenziando il proprio catalogo in forma B2B (sincronizzazioni, sponsorship, colonne sonore, gaming, TV etc.);
2. licenziando il proprio catalogo in forma B2C (subscription e advertising);
3. occupandosi di creative operazioni di re-packaging di nicchia, con l’emissione e la vendita di prodotti speciali fisici ad alto fatturato pur a fronte di contenuti numeri di fans hard-core;
4. incorporando altre franchigie e diversificando (ad esempio, con l’acquisizione di promoter);
5. organizzando eventi in cui i propri brand (ovvero: gli artisti) siano centrali.
Cosa sta andando storto?
In effetti, solo il punto 2. E’ qualcosa che richiede tempo, che oggi è il bene più scarso per major strozzate dalle trimestrali. Ma resta il punto cruciale perché è quello che rivoluziona il sistema.
E’ dunque questo l’anello debole della nuova filiera della musica? Credo di no: un modello misto e bene assortito è buono per definizione e migliore di uno con una unica fonte di ricavi. No, il problema non è il modello ma gli ostacoli che ancora ne ritardano un’attuazione fluida.
Tra varie e comprensibili farragini tecniche e normative di un settore nella sua infanzia (internet e dintorni), sbloccare i nuovi flussi di ricavi è il tema centrale. Soprattutto se altrove quei potenziali ricavi sono presenti e goduti. Dove? Nella grande D del nuovo marketing mix della musica – la Distribuzione che fingiamo sia stata cannibalizzata dal digitale.
Oggi farsi pagare dai network radiofonici dopo decenni di anarchia è cosa tosta, ma la verità taciuta e che essi ormai non solo non promuovono più le vendite della discografia ma ne sono diventati un concorrente nella monetizzazione dello streaming. E mentre la discografia e le radio sono in causa e la guerriglia impazza, il vero grande distributore (quello che detiene la banda larga su reti fisse e mobili) conta il grano.
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