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2010 e dintorni, music in the cloud

Ggennaio 18th, 2010 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Con una recessione meno pungente di quella degli ultimi 18 mesi e una fruizione della musica mai così penetrante e diffusa, oltre che profondamente mutata rispetto soltanto all’ultimo lustro, il 2010 e il nuovo decennio presentano all’industria musicale uno scenario interessante e, tante sono le tematiche, le opportunità e le criticità, che verrebbe meglio esprimerlo con i tags.  O quasi.

Certezze: pochissime. Tra queste: i download a pagamento, che spingono la quota di musica digitale prevalere su quella ‘fisica’ entro i prossimi 12 mesi, non compenseranno mai la perdita di ricavi da vendita di supporti fisici.  E allora:

- gli ISP sono convocati d’urgenza: non più convitati di pietra, e/o parassiti della filiera, ma potenziali esattorie (v. normativa sull’equo compenso, SIAE ed affini);

- il modello di business è dettato dal ‘cloud computing’: dal possesso (download ‘a la carte’) all’accesso (streaming, portatilità, apps);

- lo streaming diventa terreno di upselling (tickets, merchandise…) e humus sia per sviluppare nuovi business, sia e  soprattutto per monetizzare le più grandi campagne di marketing che rendono ritorni ancora discutibili (i talent shows).

Convergenza di modelli e funzioni solo temporaneamente separati e distinguibili:  si va verso servizi di offerta digitale globale, dove i brani sono commodities disponibili per tutti e dove il singolo ecosistema di contenuti e editorialità, oltre che il marketing, faranno la differenza. Servizi globali: stream, share, download, lyrics, news, tickets, search, recommend. Un’offerta a 360° nella quale convergono linee di fatturato da advertising, licenza, revenue sharing, e-commerce, e nella quale convergono esperienze e beni diversi.

E non solo Lala e imeem e iLike: una nuova era di M&A pare richiamata da servizi e specializzazioni destinati/e a diventare ingredienti di base (ancora: recommendation, streaming, mobile apps come propellenti e/o corredi di piattaforme/ambienti estese/i dove potere vendere la musica in modi diversi).

Qualche declino? Gli MP3 tenderanno a divenire meno importanti: la maggiore disponibilità di banda larga li rende via via obsoleti.  I lettori musicali migreranno da versioni ‘non connesse’ a device interattivi con le clouds. I “walled garden” dei mobile carrier scompariranno a causa delle apps che li disintermediano, trasformandoli in trasportatori di bit e rendendo autonomi i content owners.  Ma le nuove normative in sede comunitaria hanno anche avvicinato il ruolo dei carrier telefonici a quello delle banche, trasformando i cellulari in potenziali wallet e reintroducendo l’odiato balzello sulle ricariche. E allora le ricariche diventeranno un vecchio-nuovo grande business, anche per la musica (v. tickets…).

Qualche nome, per concludere? Amazon, Apple, BlipFM, Echo Next, Guvera, Jambase, LastFM, Melodeo, MOG, Microsoft, MySpace, Nokia, Pandora, Pledge Music, Project Playlist, Sound Exchange, Shazam, Slacker, Slicethepie, Spotify, TuneWiki, We7, Vevo, Zune…

Alice In Chains’ new record (?)

Aprile 9th, 2009 in news by Guido Tana

Direttamente da   http://www.ultimate-guitar.com/news/video_news/alice_in_chains_set_to_release_first_album_in_14_years.html

We actually finished recording March 18th, which was my birthday and the day William’s son was born so it was a pretty cool day. Huge day! So, we finished on the 18th and we’re in the process of mixing right now. We’re just about done with that. We’re looking at a September release.

Ordunque, a sette anni di distanza dalla morte di Lane Staley, proprio in questi giorni tra l’altro veniva scoperto il cadavere del cantante degli AIC, il sunnominato gruppo dichiara che le registrazioni per il loro prossimo album son concluse.

Primo album in 14 anni per una delle migliori band che la scena Grunge regalò negli anni 90, l’ultima fatica discografica che ci lasciarono fu quella perla di fragilità, di malinconia e di bellezza che era ed è il loro Mtv Unplugged.

Permettetemi di esser perplesso al riguardo.

Sia chiaro come non sono contrario a priori a questa reunion, seppur privati di Staley e della sua voce così indissolubilmente legata a doppio filo al monicker del gruppo. Oggettivamente il maggior compositore del gruppo era Jerry Cantrell, ancora presente in questa formazione assieme alla sezione ritmica Kinney/Inez. Non ho mai ascoltato il rimpiazzo alla voce, tal William DuVall, che debutterà nelle mie orecchie quando ascolterò questo nuovo album, ma non è dovuta alla sua presenza e all’impossibilità di ricreare se non in una imitazione dal sapore grottesco la voce di Staley la mia perplessità; dopotutto sarebbe pretenzioso e irrispettoso del ruolo preso da DuVall.

Le perplessità non sono neanche date dalla Reunion in sè: nonostante non sia difficile vedere dei moventi prettamente finanziari per far risorgere uno dei gruppi migliori degli anni 90 in ambito rock, devo ammettere che la possibilità di assistere dal vivo all’esecuzione del repertorio degli Alice In Chains è sinceramente abbastanza allettante, non è colpa mia se quando erano in attività avevo 5 anni, no?

Il vero problema risiede nel senso di un nuovo album degli Alice In Chains nel 2009

Il movimento dal quale sono nati, la rabbia della generazione X, quella società post-muro di Berlino improvvisamente senza più un orientamento, catapultata nel mondo della preannunciata fine della storia, esplosa in modo del tutto innovativo rispetto ai conflitti sociali e generazionali di neanche 15 anni prima e allo stesso modo peculiarmente inglobata, integrata dal conformismo dei mass media e dell’industria dell’intrattenimento, manifestata e manifestabile attraverso possibilità inedite e mai toccate prima d’ora (il world wide web nasce nel 93 infatti,e non parliamo del boom di Mtv in europa, prima del 1990 qualcosa di sconosciuto ai più) è qualcosa di completamente Avulso rispetto alla situazione di quasi due decenni dopo

Ovviamente data questa diversità di contesto, è facile che l’opera musicale dei nostri di seattle si traduca in qualcosa che abbia poco da dire e da offrire. Lo spettro della minestra riscaldata, qualcosa che sà di retrò e di vecchio, con una rabbia ormai esaurita e assolutamente non correlata alla dimensione odierna, una musica che tenta difficilmente di stare al passo coi tempi ma che non sa offrire nulla di interessante o di innovativo perchè è ancora ferma fondamentalmente al 1995. Sono solo supposizioni ma gli ultimi 10 anni di musica hanno purtroppo dato spesso conferma di come non si torni indietro senza pagare tantissimo in termini di qualità musicale.

Portando un paio di esempi è il caso di Zeitgeist degli Smashing Pumpkins, uscito nel 2007. Un p(i)attume unico, vuoto, noioso, altalenante tra tedio e necessità di usare il disco come fresbee, si potrebbe obiettare come James Lha non facesse più parte del gruppo, ma Corgan è ancora lì e si sente.

Oppure Chinese Democracy, uscito dopo una attesa interminabile ma che poco sa dire, dopo la morte dell’hard-rock da arena all’inizio degli anni 90, morto grazie agli stessi Guns, lasciandoci al massimo qualche ballata strappalacrime abbastanza dimenticabile. E ancora si può parlare dell’ultimo lavoro dei Pestilence, uscito neanche un mese fa. La reunion della seminale band olandese di Technical Death Metal, che regalò negli anni 90 capolavori come Spheres, non ha fatto altro che partorire un album uguale alle centinaia di titoli che escono ogni mese sotto Nuclear Blast/Metal Blade. Pattume anche qui, inseguendo il sound di adesso ma suonandolo da Dinosauri.

Quindi forse non c’è da stare molto allegri su questo nuovo album degli Alice In Chains, non per partito preso ovviamente, ma perchè la prospettiva che venga immessa nel mercato musicale un’opera piatta è purtroppo incredibilmente alta. I Brothers in Arms del movimento di Seattle o sono periti prima della fine della decade dei ‘90, o hanno saputo reinventare il loro sound ma soprattutto il loro ruolo musicale, in modo spesso convincente, come testimoniano i lavori dei Pearl Jam dopo il 1996 e gruppi come Foo Fighters o Queens Of The Stone Age, che contengono in sè il germe della scena di Seattle in modo profondissimo (non è un caso che nei lavori dei QOTSA vi siano sia Grohl che Lanegan, seppur facciano stoner e non grunge). Esiste anche chi non si è reinventato in modo convincente, come Chris Cornell che dopo due album solisti sulla scia dell’alternative Rock, di cui uno spettacolare come Euphoria Morning del 1999, e dopo l’avventura con gli Audioslave, si è lasciato andare ad un discutibile album r’n'b, prodotto niente di meno che da Timbaland. Non ho ancora avuto il coraggio di ascoltarlo; è lì che mi fissa nella cartella di album provvisori, non l’ho neanche tolto dall’archivio .rar, mi fa quasi paura.

I punti a sfavore sono dunque tanti, troppi. Lecito però fare affidamento sul vero genio musicale di Jerry Cantrell, sperando che abbia saputo come trasformare il sound AIC nel 2009. Stando fermo che sarebbe stato comunque meglio fare come gli Slint, una bella reunion senza ulteriori album (Addirittura ne hanno fatte due i cari), e se devo far uscire qualcosa cambio Monicker, anche come forma di rispetto per quello che è stato fatto uscire prima.

Ovvio che  qualsiasi cacata faranno uscire avrò già in mano il biglietto per una loro data nel paese italico. Sentire dal vivo dopo anni brani come Heaven Beside You, Nutshell, Brother, Down in A Hole e Rooster vale l’inghiottimento di qualsiasi porcata musicale venga data alle stampe.

Guido

Music Reporters by Rockol
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