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So you have two choices

Agosto 6th, 2012 in Nuova musica by Gianni Sibilla

In redazione mi è arrivato il disco fisico dei Gaslight Anthem, “Handwritten”. Apro il libretto – che chissà perché non era stato incluso nella versione digitale che avevo acquistato su iTunes –  e, sorpresa, trovo le note di copertina di Nick Hornby, uno che di musica sa scrivere.

Altra sorpresa: è una delle più belle cose che possiate leggere su quello che oggi una band può fare, dopo 50 anni di r’n'r ; sono anche una bella risposta a chi accusa la musica odierna di essere retromaniaca.

Eccole:

It would be stupid to try and tell you that the music you’re listening to is like nothing you’ve ever heard before. The songs on the Gaslight Anthem’s latest album are three or four minutes long, most of them, and they’re played on loud electric guitars, and there are drums, and to be honest, if you haven’t heard anything like this before, then you’re probably listening to the wrong band anyway. What’s great about the Gaslight Anthem is that there’s an assumption you’ll have heard something like this before—on the first Clash album or on Born to Run, or the first Tom Petty and the Heartbreakers album, or maybe on a Little Richard record. That’s what hooked me in. I’ve been listening to rock’n’roll for forty years, and so maybe I’m too old to be writing this stuff, but on the other hand, maybe I know what I’m talking about, too: believe me, I know a lot of stuff sounds tired and derivative, and makes you feel as though rock music is exhausted. It’s hard to find new ways to tell stories and write songs; even clothes made out of meat won’t do much good if your music is 1980’s dance-pop.

So you have two choices.

The first is this: you do something nobody’s ever done before. You play the nose-flute underwater, put it through a computer backwards, and get a black Japanese guy to rap over the top. Or you write a novel using only consonants. Or you make a movie which nobody can see. And that’s all cool, but nobody will want to read your second novel written using only consonants, so you’ll have to write one using only vowels.

And the second is this: you think, write, play and sing as though you have a right to stand at the head of a long line of cool people—you recognise that the Clash and Little Richard got here first, but they’re not around any more, so you’re going to carry on the tradition, and you’re going to do it in your own voice, and with as much conviction and authenticity and truth as you can muster. And if you can pull that off, you’ll be amazed at how fresh you can sound.

And the Gaslight Anthem sound fresh. Anyone who has ever been frustrated by anything—a girl, a boy, a job, a self (especially that)—can listen to this music and feel understood and energised. (And if I feel energised, Lord knows what they’re going to do to you.) And Im beginning to suspect that they, like, read books, too. ‘Great Expectations’—now there’s a great title for a song. and here, ‘Howl’—there’s another one. Rockers who read. Songwriters who are not scared to go head-to-head with everyone else in rock’s great tradition. The Gaslight Anthem are my kind of people.

Wrecking Ball

Marzo 6th, 2012 in Nuova musica, cd by Gianni Sibilla

Della (presunta) morte dell’album si è detto e scritto molto, troppo. Per non parlare delle strategie di sopravvivenza del CD. Però su una cosa sono più o meno tutti d’accordo: per invogliare a comprare un album fisico rispetto ai file digitali (ottenuti legalmente e non) bisogna aggiungere valore: packaging, bonus, quant’altro. Le inevitabili deluxe-super-ultramegaedition.

Così, da buon fan, questa mattina mi son recato in FNAC a comprare l’edizione speciale di “Wrecking ball”. Il disco è in rete da tempo, ma insomma, volevo l’oggetto.

Già a vederla negli scaffali sono rimasto male: un quadratone di carta, un CD fuori misura che ti fa pensare alla fatica di farlo entrare negli scaffali che avevi fatto fare su misura al falegname. Aperto, la delusione non scema: un libretto, con qualche pagina e foto in più rispetto all’edizione standard. Certo, vuoi mettere leggerei i testi su carta… Ma sarebbe questa l’edizione speciale? Identica a quella ugualmente brutta di “Working on a dream”, che almeno aveva un DVD in più (qua ci sono “solo” due canzoni).

Arrivato in ufficio, per non farmi mancare niente, ho comprato pure la “special edition” digitale su iTunes. Che è un iTunes LP, il tentativo (mezzo fallito) di Apple di recuperare su computer la fisicità dell’LP, con un’interfaccia interattiva. Ecco, poi capisci perché se ne vendono di più: costa 7 euro di meno, non hai l’oggetto fisico. Ma c’è tutto quello che c’è nel CD, e qualcosa di più: una fotogallery, una bella pagina tributo a Clarence con tutto il discorso pronunciato in occasione del suono funerale (sul libretto ce n’è solo una parte). E pure qua ci sono le due canzoni bonus.

Insomma: la strategia di lancio di “Wrecking ball” è stata bella articolata, con anteprime, streaming, video, interviste, memorabili passaggi in TV.

E, certo, il disco da solo vale la pena: il mio commento scientifico è “Bruuuuuuuuceee!”. (Quello reale: un bel disco, grandi testi, bel sound, più originale degli ultimi due album).

Ma insomma, fare un bel disco, con una bella strategia oggi può non essere abbastanza per venderlo nel formato fisico… Ed è un peccato che il boss sia inciampato proprio lì.

The silence of the lambs

Agosto 30th, 2011 in Nuova musica, concerti by Gianni Sibilla

“Round here we talk like lions, but then we sacrifice like lambs”

Questa canzone è poetica ed intensa  quanto “Thunder Road”, per me.

E’ forse una delle canzoni più belle degli anni ‘90, e fa a gara con “Mr. Jones”, che era nello stesso, bellissimo disco, guarda caso.
I Counting Crows hanno appena pubblicato un CD/DVD, in cui rifanno live tutto  quel disco, “August & Everything After”, uno dei migliori esordi rock di sempre e uno dei miglior album di quel periodo.

Da quel DVD Hanno messo in rete il video di  “Round here”, quella canzone, quella che apriva il disco, in una versione straordinaria di 11 minuti.

(Ps: quand’è che si decidono a tornare in Italia, e a fare un disco nuovo)?

E’ bravo, ma non si applica: che fine ha fatto Damien Rice?

Maggio 4th, 2011 in Nuova musica by Gianni Sibilla

Il suo ultimo disco, “9″ è di cinque anni fa.  Il suo unico altro disco, “O”, è del 2002. Damien Rice ha un talento enorme. Probabilmente è il miglior cantautore uscito nell’ultimo decennio. Ma quel dubbio, quel “probabilmente” non ci sarebbe neanche se avesse pubblicato un po’ di più, se avesse avuto un po’ di continuità. Per lui vale quella frase che le maestre o lo professoresse dicono ai genitori al ricevimento:”Se solo si impegnasse di più…”.

Si dice che non si sia mai ripreso dalla rottura con la sua metà musicale e di vita, Lisa Hannigan (che ha inciso un disco, e ne sta incidendo un altro niente meno con Joe Henry). Qualche tempo fa aveva annunciato che il suo nuovo disco sarebbe nato in un viaggio di 10 giorni, una canzone al giorno, ma non se ne è fatto niente. Ogni tanto la sua “vecchia musica” riaffiora nelle serie TV.

Ma Damien continua a fare musica nuova, anche se in maniera irregolare… Ogni tanto fa qualche concerto, ogni tanto viene avvistato ai concerti altrui, dove presenta nuove canzoni (l’ultima è questa, “Wild and free”: la si può vedere/sentire questo video, dove Damien è trasandato come al solito, ma anche molto ingrassato).

Ma al di là delle registrazioni amatoriali, Damien ha sparso un po’ di canzoni ufficiali qua e là, negli ultimi tempi. Proviamo a fare un po’ d’ordine.

1)L’uscita più recente è di qualche giorno fa: “En t’attendant”, il disco di Melanie Laurent, l’attrice di “Inglorious basterds”. Damien ha prodotto 5 brani e canta in due, uno più bello dell’altro. (A proposito: domenica il Corriere ha intervistato la Laurent, ma del disco neanche una parola. Ma le attrici cantanti non facevano notizia, una volta?)

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2)”The connoseiur of grand excuses”, pezzo uscito alla fine dell’anno scorso su una compilation benefica per il disastro nel golfo del messico:

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3) “Under the Tongue”, canzone incisa per un documentario della PBS sulla musica irlandese:

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4)Nel 2007 ha pubblicato anche una cover di Creep, che suona(va) spesso dal vivo. Non è una canzone nuova, ma la riporto perché mi sono innamorato della sua musica sentendogli cantare questa canzone ad un concerto nel 2003:

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5) “Look at me”,  incisa per una compilation argentina di canzoni i cui testi sono stati scritti da bambini e interpretati da cantanti adulti:

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6)”What If I’m wrong”, canzone incisa per un documentario sul Tibet. Si trova solo in una versione live, eseguita alla prima del film a Santa Barbara

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7)E ci sono molte apparizioni dal vivo, con canzoni nuove riprese in video amatoriali… Questo è un punto di partenza per recuperarne alcune.

Insomma, dai, Damien, fai il bravo scolaro. Applicati e vedrai che sarai il primo della classe degli anni zero. Ammesso che tu ne abbia voglia…

My Morning Jacket appreciation society

Aprile 21st, 2011 in Nuova musica, concerti by Gianni Sibilla

Se sei fortunato e se sei appassionato di musica, qualche volta nella tua vita di ascoltatore ti capita di andare ad un concerto, ascoltare un artista che non conoscevi e capire in un istante che lo amerai per sempre.

A me è capitato qualche volta. Per esempio,  con un ancora sconosciuto Damien Rice, ad un concerto al Rainbow di Milano nel novembre 2003, dove andai quasi per caso invitato dalla casa discografica, che aveva pubblicato in sordina “O”. Una cover di “Creep” (si, una cover: non c’è nulla di male, sai Vasco?) che mi fa venire i brividi al ricordo. E poi le sue canzoni, un’intensità che ho visto poche volte.

E, soprattutto, mi è capitato nel settembre 2006, con i My Morning Jacket, che aprivano per i Pearl Jam. Li vidi a Milano, e a colpirmi fu “One Big Holiday”, con quell’arpeggio che dura quasi un minuto, e poi esplode con potenza, con loro che fanno headbanging senza essere una band di heavy metal…. Amore a prima vista: me lo ricordo come se fosse ieri. Poche altre band sanno coniugare la tradizione rock classica con la voglia di sperimentare come i MMJ.

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Ne parlo adesso, perché tra poco – a fine maggio – uscirà il nuovo disco, “Circuital” (qua si può ascoltare la title-track, una delle cose migliori del disco). E, nell’attesa, consiglio di andare a riscoprire tutto quello che han fatto, magari partendo da “Okonokos”, il live uscito qualche anno fa, che li rappresenta al meglio.

I MMJ sono una delle migliori band live che vi possa capitare di vedere (anche se dalle nostre parti sono passati pochissimo: a memoria, solo con i Pearl Jam). E, sì, su disco rendono  di meno che sul palco (anche se “Z”, il loro album del 2005, è un mezzo capolavoro; anzi intero). E sì, Jim James ha una voce particolare. Però avercene di band come queste, che se ne inventano sempre di nuove. Vorrei fondare una “MMJ: appreciation society”. Anzi, ci hanno già pensato loro: assomiglia ad un fan club, si chiama “Roll Call”. E oltre alle solite cose tipiche del fan club (prevendite dei biglietti etc), promette musica inedita sotto l’etichetta “self hypnosis”. Il modo in cui i MMJ spiegano l’iniziativa dice molto dello spirito che anima la band:

The Self-Hypnosis Series will begin an exploration into the core of each individual heart, mind, body, and soul that joins the Roll Call fan club. Based on a desire to help each individual fan reach a state of emotional bliss, a new algorithm was recently developed at Removador HQ. It can sense listeners temperature and emotional climate at the time of listening-thru any listening device, be it speakers or headphones, and cater a listening experience truly unique for each listener. MMJ will carefully handcraft and carve pieces of music that will provide a vehicle for the listener to enter a new gateway of self exploration and understanding based on their current state of mind at the time of each listen. The Self-Hypnosis Series will start with a piece entitled “Octoplasm” which will be available via download immediately upon joining Roll Call. New titles in the Self-Hypnosis series will appear randomly, or on a strict schedule and will be available only to Roll Call members. We hope you are to enjoy!”

L’ukulele misterioso di Eddie Vedder

Marzo 21st, 2011 in Nuova musica by Gianni Sibilla

UPDATE: poche ore dopo aver scritto questo post, arriva finalmente la conferma ufficiale, dal sito dei Pearl Jam: nuovo disco e un DVD dal vivo per Eddie Vedder, da cui arriva il video qua sotto. Rimane un po’ di mistero su come canzone e video siano finiti in rete prima del tempo.

In rete circolano notizie incontrollate su Eddie Vedder, che – si dice – dovrebbe avere un disco solista in uscita a giugno. Si dovrebbe intitolare – si dice – “Uke songs”, e dovrebbe contenere solo canzoni incise all’ukulele.

Qualche giorno fa, un blog su Tumblr ha diffuso l’audio di quello che sarebbe il primo singolo, “Longing to belong”.

Qua sotto potete vedere un “Video ufficiale” per “You’re true”, con un magnifico ukulele a forma di mini-telecaster, postato sabato su YouTube.

Le virgolette e i “si dice” che ho messo prima non sono casuali. Perché l’unica confermaa dell’esistenza del disco arriva da Eddie Vedder stesso: durante un suo recente concerto solista in tour solista in Australia, ha detto che è stato il suo amico Kelly Slater a convincerlo a farlo uscire.  Per il resto non c’è nessuna comunicazione ufficiale del disco di Eddie Vedder, nessun comunicato stampa e il sito dei Pearl Jam non ne fa menzione. Il singolo e il video sono chiaramente materiale professionale, ma non se ne conosce la provenienza: chi li ha diffusi non la chiarisce, e anche i siti dei fan sembrano abbastanza spiazzati.

Insomma, è abbastanza evidente che il disco esiste, ma delle due l’una: o queste canzoni sono sfuggite ai loro proprietari (come accadde a “Better days”, che poì finì sulla colonna sonora di “Eat pray love” a nome del solo Vedder). O qualcuno le sta facendo sfuggire ad arte per creare un po’ di sintomatico mistero…

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Anteprima: Wye Oak – Civilian

Marzo 19th, 2011 in Reports by Righi

wye oak civilian

Ho sentito per la prima volta questo gruppo l’anno scorso, li ho seguiti ed ho aspettato con ansia il loro disco, Civilian, che é uscito il 8 Marzo. E me lo sono fatto scappare! Pubblico questo pezzo con dieci giorni di ritardo ma meglio tardi che mai.

Anche loro di Baltimore come i Beach House, i Wye Oak ci propongono un album ricco di sonoritá indie-folk, shoegaze (no, non lo chiamo “nu-shoegaze“, non ce la faccio) e dream pop.

Quello che mi affascina dei Wye Oak é la loro capacità di prenderti e portarti con dolcezza in posti nebbiosi col profumo di legna e poi farti ballare tra luci che é piú quello che celano di quello che scoprono.

É la musica di una felicità che in bocca al sorriso ha ancora lacrime amare che si stanno asciugando.
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Alcune cose che mi piacciono del disco dei R.E.M.

Marzo 8th, 2011 in Nuova musica, Recensioni by Gianni Sibilla

Ho aspettato un po’ a scrivere un po’  in maniera compiuta del disco dei R.E.M., a parte le piccole cose che si dicono cazzeggiando sui social network.

Alla fine, la montagna ha partorito il topolino:  su Rockol c’è la mia recensione “seria”. Qua mi accingo a raccogliere qualche appunto più da fan.

In generale, mi piace soprattutto che i R.E.M. continuino a fare la loro musica con grande stile e dignità, con ottimi risultati, senza proclami di voler cambiare il mondo e senza quella sicumera arrogante che vedo in tante altre band, giovani e storiche. Per il resto: ecco, in ordine sparso le cose che mi sono piaciute di più e quelle che mi sono piaciute di meno:

  • Le chitarre di “Discoverer”: adoro quel suono, Peter Buck è un genio quando ha quelle idee, e lì e al suo meglio.
  • La voce di Patti Smith su “Blue”: quando ho ascoltato il disco per la prima volta alla casa discografica, un mese fa, non mi ricordavo che c’era la Zia Patti. Ho fatto un salto sulla sedia, quando lei entra cantando “Cinderella boy, you lost your shoe” e sotto c’è la voce di Stipe in loop. Mi vengono i brividi ogni volta che risento quel passaggio.
  • Il “reprise” di “Discoverer” che arriva dopo la fine di “Blue”: una delle tante raffinatezze del disco (come quella di mettere i testi delle canzoni, ma non dello spoken word di “Blue”. Meglio il mistero…)
  • A proposito di finezze: “Just that little bit of finesse/might have made a little less mess”. La trovo una rima meravigliosa, un tocco di classe.
  • Il titolo del disco: mi piace l’idea di prendere una legge fisica – quella del collasso gravitazionale, con cui ogni cosa si forma nell’universo, dalle stelle in giù – e umanizzarla applicandola alla quotidianità.
  • La grafica del packaging e il packaging in generale: come ogni disco dei R.E.M., è un bell’oggetto fisico.
  • Il video di “Uberlin”: ne ho letto molto male in giro, ma lo trovo geniale: dimostra che i R.E.M. con quel mezzo ci sanno ancora fare, inventandosi cose nuove e non banali
  • Il crescendo di “It happened today”.
  • Il bouzoki di “Me, Marlon Brando, Marlon Brando and I”
  • La grazia e la delicatezza di “Everyday is yours to win”
  • Le note di Jacknife Lee, canzone per canzone, che ci sono nella “deluxe edition” su iTunes
  • Le versioni “live in studio” sempre sulla deluxe edition e nei vari video diffusi in rete. Dimostrano che sarebbe stato un disco fantastico dal vivo…

Cosa non mi piace tanto:

  • Le troppe anticipazioni, che hanno un po’ rovinato l’attesa. Ne ho già scritto, e ne ho parlato con Bertis Downs, il manager della band, che me le ha spiegate
  • La presenza della band in copertina: è solo la seconda volta che capita (l’altra era “Around the sun”), e toglie un po’ di quel mistero che ha sempre fatto parte dell’immagine dei R.E.M.
  • Non sempre mi piace  la produzione di Jacknife Lee: il suono è troppo compresso in diversi momenti. Preferirei un po’ più di dinamica, renderebbe meno cupo il suono.
  • La mancanza di Bill Berry, secondo me, continua a farsi sentire un po’. Bill Rieflin è bravo, più di Joel Waronker. Ma la batteria di Berry, le sue armonie erano un’altra cosa.
  • Non mi piace, ovviamente, che i R.E.M. non vadano in tour. Li capisco, hanno fatto moltissima promozione e moltissimi concerti – almeno per i loro standard – per gli ultimi dischi. Però neanche un concertino, dai?
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E uscimmo ad ascoltar le stelle

Marzo 3rd, 2011 in Nuova musica, concerti by Gianni Sibilla

C’è un posto, a Milano, dove tutti dovrebbero andare almeno una volta: il Planetario. E’ un posto dove un proiettore ti riproduce le stelle del cielo, cosi come apparirebbero in qualsiasi momento e senza l’inquinamento luminoso che offusca le nostre città.

Ieri sera, mentre il resto del mondo guardava l’ennesima risurrezione di Steve Jobs e la nascita dell’iPad 2, qualche centinaio di persone ha guardato le stelle al Planetario ascoltando la musica di una nuova band, i Deproducers; ovvero Vittorio Cosma, Gianni Maroccolo, Max Casacci, Riccardo Sinigallia.

Non è la prima volta che dei musicisti usano quel luogo: Vinicio Capossela e Jovanotti, negli anni passati, hanno presentato lì dei loro dischi. E anche la connesione tra astronomia e musica non è nuovissima: Joan As Police Woman ha intitolato il nuovo disco “The Deep Field” citando una regione di cielo esplorata dal telescopio Hubble che contiene diverse galassie che ci appaiono giovani. E, anche dal lato astronomico, il legame è forte: consiglio “La musica del big bang” di Amedeo Balbi, astrofisico romano (e divulgatore sul bel blog Keplero). Però nessuno aveva pensato di fare un disco e un tour a partire dai planetari.

Ora, io ho una passione neanche troppo segreta per l’astronomia. Una volta sono andato al Planetario e, superata la cervicale che mi hanno causato le scomodissime sedie (sono le stesse di 80 anni fa, quando Hoepli lo donò alla città), sono tornato talmente incantato da tutto che mi sono messo a leggere un po’ di libri sulla questione, anche se ho sempre avuto un’allergia per la matematica e per la fisica. Quando ho ricevuto l’invito per la serata, ho fatto un salto sulla sedia: musicisti che stimo raccontano il cosmo.

Non sono rimasto deluso: i quattro – con l’aiuto di Howie B – hanno fornito un’anticipazione di quello che sarà un disco che uscirà in estate, e un tour nei teatri e nei planetari: musica tra rock ed elettronica,  suonata al buio, guardando il cielo muoversi, le costellazioni apparire sulla volta, filmati che spiegano le dimensioni del Cosmo. La vera sopresa è stata la presenza di quello che loro chiamano frontman: Fabio Peri, astrofisico, direttore del planetario, raccontava storie delle stelle, tra un brano strumentale e l’altro: un bravo affabulatore, con una bella voce, concetti chiari e suggestivi.

Insomma, bello davvero. Ho visto amici che non erano mai stati al planetario uscire dallo spettacolo con gli occhi sgranati dalla meraviglia. Fate un giro al Planetario, una volta. Se poi ci saranno i Deproducers, lo spettacolo sarà assicurato.

Secret Mountains – Rejoice

Marzo 1st, 2011 in Reports, nuova band by Righi

secret mountains rejoice

Eccomi con il mio primo post su rockol. Per cercare di non fare brutta figura esordiró con il mio gruppo preferito fra quelli recentementi scoperti e che, incrociamo le dita, forse riesco a portare a Milano quest’estate.

Il pezzo che mi ha fatto innamorare di loro l’ho trovato sulla fortunatissima compilation Bearhaus ed aveva giá avuto un buon articolo su Pitchfork.

Un pulsante movimento guidato dalla calda e selvaggia voce di Kelly Laughlin, parte sfumata da una confusione di suoni elettricamente ariosi ed una tumultuosa batteria da cui emerge un arpeggio come arrivasse filtrato da acqua oleosa. La voce ed una batteria quasi tribale costruiscono la dinamica del pezzo che cresce, cresce e, proprio mentre sta per succedere qualcosa si sospende per dare via alla parte vera e propria, piú rock della canzone. Anche qui i Secret Mountains costruiscono, costruiscono, in un crescendo energetico che culmina anche qui con un’esplosione vocale.

E quando ormai credevo di aver capito il movimento ondeggiante di questo pezzo ecco che improvvisamente si sposta su un binario dronedelico (si puó dire?) che mi ricorda alcune chiazze luminose del trip-hop degli anni 90, fino a sfumare in un ultimo feedback.

Un gruppo da tenere d’occhio.

articolo originale

Music Reporters by Rockol
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