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Forma e sostanza (a proposito della sopravvalutazione odierna dei Radiohead)

Ffebbraio 18th, 2011 in Nuova musica by Gianni Sibilla

Oggi tutti parlano dei Radiohead.  E tutti ne parlano bene. Ma siamo sicuri che non ci stiamo perdendo dietro più alla forma che alla sostanza?
Oggi è arrivato in rete “The king of limbs” e sui social network è tutto un lodare il gruppo e la sua ennesima rivoluzione. Così mi esercito anche io in qualche considerazione, dopo un primo ascolto del disco in una pausa di Sanremo, seduto su una panchina a godermi il primo raggio  di sole della settimana e la prima musica non festivaliera.
Bello è bello, questo disco. Ma non è nulla di nuovo. E’ meno dritto di “In rainbows”, con diverse cose simili alle cose simil-elettroniche alla “idioteque”. Ma la mia personale sensazione è che, quando si tratta dei Radiohead, ci si perda, abbagliati dai loro modi.
Musicalmente i Radiohead hanno “scavallato”: sono un gruppo che, come altri della stessa levatura, ha già raggiunto e superato il punto massimo della propria creatività, e oggi si “limita” a ripetere bene quello che ha già fatto, vivendo anche un po’ di rendita. Come i R.E.M., come Springsteen, come tanti altri.

Ogni mossa dei Radiohead, mi sembra, suscita isterismi di quelli che neanche i Take That dei tempo d’oro. “In rainbows” era un disco bello, onesto, nulla più. Ma diffuso con un’idea forte. Un’idea che non è un modello replicabile, tantomeno una rivoluzione, ma una modalità che andava benissimo per i Radiohead e forse per pochissimi altri; un’idea che capitalizzava la credibilità costruita in anni di duro lavoro.

“In rainbows”  è un disco di cui si è parlato più per la forma che per la sostanza. E così avverrà anche per “The king of limbs”, anche se parzialmente segna un’inversione rispetto a quel modello apparentemente rivoluzionario dell’offerta libera, che tanto ha fatto discutere. Il disco è stato annunciato a sorpresa dopo settimane di depistaggi, e messo in download in anticipo sulla data inizialmente comunicata. E questa volta si paga.
Insomma: i Radiohead sono stati dei geni della musica, oggi sono degli ottimi artigiani del genere che loro stessi hanno creato. Oggi, i Radiohead sono soprattutto dei geni della comunicazione. Sono il simbolo di quest’era, in cui passiamo più tempo a scaricare la musica e a cericarla sui nostri ammennicoli che ad ascoltarla, di questo tempo in cui ci occupiamo più della forma e delle scatole che delle sostanze e dei contenuti.

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Valentine day (is over)

Ffebbraio 14th, 2011 in Nuova musica by Gianni Sibilla

Adesso vedi che tocca rivalutare San Valentino, festa fatta per vendere gadget inutili e riempire tutti i ristoranti almeno per una sera.

Il motivo? Adam Duritz. Mentre i suoi Counting Crows sono in pausa, lui passa le notti a twittare al suo milione e passa di follower, raccontando i fatti suoi. Ogni tanto fa il DJ su blip, condivdendo musica. Ma da qualche giorno a questa parte, e fino a San Valentino, ha deciso di incidere e regalare una canzone al giorno. Una canzone di San Valentino.

Si è messo lì, e ha inciso brani di Steve Earle, Tom Waits, Ryan Adams, Bob Dylan. Sono versioni al piano, un po’ sghembe, reperibili sul suo account SoundCloud. E mi ricordano proprio un po’ Tom Waits: belle, nella loro imperfezione. E  arrivano da una delle voci più intense e belle del rock americano degli ultimi 20 anni…

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La mia canzone preferita di San Valentino, rimane questa, tutt’altro che romantica, di Billy Bragg…

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A case of a bad cover version

Ffebbraio 11th, 2011 in Nuova musica by Gianni Sibilla

Fino a poco tempo fa non conoscevo James Blake. Ne avevo letto molto bene da qualche amico e collega di cui mi fido, e tanto mi bastava per interessarmene. Così ho ascoltato il disco, che mi sembra un buon disco d’esordio, forse non il capolavoro di cui ho letto, ma tant’è.

Poi ieri mi sono imbattuto in questa cosa. Blake è andato ad un programma della BBC dove fanno suonare live gli artisti, e gli chiedono di scegliere una cover. Lui cosa ha scelto? “A case of you”, di Joni Mitchell.

Joni Mitchell la cantava con un’intensità ed un pathos che ancora oggi fanno venire i brividi. Tori Amos, un’altra che ad intensità non scherza, ne fece una bella versione per piano e voce. Poi ci furono versioni che ancora oggi gridano vendetta, come quella di Diana Krall, algida, gelida e formale. E adesso arriva lui, con questa versione qua…

Ci sono canzoni che bisognerebbe avere l’umiltà di non toccare. Perché ne esiste una versione inarrivabile, e a rifarle rischia di fare brutte figure.  Non ho ancora capito se questo James Blake sia un bravo artista sfrontato o uno che si è montato la testa, ma propendo per la seconda ipotesi.

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R.E.M.IX

Ffebbraio 8th, 2011 in Nuova musica by Gianni Sibilla

I remix hanno un po’ rotto le scatole. Sono un espediente promozionale ormai abusato, nell’era dello User Generated Content: quanti gruppi hanno chiesto ai loro fan di manipolare una canzone, un video o qualcosa del genere?

Però quando puoi mettere le mani sui materiali originali di un oggetto capisci sempre delle cose.  Ieri i R.E.M. hanno messo in rete le tracce di “It happened today” in formato GarageBand e AIFF e hanno aperto un gruppo su Soundcloud dove condividere i remix.

Vedere un brano diviso in tracce ti fa capire il grande lavoro in studio che si fa su una canzone, e in questo i R.E.M.  sono veramente dei grandi artigiani. Nella versione in download, “It happened today” è divisa in una quindicina di tracce. Quelle reali erano più di cento, ma anche solo vedendo questa versione ridotta intuisci la complessità ed il mondo sonoro che c’è nel crescendo che parte a metà canzone.

Quando ho sentito la canzone per la prima volta ho pensato: “dove diavolo è Eddie Vedder?”. Era nascosto nell’impasto. Non sono un musicista ne un DJ, remixare una canzone non è il mio mestiere e – sinceramente -  alcuni remix che ho sentito in rete sono un po’ tamarri. Così  ho semplicemente provato a fare un nuovo mix, in cui ho levato più cose possibili – in onore alla teoria che dice che se una canzone è buona, regge anche quando è poco prodotta.

Il risultato del mio esperimento è questo “Stripped brass mix” che potete sentire cliccando qua: la prima parte è un po’ vuota, ma nella seconda ho lasciato solo le voci di Stipe e Vedder, ho messo in primo piano la chitarra elettrica e i fiati (chi li aveva sentiti, nella versione originale?). Ho tolto le tastiere, le altre voci, il mandolino (basta!) e ogni altra roba. L’ho fatto sentire ad un amico, che dice che ha Milano avrebbero definito tutti quei vocalizzi una “sinfonia dell’ungia incarnada”, e forse non ha tutti i torti. Ma tant’è: a me non dispiace, perché c’è quello che voglio sentire in una canzone dei R.E.M….

Qua sotto comunque, c’è la versione originale, per chi volesse fare un (impietoso) confronto.

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The waiting is (not) the hardest part

Ggennaio 19th, 2011 in Nuova musica, industria musicale by Gianni Sibilla

Recentemente un paio di case discografiche inglesi hanno annunciato l’intenzione di mettere in vendita le canzoni lo stesso giorno in cui vengono mandate in radio.

Lo so, il primo commento ad una notizia potrebbe essere quello del famoso Grande Capo indiano di “610″… Perché la musica è ovunque in rete, e metterla in vendita nei negozi digitali lo stesso giorno di un’anteprima radiofonica è semplicemente la constatazione di una pratica già diffusa.

Questa notizia contiene però un dato interessante, ovvero la certificazione  della morte dell’attesa: “Per molti dei fan e dei consumatori più giovani la parola ‘aspetta’ non fa più parte del vocabolario”, ha dichiarato un discografico della Universal UK, che ha lanciato l’iniziativa.

Il creare attesa è stata storicamente la strategia di lancio di ogni disco importante: seminare pezzi qua e là, per stuzzicare l’appetito. Ora, chi ha quarant’anni come me – anno più, anno meno – ha sicuramente vissuto quella fase in cui l’uscita del disco del tuo artista preferito era un rito quasi religioso, e il giorno in cui il primo singolo andava in radio, stavi lì attaccato per cercare di sentirlo. E poi aspettavi fino al giorno di arrivo nei negozi.

Oggi siamo abituati fin troppo bene, la musica ci raggiunge e ci insegue ovunque, altro che aspettarla. Non è un male, anzi.

Ma non contiamoci balle: l’industria non ha – giustamente – rinunciato del tutto all’idea del creare attesa. Semina pezzi di dischi ovunque. Però fa ancora fatica a capire che il successo di un disco non si gioca più sul controllo completo: il tono un po’ pomposo con cui le case discografiche inglesi hanno annuciato la contemporaneità della vendita dei singoli radiofonici è ancora  figlia del vecchio metodo. Oggi per ottenere visibilità, bisogna rinunciare a qualcosa. Le canzoni che creano attesa si regalano, si mettono in streaming, si fanno girare. E sì, le si mette in vendita, ma è solo una parte del processo.

Poi, questo metodo dei “teaser” digitali ha generato addirittura degli eccessi: per esempio, sinceramente, non condivido molto la strategia dei R.E.M. di mettere in rete quattro canzoni diverse del nuovo disco a ben due mesi dall’uscita: “Discoverer” (regalata sul sito della band), “It happened today” (in vendita su iTunes e regalata chi pre-acquista l’album), “Oh my heart” (streaming e trasmissione radio su NPR) e “Mine smell like honey” (singolo in vendita su iTunes e in radio). Posso capirla, con la necessità di dimostrare che il nuovo disco sarà molto vario. Apprezzo la diversificazione dei canali. Ma per creare attesa si rovina del tutto la sopresa dell’ascoltare il disco nel suo insieme.

Ah, già, i dischi non si ascoltano più così. Non solo non sappiamo più cosa sia l’attesa, non sappiamo quasi più cosa sia un album; e anche questo, sia chiaro, non è necessariamente un male; in alcuni casi – non tutti – è meglio avere poche canzoni ma buone piuttosto che una raccolta piena di riempitivi.

Però, per quello che mi riguarda, ho risolto così la questione: ho ascoltato le canzoni una volta, per sentire come suonavano, e poi basta. Almeno per una band come i R.E.M., che fa ancora dischi-dischi, ho deciso di regalarmi  un po’ di attesa.

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L’inevitabile playlist di fine anno – il meglio del 2010

Dicembre 20th, 2010 in Nuova musica, Playlist, Uncategorized by Gianni Sibilla

Tempo di riassunti musicali, tempo di inevitabili playlist: massì, prestiamoci ancora una volta al gioco….

Qua c’è la mia classifica di fine anno per Rockol, qua sotto trovate la playlist con le canzoni più suonate dai miei vari ammeniccoli digitali. Il mio disco dell’anno è quello di Josh Ritter. Dalla classifica di Rockol ho lasciato fuori per qualche strano motivo “Infinite arms” dei Band Of Horses: se i numeri non mentono, “Laredo” è la canzone che ho ascoltato più volte quest’anno.

In questa lista c’è quasi tutto quello che secondo me è uscito di buono quest’anno, tra canzoni, artisti e dischi. Riguardandola, mi viene da pensare che alla fine, il 2010 è stato un buon anno, per la musica almeno.


Alcune cose fuori lista da segnalare: Alexi Murdoch: Time without consequence è un disco del 2006 che ho scoperto di recente, ma che non riesco a smettere di ascoltare. Il nuovo disco di Joan As Police Woman, “Deep field”, che esce a gennaio, così come il nuovo Decemberists, “The king is dead”: “Down by the water” è la canzone più bella di questi ultimi mesi del 2010.

Collapse into Discoverer (The video)

Dicembre 16th, 2010 in Uncategorized by Gianni Sibilla

Ieri i R.E.M. hanno pubblicato in rete una nuova canzone, “Discoverer”. Qua c’è anche il video, che poi è  una sorta di karaoke su sfondo psichedelico. Memori dei tempi in cui i testi di Stipe erano incomprensibili e introvabili, meglio non lamentarsi…

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La canzone ha una bellissima intro di chitarre, e un ritornello che suona molto vicino a certe cose di “Document” e “Green”. Devo ancora capire se mi piace e sto cercando di non ascoltarla troppo, per non rovinarmi il disco.  In sostanza, mi sembra un buon biglietto da visita, qualcosa che cerca di fare da transizione tra il suono monolitico di “Accellerate” e quello che sarà “Collapse into now”, che da quello che mi dicono dovrebbe essere un po’ più vario.

Il più bel disco di Natale (e il video più trash)

Dicembre 14th, 2010 in Nuova musica by Gianni Sibilla

Poi un giorno bisognerà affrontare sul serio la questione delle canzoni di Natale. Che è appunto una tradizione seria, poco radicata nella musica pop italiana, che ma che oltremanica e oltreoceano ha prodotto dei capolavori.

Come questo qua di fianco, probabilmente il più bel disco di natale di sempre, prodotto da quel genio maledetto di Phil Spector, con il suo muro del suono e con la sua corte di cantanti. Canzoni che sono belle a prescindere dal fatto che siano natalizie, e che state riprese infinite volte.

Mi è tornato in mente in questi giorni, perché i R.E.M., nel loro consueto singolo natalizio, hanno inciso una divertente versione di “Christmas (Baby please come home)” da quell’album, cantatata da Mike Mills. L’avevano già rifatta gli U2 20 e passa anni fa e l’ha rifatta pure Mariah Carey.

Ecco, Mariah Carey è il lato oscuro del Natale musicale, di come questo periodo ispiri non solo capolavori, ma boiate solenni, robe trash che più trash non si può. Mariah ha appena pubblicato il suo secondo album di canzoni natalizie, lanciato da questo video che mi segnala l’amico e collega Diego Perugini. Un vero capolavoro, a modo suo.

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La (mia) canzone del 2010

Dicembre 2nd, 2010 in Nuova musica, Playlist by Gianni Sibilla

Tra un referendum e l’altro si inizia a tirare le somme di questo anno e anche di questo decennio: fatevi un giro su Dieci!, che abbiamo messo in piedi a Rockol con un po’ di amici, oppure se volete una cosa più esterofila guardate questa bella lista di Paste

Per il momento segnalo la mia canzone preferita dell’anno. Una di quelle canzoni da “something stays in place”, per dirla alla Billy Bragg, che ha tutto quello che dovrebbe avere una grande canzone: grande melodia, grande testo, interpretazione da brividi, e soprattutto qualcosa che ti emoziona, ti rimane adosso in momenti belli e meno belli.

E’ “Lantern”, di Josh Ritter, cantautore di cui ho già parlato parecchio altrove. E’ uscito EP con tre versioni della canzone, di cui due live davvero spettacolari. E’ uscito solo in Irlanda, dove Josh Ritter ha un gran seguito, ma lo si può ascoltare su SoundCloud.

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Can you judge a song by its title?

Novembre 25th, 2010 in Nuova musica by Gianni Sibilla

Cose che succedono alla vecchia maniera, notizie che ti arrivano via posta cartacea in un mondo digitalizzato…

Ieri arrivo a casa e trovo in casella la newsletter deil fanclub R.E.M.. Mi ci sono iscritto più di 20 anni fa (a Natale ti arriva un singolo inedito…). Una volta aveva un senso, ti faceva arrivare notizie ed esclusive sulla band. Notizie ed esclusive che ora circolano abbondantemente in rete. Negl ultimi anni la newsletter non è che la considerassi molto.

Beh, nella newsletter di ieri c’era la tracklist di “Collapse into now”, che non era stata pubblicata da nessuna altra parte. Una reazione alla “fuga di notizie” riguarda al titolo? Pare che Bertis Downs, il manager, se lo fosse lasciato sfuggire con una giornalista della BBC, che lo aveva prontamente twittato.

E comunque, parlando dei titoli, alcuni sono tipicamente R.E.M.: “Walk it back”, “Everyday is yours to win” che sembra il sequel di “Living well’s the best revenge”; “Discoverer”, “All the best”, “Blue” sono titoli normali che non lasciano trapelare granché. “Mine smell like honey” è davvero inquietante. Ma i migliori sono “Alligator aviator autopilot automator” (una canzone rock, a naso?) e “Me, Marlon Brando, Marlon Brando and I”. Chissà che gli passava per la testa a Stipe, per scrivere dei titoli del genere…

Music Reporters by Rockol
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