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Live Report: Mark Knopfler @ PalaOlimpico, Torino 02/05/13

Maggio 3rd, 2013 in Reports by Redazione Rockol

In tempi di Spotify è difficile dire se un tour serve a promuovere un nuovo cd o se dall’album un artista trae nuove canzoni per rendere più brillante il concerto.  Ad ogni modo Mark Knopfler si è messo in giro per il mondo con il “Privateering” Tour, dall’ultimo album uscito qualche mese fa. Ieri la prima tappa italiana a Torino (stasera si replica a Milano, prima del ritorno a Luglio).
Il concerto evidenzia la filosofia del disco, album doppio, il settimo da solista in cui riesce a fare una riflessione sul suo percorso musicale ed esistenziale mescolando in giuste dosi folk song, blues, musica scozzese/irlandese con una ricerca del suono migliore. Ovviamente senza dimenticare le sue radici: i Dire Straits.  Non è un revival e non è una svolta: è rock come contenitore di musiche differenti.
Nel concerto Knopfler riesce a fondere le varie anime della sua musica e della sua carriera, aiutato dalla solita grande band , rinforzata da Michael McGoldrick, John McCusker che con flauti e cornamuse e violini ricreano atmosfere scozzesi e irlandesi. Mark è molto attento al suono e cambia continuamente la chitarra per creare atmosfere differenti. La scaletta è composta di un giusto mix di canzoni dal nuovo album e altre dai suoi album solisti.
Bellissima “Privateering”  che inizia con Mark da solo e poco per volta la musica si ampia con un progressivo ingresso della band che accompagna il “corsaro” nel racconto della sua visione della vita. E poi c’è il blues che trascina il pubblico: in particolare “Gator blues” suonata per la prima volta in questo tour. Poi ballate struggenti come “Hill farmer blues” e “Postcard from Paraguay” accompagnato da un tappeto sonoro di flauti.
Knopfler sembra non dimenticare il passato e suona diverse delle canzoni dei Dire Straits: l’accoppiata senza soluzioni di continuità tra “Romeo & Juliet” e “Sultans of swing” lascia senza fiato e scatena un lunghissimo commosso e applauso. Non da meno sono suonate con passione la lunga “Telegraph Road” e “Brothers in arms”.

Il concerto finisce con una suite, “Going home” (da “Local Hero”), concordata della band in una curiosa discussione di gruppo sul palco.  Il film di ben trenta anni fa è un inno al rispetto dell’ambiente che riesce a fermare con la bellezza e l’umanità l’invasione dell’industria. È un po’ questo il senso del concerto: la musica “seria” senza concessioni alle mode e senza mitizzare il passato resiste e trova pubblico anche nell’era della rete e dei giovani.
Per concludere con una nota dissonante.  Guardate con attenzione la foto di copertina del disco (e del tour), di una tristezza sconfinata: un pulmino immobile senza ruote in una gelida giornata con un cagnetto in primo piano che fa da immagine a un tour in mezzo mondo. Anche i corsari pur amando le navi (e i van) e le band hanno paura di rimanere fermi e soli.
(Alberto Sibilla)

SETLIST
What It Is
Corned Beef City
Privateering
Father and Son
Hill Farmer’s Blues
Kingdom of Gold
I Used to Could
Romeo and Juliet

Sultans of Swing
Gator Blood
Postcards from Paraguay
Marbletown
Speedway at Nazareth
Telegraph Road

BIS
Brothers in Arms
Going Home: Theme from Local Hero

GIANNA NANNINI LIVE @ PALAISOZAKI TORINO 4-06-2011

Luglio 12th, 2011 in Reports by Valentina Defassi

Gianna Nannini live @ Palaisozaki Torino

Gianna Nannini live @ Palaisozaki Torino

Gianna Nannini live @ Palaisozaki Torino

Gianna Nannini live @ Palaisozaki Torino

Gianna Nannini live @ Palaisozaki Torino

Gianna Nannini live @ Palaisozaki Torino

Subsonica live @Palaisozaky Torino 11-04-2011

Luglio 12th, 2011 in Reports by Valentina Defassi

Subsonica live @Palaisozaky Torino

Subsonica live @Palaisozaky Torino

Subsonica live @Palaisozaky Torino

Subsonica live @Palaisozaky Torino

Subsonica live @Palaisozaky Torino

Subsonica live @Palaisozaky Torino

Subsonica live @Palaisozaky Torino

Subsonica live @Palaisozaky Torino

Live Report: Lady Gaga @ Palaolimpico Torino 09/11/2010

Novembre 10th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Nel gergo del cinema porno le chiamano “fluffers”. Sono le ragazze, senza nome e senza volto, che sul set mantengono viva l’erezione dei performer maschi nelle (spesso lunghe) pause di lavorazione. Manuale oppure orale che sia, è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo.
Ieri sera, al Palaolimpico di Torino, dove si è tenuta la prima delle tre date italiane del Monster Ball Tour (le altre due sono previste il 4 e 5 dicembre prossimi al Forum di Assago, Milano), lo “sporco lavoro” è toccato ai Semi-Precius Weapons: un quartetto di origini bostoniane ultra-glam (un po’ New York Dolls, un po’ Poison, un po’ Sigue Sigue Sputnik) guidato dal “carismatico” – la definizione è nella biografia del gruppo – cantante Justin Tranter.
Fatto è che il compito di mantenere viva l’eccitazione del pubblico del Palaolimpico non è stato dei più semplici. Intanto perché, ovvio, tutti erano lì solo per la star della serata; un po’ perché, vuoi per un difetto di comunicazione (ci si aspettava che l’headliner iniziasse il suo show alle 21), vuoi per l’infelice collocazione logistica del palazzetto (dove sembra non esista un parcheggio da utilizzare in occasione delle manifestazioni, e bisogna cercare un posto per l’auto nelle già imballatissime vie adiacenti), vuoi perché in contemporanea allo spettacolo era in cartellone l’incontro di calcio Torino-Albinoleffe (per la cronaca, il Torino ha vinto per uno a zero con gol di Rolando Bianchi), alle 19,30 – l’ora in cui sono saliti sul palco i Semi-Precious Weapons – il Palaolimpico era pieno solo a metà.
Lodevole, quindi, l’applicazione con cui la band ha svolto il suo ingrato compito: che si è concretizzato, sostanzialmente, in una mansione da “scaldapubblico”, cioè nell’invitare i presenti a scandire in coro il nome della star in arrivo. Divertenti, colorati, moderatamente oltraggiosi nei testi e nel look, i Semi-Precious Weapons (un album, “You love you”, in uscita per la Geffen, e un solo brano-manifesto, l’eponimo “Semi-Precious Weapons”, la cui frase-chiave è l’autobiografica “I can’t pay my rent but I’m fucking gorgeous”) hanno intrattenuto i presenti con tutta la miglior buona volontà; ma dopo mezz’ora, esaurite le cartucce, hanno dovuto lasciare la scena. Anche perché la protagonista aveva annunciato la ferma intenzione di salire sul palco alle 20,30: cosa che in effetti è poi avvenuta alle 20,40, quando si sono spente le luci, ha taciuto la musica d’attesa e il tanto atteso spettacolo è andato a incominciare.
Il mio interessamento, poi presto diventato apprezzamento, per Lady Gaga ha origini piuttosto recenti. In luglio mi è stato chiesto di collaborare alla traduzione di una biografia “non autorizzata” di Lady Gaga (“Poker Face”: uscirà verso la fine di novembre per Mondadori). E non avendo mai prima ascoltato un album di Lady Gaga, coscienziosamente e professionalmente mi sono procurato “The fame monster” (il doppio Cd che include l’album di debutto, “The fame”, e un secondo disco con otto nuovi brani) e mi sono impegnato nel mio dovere di documentazione. Scoprendo – anche nel primo disco, ma soprattutto nel secondo – una serie di grandi canzoni pop. Intanto, traducendo, imparavo un sacco di cose sulla signorina, e ne ammiravo la determinazione, la testardaggine, l’abilità di manipolatrice dei media: tutte doti che considero preziose per chi cerchi di farsi strada nello show business.
Ovvio, dunque, che desiderassi assistere al suo spettacolo.
Di descrizioni dettagliate dello show del “Monster Ball Tour” ne potete leggere a bizzeffe, dato che Lady Gaga lo sta portando in giro – nella versione rivisitata – già da febbraio. E ne trovate ampi esempi in video su “YouTube”. Qui proverò a riferirvi le mie impressioni sullo show di Torino, che ha sostanzialmente seguito la traccia e la scaletta delle date più recenti. Va detto, preventivamente, che le mie aspettative erano piuttosto alte, e che sono andate (parzialmente) deluse; ma va anche considerato che, pur da ammiratore, resto ugualmente uno che fa di mestiere il cronista e che cerco di conservare sempre un approccio critico – non apoditticamente critico, ma insomma di distacco dall’entusiasmo indiscriminato del fan.
I fan, appunto. La cornice di pubblico, essenziale per la buona riuscita della messinscena dello spettacolo di lady Gaga, non era multicolore e rutilante come ci sarebbe stato da attendersi. Certo, non sono mancati gli applausi e i cori e le grida e i braccialettini fluorescenti; mancava invece quella pittoresca fauna di wannabes, di cosplay, insomma di ragazze vestite e truccate da Lady Gaga che fa da contorno ai suoi show all’estero. Ne ho vista una soltanto “in alta uniforme”, con un cappello che riproduceva quello indossato da Lady Gaga nel video di “Telephone”. Ma niente di spettacolare, nessun “vestito di carne” e nessun costume elaborato. Curiosamente, ma nemmeno troppo, la fauna più pittoresca era costituita dai fan di sesso maschile; del resto, è sul pubblico gay che Lady Gaga ha costruito la propria fan base.
Sul palco, ampio e proteso con una passerella fino a quasi metà platea, era calato un sipario da teatro blu, che poi si è trasformato in uno schermo dietro il quale, come in un gioco di ombre cinesi, si è vista apparire la silhouette di Lady Gaga che cantava “Dance in the dark”. Un’apertura d’effetto ma non killer, che è proseguita con “Glitter and grease”, inedita su disco e quindi non adatta a suscitare esplosioni di consensi (che, come è noto, vengono scatenate dalla riconoscibilità di una canzone). Si è entrati nel vivo, infatti, con “Just dance”, introdotta da Lady Gaga suonando una tastiera inserita nel cofano di una Rolls Royce corazzata (il primo “atto” dello show, intitolato “City”, si svolge su uno sfondo urbano).
Quasi ogni canzone era articolata come un “numero” da musical: e questo, a mio avviso, è un po’ un limite se si vuole considerare un “concerto” quello che è invece, e a buon diritto, uno spettacolo di canzoni, coreografie e scenografie (quella che Lady Gaga ha definito “una festa apocalittica in casa”). Che i ballerini siano molto bravi è indubbio; che siano un po’ troppi, tanto da distrarre l’attenzione (in particolare quando è in scena anche la drag queen Posh), mi pare pure indubbio; e sono forse un po’ troppi anche i musicisti, dei quali sinceramente non saprei dirvi con certezza se davvero suonassero – intendo soprattutto i chitarristi e la violinista – o se si limitassero a gesticolare vistosamente.
Nemmeno “Beautiful, ugly, rich” ha scatenato reazioni scomposte. In realtà, il pubblico ha mostrato di gradire soprattutto i brevi intermezzi di parlato in italiano (in specie quando Lady Gaga si è rivolta ai fans chiamandoli “piccoli mostri”) ed ha reagito pavlovianamente ogni volta che ha sentito nominare la città di Torino – troppe: alla fine ne avrò contate almeno una dozzina. Il primo atto si è chiuso con “The fame”, che Lady Gaga ha cantato con un abito rosso dalle ampie spalline e una sorta di copricapo-maschera che ricorda un po’ i costumi di Peter Gabriel epoca Genesis “Foxtrot”/”Nursery Crime” un po’ quelli della nostra Rettore epoca “Brivido divino” (il paragone con Rettore, mutatis mutandis, viene spesso alla mente a proposito di Lady Gaga).
Prima del secondo atto (come in apertura e ad ogni intervallo fra le varie parti dello show) sono stati proiettati sul sipario brevi filmati davvero pregevoli: gli “interludes” (“Puke” – il più trash, in cui Millie Brown “vomita” liquido verde su Lady Gaga, che poi addenta un cuore di bue – , “Antler”, “Twister”, “(Lil) Monster” – molto fetish, quasi sadomaso – , “Tattoo” e “Apocalyptic” – quest’ultimo davvero superlativo) curati dalla Haus of Gaga.
Il secondo atto (“Subway”) si è aperto rivelando sul palcoscenico un vagone di metropolitana dentro il quale Lady Gaga, con velo e soggolo da suora e abito di plastica trasparente con delle “X” di nastro isolante a celare i capezzoli, ha cantato “Lovegame” (e ha invitato il pubblico a saltare a piedi uniti sul posto, ottenendo una sentita partecipazione). Una lunga prolusione ha introdotto “Boys boys boys”: è stato il momento in cui Lady Gaga ha esplicitamente omaggiato il suo pubblico gay italiano (“gay boys of Italy”). Nel frattempo, il Palaolimpico si era finalmente riempito, raggiungendo il tutto esaurito anticipato già da tempo. Un cambio d’abito, in nero, ed è il momento di “Money honey”; l’abito nero sparisce, Lady Gaga resta in bikini ed arriva il primo momento-clou dello show con “Telephone”, finora il brano meglio riuscito dello show (anche perché la versione live rinuncia a superflue scenografie ed è compatta e tirata).
E qui, dopo uno zenith, lo spettacolo rallenta inopinatamente. Lady Gaga si avvicina al pianoforte avvolta in una bandiera tricolore (come Gea della Garisenda, la soubrette degli anni Dieci del secolo scorso, che cantava “Tripoli bel suol d’amore” vestita solo del vessillo italiano. Secondo l’ANSA la bandiera era quella arcobaleno simbolo del movimento gay, ma o sono daltonico io – possibile – o era proprio bianca rossa e verde). Attacca “Speechless”, sicuramente uno dei suoi pezzi migliori, una ballad che non avrebbe sfigurato in “The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars” di David Bowie, ma lo interrompe con un lungo racconto a proposito delle sue origini italiane, con dettagli sulla vita quotidiana di nonno Giuseppe e nonna Angelina. Il pubblico, che capisce poco o niente l’inglese, applaude persino quando Stefani Germanotta spiega come e qualmente il nonno, un siciliano vero, pretendesse di vedere tutta la famiglia seduta a tavola prima di dare il permesso che si iniziasse a mangiare (se da questi ragazzi fossero i loro genitori a pretenderlo, scapperebbero di casa o chiamerebbero il Telefono Azzurro).
Fra tante chiacchiere, il pathos di “Speechless” si è spento. Né basta a ricreare l’atmosfera l’inedita “You and I”, che sarà inclusa nel prossimo album “Born this way”: un’altra ballad, almeno all’inizio, con cadenze alla Elton John, che verso la fine si trasforma in un esercizio di stile alla Aretha Franklin (anche questa è eseguita al pianoforte: anzi, a un certo punto Lady Gaga lo suona stando in piedi sullo sgabello, a grave rischio capitombolo).
Finita “You and I” parte un altro sermoncino: “Dovete essere voi stessi, non dovete vergognarvi mai del vostro aspetto, voi siete delle star…” predica Lady Gaga, che però, per parte sua, razzola male: nel film “Puke” si è evidentemente fatta doppiare le gambe da una “body double”, e stasera ha mostrato un posteriore decisamente mediterraneo (“a mio nonno piacevano così”, ha scherzato: ma le luci, e i costumi di scena sgambati, hanno impietosamente rivelato aree cellulitiche).
L’atto si chiude con “So happy I could die”, che Lady Gaga canta sollevata a qualche metro dal livello del palco da una piattaforma idraulica e indossando il più bel costume della serata, il cosiddetto “living dress”: un lungo, elaboratissimo abito bianco, completo di copricapo vertiginoso e di ampie ali da fata madrina in mussola, che si muovono da soli, ispirato da una creazione di Hussein Chalayan.
Nuovo breve film, “Antler”, e inizia il terzo segmento dello show, “Forest”. L’ingresso in scena è al limite del carnevalesco: il costume di Lady Gaga la fa sembrare il cugino Itt della famiglia Addams (o più prosaicamente un Mocio Vileda, per intenderci), ed è completato da un’ampia cappella da fungo degli stessi lunghi peli castani. Per fortuna il coperchio se ne va presto, già durante il primo brano, “Monster”, la cui coreografia zombica rimanda inevitabilmente a quella di “Thriller” di Michael Jackson. “Teeth”, il brano seguente, a mio parere uno dei meno efficaci su disco, dal vivo acquista invece una forza notevole: peccato che Lady Gaga si lasci andare all’ennesima captatio benevolentiae (“Torino dammi un bacio”, dice alla fine del suo “numero da Campanellino”, quando implora il pubblico di gridare per lei se non vuole vederla morire), e peccato per il finale eccessivamente prolungato, durante il quale rivendica con orgoglio “I’m not fucking lipsynching”, “non sto cantando in playback, cazzo!” (lo ripeterà altre volte prima della fine dello show: un po’ troppe per non dar da pensare).
Siamo al finale d’atto, e arrivano, finalmente, due colpi da KO: una possente “Alejandro” (con tutto il suo contorno di simboli religiosi e il finale con un bacio gay ‘oscurato’ dal sipario) e una travolgente “Poker face”.
Il film “Apocalyptic” introduce il quarto e ultimo atto: il “Monster Ball”. Arriva in scena una mostruosa creatura degli abissi (un pupazzo gonfiabile realizzato con la tecnica inventata da Gerald Scarfe per gli show di “The Wall” dei Pink Floyd). “Paparazzi” è quel gran pezzo che è, e Lady Gaga lo conclude sparando fuochi pirotecnici dal reggiseno e dalla mutanda “di castità”. Saluti finali, un’ultima esortazione – “Be yourself, ‘cause you were born this way” – e lo show sarebbe finito, ma non può esserlo senza il bis che fa delirare la platea: una corposa, turgida “Bad romance”.
Sono uscito soddisfatto? Sì e no. Mi sono divertito? Sì, anche se non sempre per le giuste ragioni.
Cosa penso di Lady Gaga? Che è un genio della comunicazione popolare, che scrive ottime canzoni e le canta bene, che è abbastanza furba da non cantare in playback (nel senso che dove non ce la fa lascia spazio alle sue eccellenti coriste e nemmeno finge di muovere la bocca), che non balla bene – diciamo che si muove vigorosamente sul palco, ma che la sua gestualità è senz’altro più valida della sua coordinazione danzereccia. Meglio lei o Madonna? Brutta domanda. Riassunto: Lady Gaga canta meglio, Madonna balla meglio. Lady Gaga è la nuova Madonna? Non lo so e non m’interessa.
Cosa penso dello spettacolo? Che è un baraccone da luna park, adattissimo per i gusti acerbi dei/delle teenagers (immagino che a me, da teenager, sarebbe piaciuto un casino), che le coreografie sono troppo affollate e un po’ disordinate, che i costumi sono al limite fra Alta Moda e Sabato Grasso, che le scenografie sono ingenue ai limiti del didascalico, che le musiche sono ben suonate (probabilmente non dai musicisti che a tratti compaiono sul palco – i quali, a margine, non sono stati presentati nemmeno per garbo, come non è stato presentato nessuno dei partecipanti allo show) e il suono, compatibilmente con l’acustica del Palaolimpico, è soddisfacente.
Cosa consiglierei a Lady Gaga in previsione dei prossimi due spettacoli italiani? Di farla più corta con gli ammiccamenti alla città (oppure di scherzarci su: non sarebbe male un “Ciao Italia! Siete pronti? Bene, ànchio. Siete già caldi? Bene, ànchio. Allora, andiamo!”… che sarebbe stato anche meglio a Torino, là dove Madonna pronunciò l’immortale frase nel 1987). Di tagliare di netto (oppure di farli tradurre in simultanea da Olga Fernando) i fervorini motivazionali: gli italiani non lo capiscono, l’inglese, nemmeno scritto (nel film “Antler” compare più volte, e bene in grande e in nero, la scritta “Put your paws up”, “tirate su le zampe” – cioè un invito al segno di riconoscimento fra i “little monsters”; beh, morire se a Torino si è alzata una zampa, ieri sera…).
Tornerò a Milano a rivedere lo show di Lady Gaga? Beh, certo: capite, devo pure accertarmi che abbia accolto i miei consigli…
(fz)

Supertramp live @ Palaolimpico Torino 23/10/2010

Novembre 2nd, 2010 in Reports by Valentina Defassi

Torino, 23 ottobre 2010: seconda tappa italiana del 70-10 tour (la prima è stata il 7 settembre all’Arena di Verona) per la storica band inglese che ha voluto celebrare il quarantesimo anniversario della pubblicazione del loro primo album, Supertramp, nel 1970.

Puntuali alle ore 21 salgono sul palco con il fondatore nonché cantante e tastierista Rick Davies gli altri storici membri del gruppo, John Anthony Helliwell (sassofoni e fiati) e Bob Siebenberg (batteria).

A completare la formazione i quattro veterani dei tour passati dei Supertramp: Jesse Sienberg (voce, chitarra e percussioni), Cliff Hugo (basso), Carl Verheyen (chitarra) e Lee Thornburg (tromba) e alcune coriste. Durante le oltre due ore di concerto, la band ha eseguito moltissimi dei “cavalli di battaglia” che hanno rappresentato questi quarant’anni di storia, tra cui Bloody Well Right, Dreamer, From Now On, Goodbye Stranger, The Logical Song, Rudy e tanti altri ancora. Un concerto perfetto per i fans nostalgici, un po’ meno da chi si aspettava qualche novità o improvvisazione.

Eccovi un pò di foto del concerto!

Supertramp live @ Palaolimpico Torino

Supertramp live @ Palaolimpico Torino

Supertramp live @ Palaolimpico Torino

Supertramp live @ Palaolimpico Torino

Supertramp live @ Palaolimpico Torino

Supertramp live @ Palaolimpico Torino

Supertramp live @ Palaolimpico Torino

Supertramp live @ Palaolimpico Torino

Supertramp live @ Palaolimpico Torino

Marco Mengoni live @ Palaolimpico Torino 21/05/2010

Settembre 6th, 2010 in Reports by Valentina Defassi

Il vincitore di X-Factor piace soprattutto alle giovanissime, infatti l’età media delle spettatrici (di ragazzi se ne son visti pochi) sarà stato sui 18 anni, media che si abbassava ulteriormente tra le prime file, popolate solo di 15-16enni scatenatissime, in attesa dal mattino pur diconquistarsi quel posto privilegiato.

Musicalmente Mengoni se la cava bene, è dotato di buona voce e cavalca bene il palco, mettendo in scena uno spettacolo originale, colorato e travolgente. Ad un certo punto si commuove persino e ringrazia di cuore il pubblico.  Un tenerone romantico che piace tanto alle ragazze. Eccovi le foto dello show!

Marco Mengoni live@ Palaolimpico Torino

Marco Mengoni live@ Palaolimpico Torino

Marco Mengoni live@ Palaolimpico Torino

Marco Mengoni live@ Palaolimpico Torino

Marco Mengoni live@ Palaolimpico Torino

Marco Mengoni live@ Palaolimpico Torino

Music Reporters by Rockol
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