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Il vaso di Pandora ha una falla

Marzo 8th, 2012 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Pandora, la più popolare piattaforma al mondo basata sulla internet radio, ha pubblicato una rendicontazione economica aggiornata e riferita all’ultimo quadrimestre 2011, mostrando così luci e ombre a circa 9 mesi dalla sua quotazione in borsa al NYSE. Le luci sono relative alla potente espansione di quota di mercato e di audience, come mostrano l’incremento degli utenti unici attivi che sono diventati 47 milioni rispetto ai 29 totalizzati nell’analogo periodo del 2010, e quello dei ricavi, passati da 47,6 a 81,3 milioni di dollari (aumento del 70% in dodici mesi).  La crescita del’utenza ha portato con sè quasi il raddoppio delle ore di ascolto complessive, ormai 2,7 miliardi (erano 1,4 l’anno prima) ma, ed ecco le ombre, non sembra avere contribuito ad ammortizzare la base dei costi fissi, se è vero che il provider ha incrementato sostanzialmente le perdite nette, diventate 8,2 milioni di dollari contro i passati 1,4 milioni (un’incidenza che sale dal 2,9% al 10,1%).  Considerando che la quota di ricavi ascrivibile alla raccolta pubblicitaria sembra restare pressoché costante anno su anno (era di 41,4 milioni di dollari nel 2010 ed è di 72,1 milioni di dollari nel 2011: rispettivamente l’87% e l’88% circa del totale), registriamo due dati principali.

Pandora

Pandora

Il primo riguarda la componente “premium” del modello di business, che per il momento non sembra riuscire a sfondare e ci indica che l’espansione di Pandora passa in gran parte attraverso il “free”. Il secondo, considerando che le economie di scala dovrebbero avere garantito costi marginali decrescenti sul fronte della banda e dell’infrastruttura, è che la leva pubblicitaria (ricavi) è ancora molto  negativa rispetto alla spesa per licenze (costi). Difficile stabilire se ciò accada perchè ad ogni centesimo aggiuntivo speso per lo streaming corrisponde un ricavo inferiore al centesimo o perchè la rapida crescita di pubblico non ha concesso a Pandora di valorizzare per tempo il proprio “inventory”, lasciando così molto traffico invenduto nel periodo di riferimento. Se si trattasse del primo caso, ed è possibile che per buona parte sia così, sarebbe un guaio strutturale. E, se così fosse, saremmo di fronte a un colossale “loss leader” in attesa di essere comprato per il valore della propria audience.

(btw: dalla quotazione ad oggi, il titolo vale il 38% in meno rispetto al debutto: 10,86 dollari contro 17,50).

Perchè i discografici detestano Pandora e amano Apple (per ora)

Giugno 13th, 2011 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Può sorprendere che alcuni discografici di peso (ad esempio Michael Paull, EVP global digital business in Sony Music, o Rob Wells, presidente del global digital business in Universal Music) abbiano pubblicamente bistrattato Pandora, una società il cui IPO è imminente, che ‘rischia’  una valutazione che dall’originario  miliardo di dollari parrebbe ormai avvicinarsi a due e che presenta ricavi in aumento esponenziale: l’incremento nel primo trimestre 2011 (periodo di esercizio: febbraio/aprile) è del 60% rispetto all’omologo ‘quarter’ precedente e il fatturato annuale  tende quest’anno a 220-250 milioni di dollari. Può sorprendere non solo perchè i numeri sono ragguardevoli, ma forse soprattutto perchè Pandora nel suddetto primo quadrimestre 2011 ha perso circa 5 milioni  di dollari, corrispondenti a quasi il 10% del fatturato, essenzialmente perchè si svena con le royalties pagate a Soundscan. Un altro modo per dire che per ora le uniche a non rimetterci sicuramente sono le label.

Se fossi un analista mi preoccuperei certamente di approfondire la sostenibilità di certi costi fissi strutturali ,  ma anche  le proiezioni di crescita e di redditività di una ex-startup che ha saggiamente ‘occupato’ per prima il comparto automotive con la musica (Pandora nelle autoradio, in soldoni).

Se fossi un discografico mi fregherei le mani.  E invece:  dice che Pandora è vecchia ancora prima di quotarsi, perchè offre un’esperienza passiva al consumatore. Come osa, insomma, una società quotanda non parlare di cloud e di app e offrire banali stazioni radio? Come osa non proporre soluzioni on demand e multi-accesso? Dov’è la visione, si chiedono allarmati due dirigenti che rappresentano un settore che dagli anni Settanta non propone nè visioni nè mogul degni di questo nome?

Tempo fa, in effetti, Pandora interruppe  ’le trasmissioni’ nel Regno Unito e allontanò velleità di presidio anche europeo perchè le condizioni di licensing rendevano impossibile l’intrapresa. Negli Stati Uniti, nel rispetto del DMCA (Digital Millenium Copyright Act), utilizza una ‘blanket licence’ dedicata ai servizi di puro streaming e non interattivi (come dire: nulla ‘on demand’, un tipo di servizio che richiede un’altra licenza, molto più onerosa). Ed ecco il punto, ecco perchè non sorprendersi:  duecento e rotti milioni di dollari di fatturato, metà dei quali corrispondono a costi per licenze, per i discografici suddetti sono già diventati banali, sono già poca cosa. Essi  vorrebbero semplicemente  che Pandora offrisse un servizio per loro più remunerativo.  Alla faccia delle decine di milioni di utenti, dell’enorme gradimento e reach di un marchio globale costruito in pochi anni e anche dell’apprezzamento della comunità finanziaria.

Pandora potrebbe raccogliere, nel momento in cui scrivo, 109 milioni di dollari attraverso l’IPO. Una cifra che potremmo incrociare (non paragonare, perchè vogliamo distinguere le mele dalle pere; ma incrociare sì, perchè aiuta a relativizzare) con altre figure che circolano nell’industria musicale. Come il fatturato della musica registrata in un paese europeo a nostra scelta, ad esempio. Oppure con l’anticipo che Apple si mormora (si grida) abbia elargito alle major per l’imminente servizio iTunes Match (legato a iCloud), compreso tra i 100 e i 150 milioni di dollari.  Altro che IPO di Pandora.

Morale: la blanket licence ha scadenza 2015, Pandora non si è ancora quotata e iTunes Match (il condono tombale su anni di pirateria offerto da Steve Jobs), non ancora una realtà, sembra avere già innalzato  l’asticella delle aspettative di un’industria incapace di essere protagonista di sè stessa. Ma che vergogna. Soprattutto per quei bravi discografici (ne conosco diversi) che con creatività e giornate lavorative lunghissime si sporcano le mani  per reinventare un business e che, come è successo ciclicamente già 3 volte negli ultimi 15 anni, dovranno moltiplicare la fatica anche a causa della cattiva  reputazione generata dai loro stessi colleghi.

Musica digitale a due velocità

Ffebbraio 14th, 2011 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

E’ stata una settimana a due velocità quella che si è chiusa ieri per la musica digitale.  Ad alta velocità oltre oceano e con scossoni forti da noi. Partiamo da qui.

Come previsto ha debuttato il servizio Cubo Musica di Telecom, che va salutato almeno con ottimismo perchè crea un’alternativa alla asfittica scena dei distributori digitali di successo sul mercato italiano e perchè – dopo Fastweb con Dada – coinvolge nella partita gli ISP. Speriamo che al termine del periodo sperimentale non tocchi assistere alla trita discussione sui costi e sui margini del catalogo e al consueto scambio di accuse tra carrier e discografici:  è proprio sulla questione del licensing che si gioca l’evoluzione del modello di business dell’industria musicale. Dada, invece, per le dolenti note.  In primis perchè le dimissioni di Paolo Barberis la lasciano priva di un fondatore che, tra alterne fortune e periodi, ha saputo elevarla al rango di una internet company di livello, fino all’abbraccio fatale con RCS. In secondo luogo perchè la trattativa con Buongiorno e lo ’spezzatino’ preventivo che pare preludere alla cessione definitiva da parte di RCS (che ne detiene la maggioranza) è da imputarsi soprattutto alle difficoltà incontrate con la musica: Play.me è stata finora un salasso e ha dimostrato come un’ottima applicazione non è sufficiente a garantire la scalabilità internazionale che è ineluttabile per competere nella distribuzione musicale.

Negli Stati Uniti, come è ovvio, sono avanti. Cloud e IPO non sono semplici concetti, bensì dati di fatto.  Sette giorni molto effervescenti quelli appena trascorsi, nei quali tra l’altro:

- Soundcloud ha superato i 3 milioni di utenti

- Slacker ha raccolto altri 3 milioni di dollari

- Pandora ha avviato le procedure per quotarsi al Nasdaq.

Insomma, laggiù il venture capital crede nella capacità di monetizzare in modi alternativi e creativi una scena in cui la musica è inestricabilmente legata al social networking ed è legalmente ubiqua per utenti che possano accedervi da più piattaforme e strumenti. Questa è la vera buona notizia.

Il mondo musicale in cui viviamo

Ottobre 11th, 2010 in industria musicale by Gianni Sibilla

Volevo linkare questo articolo  nei “Music link del giorno” che metto nella colonna qua a destra. Poi l’ho letto, e questa sequenza di fatti ed eventi dell’ultima settimana mi sembra una fotografia perfetta delle contraddizioni della musica e della sua industria, oggi: divisa tra innovazione e conservatorisimo estremo. Da Digital Music News.

Pandora reached its 65 million registered user, an 8 percent jump since late July.

Vevo finalized an inclusion deal with Google TV.

Creative Commons launched a $550,000 “Superhero” fundraiser.

Issues were hashed, re-hashed and double-dissected at a pair of music conferences this week – the Future of Music Coalition’s Policy Summit (#FMC10) and Digital Music Forum West (#DMFW).   FMC10 notes here, DMFW notes here (right side).

Gene Simmons criticized the music industry for lacking the balls to sue every single file-swapper.  But the discussion soon shifted to some other things major labels would do if they really had the balls

T. Bone Burnett advised artists to “stay completely away from the internet”.

Interscope Geffen A&M revenues are now 70% digital.

NPD Group presented 9 reasons why consumers don’t purchase downloads.  The industry picked-apart and criticized the findings.

Scary stat: The anti-cholesterol drug Lipitor outsold the entire US-based recording industry in 2009.

Oh, and TuneCore CEO Jeff Price blew his lid.

The Echo Nest scored a $7 million funding round.

Aggiungo, a commento della sparata di Gene Simmons (tieni ferma quella dannata linguaccia!), un altro articolo di Digital Music News: 7 Things the Majors Would Do Right Now, If They REALLY Had the Balls…

Sneakernet, la nuova ‘media diet’ e il futuro delle app

Marzo 11th, 2010 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Gli acquirenti di musica (fisica e/o digitale) sono calati di 24 milioni di unità nel biennio 2007-2009 (fonte: NPD Group), numero che sale a 33 milioni se si prende in considerazione la sola voce CD.  Durante lo stesso periodo  la spesa musicale pro-capite è aumentata del 2% complessivo (incremento dovuto in massima parte alla crescita del 52% nella spesa musicale digitale), mentre è diminuito del 6% il numero di download da P2P.

Altri numeri, fonte Nielsen/Soundscan: le vendite musicali U.S.A. in termini di unità sono aumentate in un anno del 2,1% (mentre la crescita tra il 2007 e il 2008 era stata del 10,5%); un incremento digitale a fronte di un crollo fisico. Sul primo fronte, infatti, sono stati venduti 1,16 miliardi di singoli e 76,4 milioni di album (aumenti rispettivi dell’8,3% e del 16,1%).  Sul secondo, si registra l’ormai arcinoto decremento dei CD del 17,4% (imputabile alle novità per il 20,7% e al catalogo per il 14,1%). A margine, si annoti che la forbice in termini di fatturato resta ampiamente negativa, con un grafico che continua da anni a puntare in basso a destra. E poco può l’eroico e risorto vinile (+ 33%, sì, ma di quasi nulla).

Apple ha sfondato la soglia del decimiliardesimo singolo scaricato su iTunes poche settimane dopo avere indicato al mercato un futuro diverso dal ‘pay per’ e simile alla ‘cloud’ (acquisizione di Lala).  Ma quale cloud, però, se Rhapsody è a rischio, Spotify tutti la vogliono ma nessuno la piglia?

Sembrerebbe, quindi, che:

- la scarsa qualità e la musica nella nuvola (leggi accesso via streaming: Pandora, YouTube…) siano i veri avversari di pirateria e sharing

- la fruizione contemporanea sia molto condizionata dalla funzione ’search’, come testimoniano la quota di album digitali rispetto ai singoli brani scaricati a pagamento (i primi sono circa il 6% dei secondi) e la consolidata abitudine al ‘cherry picking’ – scelgo una canzone  per volta, spesso di impulso dopo un ascolto digitale che mi offre un link per un download – e la resurrezione del catalogo.

Ma se il P2P cala e il ‘premium’ non ingrana, deve esserci molto movimento offline: eccomi con il mio HD esterno, scambiamoci i brani. Deja vu. Oggi lo chiamano sneakernet, che bel nome funky.

Ancora più bella, però, l’osservazione di James McQuivey di Forrester Research che – apparentemente ovvia – ha il pregio di collegare  le mutate abitudini di fruizione della musica con la trasformata relazione tra consumatore e media:  ”Oggi chiunque controlli l’accesso reclama la fetta di ricavi più ampia”, dice il Prof puntando il dito su telco e ISP, e porta cifre a supporto: la spesa mensile per contenuti di una famiglia media americana ammonta a $228.54, di cui il 70% se ne va in costi per l’accesso (resta poco per l’acquisto diretto di contenuti). Nel 1975 quella spesa era poco più di un decimo e in quei 29.58 ci stava anche l’acquisto occasionale di un album.

Che scena curiosa. L’ecosistema delle applicazioni ha disintermediato i mobile carrier, svincolando i proprietari di contenuti dal pedaggio che pagavano nei primi anni Duemila per promuoversi, disintegrando la logica dei servizi ‘recintati’ nell’offerta del singolo provider e ponendo quest’ultimo nella posizione di chi rischia di diventare un mero trasportatore di bit.  E l’industria musicale, intanto, si ostina a far passare il business dalla cruna dell’ago, pregando da un lato che la ‘music cloud’ diventi una realtà (con il suo mix di ricavi da pubblicità e da abbonamenti in un regime a buffet), dall’altro parametrando le licenze dei cataloghi alla vecchia logica ‘pay per’, che rende insostenibile l’operazione (almeno per ora).  

E se, invece di farsi accusare di irragionevolezza da chi macina ricavi con la musica gratis decidesse all’improvviso che gli album sono apps?

 

2010 e dintorni, music in the cloud

Ggennaio 18th, 2010 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Con una recessione meno pungente di quella degli ultimi 18 mesi e una fruizione della musica mai così penetrante e diffusa, oltre che profondamente mutata rispetto soltanto all’ultimo lustro, il 2010 e il nuovo decennio presentano all’industria musicale uno scenario interessante e, tante sono le tematiche, le opportunità e le criticità, che verrebbe meglio esprimerlo con i tags.  O quasi.

Certezze: pochissime. Tra queste: i download a pagamento, che spingono la quota di musica digitale prevalere su quella ‘fisica’ entro i prossimi 12 mesi, non compenseranno mai la perdita di ricavi da vendita di supporti fisici.  E allora:

- gli ISP sono convocati d’urgenza: non più convitati di pietra, e/o parassiti della filiera, ma potenziali esattorie (v. normativa sull’equo compenso, SIAE ed affini);

- il modello di business è dettato dal ‘cloud computing’: dal possesso (download ‘a la carte’) all’accesso (streaming, portatilità, apps);

- lo streaming diventa terreno di upselling (tickets, merchandise…) e humus sia per sviluppare nuovi business, sia e  soprattutto per monetizzare le più grandi campagne di marketing che rendono ritorni ancora discutibili (i talent shows).

Convergenza di modelli e funzioni solo temporaneamente separati e distinguibili:  si va verso servizi di offerta digitale globale, dove i brani sono commodities disponibili per tutti e dove il singolo ecosistema di contenuti e editorialità, oltre che il marketing, faranno la differenza. Servizi globali: stream, share, download, lyrics, news, tickets, search, recommend. Un’offerta a 360° nella quale convergono linee di fatturato da advertising, licenza, revenue sharing, e-commerce, e nella quale convergono esperienze e beni diversi.

E non solo Lala e imeem e iLike: una nuova era di M&A pare richiamata da servizi e specializzazioni destinati/e a diventare ingredienti di base (ancora: recommendation, streaming, mobile apps come propellenti e/o corredi di piattaforme/ambienti estese/i dove potere vendere la musica in modi diversi).

Qualche declino? Gli MP3 tenderanno a divenire meno importanti: la maggiore disponibilità di banda larga li rende via via obsoleti.  I lettori musicali migreranno da versioni ‘non connesse’ a device interattivi con le clouds. I “walled garden” dei mobile carrier scompariranno a causa delle apps che li disintermediano, trasformandoli in trasportatori di bit e rendendo autonomi i content owners.  Ma le nuove normative in sede comunitaria hanno anche avvicinato il ruolo dei carrier telefonici a quello delle banche, trasformando i cellulari in potenziali wallet e reintroducendo l’odiato balzello sulle ricariche. E allora le ricariche diventeranno un vecchio-nuovo grande business, anche per la musica (v. tickets…).

Qualche nome, per concludere? Amazon, Apple, BlipFM, Echo Next, Guvera, Jambase, LastFM, Melodeo, MOG, Microsoft, MySpace, Nokia, Pandora, Pledge Music, Project Playlist, Sound Exchange, Shazam, Slacker, Slicethepie, Spotify, TuneWiki, We7, Vevo, Zune…

Music Reporters by Rockol
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