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Part time man of rock

Ggennaio 12th, 2011 in Nuova musica by Gianni Sibilla

C’è un blog che gli appassionati di musica rock americana devono assolutamente leggere. Quello di Bill Janovitz: si definisce “Part time man of rock”, perché adesso fa l’agente immobilare. E la sua vita nel rock è part time, appunto. Lui è stato ed è il leader di una delle più sottovalutate band dell’indie rock americano degli anni ‘90, i Buffalo Tom. Bostoniani, arrivano dalla stessa scena di Pixies e Dinosaur Jr. Da qualche tempo sono di nuovo in pista, e a marzo pubblicheranno “Skins”, il loro ottavo disco

Di quel blog mi è già capitato di parlare tempo fa su Rockol, per una bella iniziativa che si chiama “Cover of the week”, e che è arrivata alla 98° puntata: Janovitz suona una cover acustica a settimana, accetando richieste dai settori. Questa settimana, però, ha spolverato una vera e propria chicca, anzi due: due canzoni registrate dal vivo nel 2000, in cui i suoi Buffalo Tom suonano con Grant Hart.

Chi è Graant Haaart? (Se volete, leggete questa frase un po’ come quel “chi è Taatiaaana?” di quel terribile comico di qualche tempo fa).

Hart è la metà oscura degli Husker Du, band storica del rock indipendente americano degli anni ‘80. Il suo amico-nemico Bob Mould ha sfornato dischi con una certa regolarità (passando dall’Italia l’anno scorso: qua c’è l’intervista). Hart, pur avendo al tempo scritto grandi cose ed avendo fatto un paio di dischi solisti niente male (soprattutto “Intolerance”) invece si è un po’ perso per strada. Una bella descrizione del personaggio  la trovate su Sterogram, ad opera di Emiliano Colasanti, in un post scritto in occasione dei suoi recenti concerti italiani.

A dire la verità, le due canzoni che i Buffalo Tom e Grant Hart fanno assieme (tra cui la grandissima “Never talking to you again”) sono un po’ sbilenche. Machissenefrega: sentire due piccole grandi leggende che cantano assieme è un piacere a prescindere, come direbbe Totò.

Pete Yorn, una promessa mantenuta a metà

Settembre 29th, 2010 in Nuova musica, Recensioni by Gianni Sibilla

(da Rockol)

Anni fa, un amico americano mi disse: segnati questo nome, e scrivine prima degli altri. E’ bravo, e farà strada. Era il 2002 e l’artista in questione era Pete Yorn, di cui andai a recuperarmi subito “Musicforthemorningafter”, il disco d’esordio. Erano i tempi in cui la major lavoravano ancora artisti di questo genere, ed ebbi occasione di intervistarlo e di vederlo dal vivo.

L’amico americano – perdonatemi se mi bullo un po’, ma chi mi conosce ha già capito chi è – era ed è un pezzo grosso del musicbiz di quelle parti. Però la sua profezia si è avverata solo a metà: Pete Yorn è davvero bravo – e questo quinto eponimo disco lo dimostra. Ma non è mai diventato una star, come si poteva supporre al tempo, pensando all’attenzione e dagli appoggi che ebbe – per dire, suo fratello era un importante agente di star hollywoodiane.

Però ha saputo tenere la strada, e l’anno scorso ha pubblicato due dischi, un più bello dell’altro: l’acustico “Back and fourth” e il disco di duetti con Scarlett Johansson , “Break up”, che è riuscito persino nell’impresa di far accettare come cantante l’attrice – che quando aveva fatto il suo disco di cover di Tom Waits aveva prodotto una vera ciofeca.

“Pete Yorn”, in realtà, è stato inciso nel 2008, in soli 5 giorni e dietro c’è quel geniaccio di Frank Black dei Pixies. Che lo ha prodotto, e si sente: chitarre secche, suono essenziale e perfetto. E poi le canzoni: dritte e precise, come l’iniziale “Precious stone”, che rispolverano l’anima elettrica di uno che negli ultimi anni ha fatto – bene, intendiamoci – un po’ troppo il cantautore.

“Pete yorn” è un gran bel disco. Uno di quelli che superano la “prova redazione”: lo metto su a volume alto, e aspetto le reazioni dei miei colleghi, che spesso devono sopportare i miei ascolti. Invece, in questo caso è stato tutto un “bello questo”, “chi è”. E così via. Ascoltatelo, e (ri)scoprite questa mezza promessa mancata.

Immagine anteprima YouTube

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