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Live Report: Skunk Anansie @ PalaArrex, Jesolo (Ve), 21/11/12

Novembre 23rd, 2012 in Reports by Redazione Rockol

L’ultima tappa del tour italiano degli Skunk Anansie si svolge al Pala Arrex di Jesolo, dopo aver infiammato Milano e Roma. Il palazzetto non è sold out, ma il pubblico è comunque molto numeroso e le tribune con i posti a sedere sono quasi al completo, mentre nel parterre ci si riesce a muovere e ad avvicinarsi al palco senza troppi problemi.

Sono circa le 21.30 quando il quartetto inglese entra in scena, prima i musicisti e poi a scatenare il boato ci pensa la cantante Skin che inizia subito a saltare da una parte all’altra cantando e urlando sulle note di “The skank heads”. Il pubblico grida entusiasta e sembra ipnotizzato dall’energia della frontwoman, che durante l’esecuzione di “I believed in you”, tratta dall’ultimo album “Black traffic”, sembra aver confuso lo spettacolo con una lezione di step o aerobica per quanto salta e si muove, senza però mostrare mai un attimo di incertezza o di fiatone nel corso di tutto il brano.

Si sa che Skin è un animale da palcoscenico, ma qui siamo a livelli davvero altissimi. Sembra una ragazzina mentre corre e salta, sorridendo e guardando negli occhi i suoi fans adoranti. La scaletta propone un giusto mix di brani nuovi e del passato ed il primo momento in cui il ritmo cala un po’ è quando giunge l’ora di “I hope you get to meet your hero”, un pezzo lento che mette in mostra ancora di più le doti vocali della pantera inglese. Ma gli Skunk Anansie nascono come gruppo punk e rock e la loro attitudine traspare nuovamente con il pezzo “Twisted (Everyday hurts)”, con il bassista Cass Lewis che si mette a suonare il suo strumento sul a bordo palco, mentre Skin urla a tutti di ballare.

La cantante durante l’esecuzione si avvicina alle transenne e senza pensarci si lancia sugli spettatori che impazziscono e la sorreggono, mentre continua a cantare come se fosse la cosa più normale al mondo, senza sbagliare una nota o un acuto. Non c’è davvero un attimo di respiro e prima con “I’ve had enough” e poi con “My ugly boy”, la leader degli Skunk Anansie esorta il pubblico ad alzarsi in piedi e a saltare. Il Pala Arrex è ormai una polveriera pronta ad esplodere e la miccia giunge a fine corsa quando Ace il chitarrista suona i primi accordi di “Weak”, uno dei pezzi più amati tratto dal disco d’esordio “Paranoid & Sunburnt”. Skin è indemoniata e questa volta non si accontenta di buttarsi sul pubblico, ma si erge in piedi sorretta dagli spettatori entusiasti. Nonostante l’equilibrio stentato continua a cantare, urlare e galvanizzare la folla e prima della fine del brano si lascia cadere sui fans in visibilio. E’ il momento di riprendere fiato, non per Skin, ma per tutti i presenti che sono stati investiti dall’energia positiva degli Skunk Anansie, e non c’è brano migliore di “Hedonism (just because you feel good)”, durante il quale Ace si lascia andare ai suoi assolo di chitarra e Skin raggiunge note alte quanto il tetto del Pala Arrex.

Per la successiva “Our summer kills the sun” viene invitata sul palco per un duetto la moglie del batterista Mark Richarson, la quale dopo un primo momento in cui sembra un po’ timorosa e timida si lascia andare, forse anche lei elettrizzata da Skin che le salta intorno.

Il tempo passa talmente veloce ed intensamente che sembra che qualcuno abbia schiacciato il tasto fast forward, e “I can dream” spinge ancora di più sull’acceleratore per poi arrivare all’intro che scatena una vera e propria ovazione per “Because of you”.

Skin è la regina della serata e la sua voce passa da toni graffianti a vellutati, da quelli bassi a quelli alti con una facilità disarmante. Sembra di ascoltare su disco talmente la voce risulta pulita, ma fortunatamente è un live e quindi c’è molta più adrenalina e cattiveria nell’aria, che raggiungono il momento topico con la fantastica “Charlie big potato”: continui cambi di ritmo e tonalità di Skin, la batteria di Richardson che colpisce senza sosta, il basso di Cass che fa muovere anche senza volerlo e i fendenti elettrici di Ace, non sono in alcun modo descrivibili, bisognava viverli.

E’ il momento di una meritata pausa per i quattro inglesi, ma il pubblico inizia a richiedere a gran voce altre canzoni e quando rientrano, per la prima volta nella serata, si vede Ace sorridere. Skin chiede appoggio ai presenti e li ringrazia per aver speso i soldi del biglietto in un periodo di crisi per vederli dal vivo. La ricompensa è “Secretly”, una delle ballad più note e amate. E’ il momento del finale ed il compito spetta a “Little baby swastikkka”, durante la quale Skin ritorna in mezzo al pubblico e chiede agli spettatori di abbassarsi, ma purtroppo non lo fanno in molti, indispettendo la cantante e gli altri musicisti che interrompono l’esecuzione del brano. Dopo pochi istanti ci riprova, ma anche questa volta pochi si abbassano e si alzano di scatto al suo segnale. Il pubblico sembra non voler perdere neanche un attimo del concerto e quindi rimane tutto in piedi e attento agli spostamenti della frontwoman, che decide ad un certo punto di farsi strada tra la folla e arrivare al mixer. Sale in piedi e saluta gli spettatori sulle tribune e riprova per la terza volta a far abbassare tutti e questa volta finalmente ci riesce. Al suo segnale tutti balzano in piedi come un’onda e Skin dà il colpo di grazia lanciandosi sul pubblico e facendosi riportare al palco passando di mano in mano sopra le teste dei fans. E’ il momento dei saluti e lo spettacolo finisce lasciando dentro una grande energia e tanta grinta.

(Luca Latini)

Live Report: Locanda delle Fate @ Teatro Alfieri, Asti 04/02/12

Ffebbraio 6th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

La musica progressiva continua ad avere un certo fascino dalle nostre parti e non stupisce, che “giovani” sessantenni, salgano in soffitta per recuperare i vecchi strumenti e ritornare in pista, magari dopo un trentennio di inattività.

Questo è un po’ quello che è accaduto alla Locanda delle Fate, band piemontese, che in piena esplosione prog, iniziò a produrre musica di alto livello, al pari di altri gruppi dell’epoca. L’avventura si concretizzò con un Lp “Forse le lucciole non si amano più”, che ottenne un buon successo. Disco che ancora oggi è un vero e proprio “cult” tra i fan del prog giapponese. Quando stanno per finire gli anni ’70, il genere va in crisi e così anche le Fate, decidono di percorrere altre strade, non necessariamente legate alla musica. Tutto rimane in naftalina fino al 2010, quando i ragazzacci si ridestano e tornano con un trionfale concerto in occasione di Asti Musica.

Da quel momento, riparte la storia della band, che diventa protagonista in varie session live, prendendo parte a festival prog. L’appetito, vien mangiando, e così arriva anche il nuovo disco, il secondo della loro storia, “The missing fireflies”.

Proprio per presentare questo lavoro, composto da pezzi storici mai incisi e da un “bootleg” di ottima qualità, registrato in occasione di un concerto, la Locanda ha organizzato lo scorso 4 febbraio un live presso il Teatro Alfieri di Asti.

La sala è gremita, con un pubblico eterogeneo, fatto di tanti storici fan e da nuove generazioni, che hanno scoperto la forza del gruppo. La location regala un valore aggiunto ad un’esibizione di ottima qualità.

Leonardo Sasso alla voce, Luciano Boero al basso, Max Brignolo alla chitarra, Oscar Mazzoglio e Maurizio Muha alle tastiere e Giorgio Gardino alla batteria, hanno dato fondo a tutte le loro energie e gli applausi si sono sprecati.

La scaletta, dopo l’intro, “A volte un istante di quiete”, prosegue con il loro singolo più celebre: “Forse le lucciole non si amano più”. Il suono è tosto e pieno, ottimo il mixaggio. Leonardo Sasso, dopo un po’ di rodaggio si scalda e l’esibizione entra nel vivo. Via via vengono snocciolati i brani, intervallati dalle parole di presentazione di quanto stanno proponendo. Ci vuole circa un’ora per arrivare a “Crescendo”, primo estratto del nuovo disco. Il pezzo è tosto. Sebbene abbia 30 anni, graffia e convince, così come piace tutta la setlist che segue.

Da segnalare “Homo Homini Lupus”, altra chicca della Locanda, il cui testo è scritto in latino. Sasso, con la sua grande presenza scenica, si presenta con una maschera da Lucifero, quasi a spiegare cosa vogliano dire le parole che sta interpretando.

Siamo agli sgoccioli del concerto, ma c’è ancora lo spazio per altre soprese. Innanzi tutto arriva un “R.I.P”, che la band dedica al Banco del Mutuo Soccorso e a tutto il movimento prog italiano. Poi, per il bis arriva il brano che la Locanda ha inciso per l’allora “major” Polydor: il medley “New York-Nove Lune”. L’ultimo regalo è l’ennesima poesia di Alberto Gaviglio, “Vendesi Saggezza”. Il pubblico torna a casa entusiasta, le “fate” si preparano per un volo transcontinentale. Saranno a Tokyo con il loro prog, insieme ai Pooh e alla Formula Tre, giusto per testimoniare come nella terra dei samurai, Italians do it better.

(Vincenzo Nicolello)

Setlist:

A volte un istante di quiete

Forse le lucciole non si amano più

Profumo di colla bianca

La fine

Sogno di Estunno

Crescendo

Sequenza circolare/La giostra

Cercando un nuovo confine

Non chiudere a chiave le stelle

Homo homini lupus

R.I.P.

New York/Nove lune

Vendesi saggezza

Live Report: Modà @ Forum, Assago (Mi) 03/10/11

Ottobre 4th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Non si capisce se la tensione sul volto di Kekko sia perché da lì a poco salirà sul palco di un Forum di Assago tutto esaurito, o perché ancora non ci crede e non sa che cosa sta per accadergli. Forse non c’entra la tensione, forse starà leggendo queste parole e dirà “Ma chi, io?”, forse è solo così, serio di suo, concentrato, tutto qui.
Di fatto c’è che lunedì sera a Milano i Modà hanno cantato e suonato davanti a undici mila e passa persone completamente in delirio per loro. Davanti, come di regola, le ragazzine con mille cose da lanciare sul palco ai loro beniamini; dietro, coppie giovani e meno giovani, famiglie con papà che tenevano sulle spalle le figlie di sette anni, signore non proprio di primo pelo, e una miriade di ragazzi sui trenta-trentacinque anni. Qualcuno dice che il pubblico dei Modà non è abituato ad andare ai concerti, come se per andare a sentire musica dal vivo aspettasse solo una data del gruppo milanese. Sta di fatto che tra i fan ce ne è di ogni tipo, e alcune persone che ho attraversato con lo sguardo lunedì sera potevano essere al concerto dei Modà come a un concerto dei Subsonica o dei Muse. Giuro.
Tant’è. Il concerto comincia, la band sa come ammaliare i fan e sui cinque mega schermi montati sullo sfondo appare un video con Kekko e compagnia bella che camminano, uno accanto all’altro. Una presentazione con colpi di pistola, fotografia e musiche westerniane e atmosfere in stlile “Il buono, il brutto, il cattivo”. Quando tocca alla faccia di Kekko prendere il primo piano degli schermi, con il sottotitolo di “The voice”, il Forum esplode letteralmente e la band sale sul palco. Il concerto parte con “Vittima” tratto dall’ultimo album di inediti “Viva i Romantici”, seguita da “Meschina”, presa da “Sala d’attesa” del 2008: la voce di Kekko c’è eccome, ma i suoni inizialmente sono un po’ troppo alti per permettere un’esecuzione pulita dei brani. Il cantante si gode fin da subito i suoi fan, correndo in avanti a braccia aperte come per prendersi tutti quegli undici mila presenti. “Ti amo veramente” spiazza tutti e dimostra la sua potenza da brano pop melodico, mentre su “Come un pittore” il pubblico non si perde una parola e quasi canta sopra la voce del cantante. Si ha come l’impressione che la gente non sia lì tanto per le le canzoni che cantano e che i Modà hanno scritto, quanto perché quelle canzoni e quelle parole vengono pronunciate da Kekko.
“Ciao Milanooooooo”, urla il leader della band, “Non sapete da quanto tempo volevo dirlo”, dice, quasi commosso, intervallando ogni singola parola da un respiro profondo.
Come un treno arrivano le canzoni successive, “Urlo e non mi senti” portata al successo da Alessandra Amoroso (“L’ho scritta per un’altra cantante, ma ci piace così tanto che vogliamo cantarla anche noi”), “Malinconico a metà” e “Nuvole di rock”, uno dei primi successi della band: “Volevo dirvi di continuare a credere nei vostri sogni, qualunque essi siano”, dice Kekko inginocchiandosi in solitaria tra una decina di peluche.
Il live è ancora lungo, e tra brani che fanno saltare tutti come “La notte”, e altri che fanno cantare come “Tutto e niente”, c’è spazio anche per un momento di raccoglimento durante il quale Kekko dedica il brano inedito “Anche stasera” ad un amico scomparso di recente (con tanto di fotografie giganti del ragazzo apparse sui cinque schermi dietro la band: che nessuno me ne voglia, non è mia intenzione mancare di rispetto a nessuno, ma ho trovato personalmente eccessivo la proiezione delle fotografie dell’amico morto, fotografie che, ovviamente, hanno fatto commuovere tutto il pubblico).
Il madley rock incendia la folla, specie su brani più datati come “Uomo diverso”, mentre “Salvami”, nuovo singolo estratto da “Viva i Romantici”, fa cantare tutto il pubblico insieme ad “Arriverà”, canzone arrivata seconda al Festival di Sanremo dove i Modà si sono presentati accompagnati da Emma Marrone (accoppiata perfetta come il brano, potente e melodico al punto giusto). Su “Tappeto di fragole” Kekko prende per mano una bellissima ragazza dal pubblico e la fa sdraiare accanto a lui, la testa appoggiata ad un cuscino, con il cameraman che li riprende dall’altro e proietta le immagini sui maxi schermi: la ragazza, visibilmente incredula, inebetita ed emozionata, fa mangiare unghie, mani e gomiti a la maggior parte delle teen ager (ma non solo, credetemi) presenti in sala.
C’è ancora il tempo per qualche canzone tratta da “Viva i Romantici” e dall’album “Quello che non ti ho detto” del 2006 (suggestiva “Mia”, fatta prima di abbandonare il palco: la prima volta che la sentii risale a dieci anni fa, in macchia, per via di un conoscente che aveva la musicassetta di questo suo amico, tale Kekko…) e un ultimo madley, questa volta acustico.
La band torna sul palco del Forum per due ultime canzoni: “La notte” (già eseguita a metà concerto) e il brano che dà il titolo al loro ultimo disco, “Viva i Romantici”. I Modà salutano il loro il pubblico e tornano dietro le quinte.
Si possono dire soddisfatti i cinque ragazzi che lunedì hanno affrontato il palazzetto di Assago: l’esecuzione dei brani, tra assoli di chitarra riservati prima a Diego Arrigoni poi ad Enrico Zapparoli, è ben riuscita e la voce di Kekko, che a tratti, rosso in volto, sembrava al punto di scoppiare, a retto bene note alte e cambi di tonalità.
Non so ancora, sinceramente, cosa pensare dei Modà: Kekko sembra dare l’impressione di crederci veramente tanto, e dopo anni di gavetta, cinque album pubblicati e repentini cambi di casa discografica (New Music, Carosello…) sembra aver trovato quasi la serenità artistica per poter fare bene e sembra totalmente intenzionato a non fare passi falsi. Staremo a vedere come reggerà la giostra della musica, che prima sale, poi scende, poi risale e così via…

(Daniela Calvi)

Live Report: Agnes Obel @ Teatro Blu, Milano 20/05/11

Maggio 23rd, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Agnes Obel fa il suo esordio il quattro ottobre 2010 con l’album “Philarmonics”, passato quasi inosservato in Italia, ma non all’estero, dove nel giro di pochi mesi diventa doppio disco di platino. Chi è Agnes Obel? Danese di Copenaghen trapiantata a Berlino, classe 1980, pianista figlia di musicisti, amante di Jan Johansson e cresciuta a pane, Bartók e Chopin. La conoscono tutti: sul gradino più alto del podio nelle classifiche di Danimarca e Belgio, ottava in Francia, “Just so” scelta per fare da colonna sonora in uno spot della Deutsche Telekom e “Riverside” che compare nella settima stagione di Grey’s Anatomy. Compone, suona, produce e registra tutto da sola. Saranno contenti alla Pias: per loro “Philarmonics” ha ottenuto grandissimi risultati con il minimo sforzo. L’occasione per recuperare il tempo perso c’è data dal primo passaggio ufficiale di Agnes nel nostro paese. La location è il Teatro Blu di via Cagliero a Milano: duecento posti circa, riempiti quasi interamente da una platea di appassionati e da qualche curioso attirato probabilmente più dal prezzo (dieci euro) che dal menù. Agnes sale sul palco intorno alle nove e quaranta, accompagnata solamente da un’altra musicista al violoncello. Timida, riservata, dolce. Spazio immediatamente alla musica: all’apertura strumentale “Falling, catching” seguono la titletrack “Philarmonics”, “Beast” e il singolo “Just so”, uno dei pezzi più conosciuti del repertorio della Obel, accolto con una piccola ovazione e salutato con un entusiasmo contagioso che sembra scioglierla definitivamente. “Louretta”, “Brother Sparrow”, un pezzo nuovo introdotto come “New song” (ma che gira in rete col titolo “Fuel to fire”), le cover di John Cale “Close watch” (“I keep a close watch” in originale) e “Katie cruel” (pezzo folk tradizionale), “Wallflower” e la spettacolare “Sons & Daughters” (a mio avviso il pezzo migliore della serata, parzialmente riarrangiato e tirato all’inverosimile nel finale), costituiscono il corpo centrale del live. Atmosfera delicatissima, un silenzio quasi assoluto in sala rotto solamente dal pianoforte, dagli applausi sempre più corposi e dalla voce in punta di piedi della Obel che introduce quasi tutti i pezzi con qualche parola in un inglese fortemente accentato e poco altro: “Questa mattina ero a Berlino per avere il visto per gli Stati Uniti, oggi pomeriggio a Francoforte e stasera a Milano. Una giornata davvero infernale. Non mi sarei mai aspettata che potesse finire così. Grazie davvero”. Nessuna filippica sul cibo o sul tempo, nessuna dichiarazione di circostanza, solo tanti grazie e un sorriso sincero che vale oro. In conclusione di set arrivano “Riverside” (ottima), “Over the hill” e “On powdered ground” che manda la Obel nel backstage del teatro. Un solo pezzo al rientro: “Smoke & Mirrors” chiude la serata dopo circa un’oretta e venti. Non è però finita qui. Sull’onda dell’entusiasmo, “costretta” da un diluvio di applausi, Agnes torna nuovamente sul palco quasi per scusarsi: “Abbiamo suonato tutto quello che potevamo suonare, non abbiamo più niente… Grazie davvero, è stato bellissimo”. Le luci si accendono e la serata si chiude, questa volta definitivamente. Poco da aggiungere: è stato davvero molto bello anche per noi. La migliore risposta possibile a chi ancora si chiedeva: “Ma chi è Agnes Obel?”.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Falling, catching”

“Philarmonics”

“Beast”

“Just so”

“Louretta”

“Brother Sparrow”

“New song” (Fuel to fire)

“Close watch” (John Cale)

“Katie cruel”

“Wallflower”

“Sons & Daughters”

“Riverside”

“Over the hill”

“On powdered ground”

“Smoke & Mirrors”

Alcune cose che mi piacciono del disco dei R.E.M.

Marzo 8th, 2011 in Nuova musica, Recensioni by Gianni Sibilla

Ho aspettato un po’ a scrivere un po’  in maniera compiuta del disco dei R.E.M., a parte le piccole cose che si dicono cazzeggiando sui social network.

Alla fine, la montagna ha partorito il topolino:  su Rockol c’è la mia recensione “seria”. Qua mi accingo a raccogliere qualche appunto più da fan.

In generale, mi piace soprattutto che i R.E.M. continuino a fare la loro musica con grande stile e dignità, con ottimi risultati, senza proclami di voler cambiare il mondo e senza quella sicumera arrogante che vedo in tante altre band, giovani e storiche. Per il resto: ecco, in ordine sparso le cose che mi sono piaciute di più e quelle che mi sono piaciute di meno:

  • Le chitarre di “Discoverer”: adoro quel suono, Peter Buck è un genio quando ha quelle idee, e lì e al suo meglio.
  • La voce di Patti Smith su “Blue”: quando ho ascoltato il disco per la prima volta alla casa discografica, un mese fa, non mi ricordavo che c’era la Zia Patti. Ho fatto un salto sulla sedia, quando lei entra cantando “Cinderella boy, you lost your shoe” e sotto c’è la voce di Stipe in loop. Mi vengono i brividi ogni volta che risento quel passaggio.
  • Il “reprise” di “Discoverer” che arriva dopo la fine di “Blue”: una delle tante raffinatezze del disco (come quella di mettere i testi delle canzoni, ma non dello spoken word di “Blue”. Meglio il mistero…)
  • A proposito di finezze: “Just that little bit of finesse/might have made a little less mess”. La trovo una rima meravigliosa, un tocco di classe.
  • Il titolo del disco: mi piace l’idea di prendere una legge fisica – quella del collasso gravitazionale, con cui ogni cosa si forma nell’universo, dalle stelle in giù – e umanizzarla applicandola alla quotidianità.
  • La grafica del packaging e il packaging in generale: come ogni disco dei R.E.M., è un bell’oggetto fisico.
  • Il video di “Uberlin”: ne ho letto molto male in giro, ma lo trovo geniale: dimostra che i R.E.M. con quel mezzo ci sanno ancora fare, inventandosi cose nuove e non banali
  • Il crescendo di “It happened today”.
  • Il bouzoki di “Me, Marlon Brando, Marlon Brando and I”
  • La grazia e la delicatezza di “Everyday is yours to win”
  • Le note di Jacknife Lee, canzone per canzone, che ci sono nella “deluxe edition” su iTunes
  • Le versioni “live in studio” sempre sulla deluxe edition e nei vari video diffusi in rete. Dimostrano che sarebbe stato un disco fantastico dal vivo…

Cosa non mi piace tanto:

  • Le troppe anticipazioni, che hanno un po’ rovinato l’attesa. Ne ho già scritto, e ne ho parlato con Bertis Downs, il manager della band, che me le ha spiegate
  • La presenza della band in copertina: è solo la seconda volta che capita (l’altra era “Around the sun”), e toglie un po’ di quel mistero che ha sempre fatto parte dell’immagine dei R.E.M.
  • Non sempre mi piace  la produzione di Jacknife Lee: il suono è troppo compresso in diversi momenti. Preferirei un po’ più di dinamica, renderebbe meno cupo il suono.
  • La mancanza di Bill Berry, secondo me, continua a farsi sentire un po’. Bill Rieflin è bravo, più di Joel Waronker. Ma la batteria di Berry, le sue armonie erano un’altra cosa.
  • Non mi piace, ovviamente, che i R.E.M. non vadano in tour. Li capisco, hanno fatto moltissima promozione e moltissimi concerti – almeno per i loro standard – per gli ultimi dischi. Però neanche un concertino, dai?
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Le Noise, il film

Ottobre 1st, 2010 in Nuova musica, Recensioni, YouTube by Gianni Sibilla

Era tempo che un disco non divideva in due pubblico e “critica” come sta succedendo per “Le noise”, di Neil Young. C’è chi lo sta massacrando, soprattutto oltreoceano, e chi lo ama.

Nella prima categoria, qua c’è la recensione della Associated Press (pretenzioso, funziona meglio sulla carta che in realtà, dicono). E qua c’è una bella recensione di Stereogram: bella nel senso che è scritta molto bene ed è molto informata, ma non sono d’accordo con le conclusioni che trae da quelle premesse, ovvero che Young suona stanco. Poi c’è questa recensione di Rolling Stone di David Fricke, molto equilibrata.

Io continuo a pensare che “Le noise” sia un gran disco. Però quando l’ho messo sullo stereo in casa, dal CD, al primo “Thang” di chitarra il mio cane si è alzato dalla cuccia ed è venuto a guardarmi con disapprovazione…

Sia quel che sia, da ieri c’è in rete il film di “Le Noise”: tutte le canzoni sono state riprese in bianco e nero, in alta definizione, e vale la pena vederlo. Non è come ascoltarlo su CD, ma insomma.

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Pete Yorn, una promessa mantenuta a metà

Settembre 29th, 2010 in Nuova musica, Recensioni by Gianni Sibilla

(da Rockol)

Anni fa, un amico americano mi disse: segnati questo nome, e scrivine prima degli altri. E’ bravo, e farà strada. Era il 2002 e l’artista in questione era Pete Yorn, di cui andai a recuperarmi subito “Musicforthemorningafter”, il disco d’esordio. Erano i tempi in cui la major lavoravano ancora artisti di questo genere, ed ebbi occasione di intervistarlo e di vederlo dal vivo.

L’amico americano – perdonatemi se mi bullo un po’, ma chi mi conosce ha già capito chi è – era ed è un pezzo grosso del musicbiz di quelle parti. Però la sua profezia si è avverata solo a metà: Pete Yorn è davvero bravo – e questo quinto eponimo disco lo dimostra. Ma non è mai diventato una star, come si poteva supporre al tempo, pensando all’attenzione e dagli appoggi che ebbe – per dire, suo fratello era un importante agente di star hollywoodiane.

Però ha saputo tenere la strada, e l’anno scorso ha pubblicato due dischi, un più bello dell’altro: l’acustico “Back and fourth” e il disco di duetti con Scarlett Johansson , “Break up”, che è riuscito persino nell’impresa di far accettare come cantante l’attrice – che quando aveva fatto il suo disco di cover di Tom Waits aveva prodotto una vera ciofeca.

“Pete Yorn”, in realtà, è stato inciso nel 2008, in soli 5 giorni e dietro c’è quel geniaccio di Frank Black dei Pixies. Che lo ha prodotto, e si sente: chitarre secche, suono essenziale e perfetto. E poi le canzoni: dritte e precise, come l’iniziale “Precious stone”, che rispolverano l’anima elettrica di uno che negli ultimi anni ha fatto – bene, intendiamoci – un po’ troppo il cantautore.

“Pete yorn” è un gran bel disco. Uno di quelli che superano la “prova redazione”: lo metto su a volume alto, e aspetto le reazioni dei miei colleghi, che spesso devono sopportare i miei ascolti. Invece, in questo caso è stato tutto un “bello questo”, “chi è”. E così via. Ascoltatelo, e (ri)scoprite questa mezza promessa mancata.

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Viva Le Noise – il nuovo capolavoro di Neil Young

Settembre 22nd, 2010 in Nuova musica, Recensioni by Gianni Sibilla

E’ in rete, in streaming sul sito della NPR, il nuovo disco di Neil Young. Non metto il link perché è un disco che va ascoltato su CD. Qua sotto, nella recensione scritta per Rockol, spiego perché:

Neil Young è un genio. E lo è Daniel Lanois. E capita che grandi due teste pensanti facciano musica assieme, ma non è per niente scontato che il risultato sia maggiore della somma delle parti, come dovrebbe essere in teoria.

Invece, per “Le noise” il miracolo della musica si avvera: Neil Young prodotto da Daniel Lanois.Il suono e le canzoni di Young ci sono e sono riconoscbili. La produzione stratificata di Lanois, pure. Ma c’è molto di più. C’è un grande artista che a 65 anni suonati si rimette in gioco su più fronti.

Young ha un passato da luddista antitecnologico: ricordate i dischi degli anni ’70 – su tutti “On the beach” – mai pubblicati in CD, come protesta al freddo digitale? “Le noise” è un disco antitecnologico, ma in un altro modo: è la miglior sfida all’iPod che possiate trovare in giro. Fin dal titolo, che ammicca al cognome del produttore, ma che in realtà allude agli strati e strati di suono, agli effetti e colori con cui sono trattati le voci e le chitarre elettriche che sono spesso gli unici elementi delle canzoni. Tutto per gentile concessione dell’altro canadese, Lanois. E tutto difficile da ascoltare con le cuffiette bianche, rippato e compresso in mp3. Certo che lo potete fare, ma vi perdete tutto il divertimento, a partire dal riverbero sull’iniziale “Walk with me”, al suono delle corde metaliche di un’acustica su “Love and war”, o i paesaggi sonori di “Angry world”, con la voce di Young messa in eco in sottofondo. Ascoltato a bassa definizione, questo disco perde la sua profondità.

Poi, siccome Young è Young – per dire, uno che da qualche tempo si è messo a scrivere sulla sua bacheca su Facebook – il disco esce in una versione iper-tecnologica in Blu-ray, e ci sarà anche un’App per iPhone e iPad con una versione interattiva e “aumentata” del disco. Giusto che non si dica che lui, che fino a qualche tempo fa prendeva in giro la mela con le cuffie, non vede il mondo che cambia. Solo che lo usa a modo suo, senza farsi usare.

Ma sono dettagli, perché il vero centro di tutto è la musica. Ricordate quandoPaul-Simon lavorò con Brian-Eno? Ne venne fuori un disco due identità sonore sovrapposte, che non si toccavano mai, rimanendo distanti. Invece, in “Le noise”, Lanois è riuscito a prendere il suono di Neil Young, il suo modo di scrivere canzoni e interpretandolo, dandogli nuovi vestiti senza snaturarlo. Young, da par suo, ha fatto un disco per voce e chitarre elettriche, con canzoni forti, dalle parole caustiche (come in “Angry world”: “Certa gente vede il mondo come un business plan”), o riflessive sul proprio passato (“Hitchiker”). Insomma, l’avrete capito: un piccolo grande gioello, una lezione. Fatevi un favore: non scaricate questo disco, compratelo in CD e ascoltatelo su un buono stereo, o con un buon paio di cuffie.

(Gianni Sibilla)

TRACKLIST

“Walk with me”

“Sign of love”

“Rescue Me”

“Love and war”

“Angry world”

“Hitchhiker”

“Peaceful Valley Blvd.”

“Rumblin’”

Indie-karaoke con gli Arcade Fire

Agosto 23rd, 2010 in Nuova musica by Gianni Sibilla

Degli Arcade Fire si sta parlando molto, giustamente. Ma c’è una cosa di cui quasi nessuno ha parlato: se comprate “The suburbs” sul loro sito, ricevete anche una strana versione digitale fatta di  canzoni in file mp4, con “Syncronized artwork”.
Funziona così: se li riproducete su iTunes o su un iPod, iPhone etc, al posto della copertina statica, vedete una sequenza di immagini, che vi mostrano i testi e vanno a ritmo. Toccando sul titolo della canzone si apre il browser con link a siti i cui temi sono collegati alla canzone.

Il risultato è una via di mezzo tra un karaoke portatile e uno slideshow di powerpoint: un’idea semplice e originale, ma anche  un po’ kitsch. Figlia di quelle vocazioni “artistiche” tipiche di molte band che arrivano dall’indie.
Dopo il salto c’è un pezzettino di “Rococo”, per farvi capire come funziona il tutto, anche se più che youtube dovete immaginarvelo su un iPod, dove fa la sua bella figura.

Ah, già; poi c’è la questione che ha reso gli Arcade Fire uno dei gruppi più chiacchierati delle ultime settimane: sono andati al numero 1 delle classifiche americane e di mezzo mondo . “Arcade Fire hitting #1 is exactly like when Nirvana hit #1. Except underground music fans were happy for Nirvana”, ha notato su Twitter Chris Weingarten.

Vero,  molti indie snob non possono sopportare l’idea che una “loro” band sia in cima alle classifiche, vicina agli Avenged Sevenfold e a Lady Gaga.
Però il paragone con i Nirvana è un po’ azzardato. E’ successo in modo molto  più semplice: “The suburbs” è uscito in una settimana di calma assoluta, quella del 2 agosto. Ha venduto, in America, circa 156.000 copie nei primi sette giorni. Ottimo risultato. Ma di quelle copie 97.000 erano in digitale, molte delle quali grazie ad Amazon, che offriva il disco a 4 dollari.
Deprezzamento – e svalutazione – della musica? Sicuramente. Marketing intelligente della Merge, la loro etichetta? Certo.

Il trucco è vecchio come il mondo della discografia: fare tutto per mandare la band ai piani alti delle classifiche la prima settimana, per far sì che dopo se ne parli il più possibile.
Gli Arcade Fire -saranno pure indie, ma non sono mica scemi.

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Ps: a scanso di equivoci, il disco è bello, e sono contento che siano andati in cima alle classifiche. Che non mi si dica che sono un indie snob, non potrei più guardarmi allo specchio…

Celebrated Summer mixtape

Agosto 10th, 2010 in Nuova musica, concerti by Gianni Sibilla

Mixtape, playlist, consigli per l’ascolto o per gli acquisti. Chiamatela come volete: è semplicemente una lista di un po’ di buone canzoni da portarsi in vacanza: il titolo di ogni canzone è un linkato ad un video youtube per ascoltare/vedere.

Buona estate!

1. Prince, Little Red Corvette:

Per molti l’evento dell’estate è stato il concerto degli U2. Grande, per carità. Ma per me è stato  il concerto di Prince a Nizza. Una  canzone da riscoprire, nella versione lenta, come l’ha suonata in costa azzurra. Dopo il salto, c’è un fantastico video di quel concerto: 2 minuti di “Purple rain” (buttali via) e questa canzone per intero: spettacolare.

2. Prince & Tom Petty, While My Guitar Gently Weeps

Una chicca mai pubblicata ufficialmente, venne suonata qualche anno fa ad uno show TV come tributo allo scomparso George Harrison, assieme a Jeff Lynne (ELO) e al figlio Dhani. Guardatevi tutto il video, anche questo dopo il salto: Prince entra alla fine con la chitarra, e sembra quasi indispettito da Petty che ripete il refrain, così ogni volta alza il livello di spettacolarità dell’assolo per riprendersi la scena.

3. Husker Du, Makes No Sense At all

4. Replacements, Alex Chilton

Una delle letture consigliate per l’estate è “American Indie”, di Michael Azzerad (Arcana) un libro che racconta le storie delle band che hanno ridefinito il rock americano negli anni ’80; tra queste le due glorie di Minneapolis, che non è solo la città di Prince, ma quella di  Husker Du e Replacements.

5. Mark Kozelek, Celebrated Summer

Ecco una bella cover degli Husker Du, fatta da uno che solitamente prende le canzoni più improbabili e le snatura, le rende eteree: “Celebrated summer” la potete scaricare  anche da Take The Song And Run. Kozelek è da ascoltare a prescindere, nelle sue varie incarnazioni: Red House Painters, solista, Sun Kil Moon, di cui è appena uscito il nuovo album “Admiral fell promises”.

6. Marc Cohn, The Letter

Quest’anno se n’è andato proprio quell’Alex Chilton che cantavano i Replacements, padre del power-pop con i Big Star… “The Letter” è la sua canzone più famosa, incisa con i Box Tops, poi ripresa da Joe Cocker. Marc Cohn – quello di “Walking in Memphis” – la riprende in “Listening booth”, disco di cover appena uscito. Un po’ troppo soft-rock rispetto alle sue cose solite, ma ha sempre una gran voce e questa è una gran canzone.

7. Band Of Horses, Laredo

Poche palle, la canzone più bella degli ultimi mesi, tra Neil Young, R.E.M. e rock indipendente. I Pearl Jam hanno fatto bene a portarseli appresso in tour, ma stanno già camminando con le loro gambe, eccome.

8. My Morning Jacket, One Big Holiday

I Band Of Horses  ricordano molto anche i MMJ: ecco una loro canzone dal titolo a tema estivo, che sentiì per la prima volta in apertura di un concerto dei Pearl Jam, a Milano nel 2006: una delle performance live più intense a cui abbia assisitito negli ultimi anni. Da ascoltre nella versione live pubblicata su “Okonokos”.

9. Gaslight Anthem, The Queen of Lower Chelsea

L’anima tradizionalista del rock indipendente è un’altra band devastante dal vivo, IL rock americano in questo momento. Sono a Brescia il 18 agosto.

10. Arcade Fire, Suburban War

Il nuovo disco, “The suburbs”, non fa i fuochi d’artificio come “Neon bible”, ma è un disco comunque più maturo. Un altro gioiello della band che meglio unice l’epicità  del rock americano classico lo spirito “art” dell’indie contemporaneo.

11. National, Afraid Of Everyone

Assieme agli Arcade Fire, uno dei concerti più attesi rientro dalle vacanze: per i primi basta aspettare fino al 2 settembre, per i National bisogna attendere fino a novembre.

12. Tired Pony, Dead American Writers

Un gran bel disco, e non solo perché di mezzo c’è quella vecchia volpe di Peter Buck dei R.E.M….

13. The Coral, Roving Jewel

Se ne parla molto, di questo nuovo disco dei Coral, “Butterfly house”. Alla lunga lo trovo molto, troppo british, soprattutto nel cantanto. Siamo al limite del plagio dei Byrds, ma fatto bene…

14. Calexico, All Systems Red

Joey Burns e soci regalano un disco dal vivo in MP3. Cosa aspettate?

15. Los Lobos, Burn It Down

Trovate voi un gruppo che riesca a rimanere nella stessa formazione da 35 e passa anni e che produca ancora dischi del livello di “Tin can trust”, appena uscito.

16. Black Crowes, Wiser Time

Se ne vanno in pausa per un po’, ma prima regalano un gioiello, “Croweology” un doppio CD acustico con le loro miglior canzoni rivisitate. Qua ci sono 9 minuti di pura poesia

17. Ray LaMontagne, RepoMan

Ha in uscita un nuovo album, “God willin & the creek don’t rise”: un altro piccolo gioiello di folk rock, cantato con una voce calda come una giornata in campagna al sole.

18.John Mellencamp, Save some time to dream

In un impeto di luddismo, il nuovo disco “No better than this” lo ha inciso in vecchie stanze storiche e polverose con strumentazione d’annata. Suona polveroso, vecchio, ma cazzo se suona bene…

19. Tom Petty, Don’t Pull Me Over

Che ci si può fare se alcuni dei dischi migliori degli ultimi tempi sono stati incisi tra cantanti over 50-round 60? Vedi alla voce Tom Petty, che in “Mojo” trova il tempo di divertirsi pure con il reggae.

20. Sheryl Crow, Summer Day

A me Sheryl Crow sembra sempre indecisa tra il fare la Jennifer Lopez del rock e fare musica sul serio. Il nuovo disco è dedicato alla Stax Records e ha dei buoni momenti. Canzone estiva per chiudere, diciamo.

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