Le label del futuro, tra Jack White e Tunecore, tra A&R e Piattaforma
Aprile 26th, 2010 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo
Innovazione, fallimenti e fusioni sono tipici dei periodi di discontinuità e trasformazione. Nel caso dell’industria musicale, impegnata a ricostruirsi un modello di business, il bicchiere può apparire mezzo pieno se si guarda alla qualità e alla quantità di risorse che la crisi, come era prevedibile, sta finalmente liberando. Mentre la discografia tradizionale gestisce una dolorosa fase di ristrutturazione, dallo smisurato villaggio indie giungono idee, proposte, iniziative e tentativi.
Definiamo ristrutturazione. Accorpamenti, licenziamenti, valorizzazione del catalogo, sfoltimento del roster.
Definiamo indie. Indipendente, non major, non mainstream. Per estensione: unsigned, emergente, fai da te.
Nel 2010 la musica indie e la tecnologia indie, da direzioni opposte e con obiettivi diversi, stanno gradualmente definendo un nuovo ambiente di sviluppo della musica, in cui la creazione artistica prima e il prodotto poi nascono e fluiscono in senso moderno e coerente con il loro tempo. Come due galassie originate dal big bang tecnologico che ha spianato le vecchie barriere all’ingresso, i mondi paralleli della Piattaforma e dell’A&R segnano gli antipodi di un universo che potrebbe essere il prossimo.
La genesi della Piattaforma si può far risalire ai vagiti dei primi, mitici hacker (non ‘cracker’) che, dal MIT e dalla Silicon Valley, tra gli anni Sessanta e Settanta gettarono le basi della rivoluzione tecnologica, trasformandosi da ‘geek’ a eroi e cambiando per sempre il nostro mondo, con effetti visibili ai più dagli anni Ottanta in poi. L’humus della Piattaforma, invece, è il codice aperto, da cui deriva la via partecipativa allo sviluppo che genera un esercito sempre più folto di piccoli inventori trasversale alle latitudini che, a sua volta, produce ogni giorno una pletora di mezzi, strumenti e applicazioni, molte delle quali riguardano la musica (che, come è noto, è la punta di diamante della sperimentazione digitale dei media da che internet esiste) e si aprono un varco laddove una volta sorgevano barriere all’ingresso erette all’insegna delle economie di scala e dalla massa critica minima. Dove, di preciso? Nella discografia, per esempio. Ne è un fulgido esempio TuneCore, oggi forse il benchmark per antonomasia della moderna label digitale: un’architettura, un sistema – una piattaforma - accessibile a chiunque, modulare, dove produrre, distribuire, vendere, mixare, confezionare, promuovere la propria musica, con infiniti plugin per diffonderla in modo virale, con applicazioni native per propagandarla sul mobile, con variabili per declinarla su più formati e supporti. E, al pari di TuneCore, vanno affermandosi anche altri esempi: è il caso dell’altrettanto americana ReverbNation o della recente e italiana Sounday.
Le origini del pianeta A&R, invece, sono ben più remote. (Definiamo A&R: artists & repertoire, alla lettera; scoperta e ‘talent scouting’, in senso pratico). Risalgono all’intuito di impresari di menestrelli o, saltando in avanti fino al secolo scorso, al genio di discografici ante-litteram, come Sam Phillips, o di artisti con velleità discografiche, come i Beatles o Caterina Caselli per citarne giusto due. Ai mesi nostri, alcuni dei nomi che più facilmente vengono in mente sono quelli di Jack White (Third Man Records) o dei Kings Of Leon (Serpents And Snakes), ovvero di una categoria di superstar più nello status (perchè sono sì celeberrimi ma, soprattutto, sono rispettati e celebrati) che nella dimensione e nella disponibilità economica (la loro è ancora distante milioni di euro e di copie da quella di chi, solo pochi anni fa, osava cimentarsi nella fondazione di una etichetta: Madonna, Mariah Carey, Noel Gallaghera/Oasis etc). Esponenti di un underground con una matrice rock ma trasversali a generi e sotto-generi. Per certi versi, musicisti capaci di patrocinare i propri pari, di garantire sul talento di colleghi non noti, di mettere il proprio gusto a disposizione del pubblico.
Crollate le barriere degli esorbitanti costi di produzione e di distribuzione, prolifera l’idea della Piattaforma. Sfoltiti i roster delle major per manifesta impossibilità di coltivarli, ecco il ’seeding’ degli artisti per gli artisti, ecco l’A&R di marca, uguale a sè stesso nei secoli ma, oggi, capace di passare dalla teoria alla pratica anche con risorse limitate e di ripristinare l’unico collo di bottiglia che ha senso: il talento.
Le nuove label digitali saranno tali quando nasceranno intorno a effettive competenze sullo scouting e quando la Piattaforma sarà diventata trasparente, trasformatasi da know-how a commodity, uno strumento assolutamente necessario e irrinunciabile ma solo un braccio per la mente di un A&R agilissimo e qualificato. Le nuove label digitali saranno un ibrido tra etichette e media, così come i siti sono già da qualche anno un mix tra testate e e-commerce. Ma un ibrido confortevole, organico e coerente, non più la acerba somma di componenti disgiunte che è oggi. C’è una distanza da coprire, lunga come il MySpace attuale (un enorme database incapace di distillare e promuovere opportunità) ma su cui in questo secondo stanno lavorando in migliaia e, da un antipodo all’altro, si colgono i primi entusiasmanti segnali.
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