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The Decemberists live @ Apollo (16/03/11)

Marzo 28th, 2011 in Reports by Righi

L’occasione é ghiotta e devo dire il prezzo più che adeguato perciò pago 20 pound e compro il biglietto per il concerto dei The Decemberists una band ormai non più tanto rivelazione.
La location del concerto é l’Apollo di Hammersmith, uno dei templi della musica dal vivo londinese e che, negli ultimi 30 anni, ha visto esibirsi tutti i migliori musicisti di passaggio in città.

The Decemberist - The King is Dead - Live Apollo Hammersmith su figurehead blogPrima del main event assisto all’esibizione dei Blind Pilot band anche essa nativa di Portland/Oregon e che, guidata dal leader Israel Nebeker, propone un rock elettro-acustico piacevole e decisamente ben suonato.
Dopo una quarantina di minuti di buona musica ed un paio di Guinness di riscaldamento si spengono le luci ed alle 9 circa (abbastanza tardi per standard londinesi) i The Decemberists salgono sul palco.
I ragazzi capitanati da Colin Meloy attaccano con una grintosa versione di Shiny direttamente dal loro primo album 5 Songs, seguita da alcuni pezzi piú giovani di una decina d’anni, Down by the River, Calamity song e Rise to me, direttamente dall’ottimo recente lavoro The King is Dead.

Devo dire che se giá su disco la canzoni di The King is Dead suonano corpose e decisamente ispirate, dal vivo le splendide melodie country rock che caratterizzano l’album vengono esaltate dall’esuberanza della band e dalla loro grande confidenza con gli strumenti!
Il dado é tratto ed ora The Decemberists iniziano a divertirsi sul serio e senza nasconderlo, ecco allora due piccole perle ripescate da quell’ottimo disco che é Picaresque: la soffice ed incantevole We Both Go Down Together ed una delle canzoni, a mio parere, più belle del repertorio di questi ragazzi, The Bagman’s Gambit.
In questo excursus nella loro decennale carriera non potevano mancare pezzi dal tanto osannato The Hazard of Love ecco allora uscire dal cilindro una potente e molto rock: The Rake’s Song una delle canzoni più belle dell’intero concerto.
A questo punto si ritorna alle atmosfere piú folk di The King is Dead con 2 dei migliori pezzi dell’album: la canzone di apertura Don’t Carry It All, canzone dalla melodia splendida e immediatamente contagiosa, qui introdotta da un bel assolo di armonica seguite dal capolavoro del recente album This is Why we Fight vera summa della miscela folk-rock-country che caratterizza il presente dei gruppo.

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Per salutare prima dei bis The Decemberists scelgono un pezzo senza tempo come 16 Military Wives sempre dall’ottimo Picaresque.
Ovviamente i ragazzi si ripresentano sul palco per deliziare la rumorosa platea con un’altra manciata di canzoni.
Tra queste The Decemberists, dopo una lunga introduzione, si lanciano in una chilometrica e senza tempo Mariner’s Revenge Song che trasforma l’Apollo in una vera e propria bettola sul porto rumorosa e festante.
Il concerto è virtualmente finito anche se Colin Meloy ed i suoi ragazzi decidono di rientrare per salutare l’inverno e benedire, metaforicamente, l’arrivo dell’estate ed allora tutti a casa sulla note bucoliche di June Hymn.
Gran bella gig come avrete capito.
Se i ragazzi vi capitano a tiro non fateveli sfuggire dal vivo meritano per davvero!!

Scritto da Virgilio Luchi
Editato da Righi

Leggi l’articolo originale su figurehead blog

SUM 41 live @ Teatro della Concordia Venaria (TO) 10-02-2011

Ffebbraio 21st, 2011 in Reports by Valentina Defassi

Un concerto carico di energia, pubblico giovanissimo e scatenato, il Teatro della Concordia si è infiammato con…eccovi qua la scaletta del concerto dei Sum 41:
- NO REASON
- SKUMFUCK
- ALL TO BLAME
- WALKING DISASTER
- OVER MY HEAD
- REBEL HELL
- S.B.M.
- MOTIVATION
- HELL SONG
- DIRECTION
- METAL MAYHEM
- MR AMSTERDAM
- UNDERCLASS HERO
- MAKES NO DIFF
- STILL WAITIN
- IN TOO DEEP
—————————–
- PIECES
- FAT LIP
- P4P

e qui un pò di foto!

Sum 41 live @ Teatro della Concordia Venaria (TO)

Sum 41 live @ Teatro della Concordia Venaria (TO)

Sum 41 live @ Teatro della Concordia Venaria (TO)

Sum 41 live @ Teatro della Concordia Venaria (TO)

Sum 41 live @ Teatro della Concordia Venaria (TO)

Sum 41 live @ Teatro della Concordia Venaria (TO)

Sum 41 live @ Teatro della Concordia Venaria (TO)

Fans SUM 41 - Teatro della Concordia Venaria (TO)

Fans SUM 41 - Teatro della Concordia Venaria (TO)

Litfiba live @ Palatorino, Torino, 20 novembre 2010

Novembre 26th, 2010 in Reports by Valentina Defassi

Se Piero Pelù si candidasse alle prossime elezioni io lo voterei. Sì, già me lo vedo, Presidente del Consiglio che stravolge l’Italia come un terremoto improvviso. Ma questa volta dal crollo ci guadagnerebbero solo i cittadini e non i politici. E poi più diritti alle coppie di fatto, ai figli nati fuori dal matrimonio, il ritiro dell’esercito nell’Afghanistan e molto altro. Che bello sarebbe “Lo Stato Libero di Litfiba”, come è stato intenso ed emozionante il concerto di sabato 20 novembre a Torino. Si inizia con Proibito, per continuare con Barcollo e Resta. Prima di No Frontiere Piero tratta questi e molti altri temi di attualità e sventola bandiere come un torero con il suo Diablo e si incatena persino durante Gioconda (Il cuore no, no, non te lo do, l’anello no, no scordatelo!!!). Appare la bandiera Curda e anche la bandiera della Padania, quest’ultima impreziosita da un dito medio innalzato e un sorrisetto beffardo del vecchio e buon Piero. Gli anni passano ma l’energia sul palco non si esaurisce; la coppia Pelù-Ghigo fa ancora scintille e fa battere i cuori. Più di due ore di concerto non stop, la tripletta del gran finale dopo l’encore è un inno alla libertà, alla voglia e al bisogno di viaggiare e di evadere.

Ecco la scaletta completa e un po’ di foto del concerto!

Proibito

Barcollo

Resta

Paname

No Frontiere

Sparami

Apapaia

Strumentale

Fata Morgana

Sole nero

Louisiana

Soldi

Gioconda

Ritmo

Ora d’aria

Sotto il vulcano

Dimmi il nome

El diablo

Corri

——————————-

Spirito

Lacio drom

Cangaceiro

Litfiba live @ Palatorino 20-11-'10

Litfiba live @ Palatorino 20-11-'10

Litfiba live @ Palatorino 20-11-'10

Litfiba live @ Palatorino 20-11-'10

Litfiba live @ Palatorino 20-11-'10

Litfiba live @ Palatorino 20-11-'10

Litfiba live @ Palatorino 20-11-'10

Litfiba live @ Palatorino 20-11-'10

Marco Mengoni live @ Palaolimpico Torino 21/05/2010

Settembre 6th, 2010 in Reports by Valentina Defassi

Il vincitore di X-Factor piace soprattutto alle giovanissime, infatti l’età media delle spettatrici (di ragazzi se ne son visti pochi) sarà stato sui 18 anni, media che si abbassava ulteriormente tra le prime file, popolate solo di 15-16enni scatenatissime, in attesa dal mattino pur diconquistarsi quel posto privilegiato.

Musicalmente Mengoni se la cava bene, è dotato di buona voce e cavalca bene il palco, mettendo in scena uno spettacolo originale, colorato e travolgente. Ad un certo punto si commuove persino e ringrazia di cuore il pubblico.  Un tenerone romantico che piace tanto alle ragazze. Eccovi le foto dello show!

Marco Mengoni live@ Palaolimpico Torino

Marco Mengoni live@ Palaolimpico Torino

Marco Mengoni live@ Palaolimpico Torino

Marco Mengoni live@ Palaolimpico Torino

Marco Mengoni live@ Palaolimpico Torino

Marco Mengoni live@ Palaolimpico Torino

Rock on, guys

Settembre 6th, 2010 in Reports by Pietro Gaglianò

Da oggi si comincia a parlare di musica anche da queste parti: ogni dannata sfaccettatura di rock, qualche puntata in zone più estreme con eventuali soste in porti decisamente tranquilli.

E sereni, non è schizofrenia.

Solo passione sfrenata per tutto quello che produce sound coi controfiocchi, giusto per educazione.

Rock on guys e un benvenuto a chi legge.

Si parte così.

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Lostprophets + Blackout live @ Magazzini Generali – Milano 23-04-2010

Settembre 6th, 2010 in Reports by Valentina Defassi

Concerto molto breve quello dei Lostprophets ai Magazzini Generali di Milano, degnamente anticipati dagli scatenatissimi Blackout. Personalmente mi aspettavo di più da una band come la loro…all’uscita mi è rimasto un retrogusto di amarezza e delusione…non mi hanno emozionato come avrei voluto…

Eccovi le foto!!!!

The Blackout

The Blackout live @ Magazzini Generali Milano

The Blackout live @ Magazzini Generali Milano

The Blackout live @ Magazzini Generali Milano (more licks inside)

The Blackout live @ Magazzini Generali Milano

Lostprophets

Lostprophets live @ Magazzini Generali Milano

Lostprophets live @ Magazzini Generali Milano

Lostprophets live @ Magazzini Generali Milano

Lostprophets live @ Magazzini Generali Milano

The Kill City Files

Aprile 17th, 2010 in Uncategorized by Andrea Valentini

[Originariamente pubblicato su Black Milk]
Immaginate di ficcare un braccio, giù fino al gomito, in una cassapanca zozza, polverosa e scura. Fa un po’ paura, in effetti, ma l’eccitazione di non sapere cosa si tirerà su ha il sopravvento. Stringete il pugno e alzate il braccio. Tra le dita serrate vedete spuntare degli oggetti familiari, che apparentemente non hanno moltissimo senso, messi assieme. C’è il 1977, il logo della Bomp! Records, un camice da degenza ingiallito, un Iggy Pop dallo sguardo vitreo e un James Williamson disintossicato.
Invece c’è una logica in tutto questo. Ed è quella che sta dietro alla genesi di uno degli album meno citati, ma forse più seminali, della storia del Rock – ovviamente il Rock come sappiamo noi: quello che ti segna come una stigmata infernale… mica Bon Jovi.

Per chi ancora non l’avesse intuito, questa è la storia di Kill City, un LP che molti non conoscono nemmeno per sentito dire e che – invece – andrebbe piazzato lassù, nell’Olimpo dei dischi fondamentali.
Come dicono i Turbonegro in “What is Rock” (da Retox): “What is rock? Historians keep nagging about Fun House but me? I think Kill City’s where it’s at” – un’affermazione di sicuro provocatoria, ma vicina alla realtà. Perché Kill City, nonostante le differenze, sta tranquillamente sullo stesso gradino dell’immenso Fun House. Sono solo due tipi diversi di dannazione. Ma la sostanza è la stessa. Quella di cui sono fatti i sogni più fottuti.

In the beginning…

Questa dunque è la storia di Kill City. E ancora una volta, come la regola vuole per ogni evento in cui Iggy Pop e i suoi compari sono stati coinvolti tra la fine degli anni Sessanta e la fine degli Ottanta, è una storia per stomaci forti e senza un briciolo di pietà.

Tutto inizia con lo scioglimento degli Stooges nel febbraio del 1974. La band si divide sostanzialmente in due nuclei: Ron Asheton da una parte, Iggy e James Williamson dall’altra. Tutti e tre restano a Los Angeles e tentano di rimettere in piedi nuovi progetti musicali, ma senza fortuna – gli altri si allontanano, occupati in altre faccende o semplicemente allo sbando.
Per Ron i New Order si risolvono in un’eterna promessa mai mantenuta , ma anche gli esperimenti di Iggy e James con Ray Manzarek dei Doors non si concludono meglio. In poche parole: tutto va male a tutti. Gli ex Stooges sono ridotti a mendicare cibo, droga, birra e concerti – il tutto in una Los Angeles ormai poco ospitale per dei rocker come loro.

Il colpo finale giunge con la notizia della scomparsa di Dave Alexander (detto Zander), il bassista originale degli Stooges, che muore il 10 febbraio 1975.
Ron Asheton: “[Zander] Beveva troppo e il suo pancreas si è infiammato. È andato all’ospedale con sintomi blandi, ma il suo sistema immunitario era a terra e così è morto di polmonite. In quel periodo stavo mettendo insieme i New Order e ho saputo la cosa da Jim [Iggy Pop]. Non sono riuscito ad andare al funerale perché ero completamente senza soldi. Eravamo inseparabili…”.

Nonostante Iggy accolga questo lutto con la celeberrima e strafottente frase “Zander è morto, ma non mi importa perché non è più mio amico”, il fatto lo turba e lo costringe a compiere alcune riflessioni sulla propria esistenza, in quei giorni all’insegna di povertà e completa insicurezza – il tutto condito da abbondanti dosi di eroina e quaalude.

Das Kabinett des Doktor Zucker

E’ così che l’Iguana da lì a poco entra in una clinica privata, per farsi curare da specialisti in psichiatria.
In realtà c’è un misunderstanding (alimentato da varie dichiarazioni fuorvianti di Iggy stesso) che si trascina da molti anni, a questo riguardo; è solo l’opera biografica di Paul Trynka ad avere recentemente fatto chiarezza in merito.
Iggy, infatti, non entra di sua spontanea volontà in clinica, ma si trova di fronte a un bivio, per cui questa scelta è il male minore a cui andare incontro.
Ecco come sono andate le cose. Danny Sugerman, il manager di Iggy, una sera d’inizio 1975 riceve una telefonata da un tale dottor Zucker, che molto pacatamente gli parla più o meno in questo modo: “Mi scusi: io lavoro all’ospedale neuropsichiatrico della UCLA, dove sono di turno stanotte. Fino a ora ho ricoverato due Gesù Cristo, un Napoleone Bonaparte e un tizio albino che dice di essere Babbo Natale; adesso la polizia mi ha portato qui una persona che dice di essere iggy Pop e che lei è il suo manager”.
Poche ore prima l’Iguana è stato trovato in stato confusionale, in una tavola calda: il proprietario ha chiamato la polizia che l’ha portato via sbavante – era sotto l’effetto di diverse pasticche di quaalude e aveva perso il controllo. Iggy è un viso noto al dipartimento di polizia di Los Angeles: è stato già arrestato per disturbo della quiete pubblica (oltre che per essersi vestito con abiti femminili, fatto evidentemente considerato un reato anche nella Los Angeles degli eccessi); questa volta le autorità decidono di dargli due opzioni: la galera oppure il ricovero in una struttura specializzata.  E Iggy sceglie la clinica: è un buon modo per evitare di finire in cella e per provare a rimettersi in sesto.

James Williamson: “Proprio verso la fine degli Stooges Iggy era davvero a pezzi. Mentalmente… non stava bene. Ed è finito in ospedale”.

Iggy accetta di buon grado tutte le regole della clinica, dove è costretto a restare per diverso tempo, anche perché i dottori non possono formulare una diagnosi chiara finché non hanno ripulito il suo organismo da tutte le droghe che ha assunto.
Il verdetto finale è ipomania, un disturbo dell’umore i cui sintomi sono emblematici: autostima  ipertrofica, logorrea, ridotto bisogno di sonno, fuga delle idee (che si rinnovano continuamente, tanto che nemmeno il paziente riesce a seguirne il corso), deficit dell’attenzione, agitazione psicomotoria, coinvolgimento in attività potenzialmente dannose o rischiose. Et voilà: il ritratto perfetto dell’Iguana è servito.

Mentre Iggy si gode il soggiorno in ospedale – dove affascina i dottori con la sua personalità istrionica e più volte gioca a manipolare (quasi mai con successo) le sedute di analisi – James Williamson si fa in quattro per restare aggrappato a una carriera musicale ridotta al lumicino. Nel cassetto ha vari brani risalenti agli ultimi mesi degli Stooges (“I Got nothing” e “Johanna”), più altro materiale.
I pezzi nuovi sono frutto di alcuni mesi in cui Iggy e James si trovavano e facevano lunghe jam chitarra e voce; Williamson ha anche contattato John Cale (già produttore dell’esordio degli Stooges) che si è detto eventualmente interessato a lavorare ancora con Iggy.
James Williamson: “Iggy ed io ci avevamo dato dentro pensando ai demo per Cale, perché ci producesse un album. Scrivemmo molti pezzi da mandargli, ma non se ne fece nulla, poi”.

La genesi

L’idea è di registrare un nastro dimostrativo senza spendere troppo e poi fare il giro delle etichette, aspettando l’offerta migliore per rimettersi in pista, incidere e ricominciare coi tour.
Il giornalista musicale Ben Edmonds offre una dritta per uno studio economico e Williamson, non avendo una band stabile, cerca nella scena locale racimolando una serie di collaborazioni più o meno sporadiche – che comprendono i fratelli Tony e Hunt Sales (alla sezione ritmica) e Scott Thurston alle tastiere, su tutti.

E’ così che iniziano le session per incidere gli 11 pezzi che compongono Kill City. Williamson e i musicisti reclutati lavorano sodo per qualche settimana nello home studio di Jimmy Webb, mentre l’Iguana è alle prese col suo espermento riabilitativo.
James ha anche fatto firmare un contratto a Iggy, per cercare di assicurarsi la sua collaborazione e tutelarsi da eventuali colpi di testa. Ne parla così: “Questa faccenda del contratto è sempre stata male interpretata e non era così come tutti dicono [...]. Non mi pare contenesse alcuna clausola che dicesse che solo lui ed io potevamo scrivere le canzoni, ma comunque il punto è un altro.  Quel contratto era soltanto un mezzo per tutelarmi e assicurarmi di non perdere tempo su un progetto fallimentare. In quel momento Iggy era troppo instabile e avevo bisogno di qualche sicurezza. Non sapevo cosa sarebbe accaduto, quindi – come in ogni relazione d’affari che si rispetti – ho semplicemente voluto mettere nero su bianco un documento che dicesse che valeva la pena essere coinvolti nel progetto. Dopotutto ero stato fregato più volte, in passato, in situazioni in cui c’entrava Iggy”.

Quando viene il momento di incidere le parti vocali, il problema diviene evidente: con Iggy chiuso in clinica c’è poco  margine per lavorare. Ma James Williamson, che ha preso le redini della situazione, non ha intenzione di mollare e fortunatamente l’Iguana può godere – vista la sua buona condotta – di alcuni brevi permessi d’uscita.
James Williamson: “Con Iggy in clinica era davvero un casino. Andavo a prenderlo quasi tutti i giorni, lui incideva un po’ di parti vocali e poi lo riportavo indietro” (nota: in realtà pare che Iggy potesse uscire solo nei weekend).

E’ in questa atmosfera – che definire frammentata è un gentile eufemismo – che maturano gli 11 pezzi dell’album.
I due unici punti saldi delle session sono Williamson e Iggy, presenti in tutti i brani; il resto è da accreditare a una nebulosa di almeno sette musicisti che si alternano in ruoli diversi. La produzione e il mixaggio vengono curati da Williamson stesso, che si fa carico di questo passaggio delicato, e a posteriori non è soddisfatto di quanto fatto: “E’ un disco fatto in condizioni estreme e i nastri non suonano affatto bene, se devo essere onesto. Penso ci fosse del materiale buono, ma non siamo riusciti a renderlo bene. I riff sono buoni, ne sono sicuro, ma se avessimo avuto l’opportunità di fare un disco vero le cose sarebbero state diverse”.

Williamson parla di “un disco vero” per il semplice fatto che il risultato di queste session doveva essere un demo, destinato a non essere mai pubblicato, ma da utilizzare come biglietto da visita. Se poi aggiungiamo il fatto che per Williamson c’era ancora del lavoro da fare in studio, il quadro si complica.
Già, perché Iggy esce dalla clinica proprio mentre James sta terminando un primo mixaggio dei brani; l’intento era di rifinire ulteriormente il tutto, ma l’Iguana non ha tempo per queste cose. Con un colpo di testa dei suoi inizia a diffondere delle copie su cassetta e a farle avere a tutte le etichette della zona, nell’intento di ricavarne un contratto. Williamson è molto contrariato da tutto ciò, ma ormai la frittata è fatta.

Aftermath

La vera mazzata giunge gradualmente e si concretizza sotto forma di consapevolezza; dopo qualche mese l’evidenza è crudele, ma indiscutibile: nessuno dimostra il minimo interesse per questo lavoro e tantomeno è disposto a investire denaro per pubblicarlo. Iggy, poi, è decisamente visto come un personaggio ingestibile e questo non giova, come lui stesso ricorda: “A L.A. avevo una pessima reputazione; e L.A. è davvero un pessimo posto per avere una pessima reputazione”.
In pratica di fronte al muro di gomma innalzato dall’industria discografica non resta che gettare la spugna; Iggy, oltretutto, nel frattempo sta nuovamente rinsaldando la propria amicizia con David Bowie e sta partendo per una tangente propria, un quadro in cui Williamson non è di certo contemplato. E’ così che il risultato delle session in studio viene messo in un cassetto, con buona pace dei sogni di chi ci aveva creduto.

E’ così che le strade di Iggy e di Williamson si separano; il frontman è pronto a iniziare la propria avventura europea (con la famosa parentesi berlinese) e a sfornare gli unici due album solisti per cui viene ricordato nella storia del rock – The Idiot e Lust For Life. Il chitarrista, invece, scopre una passione per l’elettronica e le prime applicazioni in campo musicale: si mette a studiare, inizia un corso da tecnico del suono e abbandona i palchi. Sembra la fine, ma paradossalmente è proprio da questa cesura che nasce l’opportunità di pubblicare Kill City.

Facciamo un salto in avanti di circa due anni: è il 1977 e Iggy è sulla cresta dell’onda, grazie alla collaborazione col Duca Bianco. Williamson ha proseguito con gli studi nell’elettronica, ma non ha ancora fattto pace con l’esperienza Stooges, né con il fatto di avere gettato alle ortiche i demo incisi nel 1975. E’ così che decide di prendersi qualche libertà, a titolo di rimborso per i burrascosi trascorsi: riprende in mano i demo di due anni prima, chiama John Harden per sovraincidere qualche parte di sax e va a bussare alla porta di Greg Shaw, il boss della storica Bomp! Records.

Shaw e la moglie Suzy non si lasciano certo sfuggire la ghiottissima occasione e acconsentono subito a pubblicare Kill City, che esce a novembre del 1977 con il numero di catalogo 4001. Alla vigilia della pubblicazione Williamson promuove il disco dicendo che si tratta del migliore lavoro mai fatto da lui e Iggy insieme; Iggy, invece, rinnega sprezzante quei brani dicendo che si tratta di un disco non finito. Una vera e propria inversione di tendenza per entrambi, del resto facilmente spiegabile: Iggy vuole scrollarsi di dosso il passato, Williamson tenta di ricavarne qualche beneficio.
Al solito l’Iguana dimostra una notevole doppiezza, visto che comunque non esita un istante a inserire qualche brano di Kill City nella propria scaletta live del 1978. Mossa astuta, perché nonostante lo status iconico di padrino del punk, i suoi ultimi lavori se ne distaccano notevolmente… Kill City è un’ottima occasione per dimostrare anche ai punk più giovani – che magari non conoscono gli Stooges – che l’Iguana effettivamente ha un’animo ribelle e rock.

Nel più classico stile Bomp!, ben presto nascono controversie legate al denaro – solo qualche anno dopo la morte di Greg Shaw (avvenuta nel 2004) la moglie Suzy è riuscita a ricucire lo strappo con Williamson – ma il disco, almeno inizialmente, circola piuttosto bene, spinto dal successo di The Idiot e Lust for Life.
Il problema è che la critica, ammaliata dal nuovo corso dell’Iguana, snobba l’album relegandolo allo status di semibootleg che fotografa una fase ormai da dimenticare.

I magnifici 11

Dopo tutto il panegirico interminabile qua sopra, il minimo è parlare – finalmente – della musica di Kill City. In generale, fin dal momento dell’uscita, è stata fatta notare una virata verso sonorità più commerciali rispetto agli ultimi exploit degli Stooges post Raw Power. In effetti i pezzi composti dal duo Williamson/Pop, in questo frangente, hanno un feeling che richiama da vicino gli Stones degli anni Settanta e certo hard rock metropolitano: è materiale sicuramente meno ossessivo e metallico rispetto al passato. La melodia, poi, ha un ruolo più determinante.

Concettualmente, Kill City rappresenta il rovescio della medaglia dell’etica “live fast, die young” e mostra ciò che rimane alla fine della cavalcata selvaggia se questa non si conclude con la morte, ma si resta vivi a confrontarsi coi casini e i problemi di tutti i giorni. E’ un disco in cui la rabbia e l’esuberanza ci sono, ma sono gravemente minate dal senso di sopraffazione e di disfatta; tant’è vero che anche la performance vocale di Iggy è molto diversa: se negli Stooges cantava come un animale inferocito, qui adotta timbriche più pacate, intrise di agonizzante melanconia.
James Williamson: “Era una situazione inusuale, ma quello che funziona davvero nel suo modo di cantare su quel disco è che anche se la sua voce non è buona come negli altri lavori, lui canta davvero come se gli uscisse l’anima dal culo, come dire… capisci? E’ un modo di cantare davvero valido, pieno di feeling”.
Williamson alla chitarra – poi – è sempre tagliente, ma non disdegna momenti più intimisti, rifugiandosi nei territori delle ballad sepolcrali e del cosiddetto “wasted rock”, il rock della devastazione che vive e si nutre di paesaggi interiori crepuscolari, disperati e pericolosi.

Il risultato è davvero un classico. Niente hit, produzione cruda e ruvida, critica schifata, vendite ridicole. Oro colato.

Immaginate un pugno di outtake da Exile on Main Street, riarrangiate dagli Stooges della zona del crepuscolo (il periodo tra Fun House e Raw Power, magari la formazione con Asheton e Williamson entrambi alle chitarre), con una coltre di tristezza tossica non dissimile da quella che impregna Third/Sisters Lovers dei Big Star (molto diverso come genere, ma forgiato nelle stesse officine dell’anima).

Le stampe di Kill City (according to Discogs.com)

Sono qui elencate le varie stampe di cui ho trovato traccia, secondo questo schema: label, numero di catalogo, stato, anno di uscita. Tra parentesi il formato (dove non è indicato si ratta di LP). Per i feticisti bisogna ricordare che il disco è uscito anche in formato Stereo 8 (foto più sopra) e molto probabilmente anche su nastro.

  • Bomp!, BLP 4001, USA, 1977
  • WEA, K 56467, Italia, 1977
  • WEA/Radar Records, 56467/RAD 2, Grecia, 1977
  • Bomp!/Import Records, BLP-4001/9356-1018, Canada, 1977
  • Radarscope Records/Radar Records, RAD 2, Australia & Nuova Zelanda, 1978
  • Visa Records/Bomp!, IMR 1018/BLP-4001, USA, 1978
  • Radar Records, RAD 2, UK, 1978
  • Bomp!, RAD 56/467 (RAD 2), Germania, 1978
  • Line Records, LLP 5171 AS, Germania, 1982
  • Line Records, LILP 4.00131 J, Germania, 1982
  • (CD) Line Records, LICD 9.00131 O, Germania, 1988
  • (2CD) Line Records, LICD 9.21175 S, Germania, 1992
  • (CD) Bomp!, BCD 4042, USA, 1992
  • (10″) Bomp!, BLP 4042/10, USA, 1995

Sono note due diverse copertine di Kill City. Quella in bianco e nero con Iggy e James che si abbracciano è la versione partorita dalla Bomp!, mentre quella con il disegno stile cartoon è la copertina della stampa europea del 1977.
Negli anni sono state utilizzate con una certa disinvoltura entrambe, senza tenere particolarmente conto della variante regionali.

[Se volete ascoltare l'album, potete scaricarlo in mp3 QUI. E' reperibile piuttosto facilmente e a prezzi normali, quindi il consiglio è di non privarvi dell'esperienza del vinile - o magari del cd, che esiste anche in versione con bonus track]

Discordia – Flashback

Marzo 29th, 2010 in Reports by Cristiano Poli

“Flashback”, disco di debutto dei Discordia, è stato pubblicato il 23 Marzo 2010. Il disco è l’evoluzione naturale del precedente promo “Nubi di passaggio”, datato 2008. Il disco è promosso e distribuito da Masterpiece Distribution ed è disponibile in vendita sul sito Masterpiece Distribution.com (sezione ‘E-Shop’) e su Ebay.

Compralo su EBAY:

http://cgi.ebay.it/Discordia—Flashback_W0QQitemZ130377587357QQcmdZViewItemQQimsxZ20100327?IMSfp=TL1003271910001r6676

Electric Jimi Land

Marzo 8th, 2010 in Reports by Massimiliano Leva

Jimi Hendrix mi ha fatto conoscere molta musica, dalla sua chitarra sono sempre arrivate buone vibrazioni e le sue canzoni sono tuttora un ottimo viatico. Mi pareva ingiusto non dedicargli qualche riga, visto che in questi giorni torna a galla il suo nome con un nuovo disco, “Valley of Neptune”, che non dice molto più di quello che già si sapeva, ma che è certamente manna per gli appassionati – semmai dovessi consigliare un disco di Hendrix direi ovviamente “Electric ladyland”, ascoltato quel capolavoro, ci si può immergere nelle sue note con la consapevolezza di aver conosciuto uno dei grandi del rock, in assoluto, un genio che tuttora non ha eguali.

C’e un brano in “Valley of Neptune” che vale forse più di altri. E’ “Hear my train a coming”, una delle rare occasioni con Hendrix alla chitarra acustica. Blues del Delta, selvatico, ispido, dolce, amaro: ossimoro per un genere che aveva in lui uno dei suoi migliori seguaci.

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E poi c’è “Voodoo chile (slight return)”, un classico di Hendrix da “Electric ladyland”, nell’originale e con una cover firmata da Stevie Ray Vaughan. Buon ascolto!

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Bentornati Gorillaz

Marzo 2nd, 2010 in Reports by Massimiliano Leva

E’ tornato Damon Albarn con la sua migliore creatura, i Gorillaz. Lo ammetto, sono un fan di questa musica e del suo autore. Mi piacevano i primi Blur, imberbi e impertinenti. Ho trovato piacevoli anche alcune pagine del loro repertorio più paraculo e sdolcinato ai tempi della saga britpop; e mi sono innamorato di certi dischi tipo “13”, dove lampi e fantasia di Albarn cominciavano a prendere il sopravvento.

Sono stato fortunato. Ho speso bene il mio tempo e i miei soldi, dando fiducia a questo giovanotto. Quando i fratelli Gallagher giocavano a fare gli hooligans, scolandosi pinte di birra e scommettendo di essere sempre i migliori, Damon Albarn prendeva altre strade, investiva sul suo talento e sulla sua curiosità, guardava altrove, oltre le classifiche e il pub dietro l’angolo per andare a cercare ispirazione chissà dove.

“Think tank”, l’ultimo (per ora) capitolo dei Blur, con quel bellissimo singolo che era “Out of time”, e “Mali music”, l’album etnico del prode Albarn, giurerei che sono stati la scintilla per voltare pagina e trovare l’alter ego a cartoni animati dei Gorillaz.

“Mio padre era un tecnico dei Soft Machine”, mi ha raccontato una volta Albarn in persona, quando qualche anno fa lo incontrai in un hotel di Milano insieme a Paul Simonon dei Clash e Simon Tong dei Verve, in uno di quei giorni che per un appassionato mai si possono scordare.

All’epoca, Albarn maneggiava quell’altro suo strano progetto, The Good The Bad & The Queen, e con quell’aneddoto mi lasciò forse intendere che tanta sua imprevedibile creatività affondava probabilmente le radici nelle frequentazioni musicali paterne. Disse anche che i Gorillaz erano finiti. “No way!”. Ci ha ripensato, si è preso un po’ di nostalgia o magari Albarn è fatto così – in effetti quel pomeriggio pareva lo avessero preso di forza e messo lì, a parlare di sé e dei suoi progetti a suon di legnate.

Come per i dischi precedenti, è tutto un mondo fantastico e in technicolor quello di “Plastic beach”, con l’idea di partenza di questa isola persa tra le onde e fatta di plastica, monnezza, scarti, rifiuti, scorie dal pianeta terra, che conoscendo bene l’animo umano del nostro Albarn è pure una metafora per certe storture di questa nostra civiltà che a lui piacciono così poco.

Un rifugio (http://gorillaz.com/plasticbeach) dove bene & male, freak & alieni, virtuale & reale si fondono come in una nuova arca di Noé, dando vita ad altrettanti mostri, quasi ci trovassimo nel laboratorio di un novello dottor Frankestein.

Scrivo mentre ascolto e da invasato come sono mi aspetto sempre la scintilla dietro ogni disco che passo ai raggi X. Umilmente ringrazio. A caldo giurerei che non è un disco facile, ma nessun parto dei Gorillaz lo è mai stato. Sicuramente meno claustrofobico, inquieto e martellante di “Demon days”, che è il mio preferito.

Le uguaglianze con quel disco si vedono semmai nella pletora di ospiti: “with a little help from” Lou Reed, Mark E. Smith, Bobby Womack, De La Soul, il solito Simonon e Mick Jones, Snoop Dog e la Hypnotic Brass Ensemble, che per due terzi è formata da figli di Phil Cohran, che fu trombettista alla corte di Sun Ra. E poi ci sono altre similitudini nella girandola di hip hop, elettronica, pop, soul e riverberi di anni Ottanta/Novanta. Tutto levigato con quel piglio ludico che fa tanto divertente l’ascolto.

Anche se sotto la mano leggera si nasconde ogni tanto qualcosa di inquietante, come in “White flag”, registrata a Beirut, nel marzo 2009. Così spiega la genesi del brano Murdoc Nicalls, il bassista della combriccola, quello con zazzera nera e sigaretta sempre tra le labbra: “sopra di noi i caccia da guerra israeliani sorvolavano da almeno un mese e se riuscivano a volare davvero bassi e nello stesso tempo a essere veloci a sufficienza, l’effetto sonico dei jet faceva vibrare tutte le finestre della città”.

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Music Reporters by Rockol
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