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Live Report: Madonna @ Stadio Meazza San Siro, Milano 14/06/12

Giugno 15th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Sono le 21.54 quando le luci di San Siro si spengono di colpo. Il pubblico, che ha atteso paziente il calare del buio e l’inizio ben oltre l’ora prevista, si fa sentire con un boato. L’immenso palco si trasforma in una cattedrale, con i megaschermi sullo sfondo che rappresentano un portone con una croce e la scritta “MDNA”. Dei figuri vestiti da monaci intonano canti, risuonano le parole “Oh my god”, si aprono le porte ed eccola, l’apparizione di Madonna. Partono le note di “Girl gone wild” e la cattedrale diventa un altrettanto immensa discoteca. Madonna è circondata dai monaci, che a loro volta diventano ballerini.
Il Madonna-show è un format già rodato e oliatissimo: lo si capisce fin dall’inizio. E lo dimostra il proseguimento: una sequenza mozzafiato di scene, micro-racconti, provocazioni balletti, cambi d’abito, duetti virtuali che dura per quasi due ore. Sul palco si vedono stanze di motel, majorette, armi, cori gospel, pedane luminose semoventi e chi più ne ha più ne metta.
Lo spettacolo è una produzione impressionante, ai limiti della perfezione. E lo è anche nella costruzione scenica, soprattutto nel modo in cui prende per mano il pubblico e lo conduce in balli, cori, ricordi: alla fine le canzoni più applaudite sono sempre le hits del passato, mentre le recenti hanno, in confronto, un’accoglienza tiepidina. San Siro non è esaruito ma quasi – poco prima del concerto i bagarini svendevano i biglietti fuori dallo stadio. Ma il pubblico è entusiasta: come sempre appare disposto a perdonare a Madonna anche le sue imperfezioni. Fisicamente è in formissima, ma la voce dal vivo è quella che è, soprattutto su  “Open your heart”, stonata in maniera clamorosa.
La band è per lo più nascosta nell’ombra sui lati del palco: viene illuminata per la prima volta solo a metà serata, su “Turn up your radio”, con Madonna che imbraccia la chitarra elettrica e dà qualche pennata, come aveva già fatto anche su “I don’t give a”.  Nel complesso i momenti migliori sono questi, quelli in cui la dimensione spettacolare è più equilibrata con la musica e non prende totalmente il sopravvento. Come la bella versione di “Masterpiece”, con Madonna circondata dai musicisti a centro palco o come in “Like a prayer” con Madonna affiancata da un coro gospel, come già avvenne al Superbowl.  “Like a virgin” viene invece cantata da sola, in ginocchio sulla passerella che va verso il centro del prato, con il semplice accompagnamento del piano e senza fronzoli : è il momento più riuscito della serata, quello in cui il carisma di Madonna viene fuori con tutta la sua forza.
Alla fine è uno spettacolo, non è un concerto, dicevamo del concerto di 3 anni fa in questo stesso stadio: vale la stessa considerazione anche per il MDNA tour, che replica senza grandi innovazioni strutturali ma con la consueta spettacolarità un modello già visto nei tour precedenti. La vera sorpresa, però sarebbe vedere un giorno Madonna fare un concerto vero, senza la copertura di quegli espedienti iperspettacolari di cui è e rimane maestra.

(Gianni Sibilla)

Setlist:
Girl gone wild
Revolver
Gang bang
Papa don’t preach
Hung up
I don’t give a *
Express yourself
Give me all your luvin’
Turn up the radio
Open your heart
Sagara Jo
Masterpiece
Vogue
The erotic candy shop
Human nature
Like a virgin waltz
I’m addicted
I’m a sinner
Like a prayer
Celebration

Il professionista della felicità musicale

Giugno 8th, 2012 in concerti by Gianni Sibilla

Le facce. Per raccontare un concerto come quello Springsteen a San Siro, bisogna partire non dalla musica, ma dall’effetto che fa sulla gente.  Cose che si sono viste nella serata allo stadio milanese: bambini cantare le canzoni come se seguissero Springsteen da più tempo dei loro anni,  uomini dimenticarsi di problemi fisici e ballare, che fossero su una carrozzina elettrica fatta danzare sul prato o che fossero su una gamba sola, mentre una stampella veniva usata come una air guitar. E poi sorrisi, pianti di felicità, danze sfrenate. L’immagine più bella del concerto, almeno per me, è il volto trasfigurato, la felicità pura, immacolata e totale sul volto della bambina appena scesa dal palco dopo aver ballato su “Dancing in the dark” con Springsteen, e speculare a quella del volto di suo padre.
Immagine anteprima YouTube
In nessun altro posto come ad un concerto di Springsteen vedi così tanta gente contenta, tutta assieme. E in nessun altro posto questo effetto è amplificato come lo stadio di San Siro: “This place is special for us, siete i migliori”, dice ad un certo punto Springsteen: non è la solita frase di circostanza, ma una verità che racconta il rapporto viscerale che c’è tra il Boss e il suo pubblico, in particolare quello italiano, in particolare quello di questo luogo.
I dati dicono che il quarto concerto di Springsteen a San Siro (“Ormai ha più presenze di Pato in questo stadio”, scherzava qualcuno nel pomeriggio in rete) è stato il secondo più lungo della sua carriera, dopo un concerto di capodanno del 1980 al Nassau Coliseum: un uomo di 62 anni che ha suonato 3 ore e 40, 33 canzoni filate senza interruzione.
La serata inizia con un po’ di ritardo, verso le 8 e 40. La prima parte dello spettacolo parte con la sequenza iniziale quasi standard del tour: alcuni brani da “Wrecking ball” mischiati con qualche vecchio classico. La  voce fatica un po’ a scaldarsi, ma Springsteen – da uomo di spettacolo consumato qual è – compensa facendosi aiutare dal pubblico,  alternando mosse teatrali consolidate (la giga su “Death to my hometown”) a improvvisazioni, calandosi tra il pubblico, concedendo spazi alla E Street Band, come il primo assolo di sax, su Badlands: Springsteen osserva Jake Clemons, tributandogli una vera e propria investitura, che lui ripagherà per tutto lo show come se fosse posseduto dallo spirito di suo zio.
Dopo un’ora ha suonato solo sei canzoni ma è da “Candy’s room” in poi che lo show si apre, decolla: Springsteen molla gli ormeggi, inizia a pescare nel repertorio brani noti e notissimi, inizia a dirigere la E Street Band come un’orchestra. Non ci sono grandissime “chicche” nella serata, se si eccettua la versione piano e voce di “The promise” (“Ho sempre molte richieste per questa canzone”, quasi si giustifica), ma una sequenza interminabile di canzoni che conoscono anche i sassi, almeno a San Siro: spiccano una bella versione full-band di “Johnny 99″, la sequenza mozzafiato “The promise”-”The River”-”The rising”. Le pur belle canzoni di “Wrecking ball” sembrano quasi abbassare la tensione, in cotanto contesto; ma poi c’è il finale in cui Springsteen sembra non voler scendere mai dal palco: non c’è interruzione per i bis, la messa in scena dell’uscita e rientro non serve; la band attacca “Rocky ground” (solitamente il primo encore) senza allontanarsi, e poi va avanti per altre 10 canzoni. Uno spettacolo nello spettacolo, un altro greatest hits, che dovrebbe terminare con “10th avenue freeze out” e invece va avanti ancora, anche dopo il silenzio dedicato a Clarence Clemons (“When the Big Man joined the band” e Springsteen ammutolisce lo stadio guardando una foto del sassofonista sul megaschermo). Ancora due canzoni, ancora “Twist and shout” come nel 2008: questa volta altro che quei 22 minuti di sforamento che costarono al promoter una denuncia penale da parte degli abitanti del quartiere…
Springsteen, alla fine, è un professionista della felicità musicale, e San Siro è il suo cantiere preferito, un luogo in cui costruisce questi effetti meglio che altrove; nel mettere in piedi uno spettacolo così non ci vuole solo un’enorme carica, ma un’esperienza e una sapienza altrettanto grandi: dirigere una band con un cenno del capo, capire come e quando allungare un brano, quale canzone chiamare reagendo alle emozioni del pubblico, alternare scenette teatrali provate, discorsi riprovati con improvvisazioni e interazioni con il pubblico – troppi episodi da citare, troppi sceglierne per  uno, ma tutti documentati in maniera magistrale dalle telecamere sui tre megaschermi che incorniciano il palco.
In sostanza: un altro show memorabile a San Siro, un altro di quei concerti che fanno la storia, anche solo quella storia piccola che è il rock, che però è enorme per tanta gente e certamente lo è per chi era a San Siro questa sera. Ancora una volta, vale la famosa frase: il mondo degli appassionati di musica si divide tra chi ama Springsteen e chi non lo ha mai visto dal vivo.
SETLIST
“We take care of our own”
“Wrecking ball”
“Badlands”
“Death to my hometown”
“My city of ruins”
“Spirit in the night”
“The E Street shuffle”
“Jack of all trades”
“Candy’s room”
“Darkness on the edge of town”
“Johnny 99″
“Out on the street”
“No surrender”
“Working on the highway”
“Shackled and drawn”
“Waiting on a sunny day”
“Promised land”
“The promise”
“The river”
“The rising”
“Radio nowhere”
“We are alive”
“Land of hope and dreams”
“Rocky ground”
“Born in the U.S.A.”
“Born to run”
“Cadillac ranch”
“Hungry heart”
“Bobby Jean”
“Dancing in the dark”
“10th avenue freeze out”
“Glory days”
“Twist and shout”

Live Report: Bruce Springsteen @ Stadio San Siro, Milano, 7/6/2012

Giugno 8th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Le facce. Per raccontare un concerto come quello Springsteen a San Siro, bisogna partire non dalla musica, ma dall’effetto che fa sulla gente.  Cose che si sono viste nella serata allo stadio milanese: bambini cantare le canzoni come se seguissero Springsteen da più tempo dei loro anni,  uomini dimenticarsi di problemi fisici e ballare, che fossero su una carrozzina elettrica fatta danzare sul prato o che fossero su una gamba sola, mentre una stampella veniva usata come una air guitar. E poi sorrisi, pianti di felicità, danze sfrenate. L’immagine più bella del concerto, almeno per me, è il volto trasfigurato, la felicità pura, immacolata e totale sul volto della bambina appena scesa dal palco dopo aver ballato su “Dancing in the dark” con Springsteen, e speculare a quella del volto di suo padre.
Immagine anteprima YouTube
In nessun altro posto come ad un concerto di Springsteen vedi così tanta gente contenta, tutta assieme. E in nessun altro posto questo effetto è amplificato come lo stadio di San Siro: “This place is special for us, siete i migliori”, dice ad un certo punto Springsteen: non è la solita frase di circostanza, ma una verità che racconta il rapporto viscerale che c’è tra il Boss e il suo pubblico, in particolare quello italiano, in particolare quello di questo luogo.
I dati dicono che il quarto concerto di Springsteen a San Siro (“Ormai ha più presenze di Pato in questo stadio”, scherzava qualcuno nel pomeriggio in rete) è stato il secondo più lungo della sua carriera, dopo un concerto di capodanno del 1980 al Nassau Coliseum: un uomo di 62 anni che ha suonato 3 ore e 40, 33 canzoni filate senza interruzione.
La serata inizia con un po’ di ritardo, verso le 8 e 40. La prima parte dello spettacolo parte con la sequenza iniziale quasi standard del tour: alcuni brani da “Wrecking ball” mischiati con qualche vecchio classico. La  voce fatica un po’ a scaldarsi, ma Springsteen – da uomo di spettacolo consumato qual è – compensa facendosi aiutare dal pubblico,  alternando mosse teatrali consolidate (la giga su “Death to my hometown”) a improvvisazioni, calandosi tra il pubblico, concedendo spazi alla E Street Band, come il primo assolo di sax, su Badlands: Springsteen osserva Jake Clemons, tributandogli una vera e propria investitura, che lui ripagherà per tutto lo show come se fosse posseduto dallo spirito di suo zio.
Dopo un’ora ha suonato solo sei canzoni ma è da “Candy’s room” in poi che lo show si apre, decolla: Springsteen molla gli ormeggi, inizia a pescare nel repertorio brani noti e notissimi, inizia a dirigere la E Street Band come un’orchestra. Non ci sono grandissime “chicche” nella serata, se si eccettua la versione piano e voce di “The promise” (“Ho sempre molte richieste per questa canzone”, quasi si giustifica), ma una sequenza interminabile di canzoni che conoscono anche i sassi, almeno a San Siro: spiccano una bella versione full-band di “Johnny 99″, la sequenza mozzafiato “The promise”-”The River”-”The rising”. Le pur belle canzoni di “Wrecking ball” sembrano quasi abbassare la tensione, in cotanto contesto; ma poi c’è il finale in cui Springsteen sembra non voler scendere mai dal palco: non c’è interruzione per i bis, la messa in scena dell’uscita e rientro non serve; la band attacca “Rocky ground” (solitamente il primo encore) senza allontanarsi, e poi va avanti per altre 10 canzoni. Uno spettacolo nello spettacolo, un altro greatest hits, che dovrebbe terminare con “10th avenue freeze out” e invece va avanti ancora, anche dopo il silenzio dedicato a Clarence Clemons (“When the Big Man joined the band” e Springsteen ammutolisce lo stadio guardando una foto del sassofonista sul megaschermo). Ancora due canzoni, ancora “Twist and shout” come nel 2008: questa volta altro che quei 22 minuti di sforamento che costarono al promoter una denuncia penale da parte degli abitanti del quartiere…
Springsteen, alla fine, è un professionista della felicità musicale, e San Siro è il suo cantiere preferito, un luogo in cui costruisce questi effetti meglio che altrove; nel mettere in piedi uno spettacolo così non ci vuole solo un’enorme carica, ma un’esperienza e una sapienza altrettanto grandi: dirigere una band con un cenno del capo, capire come e quando allungare un brano, quale canzone chiamare reagendo alle emozioni del pubblico, alternare scenette teatrali provate, discorsi riprovati con improvvisazioni e interazioni con il pubblico – troppi episodi da citare, troppi sceglierne per  uno, ma tutti documentati in maniera magistrale dalle telecamere sui tre megaschermi che incorniciano il palco.
In sostanza: un altro show memorabile a San Siro, un altro di quei concerti che fanno la storia, anche solo quella storia piccola che è il rock, che però è enorme per tanta gente e certamente lo è per chi era a San Siro questa sera. Ancora una volta, vale la famosa frase: il mondo degli appassionati di musica si divide tra chi ama Springsteen e chi non lo ha mai visto dal vivo.
(Gianni Sibilla)
SETLIST
“We take care of our own”
“Wrecking ball”
“Badlands”
“Death to my hometown”
“My city of ruins”
“Spirit in the night”
“The E Street shuffle”
“Jack of all trades”
“Candy’s room”
“Darkness on the edge of town”
“Johnny 99″
“Out on the street”
“No surrender”
“Working on the highway”
“Shackled and drawn”
“Waiting on a sunny day”
“Promised land”
“The promise”
“The river”
“The rising”
“Radio nowhere”
“We are alive”
“Land of hope and dreams”
“Rocky ground”
“Born in the U.S.A.”
“Born to run”
“Cadillac ranch”
“Hungry heart”
“Bobby Jean”
“Dancing in the dark”
“10th avenue freeze out”
“Glory days”
“Twist and shout”

Live Report: Take That @ Stadio San Siro, Milano, 12/7/2011

Luglio 13th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

E’ la dura legge del pop. Più un artista è, si sente, o viene fatto sentire una star, più si sente in dovere di mettere in piedi un mega show. E corre il rischio non solo di fare, ma di strafare.
I Take That arrivano in Italia sull’onda di un successo incredibile in patria: 8 date a Wembley. E ci arrivano portando un iper-mega-show, una delle produzioni più imponenti viste da tempo, in grado di rivaleggiare con il “Claw” degli U2. Ma anche un esempio di questa dura legge. Intendiamoci: il loro concerto a San Siro è stato un evento memorabile, a cui valeva la pena esserci; ma anche uno spettacolo in cui la sottile linea tra intrattenimento e cattivo gusto è stata oltrepassata più di una volta.
Che sarebbe stata una serata fuori misura lo si è capito subito entrando allo stadio. Il colpo d’occhio sul palco è impressionante: posizionato sul lato lungo di San Siro, è sovrastato da un enorme umanoide le cui braccia si stendono fino ai lunghi lati.
Poco prima delle 8 salgono sul palco i Pet Shop Boys, ovvero una delle più grandi pop-band di sempre come supporter – il mondo all’incontrario, nota qualcuno. E’ poco più di un’esibizione “voce su base”, con un Neil Tennant che sembra quasi invisibile sull’enorme palco, eppure impeccabile nel suo vestito scuro con bombetta. Circondati da pochi ballerini e spalleggiati da qualche filmato, i Pet Shop Boys portano a casa egregiamente la serata, con un greatest hits serrato ed efficace.
Breve pausa con inevitabile “ola”, e alle 9 sulla lunga passerella nel prato arriva uno strano figuro. Schiaccia un tasto di un’enorme tastiera di computer  e fa partire un’animazione sul simil-mac presente sul palco (curiosa scelta, per altro, visto che il tour è sponsorizzato dalla Samsung). E già lì si capisce che la sobrietà non sarà uno degli obiettivi della serata: sullo schermo compare una scritta “Capacity: 78.000; Full”; Il pubblico è numeroso, variegato ed entusiasta, ma lo stadio è tutt’altro che esaurito. Le cifre ufficiali dicono attorno ai 50.000, probabilmente sono qualcosa in meno, visti gli ampi spazi vuoti ai lati del prato.
Un minuto di countdown sullo schermo, scandito dal pubblico, ed ecco arrivare i Take That, o meglio la prima versione della reunion, quella senza Robbie. E infatti l’inizio è debolino assai, con i 4 che faticano a riempire la scena, anche con espedienti trash come far cantare l’inno di Mameli al pubblico. Il pubblico apprezza, ma niente a che vedere con quel che succederà di lì a poco. Dopo una versione  movimentata di “Shine” in stile “Alice nel Paese delle meraviglie”, parte un filmato con una versione reinterpretata di “Sgt. Peppers”, che prelude all’entrata di Robbie. E quando il suo volto appare sullo schermo, viene giù lo stadio.
Immagine anteprima YouTubeRobbie parte secco, praticamente da solo – visto che la band che accompagna tutti è praticamente invisibile sotto due tende nel palco. Propone un mini set dei suoi successi solisti: “Let me entertain you”, “Rock DJ”, “Come undone”, “Feel” La voce ogni tanto lo tradisce, non è al massimo. Ma il carisma e la presenza scenica sono quelli dei tempi migliori: gigioneggia come solo lui sa fare, gioca con il pubblico in delirio, lo scalda, si permette pure di intonare “Walk on the wild side” facendosi seguire nel coro dallo stadio. Il trash non risparmia nemmeno lui, quando ricorda il 2006, l’anno dei “Campioni del mondo” e intona – ebbene sì, avete indovinato – il famigerato “Pooopopopopopooo”. Il set solista si chiude con una commovente “Angels”, dopodiché arriva un lungo (e inutile) break con acrobati appesi a funi che ballano sulla parete del palco, dove lo schermo è scomparso.
A quel punto si capisce, come mi fa notare un amico, che la scaletta l’han scritta gli avvocati: dopo la versione a 4, dopo il set solo di Robbie, si inizia con le canzoni di “Progress”, il disco della reunion a cinque, partendo da “The flood” che, didascalicamente, viene eseguita con cascate di acqua sul palco. Proprio quando inizi a chiederti “Ma quanto han speso?”, al centro del palco si materializza un altro enorme umanoide, che poco per volta verrà avanti sulla passerella e alla fine dello spettacolo avrà guadagnato il centro dello stadio, ritto in piedi con le braccia aperte, a metà tra una statuona dell’Oscar e il Cristo di Rio de Janeiro. In mezzo ci sono altre chicche trash, come gli scacchi umani su “Kidz” o gli improbabili gilè luminosi che la band esibisce nell’ultima parte dello show, e c’è un intermezzo acustico dove i cinque accennano a turno diverse hit per poi partire in una intensa (e, questa sì, sobria) versione di “Back for good”. Una canzone talmente  bella che, almeno per un po’, fa dimenticare gli eccessi del resto dello spettacolo
E’ certo che, messinscena a parte, i Take That sul palco sembrano divertiti e affiatati. Anche autoironici, in certi momenti, come quando mimano il balletto di “Take that & party”. I balletti non sono molti, in verità, perché non sono più i ragazzini di una volta, e lo sanno. Però eccome ci sanno fare, quando non esagerano e non devono stupire a tutti i costi con effetti speciali.
La serata si chiude su “Relight my fire” ed “Eight Letters”, mentre le braccia del Cristo/Oscar ritornano verso i fianchi (qualcuno nota che l’oscillazione a scatti sembra alludere ad un gesto non proprio educato). I Take That salutano ed escono. Il pubblico sciama verso l’uscita, soddisfatto. E’ stata una bella serata di pop, nel bene e nel male. Take That, and go home . O, come si dice dalle nostre parti, ciapà su e porta a cà.

(Gianni Sibilla)

Live Report: Muse @ Stadio San Siro Milano 08/06/2010

Giugno 9th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Mi avevano detto che andare ad un concerto dei Muse sarebbe stata un’esperienza indimenticabile, e così è stato, provare per credere. Stadio di San Siro, 8 giugno. Arrivo alle 19.30, giusto in tempo per ascoltare i Kasabian, che scaldano il pubblico prima del grande evento. Mi guardo attorno, dalla posizione in cui mi trovo osservo la moltitudine di gente che affolla le gradinate e la zona prato, circondando un palco che di lì a poco offrirà uno spettacolo mai visto. Ancora qualche minuto di attesa e, con una precisione a dir poco fenomanale comincia lo show. Il concerto si apre con l’ingresso di una folla di manifestanti, con bandiere (compresa quella italiana) e striscioni, dei quali il più grande recita: “They will not control us”, e in sottofondo si cominciano a sentire le prime note di “Uprising”. Un boato accoglie Matthew Bellamy e soci, d’argento vestiti, ed è delirio allo stato puro. Il palco, vero prodigio del design contemporaneo, di forma prospettica, attorniato da grandi sfere bianche, comincia a emanare immagini e luci, e lo farà per tutta la durata del concerto. A suon di schitarrate, voce sublime di Bellamy e batteria potente, si susseguono “Supermassive black hole”, “New born”, che fa tremare le poltroncine per i salti del pubblico,”Map of the Problematique”, le romanticissime “Neutron Star Collision” e “Guiding Light”, fino ad arrivare alla più energica (nonché la mia preferita)”Histeria”. L’atmosfera è a dir poco magica, tutti sono catturati dalle sette note emesse dagli strumenti dei Muse, divini musicisti. E’ poi la volta di “Nisch”, arriva un piano a coda, Matthew si siede e comincia ad intonare “United States of Eurasia” e “I belong to you”. Il momento poetico è subito sostituto da adrenalina pura: Christopher Anthony Wolstenholme e Dominic James Howard si lanciano in una session acustica di basso e batteria, davvero eccezionale. Torna Matthew e il palco comicia a muoversi: la struttura circolare posta nella parte anteriore si stacca e si sposta verso il pubblico sino a prendere il volo. Arrivano “Undisclosed desire”, “Resistence” e la poderosa “Starlight”. Terminati i tre brani, con giochi di luci mai visti prima, Howard annuncia la presenza di un’ospite speciale: un ragazzo dall’aria familare, in un primo momento presentato come un  amico comasco del gruppo, in realtà è Nic Cester dei Jet che intona “Back in black” degli AC/DC, che voce ragazzi. Terminata la cover, i Muse ripartono con “Time is running out”, cantata a scuarcia gola da tutti i presenti, dopo una breve pausa inizia “Unnatural selection”, seguita da quello che pare l’ultimo brano “Unitened”. I ragazzi scompaiono, per tornare poco dopo: compare sulla folla un disco volante da cui spunta un’acrobata appesa ad un filo, davvero emozionante: si ci avvia verso la fine con “Stockholm Syndrome”. Altra breve pausa e arrivano i cosiddetti bis: “Take bow”, “Plug in baby”, in cui vengono fatti passare di mani in mano dei grandi palloni a forma di occhio, e si chiude con ” Knights of Cyndonia”. Tantissimi virtuosismi musicali, un’ottima preparazione strumentale e delle canzoni che non hanno bisogno di altro se non di loro stesse: ecco le caratteristiche di questo concerto, uno dei migliori che abbia mai visto. E’ il momento di lasciare lo stadio: guardo i volti delle persone che mi passano accanto, hanno tutte il sorriso sulle labbra e sono a dir poco euforiche. Nonostante la stanchezza, il sorrisone ce l’ho anch’io, e credo mi rimarrà per quakche giorno. Concerto memorabile e, siccome il nove giugno compie gli anni, tanti auguri Matthew.

(Rossella Romano)

Scaletta

1.Uprising

2.Supermassive Black Hole

3.New Born

4.Map of the Problematique

5.Neutron Star Collision

6.Guiding Light

7.Hysteria

8.Nishe

9.United States Of Eurasia

10.I belong to you

11.Drum and Bass Jam

12.Undisclosed Desires

13.Resistence

14.Starlight

15.Time is Running Out

16.Unnatural Selection

17.Unitended

18.Exogenesis: Symphony, Part 1

19.Stockholm Syndrome

20.Take a bow

21Plug in baby

22.Knights of Cydonia

Live Report: Madonna @ Stadio Meazza Milano 14/07/09

Luglio 15th, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Nonostante quanto si diceva, San Siro sembra pieno.
Certo, il palco dello “Sticky & sweet tour” di Madonna non è il “Claw” degli U2: è messo sul lato lungo dello stadio, così tutto un lato rimane vuoto e coperto. Gli oltre 10.000 biglietti invenduti di cui si parlava sui giornali non lasciano segni tangibili, se non qualche vuoto nel terzo anello, ai lati. Certo, è la terza volta che Madonna torna in Italia in pochi anni, e non è l’unica data italiana, ma l’entusiasmo del pubblico è tangibile, a partire dall’abbigliamento di molta gente nel prato.
E’ un tour ormai rodato, quello di Madonna, di cui si è già detto molto. La data milanese non presenta particolari sorprese: la scaletta è quella solita, divisa in 4 blocchi: l’inizio “patinato”, la parte centrale più danzereccia (con l’omaggio a Michael Jackson ormai stabilmente inserito), una parte ispanica-folk e il gran finale. Musicalmente anche i pezzi vecchi sono riarrangiati sullo stile dell’ultimo disco, e questa è la vera brutta sopresa che riserva San Siro: i suoni sono centrati sui bassi, e i bassi coprono tutto, almeno sul prato. San Siro è un’enorme discoteca – e di questo la gente sembra contenta – ma musicalmente lo spettacolo non ingrana. Complice anche una Madonna in evidente difficolta vocale (ammessa pubblicamente, esibendo un foular sulla gola a centro spettacolo), che spesso si fa coprire dalle coriste o usa il playback (come nel parlato di “Vogue”, con il lip-synch svelato dai mega-schermi), per concentrarsi sul ballo.
Ma quello che la gente vuole è appunto ballare e veder ballare. In questo lo spettacolo è garantito, anche grazie alla scenografia imponente e dai megaschermi imponenti, che spesso propongono duetti virtuali (con Pharrell Williams o Justin Timberlake). Alla fine è uno spettacolo, non un concerto.

(Gianni Sibilla)

Depeche Mode – Stadio San Siro, Milano

Giugno 19th, 2009 in Reports, pop by Francesco Castaldo

Ieri sera toccata e fuga allo stadio di San Siro per fotografare il concerto dei Depeche Mode. Continua a leggere questo articolo »

Depeche Mode a San Siro: emozioni regalate dal loro universo

Giugno 19th, 2009 in Video by Mademoiselle Depeche

Se ripenso a ieri sera, provo ancora una forte emozione.

Puntuali come un orologio svizzero, alle 21.00 i Depeche Mode sono saliti sul palco di San Siro per incendiare l’ennesimo stadio dopo ormai quasi trent’anni di carriera. Il luogo era stracolmo di gente ed era impressionante guardare le ultime file dell’ultimo anello della struttura e vedere tanti piccoli omini agitarsi nei modi più svariati al suono della più bella musica elettronica del nostro tempo.

Dave Gahan ha ancheggiato e si è dimenato come se, appena un mese fa, non avesse subito l’operazione per un tumore. Martin Gore ha manifestato ancora una volta il suo animo impegnato e, allo stesso tempo, la sua ironia, con le immancabili e irrinunciabili tenute stravaganti. E se ci si aspettava il solito ieratico Andy Fletcher dietro le tastiere, beh ragazzi, ci si sbagliava di grosso. Forse è stata la cosa che mi è rimasta più impressa di tutta la serata: Andy che sorride innanzitutto, che balla, che cerca di coinvolgere il pubblico. Uno spettacolo da non perdere, soprattutto considerando le oltre due ore di concerto, durante le quali si sono susseguiti non solo i pezzi del nuovo album Sounds of The Universe, ma anche pezzi vecchissimi come “Master and servant” e “Fly on the widescreen”, oltre agli immancabili “Walking in my shoes”, “I feel you”, “Enjoy the silence”, “Personal Jesus” e tantissimi altri. Oltre due ore di pura elettricità, in cui il pubblico non faceva altro che cantare, ballare, urlare e chiedere ancora un altro pezzo, anche quando ormai ci si avviava verso la conclusione della serata.

Anche la resa scenografica è stata di impatto. Se ripenso infatti alla tappa di Roma del Touring the Angel del 2006, non mi viene in mente nulla di simile. Ieri sera, oltre alla incredibile tenuta scenica dei protagonisti e del frontman che, ripeto, non può neanche essere paragonato agli sgambettatori della scena musicale attuale, un forte gioco di luci, di immagini, di video realizzati ad hoc per l’occasione hanno fatto la differenza. Anche il pubblico ha partecipato attivamente alla scenografia: Dave Gahan ripete puntualmente quel gesto ormai diventato parte di ogni spettacolo dei Depeche, quel momento in cui, appena inizia ad oscillare le braccia, tutto, ma proprio tutto il pubblico lo segue a ruota, senza fermarsi, con il ritmo giusto, come se si stesse compiendo quella forte unione tra le emozioni della star e quelle dei suoi fans, quella comunicazione che solo la musica può realizzare.

Insomma ragazzi, che dire, emozione allo stato puro, coinvolgimento totale. E anche la conclusione del concerto ha avuto un impatto molto toccante: Dave e Martin, in piedi senza strumenti, alla fine dell’appendice del palco e vicinissimi al pubblico, hanno intonato per le loro migliaia di spettatori “Waiting for the night”, stupenda ballata che ha regalato a tutti una buonanotte.

Grazie Depeche Mode!

Live Report: Depeche Mode @ Stadio Meazza Milano 18/06/09

Giugno 19th, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Raggiungo lo stadio Meazza dopo una camminata lungo il viale che è il pane domenicale dei tifosi di calcio milanesi. E come loro ho il cuore pieno di speranza e di timore. Il timore che si ha prima di ogni appuntamento nel quale riponi belle aspettative. La buonasera mi viene data, davanti alla cassa accrediti, da Lory del Santo e dalle sue infradito ghepardate D&G – la diva era in compagnia di uno di quei loschi ragazzetti che la mattina al bar sfogliando sul bancone dei gelati le sempre più numerose riviste di gossip si evince essere dei tronisti e che hanno una importanza e uno spazio, in questo pezzetto di storia che stiamo vivendo, sorprendentemente importante – che scopre di non avere il tagliando riservato e si muove, cellulare all’orecchio, per rimettere le cose in ordine. Menzione di merito al ragazzo in cassa (che non ho mai visto nelle riviste sfogliate sul bancone dei gelati) che la invita a lasciar passare il prossimo, che sarei io. Alle ventuno, in totale accordo con la potentissima Lobby dei residenti della zona stadio perennemente imbufaliti contro ogni nota che proviene dall’impianto, il concerto ha inizio. All’apparire della band il mio pensiero corre subito alla vescica del piccolo Dave operata una quarantina di giorni fa, sarà in grado di reggere il concerto ? oppure debilitato non sarà all’altezza della situazione ? Nessun pericolo, nelle due ore seguenti il cantante è più che presente a se stesso. La voce sembra di qualche tono più bassa ma pare essere più un problema di amplificazione che di debilitazione. Dall’interno del prato volgendo lo sguardo alle mie spalle verso i tre anelli dell’arena il colpo d’occhio è di quelli giusti: mani che si muovono in continuazione, la tifoseria è calda. Lo schema è risaputo: in partenza si pigia sull’acceleratore per poi dare spazio al momento in cui il proscenio viene rapito dal “Mahatma” Martin, dalle sue gentili ballate, dalle sue immancabili unghie pittate di nero. Martin ti amo !!! Giusto una dozzina di intimi minuti e la tregua è finita. “Enjoy the silence” fa perdere il lume della ragione e io lumo Fletch, il grande imbucato del rock’n’roll, l’uomo (giusto o sbagliato che sia) al posto giusto nel momento giusto, l’uomo che per indole vorrei essere. “Master and servant” e “Personal Jesus” esplodono poderose e non aiutano a trovare il già citato lume. Lunga vita ai Depeche e il concerto è storia. Il concerto rimarrà nella memoria e nei racconti di chi era presente. Guadagnata l’uscita e il lungo viale che riporta alla realtà non va dimenticato di ricordare quanto non è filato per il giusto verso. Un appunto all’audio non proprio all’altezza è più che doveroso. Quando a un concerto di questo genere riusciresti, solo trovando il coraggio, a comunicare la tua gioia alla ragazza – sosia di Wynona Ryder – che hai due metri avanti senza dover urlare vuol dire che i vigili urbani mandati dalla Lobby a guardia del mixer stanno facendo il loro porco lavoro. In definitiva un gran concerto con alcune limitazioni dovute al luogo, i Depeche Mode indoor sono tutta un’altra cosa. Non gliel’ho chiesto, ma sono sicuro che anche la signorina Del Santo sarebbe d’accordo con me e lei è una che il mondo della musica l’ha conosciuto da molto vicino.

(Paolo Panzeri)

SETLIST:
1. Intro + In Chains
2. Wrong
3. Hole To Feed
4. Walking In My Shoes
5. It’s No Good
6. A Question Of Time
7. Precious
8. Fly On The Windscreen
9. Jezebel/Little Soul
10. A Question Of Lust/Home
11. Come Back
12. Peace
13. In Your Room
14. I Feel You
15. In Sympathy/Policy Of Truth
16. Enjoy The Silence
17. Never Let Me Down Again

18. Stripped
19. Master And Servant
20. Strangelove

21. Personal Jesus
22. Waiting for the Night (Bare)

Live Report: Biagio Antonacci @ Stadio Meazza Milano 30/06/2007

Luglio 1st, 2007 in Archivio by Redazione Rockol


“Grazie di cuore a tutti, è stata una bellissima serata…grazie veramente, volevo dedicare questa serata a tutti voi e a chi non ci aveva creduto”.
Queste le parole, con il veleno sulla coda, con cui Biagio Antonacci si congeda dal pubblico dello stadio Giuseppe Meazza di Milano dopo aver concluso il suo show cantando “Convivendo” e dopo aver richiesto l’accensione di tutte le luci dello stadio. Uno stadio illuminato a giorno così da poter vedere negli occhi e abbracciare idealmente un pubblico caldo e numeroso oltre ogni previsione. Cinquantamila, anzi di più, sicuramente di più, i fans che hanno partecipato a questa vera e propria festa. La festa di un cantautore partito tanti anni fa dall’hinterland milanese – da Rozzano per la precisione – che aveva nella testa musica e speranze e che, canzone dopo canzone, album dopo album, concerto dopo concerto, un sabato trenta giugno ha materializzato un sogno: lo stadio della sua città gremito e festante tutto per lui.
Il palco posto di fronte alla tribuna è molto grande e ha tre lunghe propaggini, una centrale e due ai lati, così da poter raggiungere comodamente il centro del campo, per poter avvicinare il maggior numero di persone. Per tenere in pugno uno stadio e un palco del genere però non bastano le canzoni, ci vuole carisma e anche un fisico bestiale. Il cantautore milanese mostra una preparazione fisica perfetta correndo e saltando da un lato all’altro del grande palco e imprime, sin dalle prime note di “E’ soffocamento”, la canzone che apre il concerto, un ritmo indiavolato e molto rock alla propria esibizione, incitando il pubblico e se stesso con continui “Non fermiamoci!” “Ritmici!” e invitando tutti a cantare “Con il cuore!!!”.
Biagio trova requie, e un seggiolino, solamente dopo una buona mezz’ora accompagnando con lo djembè l’interpretazione di “Vicky Love”. Questa prima parte del concerto mostra la difficoltà di un uomo, ancor prima che di un cantante, nell’affrontare la serata più importante della sua vita artistica. La ricerca continua di stabilire un contatto con il pubblico parlando tra una canzone e l’altra mostrandosi nudo senza nascondere la grande emozione con tutte le tenerezze del proprio carattere, tenerezze di cui sono pervasi i testi delle sue canzoni. Il pubblico, per la stragrande maggioranza di sesso femminile, comprende il mix di emozioni così grandi e diverse che il proprio beniamino sta provando e lo sostiene cantando ogni brano proposto.
Canzone dopo canzone, Biagio si scioglie e trova il giusto ritmo così le molte hits del repertorio, alcune di vecchissima data, vengono interpretate: “Se io se lei”, “Liberatemi”, “Mi fai stare bene”, “Iris”, “Alessandra”, “Se è vero che ci sei”, “Coccinella”, “Danza sul mio petto”. Commozione e silenzio calano nello stadio quando “Dove il cielo è più sereno” viene dedicata a Adri, un amico scomparso ma per questo “ancora più vicino”. A sorpresa “Quanto tempo e ancora” viene accompagnata al pianoforte da Pippo Baudo. Concluso il brano, sollecitato dal padrone di casa, Pippo informa i presenti che sarà lui il presentatore della nuova edizione del festival di Sanremo.
Biagio si gode fino in fondo la sua grande notte e solo l’ordinanza comunale, che vieta lo svolgersi di manifestazioni oltre le 23.30 nel rispetto dei cittadini che abitano nelle vicinanze dello stadio, riesce nell’intento di sciogliere il lungo abbraccio con il suo pubblico. Lo sguardo immortalato e amplificato dal megascreen alle sue spalle non lascia spazio a fraintendimenti: Biagio ha vinto la scommessa, lo stadio è suo e il palco, questa sera, potendo, non lo avrebbe più abbandonato.

(Paolo Panzeri)

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