Blog

Live Report: Marco Mengoni @ Teatro Colosseo, Torino 20/05/13

Maggio 22nd, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Forse si sarebbe voluto qualche posto in più per accontentare tutte le fan smaniose di vedere all’opera Marco Mengoni, nel suo “L’essenziale anteprima tour”. Ma la “ristrettezza” relativa del Teatro Colosseo ha regalato un colpo d’occhio eccezionale, offrendo al pubblico la possibilità di essere a pochi metri dall’artista vincitore dell’ultimo Festival di Sanremo e reduce dall’Eurovision Song Contest.

La serata di festa è iniziata verso le 21, il palco invaso da striscioni e regali che adolescenti (soprattutto) ma non solo avevano disposto ai piedi del microfono che avrebbe amplificato la voce dell’artista.

Quando la garza nera che oscurava la scenografia viene ritratta è subito un tripudio festante. Il palco è certamente spettacolare, con una serie di torri ricoperte di led colorati a regalare uno skyline hollywoodiano. Le ragazze del fan club hanno voluto regalare un’accoglienza speciale e per avvisare tutta la sala del progetto su ogni seggiolino era stato riposto un foglio di carta colorata, accompagnato da una lettera. La parola d’ordine era: aspettiamo la prima nota di “Non passerai” e poi tutti con le braccia alzate impugnando il foglio. Così è stato e come per magia è comparso un grande cuore rosso, che ha fatto scoppiare in lacrime l’artista.

Lo spettacolo è stato divertente ed appassionante, la maturità artistica di Mengoni si evince anche dalla sua abilità ad interagire con il pubblico, a chiacchierare, a raccontare aneddoti della sua storia. Tutti pendono dalle sue labbra e sono pronti a cercare un cerotto quando la corda della chitarra crea un taglio sul dito di Marco o a scoppiare in una fragorosa risata quando lui racconta del suo recente passato, di quasi sconosciuto, costretto a litigare con un buttafuori che non voleva farlo salire sul palco.

La sua voce non si discute, così come la sua intensità interpretativa. Se proprio dobbiamo trovare il classico pelo nell’uovo si può dire che rimane ancora un po’ statico ed impacciato. Forse Mengoni dovrà lavorare ancora su questo tasto prima di poter raggiungere i livelli assoluti.

Lo show è durato circa due ore, suddiviso in due “slot” e 23 brani complessivi (uno in meno rispetto alla scaletta preventivata). Allo spegnimento dei riflettori si è conclusa la sua fatica artistica, ma non quella professionale, visto che fino a notte fonda, moltissimi fan sono rimasti fuori dal teatro in attesa che “lui” uscisse dal camerino.

(Vincenzo Nicolello)

Scaletta:

Prima parte:

“Intro”

“Pronto a correre”

“Evitiamoci”

“Bellissimo”

”Non passerai”

“L’equilibrista”

“Credimi ancora”

“Avessi un altro modo”

“Dall’inferno”

”I got the fear”

“Spari nel deserto”

“20 sigarette”

Seconda parte:

“La vita non ascolta”

“Tonight”

”Come ti senti”

“La valle dei re”

“Tanto il resto cambia”

“Un’altra botta”

”In un giorno qualunque”

”Non me ne accorgo”

“Natale senza regali”

“L’essenziale”

Bis: “Una parola”

Live Report: Pino Daniele @ Teatro Colosseo, Torino 07/05/12

Maggio 9th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Un Teatro Colosseo gremito ha ospitato la data torinese de “La grande madre tour”, la tournée teatrale che porterà Pino Daniele in tutta Italia per presentare il suo ultimo lavoro di inediti, intitolato appunto “La grande madre”

Il set proposto a Torino ha rappresentato il giusto punto di incontro tra il suo vastissimo repertorio e la nuova produzione, una scelta decisamente apprezzata dalla platea, anche se forse qualcuno può essere rimasto deluso dala scelta di scartare brani celebri come “Terra mia” e “‘O’ scarrafone”. D’altra parte in due ore di spettacolo è decisamente difficile comprimere 30 anni e più di carriera.

Il concerto è partito con un set acustico di cinque pezzi, in cui Pino ha cantato soltanto con l’aiuto della chitarra e della tastiera. Quindi sul palco è salita l’orchestra ed è iniziato il vero show. Sull’abilità musicale del cantautore c’è davvero poco da dire: la sua musica compressa tra il blues, lo swing ed il rock, potrebbe tranquillamente avere una sua dignità anche se proposta senza testi: la band è stata il vero valore aggiunto, regalando momenti di grande passione e virtuosismo, sottolineati dagli applausi dei presenti in sala.

A risaltare è stata inoltre la voglia di stupire il pubblico con versioni rivedute e corrette di numerosi classici, in particolare cavalli di battaglia come “Je so’ pazzo” e “Nun me scuccià”, trasformate in modo originale e quasi irriconoscibile.

Unica nota dolente è stata, nella parte finale del concerto, la voce dell’artista, che è parsa in flessione, rispetto alla prima fase dell’esibizione. Di contro ci hanno pensato i fan a coprire con il loro incitamento alcuni cali di Pino, non interrompendo mai l’incitamento e i cori per il cantautore.

I brani più applauditi? Certamente “Napule è”, “Yes i know my way” e “Quando”.

(Vincenzo Nicolello)

Setlist:

Invece no”

Amore senza fine”

Quando”

Se mi vuoi”

Putesse essere allero”

Coffee Time + ‘O Fra”

Melodramma”

Sara non piangere”

A testa in giù”

Se tu fossi qui (Stare bene a metà)”

Napule è”

Dubbi non ho”

Che male c’è”

Quanno chiove”

Due scarpe”

Anna verrà + Se domani pioverà”

I still love you”

Je so’ pazzo”

Boogie man”

Io per lei”

A me me piace ‘o blues”

Yes i know my way”

Il sole dentro me”

La grande madre”

Che Dio ti benedica”

BIS:

Nun me scuccià”

Niente è come prima”

Live Report: Roger Daltrey @Teatro Colosseo, Torino, 12/3/2012

Marzo 13th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Eravamo venuti a teatro per rendere omaggio a “Tommy”, più o meno come si fa quando si va a vedere l’ “Aida” o il “Rigoletto”.  Ma poi ci siamo scaldati, divertiti, entusiasmati con la seconda parte dello show, tra imprevisti e cambi di scaletta: la svolta arriva alle ultime battute della rock opera, con il canto liberatorio di “We’re not gonna take it/See me, feel me/Listening to you” che ai numerosi over 50 in sala evoca epiche immagini di Woodstock e di un cantante riccioluto con la giacca a frange. E’ in quel momento che il pubblico torinese, fino ad allora compito e composto come da copione, si alza in piedi e si butta verso il palco con buona pace di chi ha pagato salata la sua poltrona da prima fila. E’ lì che termina la rappresentazione e comincia il rock’n’roll. Roger Daltrey è un uomo onesto che dice pane al pane e spiega come stanno le cose. Questi non sono gli Who (“non ha senso far finta che sia così, senza Pete”), lui se ne frega dei confronti ed è qui per divertirsi. E’ così sincero da ammettere che cantare due sere di fila, ora che non è più un ragazzino, non fa bene alla sua voce (il giorno prima si era esibito a Genova). Ce n’eravamo accorti, a tratti,   durante l’esecuzione di “Tommy” riproposto per intero: i suoi ruggiti leonini qualche volta restano a mezz’aria e anche la band sembra un po’ intimidita, ingabbiata dai rigidi confini della partitura.

Il colpo d’occhio, all’entrata al Teatro Colosseo, era invitante: un’atmosfera intima e un palco vintage, da anni Settanta, con la batteria schermata da pannelli di plexiglas e uno schermo che durante l’esecuzione proietta immagini in realtà poco influenti sul valore dello show. Quando arrivano le note familiari dell’ “Overture” Roger, in camicia, pantaloni scuri e occhialini tondi, si presenta subito a centro palco percuotendo due tamburelli. Ma è nel roteare il microfono come un lazo che è ancora un vero maestro, un acrobata spericolato:  “Amazing journey” serve a ricordarcelo e a strappare applausi convinti. Alla sua destra, sul palco,  t-shirt col simbolo dei Mod e zuccotto in testa, c’è un altro tipo dal timbro vocale e l’aspetto vagamente familiare. E’ Simon Townshend, fratello minore di Pete venuto qui a fare le sue veci come voce di controcanto e chitarrista, mentre all’altro lato il solista e direttore musicale Frank Simes, cappello e maglietta col marchio Ferrari, tira fuori le unghie poco alla volta. In seconda linea un bassista in camicia a quadri e l’aspetto del ragazzino, Jon Button, un discreto tastierista dai capelli lunghi, Loren Gold, e un bravissimo batterista vecchio stampo, Scott Deavours, puntualissimo nelle rullate e negli stacchi. “Sparks” offre a Button l’occasione di esibirsi in qualche bella scala di basso, e nell’hard blues di “Eyesight to the blind” la voce di Roger comincia finalmente a uscirgli di gola aggredendoci come ai bei tempi. Sotto le sembianze del musical e del cabaret, “Cousin Kevin” e “Fiddle about” sono roba tosta che affronta temi di scottante attualità (il bullismo e gli abusi sessuali sui minori), la psichedelica “Acid queen” è affidata alla voce di Simon e il microfono torna a roteare nella leggendaria “Pinball wizard” (l’applauso, qui, scatta come un riflesso pavloviano). E’ un riff scolpito nella roccia come quello di “I’m free”, mentre  “Tommy can you hear me” e la amara parabola di “Sally Simpson” si colorano di country rock, con una coda di piano blues e chitarra flamenco.

Tutto bello: eppure manca qualcosa, fino a quando il pubblico non si alza in piedi, Roger imbraccia la chitarra acustica, la band scioglie i muscoli e si libera della tensione.   E’ un altro concerto, a partire da “I can see for miles”, anche se dopo “The kids are alright” la Rickenbacker dodici corde non ne vuol più sapere di restare accordata (“ecco perché la suonavamo poco, nei Who”) e Daltrey, dopo avere ingollato secchiate d’acqua ed essersi lamentato per il caldo, chiama un time out e cede la scena a Townshend jr. per “The way it is”, bella melodia pop che il pubblico mostra di apprezzare. Prima ci aveva regalato una bellissima “Behind blue eyes” con una preziosa armonia a tre voci; poi, dopo un affettuoso ricordo della sua adolescenza operaia e dei suoi weekend di baldoria (“Days of light”), rivolge una dedica al popolo greco in rivolta contro il “Big Man” sulle note della melodia irlandese di “Gimme a stone” ripescata da un vecchio progetto degli Hooters con Garth Hudson e Levon Helm (Largo). “Who are you” risveglierebbe anche i morti, anche perché Simes e Townshend, lì davanti, sono ormai padroni del palco e sembrano divertirsi un mondo. E pure gli arrangiamenti, in questa seconda parte, riservano belle sorprese: “My generation” in versione blues lento e in medley con la “Mannish boy” di Muddy Waters, crea un’atmosfera da club inglese ai tempi del blues revival primi Sessanta, e “Young man blues” è da antologia. “Oggi sono i vecchi ad avere in mano tutto il denaro/mentre i giovani non hanno nulla in questo mondo” sembrano parole scritte oggi, lo standard di Mose Allison (e degli Who) è potente e catartico con Deavours perfetto negli stop e ripartenze e Roger che chiosa con un sonoro “fuck off” da vecchio working class hero incazzato. Quando arriva “Baba O’ Riley” sono scoccate le due ore, Daltrey soffia forte nell’armonica, si sbottona la camicia e la platea è definitivamente conquistata. E’ al pubblico che il frontman dedica il pezzo finale “Without your love”, il suo maggior successo da solista che chiude il programma su toni quieti e sentimentali. E’ tempo dei saluti, “be happy, be healthy and lucky”. Grazie Roger, ma tu intanto copriti e riposati che hai ancora tante canzoni da cantare.

(Alfredo Marziano)

Setlist

“Overture”

“It’s a boy”

“1921”

“Amazing journey”

“Sparks”

“Eyesight to the blind”

“Christmas”

“Cousin Kevin”

“The acid queen”

“Do you think it’s alright?”

“Fiddle about”

“Pinball wizard”

“There’s a doctor”

“Go to the mirror!”

“Tommy can you hear me?”

“Smash the mirror”

“Sensation”

“I’m free”

“Miracle cure”

“Sally Simpson”

“Welcome”

“Tommy’s holiday camp”

“We’re not gonna take it/”See me, feel me/Listening to you”

“I can see for miles”

“The kids are alright”

“Behind blue eyes”

“The way it is”

“Days of light”

“Gimme a stone”

“Who are you”

“My generation/Mannish boy”

“Young man blues”

“Baba O’ Riley”

“Without your love”

Music Reporters by Rockol
Freedom of the press belongs to the man who owns one